11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 3 agosto 2008

206


« C
osì sia. »

Con quelle parole Sa-Chi aveva accolto le di lei intenzioni, concludendo ogni discussione nei di lei confronti ed offrendole le spiegazioni di cui necessitava.
Con quelle parole Midda aveva scoperto che tre erano le regioni in cui risultava spartita la vasta area del Cratere fra altrettante diverse fazioni di detenuti: un numero decisamente ridotto quello presentato, nel descriverle la situazione dell’area carceraria, laddove ella si sarebbe attesa una frammentazione decisamente maggiore in conseguenza di una continua lotta per il potere fra gruppi avversi, fra singoli individui troppo egocentrici, troppo sicuri di sé per piegarsi ai comandi di altri. Ammesso, ma non concesso, che la giovane albina avesse descritto con sincerità la situazione, la mercenaria poté così ipotizzare come essa derivasse da un ambiente troppo ostile per permettere la sopravvivenza di pochi, spingendo in tal modo ad uno spirito di solidarietà anche gli individui nei quali esso non era mai stato presente in passato: lo stesso gruppo che aveva accolto per primo la donna guerriero, del resto, presentava caratteri assolutamente improponibili in altri contesti, primo fra tutti quello dell’identità della loro capofila. La sola ipotesi che una femmina adolescente, innocente vergine rispetto alla civiltà del mondo ed alle sue regole, potesse riuscire ad imporsi sopra a ladri, assassini, mercenari e reietti di ogni stregua appariva ridicola, una burla di cui riuscire con difficoltà a ridere: eppure davanti agli occhi della donna quella realtà si era presentata e Sa-Chi, sicuramente grazie al supporto del suo fedele Jodh’Wa, ma non in conseguenza di egli, sapeva tenere stretto il potere nella cittadella fra le proprie mani, venendo rispettata, e forse anche temuta, da chiunque attorno a lei fosse. Un corpo esile, fragile, non ancora formato nelle curve della propria sessualità, reso ancor più diafano dal pallore mortale del proprio essere albino, era in grado di proporsi al comando di molte dozzine di uomini, i quali con il gesto di una mano avrebbero potuto porre fine a quella vita ma che non osavano assolutamente meditare un tale pensiero, quasi esso avesse il sapore di blasfemia. Mentre il gruppo di Sa-Chi era stanziato sul limite sud-orientale del vulcano, presidiando l’ingresso e l’uscita al medesimo, le altre due strutture sociali avevano posizionato le proprie sedi una sul versante settentrionale e l’altra su quello occidentale, lasciando l’area centrale, più pericolosa, più instabile, più mortale, assolutamente priva di ogni forma di vita, né autoctona, né lì indotta con la forza.
Dell’insediamento posto ad ovest poco era dato di sapere persino a Sa-Chi ed ai suoi compagni, per loro stessa ammissione: i rapporti con quella comunità, secondo quanto venne spiegato alla donna guerriero, erano assolutamente minimi se non del tutto assenti da ormai diversi anni, e di essi si conosceva solo una natura religiosa estremamente integralista, con cui chiunque avrebbe avuto difficoltà a relazionarsi. Fortunatamente, però, quelle persone non sembravano essere interessate ad alcun genere di predominio all’interno del Cratere e, per questo, evitavano qualsiasi rapporto con gli altri insediamenti lì presenti, cercando di ritagliarsi semplicemente una propria solitudine dalla quale sarebbe stato meglio non andarli a trarre, non spingersi a disturbarli al fine di evitare il deterioramento del fragile equilibrio esistente in quel carcere.
In merito al gruppo stanziato a nord, invece, molte furono le informazioni note e fornite, essendo esso quello verso cui i passi di Midda vennero indirizzati: quella comunità venne indicata come responsabile tanto degli ultimi eventi, della battaglia appena compiutasi, quanto di ogni altro fatto a discapito della cittadella, compresa la sparizione di Tamos. Per quanto noto a Sa-Chi, tale gruppo faceva capo ad un uomo di nome El’Abeb, un incrocio fra un guerriero, un sicario ed una leggenda, dal fisico possente quanto quello dell’uomo tigrato, se non superiore ad esso, e dalla ferocia incomparabile: secondo la giovane, egli venne rinchiuso all’interno del Cratere in quanto, in qualche modo, protetto o maledetto dagli dei e per questo impossibilitato a morire, a conoscere una qualsivoglia sentenza che potesse porre definitiva conclusione ad una vita cosparsa di stragi e di sangue. In effetti, anche nella memoria della mercenaria, al di là dei limiti di fiducia che desiderava offrire verso i propri “alleati” nel dubbio perenne sulla maggior parte delle informazioni che essi le offrirono, quel nome non risultò essere nuovo, associato quale si ritrovava ad essere a ballate di un’epoca remota, già tutt’altro che nuove quando lei ancora era bambina.

