Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
domenica 20 gennaio 2008
010
Avventura
001 - Il tempio nella palude
Dopo la prima grotta, Midda si ritrovò ad attraversare quattro diversi antri, di dimensioni e strutture non dissimili gli uni dagli altri: ognuna di quelle cavità sotterranee aveva una chiara origine naturale, probabilmente derivante dall’erosione della roccia calcarea che le costituiva ancora nei tempi antecedenti alla comparsa della palude al posto della precedente laguna di Grykoo. Le caverne che la donna attraversò non erano le uniche presenti in quei sotterranei: mentre lei, infatti, cercava di mantenere una direzione più possibile costante, lasciandosi guidare dal proprio istinto verso quello che ipotizzava essere l’accesso principale, non faceva a meno di notare la presenza di altre diramazioni, altre cavità che lasciava volentieri inesplorate. In ogni spelonca, poi, almeno una porta era ricavata nelle pareti calcaree, realizzata ed ornata da marmi e travertini, da cui lunghi ed oscuri corridoi si dipanavano in ogni direzione nella palude, non solo verso quella da cui lei era giunta.
L’idea che in lei si era ormai formata, chiara al punto che non avrebbe avuto incertezze a scommetterci sopra, risultava essere tanto semplice quanto tremenda: i fautori della realizzazione del santuario avevano creato quei sotterranei al fine di rendere possibile una convergenza di tutte le creature native di quell’immondo terreno, le creature in cui anche le larve giganti da lei incontrate si sarebbero trasformate uscendo dalle loro crisalidi, verso il tempio stesso. Quei corridoi non erano quindi delle vie d’accesso o di uscita per esseri umani, ma per quei mostri sicuramente necrofagi che trovavano nutrimento nel rapporto simbiotico con gli oscuri riti compiuti dagli adepti del santuario, le cui vittime ricoprivano la superficie delle grotte che lei ora attraversava.
La conferma di quella macabra e terribile deduzione venne offerta a Midda nel momento in cui un assordante rombo riempì l’aria: qualcosa si stava iniziando a muovere nei corridoi, ed il suono di quel movimento veniva amplificato dagli effetti eco di quelle cavità sotterranee, trasformandosi in un rumore tremendo ed insopportabile. Per quanto ella fosse fredda e controllata, di fronte a quell’ignoto orrore non poté fare altro che accelerare il passo, fino a gettarsi in una sfrenata corsa verso l’uscita che sperava di poter presto raggiungere. Non più passi leggeri e controllati, al fine di evitare rumori e ridurre al minimo il contatto con le ossa delle vittime del santuario, ma passi lunghi ed animati, che calpestavano senza alcun interesse i resti di quei sacrifici nel desiderio di non congiungersi ad essi. Nonostante la frenesia di quella fuga, il respiro della donna riusciva a restare controllato e ritmico, quasi in sincronia con il cuore e gli stessi movimenti di ogni muscolo del di lei corpo, in un’armonia perfetta, impeccabile e, sicuramente, più efficiente di uno sconclusionato e rocambolesco fuggifuggi.
« Per Thyres… » imprecò a denti stretti « Tre volte la ricompensa pattuita! »
Il rombo assordante si fece sempre più vicino, sempre più stordente, in un crescere ansioso, animale.
Midda spinse il proprio corpo al massimo, chiedendo ad ogni muscolo ogni oncia di energia che avrebbe potuto offrirle: se avesse dovuto affrontare quelle creature lo avrebbe fatto, ma se esisteva anche solo una possibilità remota di evitare un confronto diretto e sicuramente mortale non l’avrebbe di certo sprecata.
Nel momento in cui riuscì a raggiungere la via di fuga che sperava di trovare, comprese che ogni speranza, però, era stata mal riposta: l’apertura in cui lei confidava altro non era che un pozzo scavato nel soffitto dell’ennesima e più estesa grotta, apertura che si spingeva a risalire di oltre quaranta piedi verso la superficie in un tunnel di pietra che non avrebbe avuto problemi a percorrere, ma che da lei distava altri venti piedi in verticale. Solo volando avrebbe potuto giungere a quel pozzo, ma il volo non era fra le sue prerogative.
