11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 31 gennaio 2008

021


N
essuno poté dire quanto tempo era trascorso dalla morte dell’albino quando Midda riprese i sensi.
La stanchezza e le ferite alla fine avevano prevalso su di lei e, nel momento in cui l’esplosione di luce aveva inondato il santuario, il di lei fisico aveva preteso il giusto compenso per tutti gli sforzi offerti, portandola irrimediabilmente ad una perdita di coscienza. Quando la ragione tornò in lei, prima ancora di aprire gli occhi ebbe bisogno di qualche istante per ripercorrere gli eventi occorsi, a comprendere cosa avrebbe visto attorno a sé: con un istante di incertezza, intontita come era da quell’improprio sonno, rivisitò mentalmente tutta la propria ultima avventura, dall’arrivo nella palude al combattimento con gli zombie, dalla fuga dalle falene giganti all’uccisione del monaco. Nel suo ultimo ed estremo gesto d’offesa, la donna guerriero aveva individuato quello che probabilmente era il solo punto debole del proprio avversario: dai globi oculari di giada egli traeva il proprio potere e, privato degli stessi, tale potere lo aveva annientato.
Riaprendo gli occhi e guardandosi attorno, la donna guerriero ritrovò la stessa desolazione di cui aveva memoria: l’interno del tempio ristagnava di morte e di putrefazione, nella strage che ella aveva compiuto e che, ormai, permeava i pavimenti di pietra, trasudando nelle fondamenta stesse del santuario e dissacrando definitivamente la blasfemia di quel luogo nel sangue dei suoi stessi adepti. Un lieve bagliore sembrava voler filtrare dall’alto, a dimostrare che una nuova alba era giunta anche in quella palude maledetta e che lei, ancora una volta, era sopravvissuta. Guardando la propria mano sinistra, ella vide la propria spada ancora stretta in essa: le nocche erano praticamente sbiancate in tanto sforzo e per riuscire ad offrire di nuovo vitalità alle dita dovette impiegare qualche minuto. Spostando poi l’attenzione alla mano ed al braccio destro, vide che nessun danno era stato offerto dalla falce avversaria, la quale giaceva ormai dimenticata a poca distanza, fatta eccezione per pochi graffi che una lucidata avrebbe cancellato senza conseguenze. Prima ancora di tentare di muoversi, la donna cercò di analizzare la propria situazione fisica, percorrendo mentalmente ogni punto del proprio corpo, a comprendere quanti danni potesse aver riportato. Fatta eccezione per ematomi che ricoprivano quasi metà della sua candida pelle, riuscì ad individuare un paio di costole incrinate ed una lieve slogatura alla caviglia destra: nulla di irrimediabile, fortunatamente. Anzi, poté tranquillamente dire di essersela cavata con un ampio margine di buona sorte: persino il ginocchio destro, su cui era stata colpita con violenza da una delle creature ombra, non apparve compromesso.
Completato il controllo sul proprio stato di salute, Midda tentò un primo movimento. Tutto il suo corpo, per un istante, sembrò gridarle dolore, richiederle di non spostarsi da quella posizione, ma ella insistette nel tentare di sollevarsi. Era stanca di essere sdraiata in quel mattatoio, era stanca dell’odore della morte, era stanca di quella palude. Voleva uscire di lì, con le pietre e con la ragazza, per ritornare a Kriarya, dove avrebbe avuto la propria ricompensa e dove si sarebbe presa un lungo periodo di riposo.

« Per almeno una settimana non voglio muovermi dall’osteria… » dichiarò con convinzione e voce impastata.

Facendo leva sulla propria spada, ritrovò una posizione verticale, ergendosi sopra la massa di cadaveri ed estendendo il proprio sguardo all’intero tempio. Le gemme di Sarth’Okhrin giacevano ancora dove erano state sbalzate dal di lei colpo di grazia, vicino al bordo del pozzo: ormai prive di un detentore, apparivano quasi spente, senza più energia vitale ad animarle. Due comunissime gocce di ambra, che in un mercato non sarebbero state valutate neanche per il valore di un pezzo d’oro, ma che in esse richiudevano un potere quasi divino, per cui molti uomini erano morti e molti altri sarebbero morti in futuro. Poco lontano da lei, invece, era ciò che restava del corpo dell’albino. L’esplosione di luce non era stata fine a se stessa: del volto del monaco, infatti, restava solo il ricordo, laddove l’intero capo e la parte superiore del busto, fino a sotto le spalle, era scomparsa, lasciando un residuo a metà fra il bruciato ed il molliccio.

« Questo mi fa ricordare perché non amo le stregonerie. » commentò, distogliendo lo sguardo dai resti del suo avversario.

Sull’altare la ragazza dai capelli rossi giaceva esattamente come Midda l’aveva vista emergendo dall’abisso: seminuda, praticamente coperta a stento solo nelle intimità, era avvolta da lunghe e strette catene che ne piagavano le braccia e le gambe. Ancora priva di sensi, sembrava essere anche lei morta come il resto del santuario, ma nell’avvicinarsi a quell’altare blasfemo, la donna guerriero vide un lievissimo fremito all’altezza dei seni della giovane vittima: la vita non l’aveva ancora abbandonata. Giungendo così zoppicante fino alla prigioniera, osservò per un istante i gioghi che la costringevano alla nera ara sacrilega, individuandone i ceppi metallici: sollevando con non poca fatica la spada sopra di sé, fece scendere con violenza la lama della stessa sul metallo che vincolava la giovane, frantumandolo in molteplici piccole esplosioni di scintille dorate. Le catene non offrirono fortunatamente eccessiva resistenza e poco dopo ella lasciava nuovamente riposare la propria spada nel suo fodero, dedicandosi a liberare in maniera più delicata possibile la fanciulla.
Osservandola ora da vicino, al di là del dolore che ne dominava il viso, la donna comprese di essere di fronte ad una ragazza poco più che bambina, con un corpo appena formato che ancora non aveva però dimenticato l’innocenza dell’infanzia. Il cuore, di fronte a quell’orrido spettacolo, le si colmò per un istante di odio, portandola a disprezzare con fermezza il monaco e tutti gli adepti, rimpiangendo quasi di aver offerto loro una morte tanto rapida in contrasto con le atroci sofferenze che avrebbero meritato. Ma quel pensiero fuggevole venne presto scordato in favore di necessità più immediate, prima fra tutte l’esigenza di non lasciare quel fragile corpo così liberamente offerto alle insidie del mondo. Lasciando ricadere fragorosamente le catene a terra, lontane dalla loro prigioniera, si volse verso la sala, iniziando ad osservare i vari cadaveri presenti per scegliere una delle loro bianche tonache, in realtà ormai tendenti ad un colore fra rosso e marrone per il sangue rappreso. Le alternative non mancavano ed alla fine individuò un abito indossato da una donna di dimensioni e proporzioni non eccessivamente dissimili da quelle della fanciulla, ancora integro laddove la sua precedente proprietaria aveva trovato morte nel essere decapitata con un colpo secco e preciso.

Mentre rivestiva delicatamente la fanciulla, cercando di non premere troppo sulle braccia e sulle gambe già ferite dalle catene, che su di esse avevano lasciato i segni della propria prepotenza, Midda non colse il fremito che fece vibrare le ciglia della ragazza e che, poco dopo, vide socchiudere i di lei occhi.

« Dairlan… » sussurrò, quasi inudibile, prima di ricadere in uno stato di incoscienza.

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