11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

venerdì 19 maggio 2017

RM 138 [già RM 005]


« Benvenuta, ms. Bontor. La stavamo aspettando… » si inchinò, in maniera estremamente professionale, l’uomo, evitando di palesare ogni emozione nel confronto con l’abbigliamento dell’interlocutrice, anch’egli, suo malgrado, già abituato da tempo alla nota stonata rappresentata da quella particolare parente di una fra le loro più illustri clienti « Prego… da questa parte. » la invitò poi a seguirlo, in direzione della sala principale, là dove, vicino alla consueta balconata, l’avrebbe attesa il proprio solito posto, per quanto paradossale sarebbe risultata l’associazione fra quel genere di locale e l’idea di un “solito posto” per una figura particolare come lei.
« Inutile sottolineare come io conosca la strada… vero?! » propose l’investigatrice, ben conscia di quanto, comunque, quelle parole avrebbero avuto a doversi considerare fiato sprecato, e, in ciò, apprestandosi ineluttabilmente a seguirlo.

Ad attenderla, come previsto, era sua sorella Nissa, colei che, in definitiva, incarnava tutto ciò che il mondo si sarebbe atteso che anche lei fosse e pur, a dispetto di simile speranza, ciò che mai ella sarebbe divenuta… non per ostilità verso la gemella o il suo stile di vita, quanto e semplicemente perché quella, appunto, avrebbe avuto a doversi considerare la propria esistenza, ed ella avrebbe lottato fino al proprio ultimo giorno, con tutte le proprie energie, per difendere la possibilità di scegliere autonomamente il proprio cammino, nella buona e nella cattiva sorte.
Al di là di ogni considerazione a tal proposito, nonché in assoluta onestà con se stessa, Midda non avrebbe potuto comunque ovviare ad ammirare la sobria eleganza, la distinta raffinatezza incarnata da quella versione migliore dell’immagine che, abitualmente, era consuetudine esserle offerta di rimando dal proprio specchio in qualunque momento della giornata e della propria esistenza tutta.
Il volto di Nissa, diversamente da quello della sorella, risultava non soltanto disadorno dello sgradevole sfregio che, altresì, caratterizzava l’altra, ma anche delicatamente truccato da mano sapiente, in misura da permettere ai cosmetici di essere utili a porre in risalto la bellezza intrinseca in quello stesso viso, anziché a mistificarla e a tentare di riscriverla in maniera impropria, come sgradevolmente avrebbe potuto essere altresì individuato anche sulla maggior parte delle altre figure femminili, e persino maschili, presenti in quella sala: in ciò, quindi, neppure il pallore intrinseco della loro pelle, così come le disordinate spruzzate di efelidi localizzate, in particolare, all’altezza del naso, risultavano celati ma, anzi, ove possibile, persino valorizzati, al pari del suoi occhi color ghiaccio che, in tanta statuaria beltà, non avrebbero potuto ovviare a risultare persino più sovrannaturali di quanto, già, non avrebbero potuto rischiare di apparire. I rossi capelli, color del fuoco, erano portati dalla donna con un taglio indubbiamente più valorizzante rispetto a quello forse troppo corto della sorella, vedendoli mantenuti lunghi fino a metà schiena e, allora, attentamente elaborati in un’acconciatura, in una grande treccia, dal gusto vagamente rinascimentale, lasciata quietamente adagiare sulle sue spalle, al di sopra della giacca bianco panna di un elegante completo di sartoria a tinta unita, composto, per l’appunto, dalla giacca, da eleganti pantaloni e da una maglia dall’ampio collo e, ciò non di meno, dalla non profonda scollatura, utile a lasciar emergere la perfetta linea delle sue clavicole senza, tuttavia, porre l’accento sulle forme al di sotto di tale altezza. Al pari della propria gemella, ovviamente, anch’ella non avrebbe mai potuto avere esigenza di insistere al fine di porre in risalto le forme dei suoi seni, tanto pieni e sodi, a dispetto della non più adolescenziale età, nonché della gravidanza e del parto, da apparire prossimi a una vera e propria dichiarazione di guerra a qualunque chirurgo estetico che, mai, avrebbe potuto ricreare efficacemente quanto la natura aveva loro gratuitamente concesso. A completare il quadro così presentato, infine, ai suoi piedi una coppia di eleganti sandaletti, egualmente bianchi, con suola sottile e un tacco non così eccessivo come avrebbe potuto essere, riservandole soltanto otto centimetri di altezza aggiuntiva.

