11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 6 agosto 2008

209


L’
intimazione e l’ordine ricevuto, invero, non stupirono eccessivamente la donna guerriero che, altresì, si ritrovò spiazzata dal non essere riuscita ad individuare preventivamente i propri interlocutori, ipotetici avversari, celati sicuramente nell’ambiente attorno a lei. Per quanto si sforzasse di spingere il proprio sguardo a spaziare su quelle rocce, su quel terreno lavico, nulla sembrava apparire fuori luogo, nessun elemento risultava essere estraneo e questo, sinceramente, non le piacque per nulla.

« Calma… calma… » commentò muovendo piano la mano mancina verso il proprio pugnale « Lo sto facendo… »

Evitando gesti bruschi, che potessero offrire ragione ai suoi invisibili aggressori di volgere offesa contro di lei, non avendo lei stessa alcuna ragione di attaccarli, ella lasciò ricadere a terra il pugnale, aprendo poi appena le mani di lato per mostrarle come vuote, girando in tal mentre sul proprio baricentro per mostrarsi quale disarmata come richiestole e, contemporaneamente, per cercare di individuare almeno una delle posizioni di quei suoi avversari. Purtroppo, però, ancora una volta ella fallì in simile tentativo, non ritrovandosi assolutamente in grado di distinguerli dall’ambiente a sé circostante: evidentemente essi dovevano star servendosi di ottimi camuffamenti, che permettevano loro di dissimulare la propria presenza confondendoli con il terreno. Nulla di complicato da realizzare, chiaramente, nel momento in cui sarebbe occorso semplicemente un vasto mantello adornato con le stesse pietre laviche che le erano attorno per risultare assolutamente impercettibili, nel momento in cui si fosse stati in grado di mantenere una quieta immobilità.

« Liberati anche dell’armatura! » comandò nuovamente la voce, lasciando in tale richiamo l’occasione a Midda di isolare una possibile zona da cui esso stava provenendo.
« Non posso. » rispose ella, restando ora immobile « E’ il mio braccio. »

Un lungo momento di silenzio seguì quell’affermazione, nel concedere, evidentemente, ai propri interlocutori di vagliare quelle parole e ciò che esse implicavano: sebbene la sua condizione non fosse unica al mondo, non erano molti coloro che, come lei, avevano avuto occasione di rimpiazzare un arto perduto con una protesi metallica e, per questo, una dichiarazione come quella aveva ragione di suscitare qualche dubbio, dar vita a qualche incertezza. Ovviamente, il fatto che non esistessero molte persone nella di lei situazione dava un indubbio vantaggio per il mondo intero ad identificare simili individui, marchiati in modo indelebile nelle proprie identità e per tale ragione la mercenaria non ebbe da stupirsi nel momento in cui la voce riprese parola verso di lei.

« Sei Midda Bontor… non è vero? » domandò con tono estremamente retorico, quasi non vi fosse necessità di una risposta se non per confermare il buon senso o meno della donna.
« E’ così. » annuì ella « Spero che questo non rappresenti un problema per voi… »

Fu allora che, improvvisamente ed inavvertitamente, le guardie della cittadella si rivelarono agli occhi della donna guerriero, sorgendo dal suolo sopra il quale erano celati: dodici era il loro numero, ammantati come da lei supposto con uno speciale tessuto reso mimetico dall’innesto nella superficie di molti frammenti di roccia lavica, armati con spade e pugnali di pietra non dissimili da quello che ella aveva appena lasciato andare a terra. Osservandola con prudenza e diffidenza, quel gruppo sembrò restare in attesa di qualcosa, di una decisione che, probabilmente, doveva essere presa dal loro comandante, forse l’uomo con cui ella aveva conferito fino a quel momento: anche in questo contingente, così come in quelli della comunità di Sa-Chi, erano presenti sia uomini, sia donne, sia albini, sia non albini, in un’eterogeneità quasi perfetta nella propria formazione. Da essi, un uomo avanzò lentamente verso la donna, senza abbassare le proprie armi ed, anzi, tendendo i propri muscoli per essere pronto a difendersi da ella in qualsiasi istante, in qualsiasi eventualità: appariva evidente come egli la temesse, ne avesse un giusto timore, che non gli permetteva, come altri, di sottovalutarla.

