Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
venerdì 15 agosto 2008
218
Avventura
006 - Condannata
La luce della luna, entrando dalla finestra ricavata nel muro di pietra lavica, priva di imposte, avrebbe dovuto incontrare in quella stanza, su quel letto all’interno della dimora di El’Abeb, il conturbante corpo della donna guerriero, delicatamente posto lì a riposo, forse nudo sotto un leggero lenzuolo a coprirne le incantevoli forme, i seni prosperosi, i fianchi rotondi, il ventre delicatamente sporgente nella conformazione che ad ogni respiro avrebbe proposto forti addominali emergere da sotto la pelle candida, ancora segnata dalle piaghe a lei inferte ma ormai sempre più risanata, sempre più tendente alla sua meravigliosa normalità. I freddi e bianchi raggi dell’astro notturno avrebbero dovuto accarezzare il di lei volto placidamente immerso nel sonno, con palpebre leggermente frammenti nelle proprie lunghe ciglia, chiara epidermide appena segnata da tante piccole lentiggini concentrate soprattutto in prossimità del di lei naso, in uno spettacolo che avrebbe ceduto al fascino più che ad una vera e propria bellezza, in una malia che sola poteva rendere desiderato quel viso così brutalmente segnato da un profondo sfregio, il quale ne dilaniava il lato sinistro allo stesso modo in cui il nero metallo del di lei braccio creava un orrendo contrasto sul lato destro. Ciò sarebbe dovuto essere così presentato al selenico disco, ma nulla di tale lì apparve, niente di simile lì si concesse: vuoto, infatti, era il nero letto, privo di colei che avrebbe dovuto riscaldarlo ed ornarlo con la propria presenza, privo di colei che avrebbe dovuto essere ospitata in quell’abbraccio forse troppo ruvido ugualmente accogliente.
Midda, infatti, tutt’altro che nuda, rapidamente muoveva il proprio corpo fuori dalla stessa finestra, arrampicandosi con grazia e semplicità sulla parete dell’edificio diretta verso il tetto, silenziosa ed invisibile allo sguardo quale ombra nella notte. La planimetria secondo la quale era stata realizzata quella città, non diversamente da quelle del mondo esterno, le concedeva infatti la possibilità di muoversi con maggior efficienza e minor rischio da sopra i tetti delle costruzioni piuttosto che attraverso le strade posta fra essi, e così come già molte volte si era ritrovata a fare nella propria vita, anche in quell’occasione ella scelse per tale alternativa nel compimento del proprio piano, della propria idea. Raggiunto il vertice desiderato, la mercenaria osservò il panorama oscuro attorno a sé, entro i limiti offerti dal di lei sguardo, mentre la sua memoria, fortunatamente molto buona, le riproponeva con estrema precisione tutti i dati appresi nel corso di quella giornata sulle posizioni utili, sulle coordinate che avrebbe dovuto e voluto raggiungere. Verificando con prudenza che alcuna guardia si fosse accorta della sua passeggiata notturna, la Figlia di Marr’Mahew impostò un corretto ritmo alla propria respirazione prima di compiere la brevissima corsa utile ad acquisire il minimale di velocità necessario a spiccare così il volo in un salto fra quel tetto e quello di uno degli edifici vicini, atterrando in maniera più silenziosa e delicata possibile per evitare di attrarre interessi non graditi. Alcuna pausa si concesse, giunta in quel punto, prima di riprendere in direzione del tetto successivo, e da lì proseguire attraverso un tragitto accuratamente pianificato fino a raggiungere il proprio obiettivo.
Sporgendosi appena dal tetto per assicurarsi di aver scelto la finestra più corretta, la donna guerriero si lasciò scivolare in essa con un’agile capriola, grazie alla quale ella atterrò di fronte ad un marinaio addormentato.
Appoggiando la mancina sulle di lui labbra, per evitare che potesse offrire qualche sussulto di sorpresa, gli sussurrò: « Tamos… svegliati. »
Il giovane sbarrò gli occhi a quel tocco ed a quel richiamo, per poi osservarla in maniera interrogativa.
« So che ti sei fatto tanti amici in questo posto, ma io non riesco a fidarmi di nessuno di loro… » spiegò la donna, intuendo le di lui possibili domande, con tono delicato, quasi quanto un sospiro leggero « Prima di essere coinvolta in qualcosa di cui non potrei avere il controllo ho intenzione di cambiare aria e tu, ovviamente, verrai con me. »
Costretto al silenzio, egli non tentò alcuna risposta a quelle affermazioni, accennando appena con il capo un intento positivo.
