11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

sabato 9 agosto 2008

212

In opposizione a ciò che chiunque si sarebbe atteso dopo l’ultima frase pronunciata dalla donna guerriero e dopo il di lei attacco a discapito del proprio interlocutore, egli non accettò sommessamente il destino impostogli ma, al contrario, nel momento in cui ella gli voltò nuovamente le spalle per riprendere ad allontanarsi, egli si rialzò tentennante, massaggiandosi il punto leso e cercando di recuperare la posizione eretta.

« Qui ed ora. » dichiarò, con voce appena soffocata.
La mercenaria arrestò il proprio cammino, senza però ancora voltarsi verso di egli, verso colui che evidentemente non desiderava dare seguito al di lei consiglio, prima di domandargli: « Cosa? »
« Mi hai sentito. » ripeté l’uomo, con tono più alto, più sicuro, osservandola con serietà « Qui ed ora. »
« Desideri affrontarmi qui? Ed ora? » chiese ella, voltando appena il capo verso di egli, per osservarlo con la coda dell’occhio « Tu contro di me, guercio? »
« Sì. » annuì egli, storcendo le labbra verso il basso « Tu ed io, sfregiata. Nessuno interverrà fra di noi… »
« Già una volta hai osato cercare questo momento: all’epoca eri ubriaco fradicio e per tale ragione ti risparmiai… perché desideri sfidare la sorte? » ricordò ella, scuotendo appena il capo e tornando a guardare innanzi a sé, allontanando il proprio sguardo da egli pur non riprendendo ancora il proprio cammino.
« Come hai giustamente riportato alla memoria, in quell’occasione ero ubriaco… ora non lo sono e tu meriti una lezione per la tua supponenza. » spiegò l’uomo, parlando ormai chiaramente, apparentemente libero dal dolore subito.
« Non confondere esperienza con supponenza, guercio. » commentò freddamente ella, voltandosi ora completamente verso di egli, per fissarlo con i proprio occhi di ghiaccio « Io ho iniziato a combattere probabilmente da prima che tu imparassi a gestire un’arma, ammesso che la tua medrath si possa definire tale. »

L’arma scelta dal guercio tranitha, pendente dai di lui fianchi anche all’interno di quel carcere in una versione ovviamente lavica, risultava infatti essere comunemente considerata al pari di una clava, per quanto giustamente pericolosa: di lunghezza moderata, variabile fra quella di uno stiletto e di una spada corta, la medrath presentava un’ampia lama triangolare, che ritrovava la propria base a contatto con un’elsa speciale posta non in perpendicolare all’impugnatura quanto in parallelo ad essa, permettendone così la presa al pari di un grosso tirapugni e non similmente ad una consueta arma da guerra. Alcun guerriero degno di tale nome sarebbe mai ricorso a tale scelta, laddove essa veniva favorita da tutti coloro che, normalmente dotati di un buon fisico e di una discreta attitudine alle risse, ritrovavano il desiderio di spacciarsi per combattenti, di rivendersi come mercenari, avendo in ciò, invero, il favore di molti mecenati i quali a basso prezzo potevano così assicurarsi della buona carne da macello per rafforzare le proprie fila.
Midda in passato aveva avuto molte occasioni di vedere l’uomo all’opera e per quanto ella dovesse ammettere una potenzialità di fondo, egli non avrebbe mai potuto rappresentare una reale minaccia, un nemico degno di tale nome per lei: il di lei nome, la di lei fama, non derivavano infatti da semplice vanagloria, ma dalla di lei bravura, dalla di lei capacità che le avevano permesso, almeno fino a quel giorno, di essere ancora viva, nonostante innumerevoli duelli, nonostante troppe battaglie. Nel di lei apparente scherno verso l’interlocutore, così, non era desiderio di sminuire le di lui capacità, quanto semplicemente di metterlo giustamente in guardia dalle proprie, prima che egli si convincesse a proseguire in quel cammino che non avrebbe mai potuto offrirgli un futuro.

« Oggi conoscerai la sconfitta, sfregiata. » sussurrò l’uomo, impugnando la propria arma nella mancina e ponendosi in guardia di fronte ad ella.

