Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
domenica 3 maggio 2009
478
Avventura
012 - La fortezza fra i ghiacci
Ra'Ahon osservò in silenzio il nuovo sole sorgere puntuale ad oriente, nell'annunciare l'inizio dell'ultimo giorno dell'anno, la transizione fra inverno e primavera. Un'alba quieta, tranquilla, in colori che non avrebbero potuto evitare di affascinare chiunque, nell'ammirare l'opera irrefrenabile del tempo, nell'alternarsi delle stagioni: chiunque, sì, ma non lui. Quella notte, nonostante la sua compagna l'avesse invitato in molteplici occasioni a non lasciarla sola nella loro tenda, attraverso numerose provocazioni tali per cui egli non avrebbe dovuto poterle opporre alcuna resistenza in conseguenza di una complicità d'amore maturata nel corso di un lungo cammino insieme, l'uomo non era riuscito a chiudere occhio ed aveva disertato ai propri piaceri, restando altresì ossessionato dal racconto della propria ospite, o prigioniera, rimasto in sospeso la giornata precedente.
Ben poco, invero, era ancora emerso da quella narrazione, all'interno della quale eccessivo spazio era stato lasciato per riportare inutili chiacchiere fra tre fuggiasche: un'audace mercenaria straniera, una giovane principessa viziata e la sua stessa cronista, una serva trascinata controvoglia in un'avventura non propria. Ciò nonostante, nelle premesse da lei poste e nell'accenno ad una misteriosa edificazione presente nelle montagne a loro sufficientemente prossime, egli era rimasto estremamente incuriosito, desideroso di poter apprendere ulteriori dettagli, maggiori particolari soprattutto nel merito delle cause per cui simile complesso avrebbe dovuto sospingere la guerra verso nuove vie, strade prima neppure considerate. Purtroppo, però, ogni sua curiosità era rimasta fine a se stessa, nella necessità per la giovane di recuperare le energie, di concedersi, suo contrario, un lungo sonno prima di poter riprendere il proprio racconto.
« Quale tuo medico, vorrei consigliarti di non sottovalutare l'importanza del riposo… »
Ad intervenire in simili termini fu la voce di Al'Ehir: nel sopraggiungere alle sue spalle, egli gli concesse immediatamente il proprio tono cordiale, sempre allegro quasi fosse dotato di un'energia inesauribile. E proprio da quella stessa forza, tutti i pazienti in cura presso il cerusico sembravano riuscire sempre a superare anche i momenti più drammatici, le situazioni peggiori, ritrovando attraverso il suo supporto, il suo sostegno una ragione per proseguire.
Un dono divino, quello concesso a quell'umile uomo, del quale il comandante dei guerriglieri non poteva evitare di dispiacersi nella consapevolezza dell'ingiustizia così condotta verso tutti i propri connazionali, nel mantenerlo per se stesso, lontano dalle folle dal quale avrebbero potuto trovare beneficio, sollievo. Purtroppo, però, anche la loro era paradossalmente una guerra e, in ciò, anch'essi non avrebbero potuto evitare di sporcarsi le mani, ricorrendo a mezzi a volte discutibili nella speranza di raggiungere l'obiettivo prefisso: se in conseguenza di tale situazione, pertanto, l'abilità terapeutica dell'uomo avrebbe dovuto essere negata ai molti per essere concessa unicamente ai pochi, a coloro che li avrebbero sostenuti ed appoggiati nella loro causa, così sarebbe stato.
Sperando che gli dei avrebbero potuto mai perdonarli per tanto egoismo.
« Sei mattiniero… » commentò il comandante, senza voltarsi verso il cerusico « Qualcosa non va con la tua ultima paziente, per caso? »
« Assolutamente. » scosse il capo l'altro, ponendosi al suo fianco « Riposa serena da quando vi siete lasciati ieri. Se mi posso permettere… per quale ragione non stai seguendo il suo esempio? »
« Riflettevo… rifletto. » rispose, correggendo immediatamente la coniugazione temporale del verbo appena pronunciato, nel sottolineare come l'azione non fosse affatto terminata.
« Pochi fatti quelli per ora presentatici che, comunque, hanno suscitato molto interesse da parte tua… noto. » sorrise, deciso a non lasciar cadere il dialogo, a non permettere il proseguo del monologo interiore nell'interlocutore « Perché immagino che tu stia riflettendo con tanta attenzione sulla narrazione offertaci da Fath'Ma. O erro? »
« Non erri. » replicò Ra'Ahon, voltandosi ora appena nella direzione del cerusico.
« E…? » insistette.
« Quella fortezza… l'edificazione di cui ha accennato prima di interrompersi: c'è qualcosa, attorno ad essa, che mi attrae ed al contempo mi inquieta. » rivelò, stringendo poi appena le labbra, evidentemente confuso a tal riguardo.