« Bene… bravo ragazzo. » sorrise ella, liberandolo dalla propria mano « Vestiti in fretta e lascia qui tutto ciò che non ti è indispensabile. »
« Sì… » commentò finalmente, sollevandosi a sedere sul letto.
Midda si ritrasse così da lui, attendendo che egli si preparasse, ma il giovane restò immobile ad osservarla, come in attesa di qualcosa, fino a quando non domandò: « Allora? »
« Ehm… » sussurrò, chinando appena lo sguardo con evidente imbarazzo.
« Thyres! » sbarrò appena gli occhi ella, incredula « Va bene… ma sbrigati. Ti aspetto di sopra. »
Così dicendo, la donna tornò verso la finestra da cui era entrata per risalire da lì fino al tetto, ad aspettare che il compagno superasse i propri pudori e si decidesse a raggiungerla. L’attesa si prolungò per molto meno tempo di quanto ella non avrebbe creduto, e dopo breve anche Tamos si arrampicò senza fatica, seguendo il di lei percorso: vestito con i propri classici abiti, non portava con sé l’ingombrante tridente, in favore di un paio di semplici pugnali in pietra, non diversi da quello posseduto dalla donna.
« Eccomi. » dichiarò semplicemente « Dove andiamo ora? »
« Fuori di qui… » rispose ella, rialzandosi a preparandosi al nuovo tragitto « Se c’è qualcosa di estremamente semplice è di certo evitare l’attenzione delle guardie dovendo uscire da una città, laddove il loro interesse è evitare che qualcuno entri. »
Il cammino della donna, ora non più sola, riprese senza ulteriori indugi, dirigendosi verso il lato opposto a quello dell’unica soglia d’ingresso della città, scegliendo un punto equidistante fra le torrette di guardia in cui vi fossero minori possibilità di essere individuati. Effettivamente, come da lei sottolineato, l’interesse principale dei custodi di quell’insediamento risultava essere quello di evitare che estranei non autorizzati potessero giungere a turbare il sonno degli abitanti ma non quello di prevenire che qualcuno di questi ultimi avesse desiderio di lasciare la protezione offerta da quelle mura in pietra lavica: senza ostacoli, pertanto, la coppia poté saltare di tetto in tetto a giungere fino alla cinta protettiva e da lì ridiscendere silenziosamente fino a terra per poter poi correre a porre maggiore distanza possibile fra loro stessi e la città alle proprie spalle.
« Ora dovremmo essere al sicuro… » commentò la donna, arrestando infine quella fuga nel volgere il capo dietro di sé e constatare il cammino compiuto.
« Potresti allora offrirmi un minimo di spiegazione? » domandò il giovane, affiancandola finalmente, meno abituato a correre sulla terraferma rispetto ad ella.
« Cosa non è chiaro? » replicò ella, aggrottando la fronte verso di lui.
« Perché siamo scappati? » si provò a spiegare meglio egli, aprendo le braccia a sottolineare il proprio smarrimento con quel gesto enfatico.
« Perché non avremmo dovuto farlo? » rispose la Figlia di Marr’Mahew, osservandolo incuriosita « Per quanto El’Abeb abbia offerto spiegazioni più solide rispetto a quelle di sua figlia Sa-Chi, molti sono ancora i punti oscuri in tutta la politica di questa prigione e non ho interesse a spendere un solo minuto in più della mia vita per comprendere chi possa desiderare realmente prestarmi aiuto… »
« El’Abeb ci avrebbe aiutato a scappare: per domani era già stata indetta una riunione in tal senso. » osservò il marinaio, scuotendo il capo « Il tuo obiettivo è anche il loro… da anni! »
« La realtà, purtroppo, ha sempre più di un aspetto, Tamos… » sorrise ella, continuando a camminare « Ho grande stima per me e per le mie capacità, ma non sono portata a credere che la mia sola presenza potrebbe mutare le sorti di un conflitto che si protrae da più di un lustro. »
Il giovane restò in silenzio a quell’affermazione, non sapendo cosa e come replicare ad ella laddove tanto sicura appariva in quell’analisi.