Dai monti, di morte portator venne
non uomo, non bestia ei si propose,
d'una guerra triste canto compose
mentre di strage promessa mantenne.

Il proprio nome sul sangue impose
molti uccidendo senza onore,
e non sazio di sì tanto orrore
freddo infanti ai corvi espose.

Molti prodi della fine l'algore
su lui tentarono audacemente
di costringere paventando niente,
ma di rovina saggiando sapore.

Odiato amato divinamente
alcuna lama ferirlo poteva,
per degli dei voler ei disponeva
di eterna vita agiatamente.

Con rabbia il suo nome diffondeva,
ovunque ei voleva risuonasse,
ogni cuor desiderava tremasse,
al pegno che "El’Abeb" richiedeva.

El’Abeb: nelle isole in cui era cresciuta, quel nome appariva simile a quello di una creatura leggendaria, una sorta di orco a cui gli adulti da sempre facevano riferimento nell’invitare alla cautela, all’ubbidienza, alla calma i bambini, avvisandoli altrimenti del pericolo che essi avrebbero corso con l’arrivo di un simile orrore, di un tale macellaio il quale di fronte a nulla avrebbe mai fermato la propria avanzata, calpestando chiunque senza alcuna esitazione. Difficile era così accettare l’idea che un simile uomo, se tale egli era realmente, fosse stato lì rinchiuso, mentre semplice se non addirittura ovvia risultava l’ipotesi che egli fosse a capo di una schiera di balordi violenti ed assassini, che all’interno di quel carcere cercavano predominio e controllo.

« Thyres… sto diventando troppo ingenua. » si rimproverò, scuotendo il capo e continuando ad avanzare nel proprio cammino.

Sola era partita per quella missione di recupero, con lo scopo di attraversare il Cratere alla ricerca di un mostro da favola colpevole del rapimento di colui che solo forse avrebbe potuto offrile qualche informazione chiara in merito al destino della Jol’Ange, alle sue prossime rotte, concedendole in tal modo di poterla raggiungere, di potersi ricongiungere all’equipaggio ed a Camne, per riprenderla con sé e ricondurla a casa nel compimento di un lavoro da troppo tempo lasciato in sospeso. Sola si era incamminata, insultandosi ora per aver accettato, nonostante non fosse stato in effetti tale, le parole a lei addotte, quel nome tanto noto eppur così irreale. Certe però erano due considerazioni in tutto ciò. La prima riguardava il valore di tutte le leggende attorno a quel nome: come per lei stessa le ballate ed i canti si sprecavano esaltandola oltre ogni limite, romanzando in maniera assurda ed imprecisa ogni sua impresa, forse così anche era stato in passato per quell’uomo, per El’Abeb. La seconda riguardava il proprio immediato futuro: ammesso che egli fosse mai esistito o, più semplicemente, ammesso che egli realmente fosse stato lì rinchiuso, ella lo avrebbe trovato, nel momento in cui trovare lui avrebbe significato trovare Tamos. Ma se così non fosse stato, se il giovane marinaio non fosse stato rintracciato nell’inseguire quella chimera, niente e nessuno le avrebbero impedito di tornare da Sa-Chi e presentarle la propria disapprovazione, in maniera tutt’altro che diplomatica.

