11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

domenica 20 gennaio 2008

010


D
opo la prima grotta, Midda si ritrovò ad attraversare quattro diversi antri, di dimensioni e strutture non dissimili gli uni dagli altri: ognuna di quelle cavità sotterranee aveva una chiara origine naturale, probabilmente derivante dall’erosione della roccia calcarea che le costituiva ancora nei tempi antecedenti alla comparsa della palude al posto della precedente laguna di Grykoo. Le caverne che la donna attraversò non erano le uniche presenti in quei sotterranei: mentre lei, infatti, cercava di mantenere una direzione più possibile costante, lasciandosi guidare dal proprio istinto verso quello che ipotizzava essere l’accesso principale, non faceva a meno di notare la presenza di altre diramazioni, altre cavità che lasciava volentieri inesplorate. In ogni spelonca, poi, almeno una porta era ricavata nelle pareti calcaree, realizzata ed ornata da marmi e travertini, da cui lunghi ed oscuri corridoi si dipanavano in ogni direzione nella palude, non solo verso quella da cui lei era giunta.
L’idea che in lei si era ormai formata, chiara al punto che non avrebbe avuto incertezze a scommetterci sopra, risultava essere tanto semplice quanto tremenda: i fautori della realizzazione del santuario avevano creato quei sotterranei al fine di rendere possibile una convergenza di tutte le creature native di quell’immondo terreno, le creature in cui anche le larve giganti da lei incontrate si sarebbero trasformate uscendo dalle loro crisalidi, verso il tempio stesso. Quei corridoi non erano quindi delle vie d’accesso o di uscita per esseri umani, ma per quei mostri sicuramente necrofagi che trovavano nutrimento nel rapporto simbiotico con gli oscuri riti compiuti dagli adepti del santuario, le cui vittime ricoprivano la superficie delle grotte che lei ora attraversava.

La conferma di quella macabra e terribile deduzione venne offerta a Midda nel momento in cui un assordante rombo riempì l’aria: qualcosa si stava iniziando a muovere nei corridoi, ed il suono di quel movimento veniva amplificato dagli effetti eco di quelle cavità sotterranee, trasformandosi in un rumore tremendo ed insopportabile. Per quanto ella fosse fredda e controllata, di fronte a quell’ignoto orrore non poté fare altro che accelerare il passo, fino a gettarsi in una sfrenata corsa verso l’uscita che sperava di poter presto raggiungere. Non più passi leggeri e controllati, al fine di evitare rumori e ridurre al minimo il contatto con le ossa delle vittime del santuario, ma passi lunghi ed animati, che calpestavano senza alcun interesse i resti di quei sacrifici nel desiderio di non congiungersi ad essi. Nonostante la frenesia di quella fuga, il respiro della donna riusciva a restare controllato e ritmico, quasi in sincronia con il cuore e gli stessi movimenti di ogni muscolo del di lei corpo, in un’armonia perfetta, impeccabile e, sicuramente, più efficiente di uno sconclusionato e rocambolesco fuggifuggi.

« Per Thyres… » imprecò a denti stretti « Tre volte la ricompensa pattuita! »

Il rombo assordante si fece sempre più vicino, sempre più stordente, in un crescere ansioso, animale.
Midda spinse il proprio corpo al massimo, chiedendo ad ogni muscolo ogni oncia di energia che avrebbe potuto offrirle: se avesse dovuto affrontare quelle creature lo avrebbe fatto, ma se esisteva anche solo una possibilità remota di evitare un confronto diretto e sicuramente mortale non l’avrebbe di certo sprecata.
Nel momento in cui riuscì a raggiungere la via di fuga che sperava di trovare, comprese che ogni speranza, però, era stata mal riposta: l’apertura in cui lei confidava altro non era che un pozzo scavato nel soffitto dell’ennesima e più estesa grotta, apertura che si spingeva a risalire di oltre quaranta piedi verso la superficie in un tunnel di pietra che non avrebbe avuto problemi a percorrere, ma che da lei distava altri venti piedi in verticale. Solo volando avrebbe potuto giungere a quel pozzo, ma il volo non era fra le sue prerogative.

« Maledizione! » non poté fare a meno di esclamare, iniziando a girare su di sé in cerca della migliore guardia da assumere, preparandosi all’inevitabile scontro.

Lo scontro giunse, giunse insieme all’orrore: l’orrore che solo quella onda spaventosa di creature innaturali poteva offrire.

« Thyres… » sussurrò sbarrando gli occhi « Falene! »

E falene erano. I loro corpi erano più grandi di quelli di un cavallo, con peli lunghi ed ispidi più di quelli di un orso: ed un cavallo o un orso sarebbero potuti essere divorati senza problemi da creature tanto raccapriccianti. Il rumore prodotto dalle loro ali, grandi come vele di un’imbarcazione di pescatori, era tremendo, assordante, in uno spostamento d’aria tale da sbalzare a terra un uomo se colto di sorpresa. Il loro colore, del tutto simile a quello dei loro parenti minori, spaziava fra molte tonalità di marrone, da sfumature più chiare sulle ali a gradazioni più intense sul corpo. I loro capi erano ornati da antenne lunghe come frecce d’arco ed occhi composti grandi come meloni maturi. La principale, e forse unica differenza, rispetto ai loro corrispettivi naturali, era dato dalle loro bocche: non spiritrombe come quelle di qualsiasi altro lepidottero, ma grandi fauci armate di piccoli e sottili denti, inadatti ad un predatore ma perfetti per dei divoratori di carogne.
Il loro numero era difficilmente calcolabile, data la loro grandezza ed il caos che con la loro presenza creavano: simili ad un’orda, si rigettavano confusi ed in continuo movimento nella grotta maestra emettendo sordi brontolii, versi incomprensibili all’orecchio umano che avrebbero potuto esprimere qualsiasi sentimento, dal semplice stupore alla fame più incontenibile. Falene, falene colossali necrofaghe, che da tempi remoti in quelle caverne avevano trovato nutrimento e protezione, vivendo dei sacrifici offerti dal santuario maledetto, che attraverso il lungo pozzo sopra il capo di Midda procuravano loro cibo e vita.

La donna guerriero piantò i propri piedi saldi nel terreno, per evitare di essere sbalzata dall’impeto dell’aria mossa da quelle creature infernali. Portando entrambe le mani ad impugnare la spada e piegando le gambe a cercare una posizione di guardia più contenuta, restò immobile in attesa del primo attacco, nella fredda consapevolezza che forse, questa volta, la sua ricompensa non sarebbe mai stata ritirata.

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