« Potrei anche sbagliarmi… » sottolineò Midda, volgendo lo sguardo verso di lui « Ma preferisco pagare le conseguenze di un mio errore, piuttosto che ritrovarmi a dover prestare pegno per sbagli commessi da altri in mia vece. »
giovedì 14 agosto 2008
217
Avventura
006 - Condannata
« No… non meritavano di morire. » sussurrò Midda, appoggiando dolcemente la propria mancina sui di lui capelli arruffati, quasi materna in un simile gesto « E parte del loro sangue ricade su di me, in quanto essi sono stati uccisi unicamente per causa mia… »
« Lei ti odia. » rispose Tamos, ancora senza levare lo sguardo verso di ella « Non puoi immaginare a qual punto… »
« Posso, purtroppo posso. » scosse il capo la donna « Dimentichi da quanto ci conosciamo e ci combattiamo. E’ grazie a lei che il mio braccio è andato perduto… »
A quelle parole il giovane marinaio cercò di ritrovare contegno, di riprendere quel poco di raziocinio rimastogli per imporlo sulle emozioni, fermando il pianto per poi risollevarsi piano da terra, ergendosi di nuovo davanti alla mercenaria, a colei che sarebbe dovuta essere vittima delle sue azioni secondo i piani della sua mandante.
« E’ stata lei a volermi rinchiuso in questo luogo. » commentò tornando a volgere il proprio sguardo ad ella, osservandola l’unico occhio leggermente arrossato per il momento appena vissuto « Secondo le sue parole era al fine di farmi riflettere su quanto grave fosse stata la mia sopravvivenza di fronte al mio fallimento, ma ho compreso subito che non era così. »
« No… non è nel suo stile. » confermò l’interlocutrice « Ti ha posto qui unicamente per attirarmi in trappola, così che, in assenza di informazioni sulla Jol’Ange, io decidessi di seguirti in questo carcere nella speranza che tu mi avresti saputo dire qualcosa di più. »
« Non si può fuggire dal Cratere… e lei lo sapeva bene. » sussurrò egli, annuendo tristemente alle di lei parole « Ancora una volta, attraverso di me, ella è riuscita a colpirti. Mi dispiace… »
« Calma, per Thyres. » scosse il capo la donna guerriero, offrendo un aperto sorriso « Io sono Midda Bontor e fino a prova contraria sono ancora viva: ho affrontato insidie di gran lunga peggiori rispetto a questa prigione… e non saranno un paio di bestioni con qualche testa di troppo a fermarmi! »
Il resto della giornata, secondo anche quanto suggerito da El’Abeb, trascorse in tempi e modi assolutamente tranquilli, rilassati, in preparazione a quella che sarebbe stata l’assemblea del giorno dopo, nella quale l’intera comunità del nord si sarebbe mobilitata nell’appoggio alla mercenaria, nella pianificazione dell’azione da condurre per l’ultima grande battaglia contro Sa-Chi ed i suoi fedeli, per poter finalmente raggiungere la libertà da quella condanna eterna, per compiere ciò che alcun altro aveva mai potuto neanche immaginare prima di allora.