« Perché sei qui? » chiese egli, continuando ad osservarla con intensità.
« Sono una prigioniera, come voi… » provò a rispondere ella.
« Ti sei alleata con i dimessi... non sei una come noi. » inveì l’uomo, stringendo con maggiore forza le proprie armi « Hai ucciso molti nostri compagni e compagne, nostri amici, nostri cari… »
« Se ti riferisci all’attacco condotto contro la cittadella di Sa-Chi, ho agito solo spinta dallo spirito di conservazione, per la mia sopravvivenza… » spiegò la donna, scuotendo il capo, non desiderando giustificarsi ma, semplicemente, spiegando la realtà dei fatti dal di lei punto di vista « Di loro, di voi… o degli altri… sinceramente non mi interessa nulla. Non sono qui per restare. »
« Neanche tu, Midda Bontor, potrai sfuggire al Cratere, non senza piegarti ai voleri di coloro che qui ti hanno rinchiusa! » commentò l’interlocutore, con tono quasi di scherno nei di lei confronti.
« Ho lasciato posti anche peggiori di questo… ed una volta compiuta la mia missione ritornerò al mio mondo, lasciandovi tranquilli alle vostre beghe. » affermò con freddezza la donna, ora portando le braccia ad incrociarsi sotto al petto, tranquilla.

In silenzio il gruppetto di guardie si osservò reciprocamente con incertezza, con dubbio, di fronte a parole pronunciate con tanta fermezza da colei di cui, evidentemente, conoscevano non solo l’identità ma anche le gesta o una parte di esse, domandandosi forse se davvero poteva essere ipotizzabile quanto da lei proposto oppure se ella parlasse senza reale cognizione di causa, senza piena conoscenza sui fatti a lei circostanti.

« E quale sarebbe la missione di cui parli? » riprese parola il portavoce di quel gruppo, tornando a volgersi verso la donna « Sei qui per offrirci danno? »
« Se così fosse, credete veramente che sareste ancora vivi? » sorrise ella, con sguardo sornione « O che, più semplicemente, mi avreste vista arrivare fino a voi? Suvvia, concedetemi un minimo di valore se anche non desiderate offrirmi fiducia… »
« Perché sei qui, allora? » insistette egli.
« Cerco un uomo, un giovane marinaio, che mi è stato riferito essere vostro prigioniero… desidero solo parlargli, avere da lui delle informazioni. »
« Noi non abbiamo prigionieri. » negò con forza ed apparente sincerità l’uomo « Nessuno mantiene prigionieri all’interno del Cratere: l’acqua ed il cibo sono beni troppo preziosi per poter essere divisi con altri… »
« Forse allora lo avete ucciso. » ipotizzò ella.
« Possibile, se egli era giunto per conto dei dimessi. » annuì la guardia, utilizzando per la seconda volta quel termine ad indicare la gente di Sa-Chi « Qual era il suo nome? »
« Tamos… giovane tranitha, guercio, marinaio… » rispose la mercenaria, offrendo in quelle parole una sommaria descrizione di egli « A quanto mi è stato detto è stato l’ultimo prima di me ad entrare in questo carcere… »

A quelle parole, sia il portavoce sia tutte le guardie dopo di lui, lentamente, abbassarono le armi, come se improvvisamente avessero avuto prova che ella non era lì in loro contrasto, non era lì per offrire loro un danno: con curiosità, con interesse Midda osservò quella reazione, non comprendendo cosa in ciò da lei riferito potesse aver suscitato un simile cambio di atteggiamento nei di lei confronti.