« Maledizione! » non poté fare a meno di esclamare, iniziando a girare su di sé in cerca della migliore guardia da assumere, preparandosi all’inevitabile scontro.
Lo scontro giunse, giunse insieme all’orrore: l’orrore che solo quella onda spaventosa di creature innaturali poteva offrire.
« Thyres… » sussurrò sbarrando gli occhi « Falene! »
E falene erano. I loro corpi erano più grandi di quelli di un cavallo, con peli lunghi ed ispidi più di quelli di un orso: ed un cavallo o un orso sarebbero potuti essere divorati senza problemi da creature tanto raccapriccianti. Il rumore prodotto dalle loro ali, grandi come vele di un’imbarcazione di pescatori, era tremendo, assordante, in uno spostamento d’aria tale da sbalzare a terra un uomo se colto di sorpresa. Il loro colore, del tutto simile a quello dei loro parenti minori, spaziava fra molte tonalità di marrone, da sfumature più chiare sulle ali a gradazioni più intense sul corpo. I loro capi erano ornati da antenne lunghe come frecce d’arco ed occhi composti grandi come meloni maturi. La principale, e forse unica differenza, rispetto ai loro corrispettivi naturali, era dato dalle loro bocche: non spiritrombe come quelle di qualsiasi altro lepidottero, ma grandi fauci armate di piccoli e sottili denti, inadatti ad un predatore ma perfetti per dei divoratori di carogne.
Il loro numero era difficilmente calcolabile, data la loro grandezza ed il caos che con la loro presenza creavano: simili ad un’orda, si rigettavano confusi ed in continuo movimento nella grotta maestra emettendo sordi brontolii, versi incomprensibili all’orecchio umano che avrebbero potuto esprimere qualsiasi sentimento, dal semplice stupore alla fame più incontenibile. Falene, falene colossali necrofaghe, che da tempi remoti in quelle caverne avevano trovato nutrimento e protezione, vivendo dei sacrifici offerti dal santuario maledetto, che attraverso il lungo pozzo sopra il capo di Midda procuravano loro cibo e vita.
La donna guerriero piantò i propri piedi saldi nel terreno, per evitare di essere sbalzata dall’impeto dell’aria mossa da quelle creature infernali. Portando entrambe le mani ad impugnare la spada e piegando le gambe a cercare una posizione di guardia più contenuta, restò immobile in attesa del primo attacco, nella fredda consapevolezza che forse, questa volta, la sua ricompensa non sarebbe mai stata ritirata.
sabato 19 gennaio 2008
009
Avventura
001 - Il tempio nella palude
Con la gola riarsa dalla sete, tanto a causa della fatica quanto a causa delle immonde acque che aveva a suo malanimo assaporato in quella palude, Midda cercò di ritrovare le proprie forze e la propria concentrazione nell’avvicinarsi alla fonte di luce in fondo al sotterraneo corridoio in pietra che stava percorrendo.