sabato 2 agosto 2008

205


M
idda ed il suo compagno tigrato combatterono con forza, con tenacia, con abilità, abbattendo un avversario dopo l’altro: diversi furono i loro stili, diverse furono le loro armi, diversi i loro corpi, ma uguale la morte che lasciarono dietro di sé, entrambi agendo con controllo totale su ogni fibra del proprio essere, sul proprio animo, senza enfasi quali perfetti guerrieri, assassini fin da prima della propria stessa nascita, destinati dal fato ad un futuro di lotta, di sangue, di dolore. E di fronte ad una simile coppia, nessuno fra gli invasori, fra gli assedianti, poté opporre alcuna forza, alcun potere, soccombendo o, più saggiamente, decidendo di fuggire, lontano da quel luogo di sangue e di morte: sicuramente anche solo uno dei due avrebbe potuto ottenere un simile risultato, ma l’unione di entrambi propose una violenza inconcepibile, che sbaragliò ancor prima che a livello fisico a livello mentale i nemici.
La Figlia di Marr’Mahew poté ritenersi soddisfatta dalla prova che si concesse in quella battaglia, nel momento in cui essa volse al termine con il ritiro dei sopravvissuti del gruppo di aggressori: i guaritori che si erano presi cura del suo corpo avevano svolto il proprio ruolo in maniera impeccabile, permettendo alle sue membra di rigenerarsi dai danni subiti, alla di lei pelle di cicatrizzarsi senza perdere in questo elasticità e mobilità. Nel corso del combattimento e, soprattutto, dopo il termine del medesimo, nessun particolare dolore gravava su di lei, nessuna vecchia ferita era stata riaperta e, fortunatamente, solo pochi graffi superficiali si erano presentati come nuove: sebbene ancora tempo ci sarebbe voluto al suo corpo per tornare alla bellezza ora perduta, alle sue forme di superare le piaghe imposte su di lei dalle catene, la sua efficienza fisica risultava assolutamente non compromessa. Del pugnale offertole nel corso della battaglia era, poi, ormai diventata piena padrona, risultando in grado di gestirlo senza sforzo, senza il grottesco rischio di inciampare in battaglia per un’imprevista perdita di equilibrio che quelle armi in pietra imponevano al di lei corpo: ovviamente esso non sarebbe stato mai paragonabile con la sua spada dagli azzurri riflessi, costituita da quella meravigliosa e speciale lega di cui solo i fabbri figli del mare avevano padronanza, ma all’interno del contesto del Cratere non poteva ritenersi insoddisfatta dalla soluzione raggiunta, dal compromesso ottenuto attraverso tale arma.
Jodh’Wa, dal proprio canto, mantenne il ruolo di primo guerriero all’interno della comunità, accumulando un conteggio di corpi nettamente superiori a quelli della donna: certamente dalla sua era un tempo superiore a quello di lei trascorso in battaglia, giunto quale era stato immediatamente nel cuore della stessa, ma ciò non sminuiva in alcun modo la sua forza, la sua combattività, risultate solo confermate al termine di quegli scontri. L’eventualità di uno duello fra quell’uomo e la mercenaria era, così, vista da ella con assoluto rispetto, dove una tale prova non avrebbe avuto un esito scontato come era stata la precedente quando egli avesse deciso di non frenare più i propri colpi. Ma in quel momento, nel frangente offerto dal termine di quello scontro, solo cameratismo si propose fra i due, con l’omaggio reso dall’uomo alla propria compagna.

« Lode a te, Figlia di Marr’Mahew! » gridò egli, levando entrambe le proprie armi insanguinate al cielo, mentre il suo petto muscoloso ancora si muoveva ritmico, simile al mantice della bottega di un fabbro, nell’ossigenazione offerta a quel corpo statuario « Il fuoco di Gorl scorre vivo nelle tue vene, concedendoti il dominio in battaglia! »
« Ricambio l’apprezzamento. » commentò semplicemente ella, non gradendo invero l’accostamento a tale dio ma non avendo ragioni per mettersi ad offrire filosofia sulle proprie credenze religiose in contrasto a quelle dell’uomo « Anche tu non sei stato male… »
« E’ una sfortuna per te non riuscire ad impugnare le nostre spade... » sorrise, saltando da un punto all’altro del campo di battaglia fino a raggiungerla « La morte che hai offerto con un semplice pugnale è già stata eccellente e non oso immaginare cosa avresti potuto fare reggendo una vera arma. Ma non avertene a male: quasi tutti impiegano mesi per imparare nuovamente a combattere all’interno del Cratere. »
« Sono stata addestrata ad utilizzare ciò che mi viene offerto, senza discriminare alcuna possibilità, fosse questa anche la semplice lotta a mani nude. » rispose la mercenaria, roteando il pugnale nella mano sinistra, prima di portarsi ad impugnarlo sulla lama per rioffrirlo al proprietario « Grazie ancora per il tuo aiuto. »
« Tienilo tu, per Gorl! » esclamò con aria bonaria l’uomo, appoggiando portandosi al fianco della donna per appoggiare una mano dietro la di lei schiena « Ne potrai fare un uso sicuramente migliore di quanto non ne abbia mai fatto io. Ed ora vieni, bisogna festeggiare questa grande vittoria… »