« L’uomo che cerchi non è morto e non è neppure nostro prigioniero. » spiegò tranquillamente il di lei interlocutore « Egli è un membro della nostra comunità. »

martedì 5 agosto 2008

208


« R
eietti? » ripeté ella con un’implicita domanda in tale parola, in un simile sostantivo.
« S… s… s…. ssssì… » annuì egli, continuando ad articolare con difficoltà anche i suoni più elementari.
« Cosa volete da me? » continuò con fermezza la donna guerriero, afferrando l’uomo per le spalle per sollevarlo e sbatterlo di nuovo con violenza al suolo « Perché mi avete attaccata? »
« Rip… ripro… ripro… duttrice… » balbettò il prigioniero evidentemente terrorizzato, gemendo per i colpi inflitti dalla violenza di quei gesti.

Disgustata da un simile termine, dall’idea che in esso era presente senza alcuna discrezione, Midda levò la mano destra in metallo per colpire con essa il viso di quell’essere, imponendo una forza controllata al fine di non ucciderlo ma, semplicemente, di fargli perdere i sensi e lasciarlo così inanimato a terra. Sollevandosi da egli, la mercenaria tornò silenziosamente sui propri passi, ad offrire ora maggiore attenzione ai compari di una simile creatura, uno a sua volta privo di coscienza e due defunti per merito della di lei lama: come sospettato, ritrovò in tutti i loro corpi, in tutte quelle apparenze fisiche, tremende deformazioni, se possibile anche peggiori rispetto al primo, a colui che aveva brevemente interrogato. Tutti si proponevano quali albini, non diversamente da quelli presenti in larga scala nella comunità di Sa-Chi, ma al contrario di essi tutti risultavano essere tremendamente lontani dalla normale umana presenza, sproporzionati, mostruosi quasi: al di là dell’aspetto, comunque, risultava evidente come alcun reale pericolo essi avrebbero mai potuto rappresentare per ella, nella debolezza dei loro arti, di quei corpi tanto crudelmente ingiuriati dalla natura, quasi come una maledizione divina, un marchio d’infamia posto sopra di loro in conseguenza di chissà quali colpe dei propri antenati. Ammesso ma non concesso che l’idea che ella si era fatta sull’origine degli albini all’interno della prigione corrispondesse al vero, questione di cui non aveva avuto conferma, allo stesso modo si poteva ipotizzare che, forse, anche quelle creature deformi fossero figli dello stesso avvelenato ed invivibile ambiente in cui tutti erano stati rinchiusi, segnati nel proprio corpo non solo per il colore della pelle e degli occhi, ma anche per una serie di difetti congeniti. Reietti: con quella parola l’uomo aveva indicato se stesso ed i propri compagni, coloro che, per loro ammissione, provenivano dal versante occidentale del Cratere, dal gruppo che secondo quanto a lei spiegato avrebbe dovuto essere formato da integralisti religiosi del tutto privi di volontà di rapporto con il mondo esterno, ciechi e sordi all’intera esistenza a causa dei propri precetti, della propria fede. Di fronte ad una tale incoerenza molti dubbi non potevano evitare di sorgere spontaneamente, di essere imposti alla di lei mente, tutt’altro che sciocca al di là di quanto avrebbero potuto pensare i di lei ultimi anfitrioni. L’isolamento volontario descritto dalla ragazza albina ed il termine reietti proposto altresì dall’aggressore, in quale misura si ponevano fra loro in contrasto? Possibile che quella comunità occidentale non avesse cercato uno spontaneo isolamento ma fosse stata costretta in tal senso dal pregiudizio degli altri due gruppi presenti? In verità la risposta a tali dubbi non importava concretamente alla mercenaria, non rientrava nei di lei interessi, se non per l’implicita possibile, quasi certa, menzogna celata in essa da parte di coloro che tanto benignamente l’avevano accolta ed aiutata, curata ed indirizzata verso la propria meta.
Fino a quel momento, nelle ristrette possibilità concesse a lei dal fato, dal destino che l’aveva condotta negli incontri all’interno di quel carcere, ella si era ritrovata costretta a prestar fede ad un solo punto di vista sui fatti, ad una sola opinione in merito alla vita nel Cratere, ritrovando in essa una descrizione estremamente stereotipata della stessa situazione, ricca di toni chiari e toni scuri ma assolutamente priva di colori intermedi, di tutte le sfumature che, solitamente, si ponevano a distinzione fra la realtà sincera, onesta, equilibrata e la semplice fantasia. Un gruppo buono, pacifico, solidale, pronto ad accogliere chiunque al proprio interno in nome di qualche principio di perdono e redenzione universale; un gruppo cattivo, violento, guerriero, pronto a depredare, uccidere, sterminare per un otre d’acqua o un po’ di cibo; un gruppo neutrale, isolato da ogni conflitto, privo di ogni genere di rapporti rispetto alle