La donna guerriero, ora in vista della sua possibile meta, si arrestò per riprendere fiato. Rinfoderando per un istante la spada, portò le mani a sistemarsi i capelli dietro alle orecchie per poi iniziare a muovere il capo prima verso destra e poi verso sinistra, a sciogliere i muscoli tesi in movimenti delicati, ma continui, che la videro roteare completamente la testa ed il collo sulle spalle. Concluso con il collo, si dedicò alle spalle ed alle braccia, prima stimolando le congiunture fra omero, scapola e clavicola e poi tendendo il tricipite nel trarre contro un braccio il gomito di quello opposto. Successivamente portò le proprie attenzioni all’avambraccio ed al polso sinistro, ed ancora ai muscoli addominali ed alla schiena, arrivando a far scricchiolare l’intera colonna vertebrale e ricavandone una decisa sensazione di piacere. A concludere quella preparazione, infine, offrì il proprio interesse alla parte bassa del corpo: vita, glutei, gambe, ginocchia, caviglie. Il tutto non le richiese più di qualche minuto, ma come sempre la ritemprò fisicamente ed, ancor più, mentalmente, conducendola al giusta condizione di partenza per affrontare qualsiasi prova le sarebbe ora stata richiesta. Quell’esercizio fisico, a cui si dedicava puntualmente prima di iniziare o proseguire nelle proprie disavventure, era diventato un vero e proprio rituale che le concedeva quasi più riposo e ristoro di quanto non le avrebbe permesso un breve periodo di sonno: molti guerrieri, al contrario rispetto a lei, preferivano concedersi anche solo una decina di minuti di sopore. Ma lei riteneva tale pratica negativa, perché la lasciava non riposata e, soprattutto, intorpidita: con la sua tecnica, con quel suo “rito”, invece, permetteva di ristorare il corpo e la mente senza per questo ritrovarsi ad essere indolente di fronte alle nuove prove.
Conclusi i preparativi e ripulito il metallo del suo braccio destro dalla terra, dal fango e dalla sporcizia, che lo stava ostacolando nelle giunture rendendolo troppo legato, sfoderò di nuovo la spada e riprese ad avanzare verso la luce, pronta a guardare di nuovo in faccia il proprio destino ed a combattere contro di esso fino allo stremo delle forze.
Riabituati gli occhi chiari alla presenza della luce, Midda avanzò con discrezione ma decisione nel corridoio, accostandosi fino all’apertura da cui proveniva il chiarore. Oltre tale apertura, una porta in pietra non dissimile da quella che l’aveva condotta dal budello al corridoio, le si offrì la visione di un’amplia grotta sotterranea, una conformazione naturale di origine calcarea che si estendeva in un’ampiezza di una cinquantina di piedi ed in una lunghezza di un centinaio, prima di curvare verso sinistra e non permetterle di spingersi oltre con lo sguardo. La grotta era illuminata dalla presenza di due file di torce, disposte lungo i lati della medesima: tali fiaccole creavano un bagliore incerto ma costante, raggi di luce che andavano ad infrangersi contro ogni forma generando danze di inquietanti ombre. L’inquietudine di quelle ombre, in effetti, non nasceva tanto dal chiaroscuro, quanto dalle figure che lo generavano: un’infinità incalcolabile di ossa sbiancate, che riempivano quasi integralmente la superficie visibile della grotta ammassandosi in maniera scomposta. Ossa umane che di umano avevano solo la forma perché tutto ciò che un tempo erano state era perso e dimenticato nelle carni non più presenti.
Quella visione lasciò interdetta la donna guerriero, nel dubbio di quale insana fede poteva aver generato un simile mattatoio. Abituata alla morte in ogni suo aspetto, anche in quelli più sgradevoli, non vi furono timori alla vista di quell’orrido spettacolo: solo domande, domande che, sperava, non avrebbero mai trovato risposta.
Non scorgendo alcun apparente pericolo, ella oltrepassò la soglia senza soffermarsi ad offrirle alcuno sguardo come invece aveva concesso alla prima, nel desiderio di non lasciarsi distrarre inutilmente. Ciò che aveva generato un simile cimitero avrebbe potuto giungere da un momento all’altro e lei non desiderava permettere alle proprie ossa di aggiungersi a quella macabra collezione.
Procedendo al centro della grotta, posizione sicuramente più esposta ad eventuali pericoli ma cui poteva dominare più comodamente la situazione, Midda avanzò con passo fermo e posizione di guardia attraverso quel reliquiario, cercando di smuovere il meno possibile le ossa, nonostante per la loro moltitudine fosse quasi impossibile procedere senza calpestarle.