La mercenaria, in silenzio, restò in immobile attesa di una di lui scelta, di una di lui mossa, in piedi come si trovava in quell’istante senza assumere alcuna posizione particolare per la propria difesa o per impostare un’offesa verso la controparte. Lungo fu il periodo in cui i due si fronteggiarono in quel modo, in assenza del compimento del pur minimo gesto, in assenza della decisione chiara di aprire le ostilità: la donna, dal proprio punto di vista, non aveva ragione per incedere per prima contro l’avversario nella posizione di superiorità che le era propria; l’uomo, altresì ben consapevole di tale stato, aveva un giusto timore nell’iniziare qualcosa che aveva cercato, che desiderava, ma di cui non aveva certezza di poter uscire vivo.
Alla fine fu il guercio a tentare il primo movimento d’affondo verso di lei, caricando con assoluta mancanza di grazia, di eleganza, il proprio colpo sul fianco sinistro del corpo per poi spingerlo in avanti improvvisamente, come un normale pugno rivolto al collo di ella. La donna, disarmata quale si ritrovava ad essere nel confronto con egli, non temeva sconfitta forte della sua onnipresente arma, del proprio braccio destro, con il quale potersi difendere e poter recare offesa al proprio avversario senza fatica: in quel primo movimento, però, ella non pose subito in gioco tale risorsa, preferendo semplicemente sfruttare la propria agilità per schivare banalmente quel colpo e portare un calcio a vibrare contro i glutei dell’uomo, ad imporgli in tal modo una perdita di equilibrio che quasi lo fece ricadere a terra.

« Non sei cambiato per nulla… » commentò sconsolata la donna, scuotendo il capo « Credi ancora che combattere sia un fatto fisico ancor prima di una prova mentale. »
« Taci! » ringhiò egli.

Rigirandosi di colpo, l’uomo tentò di portare la propria lama ad aprire il ventre di lei, in un movimento irruente ed incontrollato, che nuovamente fu evitato senza sforzo, ritrovando addirittura la donna ad incrociare le braccia sotto ai seni per quanto quell’incontro iniziò ad essere considerato vano: irritato dalla reazione avversaria, il guercio condusse una serie di potenti colpi, che fenderono l’aria non solo con il braccio armato ma anche con quello disarmato, nella speranza di raggiungerla, nel desiderio di porre fine a quello scontro prima che ella potesse maturare la volontà di agire per conto proprio. Rapidi furono i passaggi delle di lei gambe, dei di lei piedi sul terreno roccioso, gesti che di volta in volta la allontanarono dalle traiettorie scelte dall’uomo, senza mai sospingersi a vere offese nei di lui riguardi nell’unica eccezione di continui calci assestati a suo discapito, misera reazione rispetto a ciò che altrimenti lei avrebbe potuto addurre.

« Stai rifiutando lo scontro! » esplose ad un certo punto l’uomo, nell’irritazione sempre crescente per quei gesti, per quell’assenza d’azione da parte della donna.
« Dovresti ringraziarmi per questo… saresti già potuto morire una dozzina di volte se solo avessi voluto… » sottolineò ella.

Forse ad offrire un incisività maggiore a tali parole, il di lei braccio destro si sciolse dalla posizione assunta per essere rapidamente rivolto dritto contro il mento dell’uomo, raggiungendo irrefrenabile il proprio obiettivo e colpendolo con decisione, nel rigettare in conseguenza di ciò egli all’indietro, non ancora stordito da ella solo in conseguenza di una di lei chiara volontà in tal senso.

« Arrenditi, guercio. » tentò di offrirgli un’ultima occasione la Figlia di Marr’Mahew, riportando a posto il braccio metallico « Ammetti la tua inferiorità e sarà mia premura accettare simile dichiarazione quale richiesta di scuse per quanto da te tentato: sporcarmi con il tuo sangue non aveva senso mesi fa e non ne ha ora, come i fatti chiaramente dimostrano. »
« Mai! » negò l’uomo, convinto delle proprie azioni, della propria scelta.
Ma quando alla mercenaria altro non sembrava restare che imporre la conclusione su quell’inutile scontro, segnando la fine della di lui esistenza verso la quale egli non sembrava riporre alcun interesse, una voce esterna al conflitto si intromesse fra loro, rivolgendosi verso il guercio con tono che non ammetteva replica alcuna: « Invece lo farai! »

