11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 24 gennaio 2008

014


I
l celebrante del rito blasfemo in atto all’interno del tempio si offrì allo sguardo di Midda come un giovane uomo, dal fisico imponente e sicuramente muscoloso, coperto però da un saio non diverso da quello degli altri adepti salvo per il colore, nero come la notte più tenebrosa. In contrasto con l’oscurità di quella veste monacale era altresì la pelle dell’uomo, tanto chiara da essere considerabile praticamente bianca, in un pallore mortale disumano: non capelli erano presenti sul di lui capo, ma un complesso tatuaggio dal significato non evidente. Nelle mani, similmente a quanto era già stato mostrato dal bassorilievo che la donna guerriero si era soffermata ad osservare, reggeva una lunga falce, dal manico nero e dalla lama bianca, brillante nella penombra del santuario. Ma non era né la veste nera, né la pelle bianca, né il tatuaggio indecifrabile, né la falce mortale ad attirare l’attenzione di lei verso quella figura. Erano i suoi occhi a rappresentare ogni interesse della donna verso il proprio nemico.
Quegli occhi che erano la ragione stessa della missione di lei in quella palude maledetta. Quegli occhi che non erano organici, che non appartenevano al corpo che li ospitava: due pietre, due grandi pietre ambrate, incastonate nel cranio dell’officiante, nelle di lui orbite in sostituzione ai naturali bulbi oculari, scintillanti di temibili bagliori. Non semplici gemme, ma magiche reliquie, dotate di un potere con cui lei non desiderava avere a che fare: quei gioielli, però, erano lo scopo di tutto quello che le era successo, della di lei lotta contro gli zombie e le falene, dell’ascesa al santuario. E lei avrebbe dovuto impossessarsi di quelle pietre per ottenere la propria ricompensa.

« Cosa cerchi, donna? » esordì l’oscuro monaco verso di lei, unico a non mostrare stupore o sorpresa per quella comparsa. E la sua voce era profonda, quasi cavernosa, in una distorsione inumana di quello che sarebbe stato un normale tono vocale.
« Belli i tuoi occhi. » rispose Midda, sprezzante « Dove ne posso trovare due uguali? »
« Le sacre gemme di Sarth’Okhrin sono figlie del ventre del monte Gorleheist, forgiate dalle mani divine di Gorl, signore de... »
« Ti prego, albino… evitami tutta la filastrocca. La mia era una domanda retorica. » lo interruppe, facendo ruotare la spada ai propri lati prima di riportarla davanti a sé, pronta alla battaglia « Voglio quelle pietre e se non desideri concedermele di tua iniziativa, sarò costretta a strapparle dal tuo corpo morto. »

Ma in quelle parole, evidentemente sacrileghe per gli adepti di quel culto blasfemo, lo sconcerto scomparve dai visi dei presenti, prima restati sbigottiti dalla comparsa di lei attraverso il pozzo, lucente di linfa fluorescente tanto da sembrare a sua volta più divina che umana: non più stupore, di fronte a quell’infedele, ma solo rabbia, ira dirompente in grado di accecarli anche davanti alla minaccia della lunga lama di lei, rendendoli bramosi di sangue e di morte. In un coro di grida furenti, come un fiume in piena non dissimile da quello degli zombie della palude se non per la diversa vivacità, gli adepti si riversarono in massa contro di lei, a mani nude.
Midda, considerando troppo precaria la propria posizione sul bordo del pozzo, saltò agilmente in avanti, contro la folla che si stava riversando verso di lei, scavalcandola e calpestandola, aprendosi la via con il movimento mortale della propria spada. Ora che i suoi avversari erano comuni mortali, la donna guerriero sembrava rinata nonostante tutta la fatica ed il dolore accumulato dal suo corpo: con movimenti assolutamente controllati, privi di impulsività o frenesia, sembrava quasi danzare in quella massa umana, lasciando saettare nuovamente la lama azzurra nell’aria, lasciando sprizzare di sangue rosso i corpi dilaniati dei propri avversari, con una freddezza assoluta. Al contrario di quelle persone, lei non combatteva per ira, non cercava vendetta o soddisfazione: per lei tutto quello era il suo lavoro, ciò che sapeva fare meglio, e che compiva con una competenza totale, quasi ammirevole. Se da un lato la si sarebbe potuta accusare di star realizzando una strage senza ragione alcuna, eccezion fatta per il denaro della sua ricompensa, dall’altro era evidente, anche solo dai sotterranei di quel santuario, che non sarebbe mai potuta uscire di lì se non ricoperta del sangue di quei fanatici. Non erano vittime innocenti quelle contro cui rivolgeva i propri colpi e la sua coscienza, ammesso di offrirle qualche volta ascolto, non avrebbe avuto nulla da rimproverarle: ognuno di quei folli, alla ricerca della di lei morte, era colpevole di genocidio e le ossa bianche delle loro vittime, sepolte nelle grotte sotto la palude di Grykoo, erano la loro sentenza.