Per la donna guerriero, ovviamente, tale fu l’occasione per poter finalmente ascoltare le parole di Tamos in merito a cosa era accaduto nel corso della tremenda tempesta che l’aveva vista separata dal resto dell’equipaggio della goletta, scaraventata in mare tanto violentemente da subire addirittura un breve periodo di amnesia. Il giovane marinaio, a differenza di ella, all’epoca dei fatti si era legato all’albero maestro insieme ai compagni traditi, riuscendo in tal mondo ad evitare come tutti gli altri di smarrirsi nella furia delle onde, restando altresì solidale con la nave e superando, insieme ad essa, i momenti peggiori dopo i quali il sole non aveva mancato di tornare a risplendere sopra di loro. Tutti, pertanto, si erano salvati: Noal, un tempo secondo in comando di Salge Tresand, era divenuto nella tragica morte di quest’ultimo il nuovo capitano della nave secondo le leggi del mare; Berah, ultima compagna del defunto capitano, aveva preso il ruolo di primo ufficiale nella volontà coesa di tutti i compagni; Av’Fahr e Masva, sopravvissuti a tutto, si erano ritrovati ad essere l’unico equipaggio degno di tale nome a bordo della Jol’Ange; ed infine anche Camne, da ospite era divenuta praticamente membro onorario di quella famiglia, in attesa del ritorno di Midda. Nelle parole del marinaio, infatti, la sua giovane protetta aveva rifiutato qualsiasi proposta da parte del gruppo di far vela verso nord, verso la sua amata Dairlan secondo quelli che invece erano ritenuti i desideri della mercenaria stessa, per restare insieme all’equipaggio, nella speranza di ritrovare attraverso essi la propria salvatrice e poter proseguire il proprio cammino insieme ad ella. Un proposito enigmatico che non lasciava chiaramente intendere i propositi della giovane, ma di cui la Figlia di Marr’Mahew non aveva di che preoccuparsi in quel momento: ogni spiegazione a tal riguardo si sarebbe raggiunta al momento giusto. Poche, oltre a quelle conferme di buona salute da parte dell’equipaggio, furono poi le informazioni che Tamos poté concedere in merito alla Jol’Ange: superata la tempesta, Noal aveva deciso di far rotta verso Kirsnya dove il giovane prigioniero, nell’assenza di fiducia che attorno a lui si era naturalmente creata, era stato consegnato alle autorità portuali denunciato per atti di pirateria. L’apprendere come la goletta avesse fatto scalo proprio alla capitale dove lei stessa aveva in quel periodo condotto i propri passi non poté che trovare disapprovazione nella donna nei confronti del fato: per quanto ne poteva sapere, ella sarebbe potuto essere stata a meno di una dozzina di piedi dai propri compagni senza aver avuto la possibilità di vederli, di incontrarli, di cercarli, in quelli che erano stati gli eventi caotici dell’attacco a lord Sarnico. Purtroppo rimpiangere il passato e le sue occasioni perdute non avrebbe mutato il presente e, così, la mercenaria dovette semplicemente accettare quella realtà dei fatti, senza ulteriori rimproveri contro se stessa.
« Mi spiace non avere ulteriori informazioni da concederti. » aveva commentato il giovane, a quel punto della propria narrazione.
Dopo la consegna di Tamos alle autorità portuali, la sua storia si era irrimediabilmente divisa rispetto a quella degli ex-compagni, di cui aveva pertanto perduto ogni traccia: l’unica informazione nota, e tutt’altro che inutile per la donna guerriero, era così la negazione di una rotta verso nord, verso Dairlan. Un simile dato, che non offriva indicazioni precise per localizzare la goletta, restringeva comunque di molto l’area di ricerca della donna che avrebbe potuto concentrare il proprio interesse nella costa sud-occidentale del continente dove era presumibile che essi avrebbero continuato a navigare in attesa di rincontrarla, forse tornando addirittura a Seviath, la città tranitha dove già avevano riunito i propri destini prima di quei tragici eventi. Un lungo dubbio, infatti, aveva dominato la mercenaria in tutto il periodo della ricerca di informazioni in merito alla Jol’Ange, laddove l’ultimo incarico accettato da quell’equipaggio aveva previsto un itinerario estremamente lungo nel corso del quale rintracciarli sarebbe stato assolutamente impossibile, considerando le difficoltà estreme in tal senso già in aree più ristrette.
« Non ti preoccupare. » sorrise ella, sentendosi decisamente positiva a riguardo « Li ritroverò… anzi, li ritroveremo, dato che non ho cambiato idea su quanto ho detto prima. »
« Sono stati loro a consegnarmi alle guardie: che senso avrebbe ricondurmi da loro? » domandò egli, scuotendo il capo.
« Meritano una spiegazione su cosa è successo loro, sul perché questo è successo, sia da parte tua sia da parte mia… » rispose la mercenaria, tranquilla « Desidero che siano pienamente consapevoli delle responsabilità di ognuno in ciò che è accaduto: delle mie, delle tue… e di quelle di lei. »
Nel ripensare ad ella, nel potare la propria memoria nuovamente a rivolgersi a quella donna, la Figlia di Marr’Mahew non poté evitare di stringere i denti e storcere le labbra verso il basso, nel ritrovare davanti ai propri occhi una lunga lista di immagini provenienti dal proprio passato, di ricordi vicini e lontani, in cui quella cagna aveva svolto un ruolo da protagonista nello sfogare contro di lei tutta la propria rabbia, tutta la propria frustrazione, tutta la propria ira. E nel rivivere mentalmente tutti quei momenti, non poté che pregare per il giorno in cui, finalmente, entrambe si sarebbero riunite, si sarebbero ritrovare una davanti all’altra, e tutte le questioni in sospeso fra loro, tutti i debiti mai saldati, avrebbero trovato la loro conclusione nel loro sangue.