venerdì 8 agosto 2008

211


D
urante la battaglia per la difesa della cittadella di Sa-Chi, quando la vera identità della Figlia di Marr’Mahew era stata riconosciuta, ella aveva avuto un istante di smarrimento nell’incontrare un volto che sapeva esserle noto ma che non era riuscita a delineare all’interno della propria memoria, che non era riuscita ad individuare in associazione ad un nome. In quel momento, di fronte alle parole a lei rivolte ed al viso di colui che le aveva pronunciate, improvvisamente lo smarrimento fino a quel momento irrisolto ed ignorato scomparve nel nulla, dissipandosi quale nebbia leggera sotto i caldi raggi del sole: l’uomo contro cui aveva lottato e che l’aveva chiamata per nome prima di essere ucciso dalla propria stessa vittima, trasformatasi in carnefice, altri non era che un mercenario di Kriarya, città del peccato, uno dei tanti uomini con i quali, accanto ai quali ella stessa aveva alcuni mesi prima avuto occasione di combattere in opposizione ad un nemico comune per ragioni ben diverse. In tale battaglia, svoltasi nella piana di Kruth, ella aveva condotto, contro la propria volontà, un piccolo esercito mercenario al raggiungimento di un primo momento di gloria, di una prima apparente vittoria sopra i propri avversari: effimera era risultata essere, però, tale situazione ed ella ne era stata pienamente consapevole, nel rendersi conto di quanto la loro inferiorità fosse insostenibile per sperare in una sopravvivenza al termine dello scontro. Fortunatamente per lei, per i di lei scopi, gli avversari in quell’occasione furono sufficientemente collaborativi dal scegliere di scendere a patti con ella, offrendole in cambio della di lei rinuncia alla lotta ciò che desiderava da loro: la liberazione di una giovane fanciulla chiamata Camne, rapita precedentemente in un tentativo di ricatto a suo discapito. Lontana dall’essere un’idealista, lontana anche dall’avere un qualche impegno nel proseguo di quella battaglia a differenza di tutti gli altri mercenari che le erano stati vicini, venendo essi pagati per sbaragliare il nemico e non avendo ella accettato alcun incarico in tal senso, la donna aveva tentato di invitare i propri compagni alla tregua, per salvarli dal destino di morte a cui altrimenti si sarebbero condannati senza possibilità d’appello: in essi, però, non ritrovò purtroppo desiderio di ragione, spronati quali erano dall’idea della vittoria apparentemente prossima, della grande ricompensa loro promessa, ed in conseguenza di ciò, dell’impossibilità a farsi ascoltare ella aveva deciso di non seguirli, di non essere partecipe della loro stessa folle cupidigia, abbandonandoli al proprio destino. Tempo dopo aveva avuto conferma, da fonte ritenuta certa, del fato di morte a cui tutti loro erano andati incontro, ma evidentemente tale informazione doveva essere stata faziosamente riportata nel momento in cui, in quel carcere, nel Cratere, ella aveva avuto modo di ritrovare almeno uno di essi. Anzi… due.

« Guercio! » esclamò.

Midda non poteva negare di essere sinceramente stupita da quanto apparisse effettivamente piccolo il mondo in cui essi vivevano, come da egli denotato, per riuscire a ritrovarsi tutti all’interno di quello stesso carcere, di quel luogo di perdizione. Anche il guercio tranitha che ora la fronteggiava, non quello che ella stava cercando invero, non Tamos, era stato infatti fra i mercenari di Kriarya che ella aveva abbandonato sul campo di battaglia: insieme ad egli, la donna aveva invero percorso un cammino molto più lungo rispetto a quella singola battaglia, affrontando diverse sfide nella capitale ed, addirittura, ritrovandosi in parziale debito con lui per la propria stessa sopravvivenza, in conseguenza dell’aiuto ricevuto successivamente ad un attentato nel quale era quasi morta, trafitta da una freccia infame. Pur avendo di quell’uomo una conoscenza assolutamente superficiale, che non comprendeva neppure il di lui nome, ella non poteva negarsi una certa felicità nel ritrovarlo vivo, per quanto rinchiuso all’interno del Cratere: nonostante quella sincera gioia, ovviamente mai gli avrebbe concesso la soddisfazione di mostrargliela apertamente, ricordandosi bene del di lui carattere e non desiderando offrire in una simile esternazione alcun appiglio per egli.

« Ed io che non volevo credere al fatto che potessero aver rinchiuso anche te in questo posto… » commentò l’uomo, avanzando verso di lei ed offrendo solo il braccio destro in avanti, in segno di saluto.

Midda non poté evitare di notare la malizia non celata nel gesto rivoltole: nella loro cultura, infatti, era uso offrire solo il destro laddove non vi fosse reale fiducia verso il proprio interlocutore, nel concedersi così di mantenere libera la mano mancina per eventuali azioni di offesa o di difesa. In caso contrario, altrimenti, non una ma entrambe le mani, entrambe le braccia si sarebbero tese verso la controparte, ricevendo da essa a sua volta entrambe le proprie.