« Ciao, dolcezza! » esclamò nel vedere sopraggiungere la propria ospite, con tono spontaneamente moderato, tale da raggiungere perfettamente l’attenzione della sorella e, ciò non di meno, da non disturbare nessun altro fra i presenti, alzandosi dalla tavola per accoglierla al meglio, offrendosi in maniera del tutto naturale a lei per un abbraccio « Iniziavo a temere non saresti venuta… »
« Mi conosci: un po’ di attesa enfatizza il piacere. » sorrise sorniona Midda, avvicinandosi a lei e, tuttavia, non abbracciandola ma limitandosi ad afferrare dolcemente le sue mani, per poi avvicinarsi a sufficienza per una coppia di baci sulle guance « Scusa se non ti abbraccio, ma sei troppo bianca per i miei gusti. E l’ultima cosa che potrei desiderare è saperti rientrare al lavoro meno che immacolata per causa mia. »
« Mmm… hai ragione. » sospirò Nissa, storcendo appena le labbra verso il basso, in segno di disappunto per il mancato abbraccio, ricambiando tuttavia i baci di lei e stringendole, in risposta, le mani nelle sue, surrogando in tal modo la stretta a cui aveva dovuto appena rinunciare « Dai… accomodiamoci. » la invitò subito dopo, lasciandola e tornando a sedersi, con un movimento tanto elegante da risultare persino impossibile nella propria supposta naturalezza « Mi sono permessa di ordinare il tuo solito rosso... ma se preferisci altro, non fare complimenti, te ne prego. »
« Diamine… » aggrottò la fronte l’investigatrice privata, scuotendo appena il capo a quelle parole, e accomodandosi a sua volta, pur priva della stessa regalità della propria immagine riflessa « Con quello che costa questa bottiglia di vino, ci potrei coprire un mese di affitto: direi che farò uno sforzo ed eviterò di obiettare, almeno per questa volta. » scherzò, attendendo che il cameriere, comparso quasi per magia accanto a loro, adempisse ai propri compiti, riempiendo loro gli opportuni bicchieri.

In silenzio, anche Nissa attese il termine dell’operato del cameriere, che si allontanò rapidamente con la medesima discrezione con la quale si era appropinquato pocanzi. E, ancor non interrompendo quella laconica parentesi, attese quieta che la sorella potesse assaporare il Chianti che le era appena stato servito, limitandosi a godere del sincero, genuino piacere per lei derivante da quel momento di ritrovata comunione fra loro.
Momento che, pur egualmente apprezzato da Midda, non venne da lei egualmente compreso nelle proprie ragioni, motivo per il quale, dopo aver gustato il corposo rosso, l’investigatrice privata restituì alla gemella uno sguardo allora interrogativo, meglio esplicitato, di lì a breve, dalla sua voce…

