11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 17 gennaio 2008

007


L
’ascesa di Midda dalle oscurità del precipizio non fu semplice: il terreno della palude non offriva appigli stabili e più di una volta la donna si ritrovò a scivolare per diversi metri solo a causa di uno smottamento improvviso. Se fosse stato un muro di roccia, per quanto liscio, avrebbe comunque offerto degli appigli stabili, dei punti su cui fare leva senza timori: così, invece, ogni passo verso la superficie era a rischio. E la profondità di quel budello, che già in discesa era apparsa spropositata, in risalita non sembrava essere da meno.
Le mani della donna guerriero affondavano in maniera incerta nella terra, cercando di compattarla, di renderla più stabile prima di ogni movimento: il timore ancestrale, che l’aveva spronata a quella scalata senza porsi troppe domande, stava svanendo nell’allontanarsi da quelle creature immonde. E con il timore, molti erano i dubbi che iniziavano a porsi alla sua attenzione, molti i rimproveri per come si era ritrovata a gestire quella serie di situazioni. Gli zombie, prima, le larve, poi, l’avevano spinta a gesti più estremi di quanto non fosse necessario: quel genere di comportamento non era da lei e di questo non si voleva perdonare.

« Sembro una recluta dell’esercito di Kofreya alla sua prima missione… » si rimproverava, proseguendo nell’improba scalata « Sapevo bene che non sarebbe stato semplice uscire viva di qui ed ho accettato. Basta con i colpi di testa. »

Le punte dei piedi cercavano di trovare appoggio nelle medesime fenditure marcate dalle mani, là dove la terra era stata compattata dal suo passaggio e dove sapeva che il peso del suo corpo sarebbe stato sopportato. Un piede dopo l’altro, una mano dopo l’altra, la scalata proseguiva senza offrirle possibilità di riposo: restare ferma per troppo in un punto aumentava il rischio di perdere la presa e di precipitare nuovamente sul fondo del crepaccio.
Il metallo del suo braccio destro risplendeva ancora a causa del “sangue” fluorescente fuoriuscito dalla larva colpita, offrendo in quella leggera luminosità quanto serviva a Midda per riuscire ad avere percezione visiva sul proprio avanzamento e sul mondo attorno a lei. Il precipizio, nel quale tanto scioccamente aveva deciso di cercare la fuga dagli zombie, era largo non più di trenta piedi, probabilmente profondo non meno di cento e di chiara origine non geologica: l’ipotesi più probabile sembrava quella di un intervento umano o, forse, animale. L’intervento umano avrebbe però visto la terra scavata in maniera decisamente diversa, più regolare sotto certi punti di vista e più innaturale sotto altri: al contrario, quella terra ancora morbida, quella conformazione quasi naturale del budello, nonché la presenza di tutti i cunicoli che si diramavano in mille direzioni nel terreno, lasciavano intendere che le artefici di tutto, probabilmente, erano le stesse creature che ne popolavano il fondo. L’idea di una tana, di un nido, sembrava quindi essere la più attendibile e le dimensioni di quello scavo non permettevano di supporre nulla di positivo in merito ai suoi abitanti. Probabilmente un gruppo di accademici, di quei studiosi che affollavano le capitali dei principali regni e di cui la maggior parte dei sovrani sembrava amare circondarsi come segno della loro “illuminata” civiltà, avrebbe trovato interesse in tutto quello che ora, per lei, rappresentava solo un ostacolo ed un pericolo.

Ancora una volta, però, ogni deduzione di Midda venne messa in dubbio nel momento in cui un nuovo elemento si pose di fronte al di lei cammino: improvvisamente, infatti, il metallo della mano destra risuonò vivo nell’impatto inatteso con una roccia… e non una roccia qualsiasi.
Alzando lo sguardo, infatti, la donna poté osservare alla luce fioca della sua fluorescente “torcia” la presenza di un’amplia porta in pietra poco sopra la sua posizione. Le pietre, marmi bianchi e travertini, erano lavorate con cura, squadrate dall’azione sapiente dei migliori artigiani e decorate, una ad una, da intarsi ricchi di decorazioni ed intrecci: disposte in maniera precisa, delimitavano una porta dalla volta arrotondata con due colonne scolpite lungo i lati verticali, tipica della tradizione kofreyota e tranitha. Le decorazioni, non segnate dal tempo nonostante quella soglia fosse sicuramente lì da epoche remote, mostravano i volti di oscure divinità nella volta e rappresentazioni di empi sacrifici nella base, dove la donna guerriero era giunta e stava guardando. Nel preciso lavoro della pietra centrale del basamento, proprio di fronte alla vista di lei, era rappresentato l’interno di un tempio, di un santuario, con un altare nella sua zona centrale, sotto un’ampia cupola a base poligonale: attorno all’altare era una moltitudine di uomini, in assorta contemplazione, mentre sull’ara appariva legata una vittima sacrificale, forse femminile, su qui si stagliava la figura di un monaco armato di una lunga falce, Dietro all’officiante di quell’oscuro sacrificio, poi, era una grande figura oscura, volutamente non delineata dall’artista, che allo sguardo di Midda parve quasi sorridere. L’opera dell’autore, che aveva raffigurato quella mortale scena nella roccia, era così perfetta che osservandola con attenzione si poteva avere l’impressione di vedere i personaggi inanimati prendere vita ed azione: fissandola non appariva più come un semplice bassorilievo, ma come una visione su un passato remoto, un passato impresso per sempre nella roccia ed al contempo mai concluso, forse ancora in atto.
La donna guerriero, turbata dalle emozioni offerte da quell’incisione, si riprese dalla trance in cui era precipitata osservandola e, portando anche la sinistra a contatto con il bordo del gradino di roccia, fece leva per issarsi fino a quella soglia oscura.

Senza prendere fiato dal lungo sforzo compiuto nella scalata, si pose immediatamente in piedi, sfoderando di nuovo la spada, prima a riposo sul fianco destro, e rimettendosi in guardia. Sfruttando la luminescenza del braccio libero, ormai sempre minore a causa della linfa fluorescente parzialmente essiccata, cercò di scrutare avanti a sé, nel tunnel che le si offriva oltre la porta, per valutare quella nuova via.
Secondo le di lei valutazioni, il percorso in ascesa compiuto l’aveva condotta appena a metà della risalita totale: avrebbe potuto, quindi, ignorare quella via e proseguire oltre. O, altrimenti, avrebbe potuto imboccare quel percorso in pietra, solido ed amplio, nella speranza che esso la conducesse a qualche destinazione, se non addirittura alla meta della sua missione: il santuario.

« Due volte e mezzo la ricompensa pattuita. » stabilì sottovoce, iniziando a camminare all’interno del corridoio, verso l’ignoto.

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