altre comunità: tutto ciò risultava essere estremamente banalizzato e, laddove ella non era stata disposta ad accettare come veritiere simili parole, di fronte alle prove offerte dall’esistenza di quei reietti, molto altro sarebbe dovuto essere presto messo in discussione, includendo, probabilmente, anche tutto ciò che poteva riguardare Tamos ed il suo tanto lodato ravvedimento. Nel cogliere le prime luci della nuova alba, la donna guerriero decise di non tentare di riprendere il riposo interrotto quanto il proprio cammino, lasciando lì i cadaveri delle due vittime ed i due aggressori superstiti privi di sensi: anche nell’ipotesi di tentare ulteriori interrogatori a loro discapito, ella si riteneva abbastanza sicura del fatto che le informazioni che avrebbero potuto offrirle sarebbero state comunque parziali, ammesso di riuscire ad ottenere altre parole, altre risposte dopo tutta la fatica dimostrata per concederle quelle poche semplici sillabe offerte fino a quel momento. Nell’ipotesi che effettivamente a nord ella avesse trovato una qualche comunità, un qualche insediamento, spinto da intenzioni positive o negative che potessero essere, lì avrebbe avuto le informazioni da lei stessa ricercate, le risposte ad ogni suo dubbio e, possibilmente, qualche certezza sul destino del suo obiettivo. Non voleva più offrire nulla per scontato ed, a quel punto, ella si sentiva pronta a rivoltare l’intera superficie di quel carcere nella ricerca del proprio uomo, ponendo a ferro e fuoco ognuna delle tre, o più, comunità che lì si erano insediate ed a lei avessero opposto resistenza. Se, infatti, raggiunto il gruppo settentrionale non avesse ritrovato alcuna informazione in merito al giovane da lei cercato, ciò avrebbe aperto due possibili vie: da un lato avrebbe dovuto prendere in ipotesi l’idea che colpevoli della di lui sparizione fossero proprio i reietti occidentali, idea che sinceramente non la convinceva laddove il traditore della Jol’Ange poteva considerarsi tutto tranne che indifeso di fronte a simili avversari; dall’altro lato avrebbe invece dovuto considerare una menzogna da parte di Sa-Chi fin dal primo momento del loro incontro, per difendere forse lo stesso Tamos o, peggio, per coprire qualche proprio segreto, qualche ipocrisia non svelatale fino a quel momento.
Imponendo un ritmo deciso al proprio passo, Midda continuò a prendere in analisi i fatti dei quali era stata posta al corrente, nelle contraddizioni e nei limiti di ognuno di essi, per tutto il percorso che ancora la separava dal limitare settentrionale del vulcano, prestando nonostante tutto estrema attenzione all’ambiente a sé circostante e ad eventuali pericoli che in esso sarebbero potuti essere celati. Nonostante ella fosse temibile nel mondo esterno, in una combattività ed un’esperienza quasi priva di eguali che rendeva estremamente difficile ai di lei possibili avversari l’idea di coglierla di sorpresa, iniziava ad apparire evidente come all’interno del Cratere altre leggi, altre naturali regole avevano valore, abbattendola dalla posizione di vantaggio da lei normalmente occupata. In un ambiente apparentemente piatto e privo di vita, coloro che lì da anni, decenni o generazioni intere combattevano le proprie continue battaglie, dovevano aver elaborato molte tecniche a lei altrimenti aliene: così come dalla roccia lavica essi avevano imparato a forgiare spade, picche e scudi, oltre a creare ogni genere di attrezzatura, mobilio, utensile necessario alla vita quotidiana; così come nel gestire simili armi essi avevano imparato, o avevano modificato, i propri stili di combattimento in virtù di movimenti a lei assolutamente nuovi, mai visti in precedenza e probabilmente inesistenti nel resto del mondo; essi dovevano anche aver appreso tecniche particolari di dissimulazione per mimetizzarsi con quell’ambiente, con quel terreno apparentemente piatto eppur infido. In alcun altro modo, altrimenti, ella avrebbe potuto comprendere come gli aggressori di quella notte fossero riusciti non solo ad individuarla ma, anche, ad avvicinarsi a lei: vero era che i di lei sensi non avevano mancato di avvertirla, ma altrettanto vero, o per lo meno probabile, doveva essere il fatto che essi l’avevano seguita a lungo in quella giornata, senza che ella ne avesse il minimo sospetto, attendendo il momento più propizio per aggredirla.
Nessuno, però, in quella mattina parve frapporsi fra lei ed il proprio obiettivo ed, al contrario, ancor prima che il sole avesse avuto modo di raggiungere il proprio zenit, portandosi verticale sopra la bocca del vulcano, ella giunse in vista del proprio obiettivo, della propria meta, ritrovando in lontananza davanti a sé quella che si propose essere come una seconda cittadella in pietra lavica.