« Cosa c’è…?! » domandò, incuriosita, passandosi le mani sul viso, quasi a volerlo ripulire da qualche inattesa macchia « Mi sono sporcata con qualcosa, per caso…? »
« No. No. » negò l’amministratrice delegata, scuotendo delicatamente il capo a quella particolare questione, trattenendo una leggera risata a contorno di ciò « Non ti preoccupare, cara… sei splendida, come sempre. »
« Che, detto da te, mi fa sentire calata nel ruolo dell’amica bruttina e impacciata che le più belle della scuola si tengono vicine per risultare ancora meglio di quanto già non siano. » obiettò la prima, non priva di autoironia in tal senso, e pur sincera nel considerarsi a un livello palesemente inferiore rispetto all’interlocutrice « E nostra madre mi darebbe ragione, lo sai! »
« Lascia perdere quello che pensa la mamma… anzi, quello che dice, più che altro. » la invitò, allungando solo allora la propria destra verso il proprio calice, per concedersi a sua volta un sorso di vino « Lo so bene che, da parte sua, desidera solo spronarti. Ma, credimi, non sopporto certe scenate, come quella che ti ha riservato l’ultima volta. E, per inciso, gliel’ho anche detto. »
« Lascia stare, Nissa. Non desidero che tu combatta le mie battaglie. »
« Perché no…?! » minimizzò la seconda, stringendosi fra le spalle « E’ anche a questo che servono le sorelle, in fondo. »
« Ti adoro. » ammise Midda, non potendo ovviare a concederle un amplio sorriso, carico di tutto l’amore che sinceramente provava, e aveva da sempre provato, per la propria più importante amica, complice e confidente.

(episodio precedentemente pubblicato il 28 dicembre 2015 alle ore 19:58)

giovedì 18 maggio 2017

RM 137 [già RM 004]


« Immagino che tu comprenda perfettamente quanto l’impiego della parola “nudo”, in qualunque propria declinazione, non può che risultare una provocazione di natura esplicitamente sessuale in riferimento a una donna come te… » esclamò l’uomo, ad alta voce, per raggiungere la sua attenzione e per cercare, in tal modo, di riconquistare l’interesse che in tal modo stava troppo rapidamente perdendo, passo dopo passo nel mentre in cui ella continuava ad allontanarsi.

Ma l’investigatrice, ben comprendendone le motivazioni, non volle rischiare di offrirgli neppure la soddisfazione che avrebbe potuto conseguire da una nuova imprecazione, ovviando a rispondergli verbalmente e, persino, a voltarsi ancora una volta verso di lui, e limitando tutta la propria interazione con quell’uomo semplicemente nel sollevare la propria destra e, nel dettaglio, il dito medio al centro della medesima, per invitarlo, in un gesto indubbiamente chiaro e incontrovertibile, a utilizzare tale supporto per il proprio piacere personale, nel caso in cui veramente avesse voluto continuare a insistere in quella direzione con lei. Un gesto non esattamente maturo da parte propria e, forse, ancora una volta e a dispetto delle sue intenzioni, paradossalmente utile a garantire all’uomo ulteriore possibilità di provocazione verso di lei, e che pur, umanamente, non riuscì a risparmiarsi, fosse anche a titolo di sfogo e di risarcimento per l’omicidio che si era pocanzi, e nuovamente, trattenuta dal compiere.
Pochi minuti dopo quel sereno commiato, Midda Bontor si ritrovò a discendere lungo i gradini della metropolitana, con la quieta certezza che qualcuno, in quel momento, la stesse seguendo. E sebbene, in maniera superficiale, si sarebbe potuta considerare la sua qual mera paranoia, frutto dell’eccessiva stanchezza derivante non soltanto da quegli ultimi tre giorni, ma dalla sua intera esistenza, l’investigatrice privata aveva accumulato sufficiente esperienza, nei suoi trentacinque anni di vita, da saper distinguere la propria pur amata, vezzeggiata e coccolata paranoia, compagna di mille avventure, dall’evidenza di almeno due paia di occhi puntati di fisso sulla propria schiena.