« In effetti non mi hanno richiuso… mi sono fatta rinchiudere: una sottile differenza… » precisò ella, con un sorriso sornione, ricambiando la stretta singola.
« Sottile come il confine fra genialità e follia, direi. » puntualizzò egli, sciogliendo il saluto rivolto « Non credo che tu abbia ben compreso il luogo in cui sei giunta. »
« Prova a spiegarmelo tu… » lo invitò la mercenaria.
« Privandoti del piacere ineffabile della scoperta? » sorrise l’uomo, scuotendo il capo « Non oserei mai: dopotutto proseguire sola nel tuo cammino è una delle cose che riesci a fare meglio… o erro? »
« Ti avevo avvisato di come i miei interessi fossero diversi dai vostri: tu ed i tuoi compagni avete compiuto la vostra scelta, io la mia. » si difese ella da quell’evidente attacco dialettico nei di lei confronti.
« Una scelta che ci ha visto sconfitti, massacrati in battaglia… e che ha ritrovato i sopravvissuti deportati in questo luogo. »
« Io non ne ho colpa. » scosse il capo la donna guerriero.
« Se tu fossi rimasta con noi avremmo vinto! » inveì l’uomo, ora iniziando a perdere il controllo.
« No! » negò ella, a denti stretti « Non avremmo vinto! Non avremmo potuto vincere! »

L’uomo si zittì di fronte a quelle parole, osservando con sguardo avverso la donna, la compagna d’arme di un tempo verso la quale, ora, non riusciva ad offrire benevolenza: probabilmente quella schermaglia verbale da parte sua era iniziata come scherzo, come tentativo di riprendere un dialogo interrotto mesi prima, ma ben presto le emozioni lo avevano dominato, trascinandolo inevitabilmente verso un risentimento contro di ella, contro colei che non poteva evitare di considerare in cuor suo quale traditrice per l’abbandono loro rivolto.

« El’Abeb ci sta attenendo… » intervenne l’accompagnatore della donna, a frapporsi fra essi prima che la situazione potesse degenerare, mosso forse da propri intenti ora nel voler prevenire una rissa quasi certa, un confronto forse inevitabile « Andiamo, Midda Bontor. »
Non avendo altro da aggiungere, dispiacendosi per come quel momento inizialmente felice si fosse già rovinato in poche semplici frasi, la donna guerriero si voltò per porsi al seguito della guardia, per proseguire nel proprio cammino, nel proprio destino, ignorando quell’uomo parte di un passato che, evidentemente, non voleva ancora accettare se stesso, nel corso degli eventi.
« Sì, sfregiata… vai. » sussurrò il guercio, scuotendo il capo « Figlia di Marr’Mahew… è così che ti hanno iniziata a chiamare, vero? » aggiunse poi, con aria di scherno verso di ella « Una figlia della guerra… ah… se solo gli stolti che tale ti hanno eletta sapessero. Se solo conoscessero quanto vile è il tuo cuore… »

Nel confronto con quell’ultima esplicita offesa, ella non accettò di restare in silenzio, di ignorare l’accidia offertale, scattando rapida e mortale verso il proprio interlocutore, quasi materializzandosi, tanto veloce si propose nei propri movimenti, davanti ad egli, con la propria mano destra sollevata a stringere il di lui collo con forza controllata, imponendo una pressione utile ad una minaccia ma non a ferirlo o fargli perdere i sensi.

« Evita delle prediche che non ti puoi permettere di offrire, guercio. » sussurrò fredda verso l’uomo, con tono assolutamente piatto, inespressivo, privo di rabbia nei di lui confronti, inumano nell’assoluta condanna che stava imponendo « In quella battaglia nessuno fra voi era spinto da un senso d’onore, ma solo dal bramosia d’oro, dall’ingordigia per le ricompense promesse dai vostri mecenati: siamo mercenari ed ognuno di noi insegue solo il proprio interesse, senza onore e senza viltà. »
E prima che egli potesse avere occasione di rispondere o di opporsi alla donna, il ginocchio sinistro di ella andò a colpirlo violentemente nella parte più delicata del suo muscoloso corpo, mozzandogli il fiato e costringendolo a terra, piegato in due per il dolore.
« Se desideri mettere alla prova il mio valore, ti è sufficiente farmi sapere dove e quando… ma ricordati l’umiliazione che ho imposto su di te l’ultima volta che hai tentato una sciocchezza simile e fanne tesoro. »