Solo a quel punto, solo quando i tetti neri di quel nuovo insediamento si delinearono in leggero contrasto con lo sfondo non dissimile, una voce arrivò a coglierla sinceramente di sorpresa, emergendo apparentemente dal nulla ed intimandone l’arresto: « Ferma! Getta le tue armi a terra ed identificati, o sarai immediatamente abbattuta. »

lunedì 4 agosto 2008

207


S
econdo la mappa approssimativamente disegnata con la collaborazione di Sa-Chi e Jodh’Wa, al calare del sole Midda aveva percorso metà del tragitto utile a condurla fino alla propria destinazione. Sebbene il paesaggio inizialmente potesse apparire assolutamente piatto e monotono, con il passare delle ore la mercenaria aveva imparato a distinguere un elevato numero di dettagli utili a caratterizzare con maggiore dettaglio la propria posizione secondo quanto riferitole da coloro che lì erano abituati a vivere fin dalla nascita: le piccole variazioni di pendenza nel terreno, le diverse basse conformazioni laviche, gli impercettibili mutamenti nella parete di confine del Cratere erano alcuni fra i principali indizi che al di lei sguardo divennero sempre più chiari, più leggibili. Il terreno sotto di lei, in particolare, risultava estremamente utile per comprendere la direzione tangente alla radiale da lei mantenuta, ritrovandosi più freddo verso l’esterno e via via più caldo laddove ella variasse il proprio cammino a spingersi nelle zone più centrali. Tale sensibile mutazione di temperatura ella non riusciva ad associarla unicamente al sole proveniente dal lontano cielo sopra di lei, che nella parte interna del carcere riusciva a battere con maggiore intensità rispetto all’esterno: dal di lei punto di vista, quel vulcano risultava tutt’altro che inattivo ed, anzi, il suo cuore di fuoco, pulsante vita e distruzione allo stesso tempo, un giorno inatteso avrebbe spazzato via qualsiasi forma di vita che lì avesse posto dimora, volutamente o forzatamente.