Fin da bambina contraddistinta da un carattere decisamente iperattivo, la donna aveva alle proprie spalle un passato glorioso nella squadra di atletica della propria scuola superiore, prima, e dell’università, poi. Accantonato un percorso di studi in lettere, a ventidue anni, in contrasto all’opinione della propria famiglia, si era iscritta all’accademia di polizia e a venticinque anni si era diplomata come agente di polizia. A trent’anni aveva superato l’esame da detective. A trentuno si era sposata. E a trentadue aveva lasciato sia il marito che il lavoro, senza spendersi in troppe spiegazioni con nessuno.
Da quel momento la sua vita aveva dovuto obbligatoriamente cercare una nuova strada, una diversa via nella quale permetterle di continuare a mantenersi e, magari, di riservarsi qualche soddisfazione. A fronte di ciò, il fatto di essere un’ex-detective di polizia sicuramente aveva contribuito in positivo nella decisione volta intraprendere una carriera da investigatore privato.
Ben presto, comunque e al di là di qualunque slancio di entusiastica autonomia, Midda aveva dovuto scendere a patti con l’evidenza che, di soddisfazioni, non ne avrebbe potute poi ottenere parecchie con quel genere di impiego. A differenza, infatti, dei miti intramontabili della letteratura, della televisione e del cinema, in quanto investigatrice privata la quasi totalità dei suoi casi non avrebbero potuto ovviare a riguardare infedeltà coniugali, vedendola impegnarsi a portare alla luce il marcio presente dietro a quella che, ormai, non avrebbe potuto ovviare a considerare l’ipocrisia dell’istituzione del matrimonio, attraverso squallidi appostamenti negli angoli peggiori della città per catturare in flagrante mariti o mogli fedifraghi e fornire, in tal modo, inoppugnabili prove utili a concedere ampli sorrisi sui volti di costosi avvoltoi divorzisti… avvocati divorzisti, come era solita correggersi sempre, dopo l’immancabile lapsus freudiano. Purtroppo, per quanto avrebbe sicuramente preferito potersi riservare l’intransigenza di Nero Wolfe di fronte a una certa tipologia di casi, ella non avrebbe potuto ovviare a fare i conti con la dura realtà, dura realtà basilarmente costituita da un affitto, molteplici bollette, spese, tasse e quant’altro: e così, che potesse apprezzarlo o meno, non avrebbe potuto permettersi di dimostrarsi troppo schizzinosa nei riguardi della propria clientela, accettando di fondare la propria esistenza sulle miserie celate nelle vite dei propri infedeli concittadini.
Non che questo, comunque, la vedesse privata della propria dignità, per quanto, ovviamente, la sua famiglia non perdesse occasione per sottolineare come avrebbe potuto avere di più dalla propria vita se solo avesse voluto rimettersi seriamente in gioco. Ove “seriamente” non avrebbe avuto a doversi considerare la sua visione sulla questione, quanto l’opinione della succitata famiglia. Dopotutto, per quanto di origini umili, terza generazione discendente da immigrati dal vecchio continente, in casa Bontor esisteva un chiaro esempio di incarnazione del caro vecchio Sogno Americano… Nissa Bontor, la sua sempre amata sorella gemella.
