11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 18 gennaio 2008

008


L
a luminescenza, offerta dal sangue della larva uccisa da Midda, svanì nel tempo in cui quella linfa perse la propria consistenza liquida, essiccandosi sul metallo del braccio destro di lei. Ed in quel lento ma inesorabile processo, il mondo attorno alla donna si fece sempre più oscuro all’interno del corridoio intrapreso.
Fortunatamente per lei, quella via non sembrava offrire insidie: la struttura era solida e compatta, realizzata pietra su pietra a formare non solo il pavimento sotto i di lei piedi, ma anche le pareti ai di lei lati ed il soffitto arrotondato sopra il di lei capo: un percorso che, al di là della consapevolezza della sua pozione nel cuore della palude, non sarebbe apparso distante da un qualsiasi passaggio in una qualsiasi fortezza di nobili proprietari. A differenza di quanto presente nell’ingresso ormai distante alle di lei spalle, le pietre dell’andito, sempre in travertino e marmo bianco, non offrivano bassorilievi di sorta, fatta eccezione per due sequenze infinite di decorazioni agli angoli bassi delle pareti: tali incisioni, nel dettaglio, mostravano un intreccio senza interruzioni di sette diverse componenti, precisamente individuabili da un particolare aspetto che ogni elemento proponeva. Anche in quel caso, come già all’ingresso, il lavoro posto in essere al fine di realizzare un simile operato, per quanto relegato a semplice decorazione, non doveva essere stato assolutamente banale. Midda, per un breve periodo, aveva provato a seguire con lo sguardo quei continui intrecci, cercando di comprenderne qualche eventuale messaggio celato: ma l’intrico apparivano costante e perpetuo, non lasciando indicazioni di sorta, almeno ad un’analisi superficiale come quella offerta da lei. A causa dell’oscurità crescente e del desiderio di restare all’erta per eventuali pericoli, la donna non prestò ulteriore attenzione a simili dettagli, proseguendo con decisione nel proprio cammino.
Sfortunatamente per lei, però, il corridoio si rivelò presto essere parte di un complesso viluppo. Se al primo bivio la donna guerriero non si pose dubbi sulla direzione da intraprendere, proseguendo nella via che le si parava di fronte ed ignorando ogni diramazione, al successivo comprese che la situazione avrebbe potuto rapidamente degenerare in un dedalo e farla perdere nei meandri di quel sotterraneo. Se oltre a quella spiacevole condizione si considerava l’autonomia visiva limitata, che presto l’avrebbe lasciata nell’oscurità totale, era chiara l’esigenza di intervenire in maniera ponderata. Già in passato Midda si era ritrovata all’interno di un labirinto ed aveva appreso la tecnica utile ad uscirne: ma non riusciva a considerare saggio pensare di addentrarsi nel buio totale in un inesplorato dedalo sotterraneo, con la tutt’altro che remota possibilità di incorrere in qualche diabolica trappola, confidando solo ed unicamente nel contatto perpetuo con una parete di riferimento. Sollevando la spada, quindi, incise profondamente la roccia liscia sul lato sinistro della via da cui era giunta, prima di proseguire oltre al bivio: in quel modo, anche qualora si fosse ritrovata in balia delle tenebre, avrebbe potuto orientarsi in maniera inequivocabile e ritornare all’ingresso sul baratro delle larve giganti.
Nelle tenebre ormai quasi completamente dominanti, Midda proseguì all’interno della via sotterranea, procedendo ora con la mano destra e la spada nella sinistra a contatto delle due pareti al fine di accorgersi di eventuali diramazioni. Ad ogni crocevia, poi, replicava quanto già compiuto al secondo incrocio, marcando la direzione da cui giungeva e scegliendo di proseguire, comunque, sempre il percorso innanzi a sé. Una parte di lei era certa di essere rivolta proprio verso il santuario celato nel cuore della palude e che quel corridoio sotterraneo non riservasse insidie ma, al contrario, un passaggio sicuro verso la sua meta. La ragione per cui, poi, tale percorso conducesse al budello da cui era evasa non riusciva ad esserle chiara o, forse, non desiderava esserle chiara. Il ricordo di quei bruchi e delle loro pupe le accapponava ancora la pelle lungo la schiena e preferiva evitare di soffermarsi troppo su tali pensieri.

Camminare a lungo in un labirinto immersi nelle tenebre era un’esperienza che poteva far perdere a chiunque il senno, soprattutto nella consapevolezza del luogo maledetto in cui ci si trovava in quel momento. Nella terra entro cui arditamente, o forse incoscientemente, proseguiva, erano periti valenti guerrieri, di ogni regno, di ogni epoca. Nessuno, al di fuori degli adepti ai riti oscuri che lì si compivano, era mai entrato nella palude di Grykoo facendone poi ritorno. Nessuno era sopravvissuto a quel suolo blasfemo per poterne portare testimonianza.
Nel proseguire, ormai d’istinto, in quell’esplorazione, una vecchia ballata riaffiorò dai ricordi di Midda, quasi a volerle tenere compagnia nel tragitto mortale.

Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un sentimento da tempo cercato,
che il suo cuore aveva negato.

Quando Morte in vita lo guardava,
un uomo morto in egli trovava:
non nell’amore aveva sperato,
non il riposo avea conquistato.

Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un male che l’aveva ammazzato,
nella fossa lo aveva gettato.

Quella storia il becchino cantava,
della triste fine d’egli narrava:
se la pace l'aveva ignorato,
l’uomo restava non dimenticato.

Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un infelice e meschino fato,
che a vendetta lo avea legato.

Quando al fin...

Ma le parole di quella canzone, insieme alla ricordo della vendetta di Ferse, soffocarono nella sua mente nel momento in cui Midda scorse una luce in lontananza: era infine giunta, ovunque quel tunnel l’avesse condotta.

2 commenti:

Tiziana ha detto...

;O)BUONA GIORNATA!

Sean MacMalcom ha detto...

Grazie! Altrettanto! :)

E grazie per aver visitato e commentato il blog! :D