Guidata, se non sospinta, dal compagno d’arme, Midda venne condotta di nuovo verso il cuore della cittadella, verso la casa di Sa-Chi, mentre attorno a loro solo morte e desolazione permanevano, in preponderante misura nei corpi degli avversari caduti, ma anche in quelli dei membri della comunità. Tutti, indistintamente, stavano già venendo raccolti, raggruppati dai sopravvissuti, per poter liberare le strade e ricominciare a vivere dopo il rischio corso di perdere una simile possibilità. Strani, agli occhi della mercenaria, risultavano essere i volti delle persone operanti nel trasporto dei resti mortali di coloro che un tempo consideravano compagni, amici, fratelli: non era la prima battaglia, non era il primo assedio a cui ella aveva avuto la possibilità di assistere, a cui aveva avuto la possibilità di partecipare, in un ruolo di offesa o di difesa, eppure mai aveva trovato simili espressioni, simili reazioni attorno a sé. Dove si sarebbe attesa indignazione, rancore, sete di sangue, rabbia addirittura verso i cadaveri dei propri nemici, oltre che dolore verso quelli dei propri amici, ella ritrovò solo quieta tranquillità, quasi come se nulla fosse accaduto attorno a loro: nel corso del combattimento molti erano stati i volti che aveva visto alterati dal seme della violenza, dalla fame di morte verso i propri aggressori, come quello della ragazza che aveva ferocemente posto fine alla vita dell’uomo che l’aveva identificata nel suo reale appellativo, ma ora nessuno sembrava essere in grado di trasmettere la minima emozione, il minimo sentimento, quasi come se quanto accaduto si dovesse ritenere come rientrante nella normale quotidianità. Una gran parte della di lei esistenza era, in quegli ultimi anni, condotta all’interno di Kriarya, città del peccato, dove la normalità era un concetto inverso rispetto a quanto riconosciuto dal resto del mondo, dove l’assassinio di un uomo o lo stupro di una donna in mezzo alla strada non avrebbero offerto alcun clamore: eppure neppure in tale capitale, in un simile contesto, aveva mai assistito ad una reazione egualitaria a quella che le stava di fronte.

« Questa è la nostra vita. »

Ad offrirle, inattesa e non richiesta, quella risposta ai propri pensieri fu nuovamente la voce della giovane albina, in piedi davanti alla soglia della propria abitazione, reggente il proprio lungo bastone, o scettro che esso fosse, grondante a sua volta di sangue, segno di quanto ella avesse comunque preso parte allo scontro, alla difesa della comunità che riconosceva come propria e che la riconosceva come punto di riferimento.

« Scusami? » domandò verso di lei, nello scuotere appena il capo come a riprendersi da un momento di distrazione.
« Ti sarai di certo domandata come è possibile per noi offrire tanta indifferenza nei confronti della morte che ci circonda… » spiegò Sa-Chi, dimostrando nuovamente la propria innata abilità nel riuscire a leggere l’animo umano « Questa è la nostra vita, l’unica che ci è concessa e noi desideriamo condurla con fierezza, senza concedere al destino la possibilità di piegarci ai propri violenti capricci. »
« Non sono solita giudicare la realtà che mi circonda. » replicò tranquilla e sincera la mercenaria « Ne è mio interesse venire a dirvi come vivere quella che definite “la vostra vita”. Il mio unico scopo è ritrovare Tamos ed avere da lui delle informazioni: dopo di ciò, così come sono giunta improvvisa ed inattesa, scomparirò altrettanto improvvisa ed inattesa. La mia vita appartiene al mondo esterno… non al Cratere. »

Un istante di silenzio accolse quelle parole, in uno sguardo indecifrabile che i due albini si scambiarono con i propri occhi rossi: tale reazione non risultò interpretabile agli occhi della donna guerriero, ma una sensazione alla congiunzione fra cranio e colonna vertebrale le suggerì che nulla di positivo era celato in un simile confronto. Non volendo, però, lasciarsi guidare da eventuali pregiudizi, di fronte ad una realtà a cui si sentiva totalmente aliena, ella mise a tacere la propria consueta paranoia ed attese qualche reazione da parte dei due interlocutori.