Diversamente da lei, infatti, la vita di Nissa si era vista impostata in maniera decisamente più redditizia, vedendola partire dalla medesima scuola superiore, salvo poi scegliere un indirizzo economico all’università, arrivare alla laurea con il massimo dei voti e ritrovarsi inserita a soli ventiquattro anni, pur inizialmente come semplice stagista, all’interno di una delle più importanti compagnie di tutta la città, se non dell’intera costa atlantica. Da quel momento, la carriera della donna era stata in costante ascesa, non in conseguenza alla procacità delle sue forme, così come pur molte riviste scandalistiche avevano provato a insinuare più volte nel corso degli anni, quanto e piuttosto per la sua intelligenza, la sua bravura e, necessariamente, la sua spregiudicatezza. Così nel mentre in cui Midda faticava a sbarcare il lunario, vivendo in un appartamento del tutto privo di attrattive anche dal punto di vista di un potenziale ladro, in una palazzina in cui almeno una volta al mese i suoi ex-colleghi passavano non tanto per salutarla, quanto per raccogliere le generalità dell’ennesimo morto ammazzato; a soli trentacinque anni Nissa poteva fregiarsi del titolo di amministratore delegato delle “Rogautt Enterprises”, la stessa azienda per cui aveva iniziato a lavorare come semplice stagista e che, complici le sue straordinarie capacità di comando e a dispetto di ogni recessione economica, in quegli ultimi cinque anni era cresciuta sino a una posizione di sostanziale predominio del mercato statunitense, con oltre duecentomila dipendenti. Impiego, il suo, che le garantiva una straordinaria stabilità a livello finanziario utile a concederle non soltanto la possibilità di provvedere a ogni necessità dei loro genitori, ma anche di vivere in un meraviglioso attico con vista sul Central Park.
E se pur, l’investigatrice privata, innamorata in maniera assoluta della propria gemella, non avrebbe potuto essere più felice per il successo che l’aveva accompagnata nella propria vita, successo assolutamente meritato; il costante confronto con una figura simile non avrebbe potuto considerarsi psicologicamente semplice. Motivo per il quale, ove le fosse stata concessa l’opportunità di farlo, ella sarebbe stata sempre lieta di mantenersi a discreta distanza dalla vita di Nissa e dal mondo in cui questa era abituata a muoversi: un mondo in cui, obiettivamente, Midda avrebbe potuto risultare appropriata allo stesso modo in cui avrebbero potuto esserlo Jake ed Elwood Blues intenti a lanciarsi reciprocamente gamberi in bocca in un raffinato ristorante di lusso. Purtroppo per lei, non rare erano state le occasioni in cui, come nel caso Anloch, la propria gemella avrebbe avuto a doversi considerare, direttamente o indirettamente, una persona potenzialmente informata sui fatti. Posizione che, necessariamente, Nissa non aveva mai mancato di sfruttare a proprio vantaggio, costringendola a entrare a contatto con quello stesso mondo da cui ella avrebbe preferito continuare a restare separata, probabilmente nella pur vana speranza, presto o tardi, di convincerla a lasciare la propria vita per così come l’aveva voluta impostare, ricominciando ancora una volta, da capo, una nuova esistenza… e un’esistenza, possibilmente, più simile alla sua.
Così come, ancora una volta, stava allora accadendo.