giovedì 7 agosto 2008

210


« E’
meraviglioso scoprire come un pendaglio da forca in questo luogo sia divenuto tanto popolare… » commentò con evidente sarcasmo la donna guerriero, ritrovatasi quale era stata di fronte all’affermazione del proprio interlocutore in merito a Tamos « Qualcuno di voi, per puro caso, si rende conto di star parlando di una persona che è stata in grado di prestare servizio per anni su una nave prima di tradirne improvvisamente l’equipaggio ed il capitano solo per i desideri sadici di una pazza contro la sottoscritta? Perché in questo posto non ho ancora trovato chi non voglia prendere le difese di quel figlio d’un cane e sinceramente mi sembra abbastanza assurda come situazione. »
In silenzio l’uomo ascoltò quello sfogo, prima di riprendere parola: « I dimessi ti hanno detto che egli è uno dei loro, vero? »
« Senti: io non so chi siano questi dimessi, sebbene una vaga idea me la sia fatta, ed, in effetti, non so neanche chi siate voi, ma prestare fiducia a chi mi circonda con dodici guardie armate, sinceramente, non mi viene naturale. » aggrottò la fronte la mercenaria, scuotendo il capo « Sono disarmata e, se per voi può valere qualcosa, vi do la mia parola che per ora non ho intenzioni negative contro di voi o la vostra comunità. Quindi, perché non trasferiamo il discorso in un luogo migliore? Non vi chiedo di offrirmi da bere, ma per lo meno di lasciarmi accomodare prima di continuare ad illustrarmi le vostre beghe interne. »

Tutte le guardie del gruppo attorno alla donna si scambiarono reciproci sguardi, come a vagliare le alternative a loro offerte con quella proposta. Tanta prudenza, dal punto di vista della mercenaria, apparve quasi ridicola nel considerare il luogo in cui tutti loro si trovavano ad essere in quel momento: al di là di quanto potesse essere vasto, al di là di quanto potessero mancare secondini, sentinelle, celle di detenzione ed altro, quello era e restava un carcere e, fatta eccezione per prigionieri di natura politica, la maggior parte di quegli uomini e di quelle donne non era di certo costituita da santi. Del resto, ella stessa li aveva visti all’opera in una battaglia e, sia dal lato degli aggressori sia da quello dei difensori, aveva avuto conferma della violenza e del desiderio di sangue presente in loro non diversamente dalla maggior parte delle persone nel resto del mondo. Che senso poteva avere, quindi, per la comunità di Sa-Chi, così come per quella che ora stava fronteggiando, cercare di apparire diversi dalla propria natura? Che senso poteva avere osservarla con tanta diffidenza laddove lei, certamente, sapeva e poteva uccidere tranquillamente una persona senza eccessive remore, ma agendo non diversamente da come chiunque fra loro avrebbe saputo e potuto fare?

« Che ne dici? » incalzò, sbuffando, ad offrire espressione di stanchezza nei riguardi di quell’attesa « Io voglio solo parlare con Tamos. Se è uno dei vostri, tanto di guadagnato: ciò che ho da chiedergli non è nulla di personale e, quindi, se temete per la di lui incolumità, potrete assicurarvela restando tranquillamente con noi… »
« Sei una donna pericolosa, Midda Bontor. » precisò il portavoce del gruppo, tornando a volgerle attenzione « La tua fama ti precede ed, in questo caso, non volge in tuo favore. »
« Sono da sola… » denotò ella.
« Come hai fatto notare poco fa, se solo tu avessi voluto avresti potuto batterci. » scosse il capo l’uomo « Non cercare ora di sminuire te stessa laddove tutti noi siamo consapevoli della tua letale bravura. » invitò egli, sorridendo « Nonostante ciò, comunque, voglio dar credito alle tue parole perché ritengo sia meglio che tu esca dal Cratere, se davvero ti è concesso, piuttosto che tu rimanga qui, a violare l’equilibrio esistente. »