mercoledì 13 agosto 2008
216
Avventura
006 - Condannata
« Tamos… »
Quando ormai nulla sembrava promettere alla donna guerriero la possibilità di raggiungere il proprio obiettivo, quando tutto sembrava essere perduto nel turbine dei conflitti familiari all’interno del Cratere, l’improvvisa comparsa del giovane sembrò riportare nella di lei mente la speranza di trovare salvezza da quel carcere e, con esso, ricongiungersi ai compagni perduti, per conoscere il loro destino e per riuscire finalmente a concludere ciò che aveva iniziato ma che non le era stata data la possibilità di terminare.
Il giovane tranitha non sembrava essere assolutamente cambiato da come lo ricordava, vestendo gli stessi abiti, impugnando ancora una volta un tridente, seppur riadattato al contesto lavico di quel mondo, quasi emergendo dalla di lei memoria per riportarla a quel giorno ormai lontano nel tempo in cui ella aveva dovuto affrontare la morte di un antico amante e di una nuova amica per volontà dell’inevitabile nemesi, servitasi anche di quell’uomo poco più che ragazzo per giungere a lei.
« So che di certo desideri uccidermi per quello che è successo. » esordì il giovane, appoggiando la propria arma contro lo stipite della porta prima di avanzare piano verso di lei, in un misto di timore ed ardimento, paura e coraggio « E non immagini quanto io abbia desiderato farlo: Ja’Nihr era anche amica mia. »
« Questo non ti ha impedito di assassinarla brutalmente… » sottolineo la donna di fronte a quell’affermazione, restando fredda e controllata davanti ad egli.
« Potrei dire che non avevo scelta, ma mentirei nello stesso modo in cui ho ingannato me stesso per lungo tempo. » ammise egli, fermandosi di fronte all’interlocutrice e cercando di mantenere il proprio sguardo in quello di lei, per quanto difficile potesse essere « Ja’Nihr ha pagato il prezzo della mia viltà, il costo del mio tradimento, con la propria vita, con il proprio ingiusto sacrificio ed il di lei sangue macchierà per sempre le mie mani, per quanto il tempo possa passare e per quanto pentimento nel mio cuore vi possa essere per ciò che è successo. Di questo ne sono tristemente consapevole ed il solo pensiero, spesso, mi porta sull’orlo della follia… »
« Se tanto è stato il tuo desiderio di morire, perché non lo hai mai fatto? » domandò con freddezza la mercenaria, osservandolo impietosa « Se così pesante è per te vivere con il rimorso per il tuo gesto, perché sei ancora qui, innanzi a me? »
In risposta alle di lei parole, a quel di lei verbale attacco rivoltogli, il giovane marinaio si mosse più rapido di quanto ella non si sarebbe attesa, estraendo con la destra da dietro la schiena un pugnale in pietra e muovendolo a rigirarsi fra loro, per posizionarsi con la punta rivolta al proprio petto, all’altezza del proprio cuore, e con l’impugnatura verso la donna. In una simile situazione, ad ella sarebbe occorsa una minimale pressione per porre fine a quell’indegna vita, per vendicare colei che per di lui mano aveva trovato la morte senza colpa alcuna.
« Perché io sono ancora troppo codardo per compiere ciò che andrebbe compiuto… » rispose Tamos, con sguardo fermo, con mano immobile nel reggere il pugnale « Ho pregato a lungo perché mi fosse concessa la morte, ma gli dei impietosi non mi hanno voluto ascoltare, non mi hanno voluto permettere la pace dell’eterno riposo che tanto ho bramato. » continuò, con tono costante, senza timori nella voce « Ti prego: se gli dei ti hanno guidata fino a qui è per offrire risposta alle mie suppliche, è per donare al mio animo la quiete che tanto brama. Compi ciò che devi… vendica Ja’Nihr e poni fine alla mia esistenza. »
Midda in silenzio scrutò a lungo quello sguardo, mentre alcuno tentò di intromettersi fra loro, rispettando la questione in corso, le reciproche posizioni all’interno delle quali chiunque altro sarebbe risultato estraneo: incerta la mercenaria sembrò restare di fronte ad egli, forse divisa fra il sentimento di rivalsa, di vendetta, che avrebbe voluto soddisfazione nella conclusione di quell’esistenza e la sete di conoscenza che altresì l’aveva spinta all’interno di quel luogo, di quella prigione, che non avrebbe mai potuto soddisfare con la di lui morte.