venerdì 1 agosto 2008

204


L'
anonimo avversario della donna guerriero tentò un primo fendente a lei discapito, che ella evitò agilmente gettandosi lateralmente, a mancina, evadendo dalla traiettoria percorsa dalla pesante spada in pietra che avrebbe potuto schiacciarla come un insetto se non si fosse mossa dal punto a cui essa era destinata: in tal modo, la pietra della spada andò a colpire con ferma durezza il suolo, ugualmente lavico come ogni realtà lì attorno, producendo in esso un profondo solco senza però ricavarne a sua volta alcun danno. Come Midda aveva ipotizzato, quelle armi di roccia non erano semplicemente scolpite in essa: in virtù di un qualche misterioso procedimento era stato possibile evidentemente addurre ad esse maggiore forza, maggiore compattezza, per impedire loro di spezzarsi, di frantumarsi come facilmente avrebbero dovuto nel rispetto della propria natura porosa e friabile. Un metodo di lavorazione assolutamente ignoto al mondo esterno al Cratere che, probabilmente, avrebbe potuto interessare molta gente, molti popoli, soprattutto in regni come quello di Gorthia dove la materia prima non sarebbe assolutamente mancata, potendo in tal modo essere sfruttata in molti modi anche diversi dalla semplice produzione di armi, nel momento in cui probabilmente non avrebbero potuto reggere nel confronto .
Una prima ipotesi d'offesa da parte della mercenaria si rivelò assolutamente goffa, priva della naturale armonia ed eleganza che le erano normalmente proprie, nel peso e nello sbilanciamento che quella lama le offriva, le imponeva: cercando un movimento di taglio, ottenne solo di sbilanciarsi in avanti, quasi ruzzolando a terra ed, in conseguenza di ciò, scoprendosi ad ogni possibile contrattacco, il quale non mancò di giungere. L'uomo, infatti, approfittando della patetica prova da lei offerta, di quell'offesa fallita, non pose ulteriori indugi prima di imporre nuovamente la propria forza, la propria minaccia su di lei, ora desiderando trafiggerla con la lunghezza della propria arma, mirando alla di lei schiena in una mossa che, se solo fosse giunta a compimento, l'avrebbe vista letteralmente inchiodata al suolo. Ma la donna guerriero, per quanto in disapprovazione con se stessa per l'insuccesso appena ottenuto, non si permise un solo istante di scoraggiamento, un solo momento di indugio, laddove esso avrebbe per lei rappresentato la morte: non tentò così di opporsi alla propria assenza di equilibrio ma, anzi, la assecondò, lasciandosi ricadere a terra e così rotolare sul suolo ruvido per allontanarsi da quel pericolo incombente. La spada avversaria, in conseguenza di una simile nuova evasione, trafisse con violenza il suolo dietro alla di lei schiena, nel punto in cui un istante prima ella si sarebbe trovata, mancandola: furente per tale reazione inattesa, rapido l'uomo propose nuove possibilità di morte per ella, inseguendola con movimenti frenetici, infuriati, continuando a sollevare e riabbassare la lama al suolo in un'immagine non diversa da quella che avrebbe offerto una massaia all'inseguimento un roditore domestico armata di una scopa. Ovviamente ella non arrestò il proprio moto, preferendo addirittura in esso abbandonare la propria spada, ritenuta ormai solo d'intralcio: nel momento in cui un'arma, invece di concederle un incremento di combattività, la poneva in posizione di inferiorità rispetto al proprio avversario, nessuna reale utilità restava propria a tale oggetto ed esso sarebbe stato solo un peso, un fardello inutile in quella caotica fuga dalla furia dell'avversario.

« Fermati, cagna! » ringhiò l'aggressore, evidentemente vittima della propria ira in quella ricerca di sangue e morte che non sembrava poter trovare soddisfazione.
Ella, continuando a rotolare, restò in attesa del momento migliore per recuperare la posizione eretta e ritrovare così possibilità di opporsi ad egli, istante che le venne concesso in un richiamo tuonante: « Figlia di Marr'Mahew! »

L'origine di quel grido, di quella richiesta di attenzione, si identificò immediatamente nella voce di Jodh'Wa: egli, cogliendo la situazione di difficoltà della donna non tanto nella presenza di un avversario quanto nell'assenza di un'arma, lanciò verso di lei un pugnale, simile a quello che aveva adoperato nel loro scontro o, forse, proprio il medesimo. Midda, cogliendo in quella lama più corta una possibilità di aiuto a lei offerta, non perse tempo e, con un colpo di reni, condusse il proprio corpo a rialzarsi di scatto, sfuggendo all'ennesima ipotesi d'offesa su di lei pendente nella forma della spada avversaria per poter afferrare al volo il pugnale ancora in volo nella propria direzione. Il passaggio di tale arma fu assolutamente perfetto, come se quella coppia si fosse allenata per settimane, mesi, anni in tal senso, ed esso non fosse conseguenza di un'assoluta improvvisazione da parte di entrambi: appena impugnata, la donna guerriero dovette riconoscere la correttezza della scelta condotta dal compagno d'arme, laddove nonostante un peso ed un'assenza dell'equilibrio a cui lei era abituata riuscivano nelle dimensioni più ridotte di tale strumento di morte a concederle ugualmente la possibilità di maneggiarlo. Breve, a seguito di quella svolta, fu il proseguo della lotta con il proprio avversario: nel mentre in cui, infatti, l'ennesimo attacco fu parato dal metallo del braccio destro di lei, il di lui fu squarciato con assoluta freddezza da un gesto rapido della sinistra, ora finalmente armata.