« C’è solo da sperare che il gran momento non giunga proprio in mia presenza… » commentò, preparando il proprio piccolo campo per la notte.

Minimale, in realtà, fu il di lei allestimento in previsione di un necessario momento di riposo, che questa volta non voleva assolutamente saltare per non porre in inutile affaticamento il proprio organismo: una coperta, fornitale dalla cittadella, fu il di lei giaciglio; una sorsata d’acqua dalla propria borraccia, il carico più prezioso che in quel momento possedesse, fu la di lei cena; il nero pugnale di pietra, sciolto dalla cintola e posto accanto ad ella una volta sdraiatasi, fu il di lei compagno. Nessun fuoco si poteva permettere di accendere al fine di non essere individuata, ma, invero, alcun fuoco occorreva fosse acceso, laddove il calore che esso avrebbe potuto offrire stava già venendo concesso dal suolo ed alcuna bestia da tenere alla larga era presente in quelle mortali lande.
Il sonno che dopo poco già era calato sulla di lei mente, non fu profondo, non si propose come intenso, nell’esigenza di mantenere all’erta i propri sensi per poter prevenire eventuali attacchi notturni: nel mondo da cui ella giungeva, infatti, concedersi un riposo eccessivamente ricco avrebbe potuto anche significare veder tale momento di requie esteso fino all’eternità, per mano del primo tagliaborse di passaggio desideroso di impossessarsi di poche once d’oro, di un’arma o, più banalmente, di un po’ di cibo caldo, considerando il tutto di maggior valore rispetto alla vita del proprietario. Nonostante la realtà che la circondasse fosse diversa da quella consueta, quel suo modo di agire si rivelò estremamente utile nel momento in cui ella si riprese dal sonno, avvertendo del movimento attorno a sé. Almeno quattro erano le persone nell’oscurità a lei circostante, in quanto di tale numero ella avvertiva chiaramente vibrazioni nel terreno ad ogni loro singolo passo, condotto in con assoluta discrezione, con incedere delicato e silenzioso, che non sfuggì comunque ai di lei allenati sensi. Come già era stato per le due guardie che nel sonno avevano tentato di attaccarla, complottando ai di lei danni, anche in questo caso giudicò mossa migliore continuare a simulare il proprio sonno, per invitare gli avversari ad avvicinarsi a lei, ad osare spingersi fino ad ella, prima di porre rapidamente fine alle loro esistenze non senza riservarsi il diritto di saperne di più in merito alla rispettiva origine, al gruppo al quale essi facevano riferimento.
L’evolversi degli eventi fu rapido, quasi immediato, vedendo quattro uomini muoversi contemporaneamente dai quattro punti cardinali contro di ella, nel tentare di afferrarla, nel desiderio di immobilizzarla: a tale azione, però, la reazione fu altrettanto subitanea, vedendo ella ergersi dal terreno armata del proprio pugnale, pronta ad offrire morte a chiunque l’avesse richiesta. E la nera lama di pietra per prima si avventò nella tempia di un aggressore, che alle di lei spalle aveva osato porre le proprie mani, lasciandole una sensazione di disagio, di viscido addosso, come se a toccarla fosse stato una specie di rospo o altro animale simile. Un grido soffocato segnò l’istantanea conclusione di quella vita, mentre altre voci di stupore reagirono a tale atto con portandosi in chiaro dubbio, incerti su come proseguire. Il primo a sciogliersi da simile blocco fu l’uomo in posizione opposta a quello morto, che avventò le proprie mani al collo della donna guerriero, ritrovandosi altresì il pugnale infilato da sotto il mento a salire fino al cervello, stroncato non diversamente dal primo in maniera estremamente fredda ma pietosa, in una velocità e precisione tale da non poter neanche comprendere di essere giunto alla fine dei propri giorni. Posti di fronte ai cadaveri dei due