« Siete insani. » commentò verso di loro, mentre instancabile la sua spada squartava e mutilava ogni corpo che le si offriva di fronte « Desistete da questa pazzia… lasciate perdere questa folle fede… o sarò costretta ad uccidervi tutti. »

Ma quelle parole, che sembravano quasi essere pietose verso di loro, che parevano quasi voler concedere loro una possibilità di salvezza, vennero ignorate. Tutti i presenti all’interno del tempio, fatta eccezione per il monaco nero e per, ovviamente, la sua vittima, continuavano ad affollarsi attorno a lei, incuranti di calpestare i corpi morti o agonizzanti dei propri compagni, incuranti della sorte certa che li attendeva. Uomini e donne, di ogni età, si spingevano contro di lei, tendendo verso le sue carni unghie e denti, con foga, desiderosi di ucciderla, di smembrarla: i loro occhi erano lucidi e coscienti, nonostante i sentimenti che dominavano i loro animi. Sapevano quello che stavano facendo, sapevano quello che avrebbero voluto fare, sapevano la fine che avrebbero fatto sotto l’impietosa lama della loro nemica.
Lo scontro, al di là di ogni previsione, trovò fine in meno tempo del previsto: Midda, lei stessa quasi come un’oscura dea della guerra e della morte, si ergeva coperta in ogni pollice di pelle e di abiti, dalla radice alla punta dei capelli, del sangue rosso dei propri avversari, mischiato e sovrapposto a quello fluorescente delle falene giganti. Attorno a lei, figura eretta e dominatrice, solo corpi morti o moribondi, ventri dilaniati, arti mutilati, in un orrore di dolore e morte più adatto ad un mattatoio che al centro di un tempio, per quanto blasfemo come quello. Pochi erano ancora in vita ai suoi piedi, anche se ormai prossimi alla fine, nel rantolare ultime maledizioni contro di lei; nell’invocare, soffocati dal proprio stesso sangue, le proprie oscure divinità, chiedendo vendetta.
Il celebrante, l’albino, era ancora immobile, vicino all’ara dove si stagliava all’inizio di quel massacro: la sua posa, al pari della sua espressione, non era ancora mutata. Un’innaturale sicurezza, o forse un’arida freddezza, mascherava il suo viso, come se il mondo attorno a lui non avesse valore, come se la morte di tutti quelli che erano suoi compagni in quella fede malata non lo riguardasse. Anzi, alla donna guerriero, osservandolo, parve di vedere soddisfazione su quel volto, come se tutto quello che lei aveva compiuto fosse stato da lui desiderato, da lui sperato.

« Vi avevo domandato di desistere, razza di folli. » sussurrò Midda, guardando la strage che aveva compiuto.

2 commenti:

Grifther ha detto...

Palakin=Grifther
Si, direi abbastanza conosciuto come "faccia".

comunque, falal riposare ogni tanto sta poverina, che se no, schiatta prima dei trenta, ma di stanchezza! :PPPPPPP

Sean MacMalcom ha detto...

Non ci sarei mai arrivato! :D
Evidentemente sei più che noto! :D

Grazie per il commento e... woops... mi sa che il riposo non le è ancora concesso. Anzi, proprio ora dovrà dimostrare tutta la propria forza se vuole sopravvivere! :D