« Salve… sono di nuovo qui. » si presentò al maître, all’ingresso del ristorante preferito della sorella, con qualche minuto di ritardo rispetto all’appuntamento prefissato, ovviando a dichiarare il proprio nome o cognome in quanto, suo malgrado, già conosciuta.

(episodio precedentemente pubblicato il 27 dicembre 2015 alle ore 20:15)

mercoledì 17 maggio 2017

RM 136 [già RM 003]


« “Thyres Investigazioni”. » rispose, simulando una formale professionalità che, invero, generalmente non le apparteneva o, comunque, alla quale non era solita offrire particolare sfoggio « Salve, qui è Midda Bontor che parla… cosa posso fare per lei?! » continuò, nascondendo, nella distanza propria di quel contatto telefonico, un lieve arricciamento delle estremità delle proprie carnose labbra, trasparente del sincero e intimo piacere che, comunque, per lei stava già derivando dalla possibilità di risentire la voce del proprio eterno complemento.
« Ma che sorella spiritosa che mi ritrovo… » commentò una voce sostanzialmente identica alla sua, soltanto proveniente dal cellulare allorché dalla sua gola, in quello che per chiunque avrebbe potuto inizialmente apparire simile a uno strano paradosso, a meno di non conoscere personalmente le gemelle Bontor, monozigoti e, almeno fisicamente, in tutto e per tutto identiche l’una all’altra, con la sola eccezione rappresentata dalla spiacevole cicatrice che contraddistingueva, in maniera purtroppo difficilmente trascurabile, il volto di Midda rispetto a quello della propria sorella Nissa « Come stai, dolcezza? »
« Seconda domanda…? » suggerì l’investigatrice, storcendo appena le labbra verso il basso, costretta, innanzi a quell’interrogativo, a ritornare rapidamente con i piedi per terra e, in ciò, a fare nuovamente i conti con la realtà, e la realtà che, in quel frangente, non l’avrebbe potuta riconoscere come sostanzialmente entusiasta per la giornata in corso.
« Lo immaginavo. » replicò la controparte, con tono sinceramente dispiaciuto per la comprensibile mancanza di soddisfazione della propria gemella « Ma, forse, ho qualche informazione interessante per te e per il tuo caso. » asserì, un istante dopo, a suggerirle un barlume di speranza, una fioca luce in fondo al metaforico tunnel oscuro nel quale, la ricerca di Carsa Anloch, l’aveva condotta sino a quel momento.
« Spara! » richiese, quasi pretese, Midda, confidando nella sorella, conscia di quanto ella non avrebbe mai detto qualcosa del genere senza avere qualcosa in mano. E fosse stata anche un’informazione banale, in quel momento avrebbe potuto rappresentare qualcosa di utile, qualcosa di importante, nel confronto con la pochezza di quanto, comunque, era riuscita a scoprire in quegli ultimi giorni.
« Una domanda, prima… quando è stata l’ultima volta che hai mangiato qualcosa? » questionò Nissa, cambiando repentinamente tema del discorso, in maniera, in verità, meno gratuita di quanto chiunque avrebbe potuto credere, nel ben conoscere la propria interlocutrice e nel sapere che, se rapita dal lavoro, se assorta dietro un caso, quelli che per chiunque altro sarebbero risultati bisogni primari, come il nutrimento o il riposo, per lei sarebbero rapidamente precipitati in fondo alla classifica delle priorità… pressappoco all’altezza delle nuove candidature repubblicane o delle ultime proposte per la moda femminile emerse in qualche sfilata in una qualunque città europea « E sai bene che nella mia concezione di pasto è esclusa qualunque declinazione di hot dog. »
« Sei ingiusta… » protestò la prima, aggrottando la fronte a quel non così implicito rimprovero appena rivoltole « Così come io non ho mai questionato sui tuoi gusti in fatto di uomini, tu dovresti riconoscermi sufficiente rispetto da non sollevare veti di sorta sui miei gusti in fatto di alimenti. »
« Ma tu hai sempre criticato ogni singolo uomo con cui io sia mai uscita… o abbia anche e solo flirtato! » precisò la seconda, dimostrandosi decisamente meno collaborativa rispetto a quanto Midda non avrebbe potuto gradire in quel momento.
« Questo solo perché hai pessimi gusti in fatto di uomini… »
« … disse la trentenne divorziata. » concluse Nissa, o, per lo meno, provò a concludere in maniera ironica, salvo tradirsi su un particolare non trascurabile.
« Trentacinque, mia cara. » ridacchiò Midda, scuotendo appena il capo « So che ti piacerebbe continuare a credere di avere trent’anni… ma ormai, quel traguardo, l’abbiamo superato da tempo. E, comunque, il fatto che io abbia commesso un madornale errore a sposarmi, all’epoca, non può essere considerato qual evento sanatorio per tutte le tue pessime relazioni. »
« Ti ho già detto che tuo cognato e le tue nipoti ti mandano i loro saluti e sperano che riuscirai a passare a pranzo da noi, il prossimo fine settimana…?! »
« Questo è un colpo basso. » protestò nuovamente la prima, ora offrendo un tono quasi indignato per quello che non avrebbe potuto evitare di considerare come un colpo ben sotto la cintura, nel veder giocata la carta di quelle due adorabili canaglie « Sai bene quanto io adori le gemelle… »
« E allora chiudiamola qui, prima di degenerare. » propose, alfine arrendevole, la voce al telefono, proprio malgrado consapevole della testardaggine della propria gemella e, in ciò, certa che avrebbero potuto proseguire fino al giorno successivo se, almeno lei, non si fosse dimostrata sufficientemente matura da tirare il freno « Ci vediamo fra mezzora al solito tavolo. » annunciò, in quello che non avrebbe potuto essere frainteso come un interrogativo, come una domanda, giacché tale non desiderava essere, non volendo garantire all’interlocutrice ulteriore occasione di questionare con lei « Porterò con me le informazioni sul tuo caso. E tu mi concederai la decenza di un pasto degno d’essere definito tale. »
« Fascista… » brontolò, alfine, l’investigatrice, capendo di non avere possibilità di scampo innanzi a quell’invito tanto perentorio.
« Inoltra protesta alla tribunale dell’Aia, se desideri. Non mi opporrò. » sospirò Nissa, accogliendo quietamente quell’insulto « A più tardi, dolcezza. »
« A più tardi… »