compagni, i superstiti esitarono nuovamente, prima di iniziare a cercare in maniera del tutto spontanea, del tutto ovvia, del tutto naturale fuga da colei che, evidentemente, era stata scelta molto male nei loro scopi, nei loro desideri. Ma la Figlia di Marr’Mahew non concesse loro questa evasione, avventandosi rapida come un predatore felino all’inseguimento della coppia per raggiungerne il primo e colpirlo con forza controllata alla base del cranio con il proprio pugno destro, inducendogli in tal modo una violenta perdita dei sensi, e proseguendo poi verso il secondo, bloccandolo al suolo con facilità, sotto il proprio peso, nell’imporgli una larga posizione a mani e braccia a prevenire eventuali reazioni.
Solo a quel punto, posto quale si ritrovò ad essere immobile sotto la luce flebile della luna e delle stelle, l’aggressore rivelò il proprio volto, lasciando per un istante sorpresa la donna di fronte ad un simile aspetto: non un normale uomo era quello che le si poneva di fronte, ma quasi la caricatura di un essere umano. Bianca era la di lui pelle, albina come molti abitanti di quel carcere, come molti figli del Cratere, ma tutt’altro che gradevoli le di lui forme, in opposizione alla perfezione quasi eterea di persone come Sa-Chi o Jodh’Wa, esemplari assolutamente perfetti, anche più della stessa mercenaria. Irregolare era quel viso, con una fronte spropositatamente sporgente verso l’esterno, con arcate sopraccigliari poste in tale evidenza da coprire quasi interamente i di lui occhi: questi, ovviamente rossi, non si posizionavano simmetricamente da un lato all’altro del di lui viso, proponendosi altresì uno più in basso ed un più in alto, il primo più centrato ed il secondo più esterno, imponendogli in ciò un tremendo strabismo. Il naso, piccolo e tozzo, si offriva sopra ad un ampio solco naso-orale, che lungo scendeva fino a labbra sottili e storte, ripiegate in maniera naturale verso il basso, quasi a chiudersi attorno al piccolo ed adunco mento. Prominenti poi gli zigomi verso l’esterno, accanto ad orecchie piccole, quasi simili a quelle di un bambino, scoperte nell’assenza di qualsiasi capigliatura sopra ad un cranio assolutamente liscio, naturalmente calvo. Per quanto le fosse dato di vedere, anche il resto del di lui corpo appariva sproporzionato come quella testa: un collo tanto sottile che ella avrebbe potuto circondarlo con una propria mano senza fatica; spalle storte segno della presenza di una gobba lungo la schiena; braccia più lunghe del dovuto ed una stretta cassa toracica. Un uomo, sicuramente, ma al tempo stesso una versione grottesca di umanità, nel cui sguardo solo paura, terrore poteva intuire verso di lei, che tanto lo dominava in quel momento, si imponeva su di egli con forza che probabilmente lui non avrebbe mai potuto conoscere.

« Prego… » sussurrò, muovendo con evidente difficoltà la bocca nel pronunciare quelle parole « Prego… no male… prego… »

E Midda, osservandolo, non poté evitare di provare pietà per egli, che pur insieme ai propri compagni aveva attentato alla di lei vita, aveva cercato di aggredirla nel sonno senza volerle concedere alcuna possibilità di difesa, azione che, probabilmente, contro un’altra donna, contro un’altra fanciulla, avrebbe anche potuto avere successo, ma che in opposizione ad ella aveva visto una rapida disfatta per quel piccolo contingente.

« Chi siete? Da dove venite? Cosa volete? » domandò con tono alto ed imperativo su di egli, senza ancora liberarlo, per quanto dentro di sé ormai sentisse che non avrebbe potuto levare ancora la propria arma contro una simile creatura se non fosse stata provocata in ciò.
« Reiet… reiet… reietti… » pronunciò in maniera scoordinata, evidentemente non abituato a servirsi della parola per comunicare « Noi… reietti… po… po… po… ponente viviamo… »