Lo sguardo che attento rimbalzava da un lato all’altro del vasto spazio di fronte a lei, non poteva evitare di deconcentrarsi sovente nel soffermarsi su quei resti umani, osservando l’assoluta pulizia di quelle ossa, una nitidezza che non poteva derivare da un naturale processo di decomposizione: un cadavere, putrefacendosi, avrebbe lasciato frammenti della propria essenza sullo scheletro, si sarebbe magari anche parzialmente mummificato, conservando una minima parvenza di quella che era stata la sua vita. Scheletri così puliti, così perfetti nella loro bianchezza, non potevano che far pensare all’azione di qualche necrofago.
Raggiunta la svolta in fondo alla grotta, la donna guerriero poté rendersi conto della reale vastità di quei sotterranei e, conseguentemente, dell’effettiva portata di quell’orrore. La grotta non terminava, infatti, in quel punto ma proseguiva ben oltre, per almeno un altro centinaio di piedi, prima di assottigliarsi in uno stretto passaggio. Oltre quel cunicolo, tanto breve quanto ridotto rispetto all’ampiezza della caverna, si intuiva un nuovo antro e nulla lasciava ipotizzare che lo spettacolo che si sarebbe là offerto sarebbe apparso diverso da quello in cui lei era già immersa. Alla sua attenta vista non sfuggì, sulla parete alla sua destra, una nuova soglia non dissimile da quella che lei aveva pocanzi attraversato, sempre realizzata in marmo bianco e travertino, sempre presentante dei dettagliati bassorilievi su cui non indugiò con la propria curiosità, sempre estremità di un oscuro corridoio scavato nel cuore della palude.
Accelerando il passo verso il passaggio naturale che aveva visto fra la grotta in cui si trovava e la successiva, Midda iniziò ad intuire la funzione del dedalo di corridoi che aveva percorso e, soprattutto, delle caverne che stava attraversando.
E se la di lei intuizione era corretta, non desiderava assolutamente essere lì sotto nel momento in cui avrebbe potuto trovare conferma.
venerdì 18 gennaio 2008
008
Avventura
001 - Il tempio nella palude
La luminescenza, offerta dal sangue della larva uccisa da Midda, svanì nel tempo in cui quella linfa perse la propria consistenza liquida, essiccandosi sul metallo del braccio destro di lei. Ed in quel lento ma inesorabile processo, il mondo attorno alla donna si fece sempre più oscuro all’interno del corridoio intrapreso.
Fortunatamente per lei, quella via non sembrava offrire insidie: la struttura era solida e compatta, realizzata pietra su pietra a formare non solo il pavimento sotto i di lei piedi, ma anche le pareti ai di lei lati ed il soffitto arrotondato sopra il di lei capo: un percorso che, al di là della consapevolezza della sua pozione nel cuore della palude, non sarebbe apparso distante da un qualsiasi passaggio in una qualsiasi fortezza di nobili proprietari. A differenza di quanto presente nell’ingresso ormai distante alle di lei spalle, le pietre dell’andito, sempre in travertino e marmo bianco, non offrivano bassorilievi di sorta, fatta eccezione per due sequenze infinite di decorazioni agli angoli bassi delle pareti: tali incisioni, nel dettaglio, mostravano un intreccio senza interruzioni di sette diverse componenti, precisamente individuabili da un particolare aspetto che ogni elemento proponeva. Anche in quel caso, come già all’ingresso, il lavoro posto in essere al fine di realizzare un simile operato, per quanto relegato a semplice decorazione, non doveva essere stato assolutamente banale. Midda, per un breve periodo, aveva provato a seguire con lo sguardo quei continui intrecci, cercando di comprenderne qualche eventuale messaggio celato: ma l’intrico apparivano costante e perpetuo, non lasciando indicazioni di sorta, almeno ad un’analisi superficiale come quella offerta da lei. A causa dell’oscurità crescente e del desiderio di restare all’erta per eventuali pericoli, la donna non prestò ulteriore attenzione a simili dettagli, proseguendo con decisione nel proprio cammino.