Sfiorando il monitor in corrispondenza del pulsante rosso utile a concludere la chiamata, Midda Bontor non poté negarsi un ampio sorriso carico di un’estemporaneamente ritrovata serenità.
Al di là di quanto, infatti, ella potesse amare battibeccare con la propria gemella, in quello che, anche senza una laurea in psicologia, avrebbe avuto a dover essere considerato un comodo surrogato dei giochi infantili di un tempo, la donna amava, e amava veramente, propria sorella, del resto ritrovandosi a essere amata, e amata veramente, da parte della stessa. E, in ciò, se già una semplice chiamata avrebbe avuto a dover essere considerata utile a restituirle il buonumore, un pranzo insieme sarebbe riuscito a risultare, probabilmente, miracoloso da quel punto di vista. Sempre ammesso che, ovviamente, il caso Anloch non si fosse dimostrato tanto spiacevole da riuscire, addirittura, a infrangere tutto quanto.
Per un istante dimentica persino di dove ancor si trovasse, ossia innanzi all’ingresso del “Kriarya”, l’investigatrice privata ebbe tuttavia occasione di essere prepotentemente richiamata alla realtà propria di quel frangente da una voce che, almeno per quella giornata, aveva creduto di non dover essere più costretta a sentire e che, invece, volle riservarsi opportunità di tornare a offrirle tormento, raggiungendola, non senza una certa sorpresa, alle spalle…

« Quando la vedi, porta i miei saluti a tua sorella, Bontor… » la invitò il proprietario del locale, quietamente in piedi sulla porta del medesimo, con le mani pigramente infilate nelle tasche dei pantaloni e un ampio sorriso, bianco lucente, spalmato fra le proprie morbide labbra, sì carnose da sembrar intenzionate a voler offrire concorrenza a quelle della donna innanzi a lui « Sai bene che mi è sempre piaciuta… almeno quasi quanto te. » esplicitò immediatamente, ad approfondimento delle ragioni della propria richiesta che, in ciò, non avrebbe forse dovuto essere identificata qual l’ennesima, mera provocazione nei riguardi dell’altra.
« Ero convinta di averti già mandato al diavolo… » sospirò la donna, voltandosi verso il proprio interlocutore, pronta a offrirgli nuovamente la rissa se soltanto egli l’avesse ricercata con sufficiente insistenza.
« In verità, questa volta mi hai mandato all’inferno. » puntualizzò Be’Sihl, scuotendo appena il capo « Ma credo che questi abbiano a essere considerati dettagli semantici. » continuò a sorridere, per nulla intimorito, o, banalmente, zittito da lei.
« Un giorno riuscirò a farti scomparire quel sorrisetto dalla faccia, Ahvn-Qa… a costo di strappartelo a mani nude. » minacciò ella, serrando i denti e, subito dopo, costringendosi tuttavia a voltargli nuovamente le spalle e ad avviarsi in direzione della più vicina fermata della metropolitana, nel desiderio di non offrigli un ulteriore istante del proprio tempo.

(episodio precedentemente pubblicato il 24 dicembre 2015 alle ore 23:04)