Ma quanto infine ella prese una decisione, una strana luce di consapevolezza era nei di lei occhi, nel di lei sguardo, a negare ognuna delle due precedenti ipotesi.
« Non so se davvero Sa-Chi ti abbia conosciuto o no, ma di certo quella cagnetta dalla pelle bianca ha visto qualcosa di corretto in te. » commentò la donna guerriero, con tono privo di emozioni « Tu non sei la stessa persona che ho conosciuto mesi fa e, soprattutto, a dispetto di ciò che dici non brami la morte e neppure la temi… »
« Cosa stai dicendo? » domandò l’altro, restando immobile con il pugnale appoggiato contro il proprio cuore.
« Quello che hai sentito. » rispose ella, tranquillamente, portando la propria mano su quella di egli e costringendolo ad abbassare l’arma, allontanandola da sé « Tu desideri solo espiazione per le tue colpe, per il sangue di cui ti sei bagnato, per il tradimento che hai compiuto a discapito di chi ti aveva offerto fiducia ed affetto, di quella che era la tua famiglia. Morire sarebbe una soluzione troppo rapida, una via di fuga troppo semplice, che sai di non poter intraprendere perché non meriti questa possibilità. »
Solo in quel momento, in risposta all’evidente perfetta descrizione che quelle parole avevano dato di lui, a come esse erano state capaci di leggergli dentro meglio di quanto egli non avesse voluto fare prima di allora, la di lui mano iniziò a tremare in quella di lei, incerta, timorosa, dubbiosa: nell’unico occhio dove prima era un fermo controllo, un’assoluta sicurezza, ora comparve lo sgomento, conseguenza della quiete presente in quelli azzurro ghiaccio ad esso antistanti, laddove evidentemente altro sentimento era atteso, sarebbe stato più facilmente accettato.
« Non ti ucciderò. » concluse la donna, inarcando appena gli angoli delle labbra, osservandolo con intensità « Anzi, ti condurrò fuori da questo luogo insieme a me, così che tu possa poi guidarmi a ritrovare la Jol’Ange: vivere sarà la punizione per la tua colpa, non morire. Questa è la sorte che tu stesso, consciamente o inconsciamente, hai scelto per te stesso. »
Nulla ad ella era stato ancora concesso di conoscere in merito alle ragioni per cui egli era stato lì rinchiuso, in merito all’identità di colui, o colei, che lì aveva voluto porlo, per il resto dei propri giorni o, forse, semplicemente nella speranza di attirarla in trappola a sua volta, ma, qualsiasi fossero state le risposte a simili incertezze, a tali dubbi, la mercenaria aveva ormai votato in favore di una nuova missione personale, una missione di recupero, di salvataggio, che avrebbe visto Tamos cambiare ruolo da preda a protetto, per concedergli una reale possibilità di affrontare la propria sorte, il proprio fato, come altresì all’interno del Cratere mai egli avrebbe potuto fare. Non fuggendo al mondo, infatti, egli si sarebbe offerto alla giustizia per la giusta condanna ma affrontando lo stesso mondo dal quale aveva cercato fuga, la realtà da lui tradita: forse neanche egli stesso aveva avuto la possibilità, fino a quel momento, di rendersene pienamente conto, ma l’unica reale possibilità di espiazione sarebbe stata il ritorno dai propri compagni, affrontando davanti ad essi il peso delle proprie responsabilità, delle proprie colpe.
E finalmente conscio di tutto questo, il giovane marinaio ricadde in ginocchio al suolo, davanti a Midda, coprendosi il viso con le mani per non svelare le amare lacrime da lui ora offerte, simili a quelle che già aveva pianto davanti a tutto l’equipaggio della Jol’Ange al momento della rivelazione dei fatti occorsi, eppur estremamente diverse da esse: non più il dolore di un bambino timoroso per la sorte che lo avrebbe atteso, ma la consapevolezza di un uomo sull’orrore delle proprie azioni.
« Ja’Nihr ed il capitano non meritavano di morire… » singhiozzò sottovoce egli, restando chino a terra.
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