Sfortunatamente per lei, però, il corridoio si rivelò presto essere parte di un complesso viluppo. Se al primo bivio la donna guerriero non si pose dubbi sulla direzione da intraprendere, proseguendo nella via che le si parava di fronte ed ignorando ogni diramazione, al successivo comprese che la situazione avrebbe potuto rapidamente degenerare in un dedalo e farla perdere nei meandri di quel sotterraneo. Se oltre a quella spiacevole condizione si considerava l’autonomia visiva limitata, che presto l’avrebbe lasciata nell’oscurità totale, era chiara l’esigenza di intervenire in maniera ponderata. Già in passato Midda si era ritrovata all’interno di un labirinto ed aveva appreso la tecnica utile ad uscirne: ma non riusciva a considerare saggio pensare di addentrarsi nel buio totale in un inesplorato dedalo sotterraneo, con la tutt’altro che remota possibilità di incorrere in qualche diabolica trappola, confidando solo ed unicamente nel contatto perpetuo con una parete di riferimento. Sollevando la spada, quindi, incise profondamente la roccia liscia sul lato sinistro della via da cui era giunta, prima di proseguire oltre al bivio: in quel modo, anche qualora si fosse ritrovata in balia delle tenebre, avrebbe potuto orientarsi in maniera inequivocabile e ritornare all’ingresso sul baratro delle larve giganti.
Nelle tenebre ormai quasi completamente dominanti, Midda proseguì all’interno della via sotterranea, procedendo ora con la mano destra e la spada nella sinistra a contatto delle due pareti al fine di accorgersi di eventuali diramazioni. Ad ogni crocevia, poi, replicava quanto già compiuto al secondo incrocio, marcando la direzione da cui giungeva e scegliendo di proseguire, comunque, sempre il percorso innanzi a sé. Una parte di lei era certa di essere rivolta proprio verso il santuario celato nel cuore della palude e che quel corridoio sotterraneo non riservasse insidie ma, al contrario, un passaggio sicuro verso la sua meta. La ragione per cui, poi, tale percorso conducesse al budello da cui era evasa non riusciva ad esserle chiara o, forse, non desiderava esserle chiara. Il ricordo di quei bruchi e delle loro pupe le accapponava ancora la pelle lungo la schiena e preferiva evitare di soffermarsi troppo su tali pensieri.
Camminare a lungo in un labirinto immersi nelle tenebre era un’esperienza che poteva far perdere a chiunque il senno, soprattutto nella consapevolezza del luogo maledetto in cui ci si trovava in quel momento. Nella terra entro cui arditamente, o forse incoscientemente, proseguiva, erano periti valenti guerrieri, di ogni regno, di ogni epoca. Nessuno, al di fuori degli adepti ai riti oscuri che lì si compivano, era mai entrato nella palude di Grykoo facendone poi ritorno. Nessuno era sopravvissuto a quel suolo blasfemo per poterne portare testimonianza.
Nel proseguire, ormai d’istinto, in quell’esplorazione, una vecchia ballata riaffiorò dai ricordi di Midda, quasi a volerle tenere compagnia nel tragitto mortale.
Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un sentimento da tempo cercato,
che il suo cuore aveva negato.
Quando Morte in vita lo guardava,
un uomo morto in egli trovava:
non nell’amore aveva sperato,
non il riposo avea conquistato.
Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un male che l’aveva ammazzato,
nella fossa lo aveva gettato.
Quella storia il becchino cantava,
della triste fine d’egli narrava:
se la pace l'aveva ignorato,
l’uomo restava non dimenticato.
Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un infelice e meschino fato,
che a vendetta lo avea legato.
Quando al fin...
Ma le parole di quella canzone, insieme alla ricordo della vendetta di Ferse, soffocarono nella sua mente nel momento in cui Midda scorse una luce in lontananza: era infine giunta, ovunque quel tunnel l’avesse condotta.
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