Le pupille nere della donna si contrassero all’interno delle iridi di ghiaccio, quasi scomparendo in esse, di fronte a simili parole: qualcosa, in quel tono, in quell’atteggiamento, nella scelta di quei termini non piaceva alla Figlia di Marr’Mahew, lasciandole la chiara sensazione che, al contrario, tutti all’interno di quella prigione non desideravano fare altro che cercare di violare, attraverso di lei, l’equilibrio esistente, coinvolgendola in una rete di menzogne e di inganni. Ancora non conosceva quella comunità, né coloro che vi erano parte o colui che la comandava, ammesso ma non concesso che egli avrebbe risposto al nome di El’Abeb, ma improvvisamente si ritrovò a supporre che essi non dovessero essere poi troppo diversi dai loro vicini, dal gruppo di Sa-Chi, che tanta pace, tanta fratellanza, tanta redenzione aveva predicato in modo così retorico davanti a lei. Avrebbe dovuto prestare attenzione ad ogni sua mossa, ad ogni decisione che avesse scelto di intraprendere, nel momento in cui l’ultimo suo desiderio sarebbe stato quello di offrire gratuitamente dei favori a qualcuno, lì come altrove, soprattutto in conseguenza di una qualche manipolazione, di un qualche inganno. Se Sa-Chi, El’Abeb o chiunque altro avesse desiderato servirsi di lei, avrebbe dovuto parlare chiaro, offrendo un pagamento in cambio di ciò che avrebbe richiesto e solo allora ella avrebbe agito: in caso contrario, l’unico di lei scopo era e restava quello di scoprire il più possibile sulla Jol’Ange e, poi, lasciare per sempre quel posto.

« Vieni… seguimi. » invitò a quel punto il di lei interlocutore « Lascia pure a terra la tua arma: la riavrai più tardi, se sarà necessario. »

A concederle di proseguire libera verso la cittadella, le guardie si aprirono attorno a lei, affidandola unicamente alla custodia di colui con cui fino a quel momento aveva dialogato. La mercenaria osservò per un istante il pugnale gettato a terra, quasi invisibile nel confronto con il suolo ad esso simile, incerta sulla correttezza di quella scelta, dell’azione intrapresa: in quel momento, forse per la prima volta dal suo ingresso nel carcere, stava iniziando a porsi dei dubbi sul proprio piano e sull’avventatezza del medesimo, laddove lasciandosi trascinare dal proprio scopo e dagli eventi attorno a sé, ella aveva rinunciato ad ogni possibilità alternativa. Quarantotto ore, infatti, le erano state inizialmente concesse, in una finestra temporale che avrebbe potuto garantirle, in ogni caso, la possibilità di uscire da quel carcere, non per merito delle proprie forze, certamente, ma aprendole comunque una via verso la libertà, verso il proprio futuro: quell’occasione era stata gettata al vento più di una settimana prima, quando ella aveva accettato l’invito di Sa-Chi ed il ristoro da ella offerto. La mercenaria, originariamente, non aveva mai preso in esame l’idea di accettare l’offerta concessale da lady Lavero per lasciare quel luogo ma, nonostante tutto, non aveva neanche escluso a priori, superficialmente, tale possibilità. Molte delle scelte che stava compiendo, ora come nel resto della propria vita, erano dettate da un impulso estemporaneo, ma vivere in tal modo poteva davvero considerarsi giusto? E se ciò che aveva deciso di compiere l’avrebbe costretta realmente nel Cratere per il resto della propria esistenza?

A scuoterla da tali pensieri, dall’incertezza della quale l’abbandono del pugnale si era reso manifesto, fu la voce dell’uomo, che la richiamò nuovamente con tono tranquillo: « Andiamo? »

Lasciando così a terra la propria arma, Midda poté varcare al di lui seguito la soglia d’ingresso all’insediamento, realizzata come unico varco in un alto complesso murario non dissimile da quello dell’altra comunità, in nera, lavica roccia lavorata a formare mattoni, pietre di costruzione per quella cinta e tutte le abitazioni al suo interno: complice forse l’estrema lontananza che era fra tali stili architettonici e quelli ai quali ella era abituata, i due centri urbani apparvero in un primo momento assolutamente identici agli occhi della donna, che cercò di individuarne differenze anche minime, nel posizionamento dei bastioni, nella planimetria delle vie interne, nelle sagome dei tetti, senza però riscontrare alcun successo. Apparentemente per lei era come essere ritornata alla stessa cittadella da cui aveva incominciato il proprio cammino, quasi entrambi gli insediamenti fossero stati realizzati in virtù di una medesima mente ideatrice, di uno stesso architetto che aveva lavorato su un solo progetto per dare vita a due luoghi lontani fra loro. Spontaneo, a quel punto, fu il dubbio, la curiosità in lei in merito al terzo centro, alla rifugio dei reietti posto ad occidente, ma tale interesse scemò nel momento in cui una voce nota richiamò l’attenzione della donna a sé.

« Sfregiata… il mondo è davvero piccolo! »