« Grazie! » non mancò di pronunciare alla volta del proprio alleato, scattando verso un nuovo aggressore.

Una donna, così, si oppose alla mercenaria armata di una pesante picca sempre ricavata dalla nera pietra lavica, roteandola attorno ai propri fianchi con destrezza e padronanza assoluta: dalla carnagione scura e dai tratti inequivocabilmente appartenenti alle popolazioni dei regni del deserto, ella si propose probabilmente quale avventuriera o, forse, mercenaria, ricordando molto nei propri gesti, nella propria abilità, la cacciatrice Ja'Nihr, l'amica perduta nei recenti tragici eventi della Jol'Ange. Ma, nonostante tale apparente somiglianza, Midda non pose emozioni o sentimenti nel combatterla, nello squartarle la carotide con la propria nuova arma, nel bagnare la propria pelle con il sangue caldo dell'avversaria prima di proseguire oltre. Un altro uomo giunse a sostituire la compagna caduta, scagliandosi contro alla donna guerriero con una pesante spada di pietra, in una violenza che ella non tento neanche di contenere, preferendo evadere dalla traiettoria di tale azione nello scivolare a terra per, poi, andare ad incrociare in una rapida rotazione le proprie gambe attorno a quelle dell'avversario, facendogli perdere l'equilibrio e lasciandolo così cadere impietosamente al suolo, scoprendosi di fronte al rapido gesto che vide piantare il pugnale nel suo cuore fino all'impugnatura. Uno sprizzo di sangue esplose nel momento in cui ella ritrasse la lama da quel corpo, per compiere una capriola e potersi rialzare, pronta nuovamente gettarsi contro un altro aggressore, un altro nemico, scegliendo un uomo che stava affrontando un'abitante della cittadella, una giovane donna praticamente indifesa, nell'impaccio dimostrato dai propri gesti confusi a gestire una sorta di pala che nulla avrebbe potuto fare per difenderla. Attaccandolo alle spalle, ella lo costrinse a girarsi con un gesto violento del braccio destro prima di mirare alla di lui gola con l'arma già grondante di caldo e viscoso sangue rosso: ma in quel mentre, in quel gesto che qualcuno avrebbe potuto considerare anche in una qualche misura d'onore nel non colpire nella schiena, ella si ritrovò a fronteggiare un viso anonimo eppur conosciuto, il volto di un uomo che ricambiò quel momento di stupore con un'espressione completamente spiazzata.

« Midda Bontor?! » domandò egli, incerto fra colpire o trattenere la propria arma.
« Ti conosco? » chiese a propria volta ella, fermando il pugnale diretto alla di lui gola.

Ma prima che l'altro potesse pronunciare qualsiasi ulteriore parola, la sua materia celebrale venne sparsa attorno ad un cranio frantumato, finendo così anche contro la donna guerriero ed il lei braccio che ancora lo bloccava: la stessa giovane donna che un istante prima aveva quasi incontrato la morte sotto l'azione di egli, aveva approfittato dell'intervento di colei che si era presentata quale Figlia di Marr'Mahew per porre la parola fine attorno a quello scontro, sorridendo poi con aria quasi divertita nella soddisfazione dell'atto compiuto. La mercenaria non poté evitare di restare per un istante spiazzata da quel brevissimo scambio di parole con l'avversario defunto, ma, immediatamente, si impose di non offrire eccessivo peso all'evento, di non concedersi altri dubbi ed incertezze, laddove nuovi uomini e nuove donne si stavano proponendo da sopra le mura, concentrandosi principalmente verso lei stessa e verso Jodh'Wa, riconoscendo in essi, più che in qualsiasi altro membro di quella comunità, un pericolo, due reali oppositori all'assalto che stavano conducendo, alla battaglia che desideravano vincere e per il successo della quale entrambi avrebbero dovuto essere violentemente invitati al ricongiungimento con i propri dei.