« Permettimi di supporre. » ipotizzò il cerusico, accarezzandosi il dorso del collo con la mano destra, in un gesto di evidente stanchezza muscolare « Stai cercando di comprendere le ragioni per le quali quell'edificio ha potuto influenzare l'andamento della guerra, costringendo le truppe di Y'Shalf e di Kofreya a trasferire il fulcro del proprio scontro più a meridione. »
« Esattamente. » annuì, per nulla stupito dalla perspicacia dell'altro, presente come lui nell'ascolto degli eventi raccontati dall'ospite « E' un pensiero fisso che non mi da pace… »
« Un pensiero positivo o negativo? » questionò con una certa retorica Al'Ehir, aggrottando la fronte innanzi a quella duplice alternativa, ambivalente e comunque carica di incognite in ogni sua possibilità, come già del resto sottolineato dall'interlocutore pocanzi.
« Non ne sono certo… » confermò l'uomo, riportando lo sguardo verso il sole nascente « Il ruolo svolto in un passato remoto lascerebbe ipotizzare l'eventualità di un impiego positivo di simile roccaforte per la nostra causa. »
« Però potrebbe anche celare un orrore privo di eguali, un mistero all'interno del quale alcun mortale dovrebbe osare spingere i propri passi, come le parole della nostra amica hanno lasciato intendere… » concluse il cerusico, esprimendo l'altra faccia della medaglia, tale da far nascere tanto dubbio, simile incertezza nel proprio comandante.
« Ancora una volta, esattamente. » annuì questi, socchiudendo appena gli occhi « Per tutta la notte ho riflettuto sull'eventualità di inviare una squadra in missione verso la zona indicataci, per ricercare una qualche conferma alle parole riportateci, una riprova della storia raccontataci… e, eventualmen… »
« Perdonami. » premesse l'altro, interrompendolo prima che potesse condurre a termine la frase in corso « Ma non sarebbe più prudente attendere prima di intraprendere qualsiasi scelta a tal proposito? Qualsiasi risorsa celata entro quella fortezza, pur ammettendone l'esistenza, non verrà di certo meno in conseguenza di uno o due giorni di attesa, o anche di un ulteriore mese, dove da epoche così lontane è in silente attesa. »
« Impossibile non concordare… »
Dove una parte del suo cuore, fin dal giorno precedente, nell'ascoltare le parole della fanciulla, aveva voluto credere in un dono provvidenziale offerto loro per la risoluzione perpetua del conflitto, nel bene o nel male; un'altra parte meno fiduciosa, meno confidente con il sentimento della speranza, pur tanto caro al genere umano, tale da spingere i mortali a sfidare insidie oltre ogni immaginazione, aveva altresì temuto l'eventualità di un atavico male rinchiuso fra quei ghiacci, forse perenni, per mano di eroi passati.
La loro mitologia, la loro storia, le loro ballate erano del resto colme di fantasiose e terribili epopee coinvolgenti ogni genere di mostri, di creature sovrannaturali, impegnate nell'unico scopo della distruzione del genere umano, nella singolarità di pochi malcapitati o nella complessità di intere nazioni, continenti: sempre simili imprese trovavano una lieta conclusione, nella vittoria di un inatteso campione sopraggiunto in difesa del concetto stesso di futuro. Abitualmente, però, alcuno era solito offrire valore a tali storie, considerate poco più che semplice intrattenimento, non più utile di una avvincente fiaba per porre a riposo bambini troppo agitati.
Ma se anche solo una di quelle novelle avesse celato un fondo di verità? Se anche solo una di esse non fosse stata il frutto di un'immaginazione troppo fervida, quali conseguenze avrebbero potuto gravare sul loro avvenire, nella sfida proposta ad un santuario dimenticato quale sembrava essere l'edificio indicato dalla prigioniera?
sabato 2 maggio 2009
477
Avventura
012 - La fortezza fra i ghiacci
« Grazie. » mi ritrovai, involontariamente, a balbettare per tutta risposta.
Difficile sarebbe stato non essere spiazzata all'idea che una signora del rango della principessa si fosse proposta in maniera del tutto spontanea nell'offrire il proprio aiuto ad una serva, anziché richiederlo dalla medesima. E per quanto negli ultimi giorni i rapporti fra noi si fossero placati, vedendoci semplicemente essere quali donne, compagne, complici in quella fuga, a livello inconscio ammetto che rimasi comunque intimorita da tale favore, assoggettata di fronte all'offerta concessami.
« Guarda… devi intrecciare qui e poi stringere così… » mi indicò, ignorando l'incertezza dimostrata nella mia replica e restando tranquilla a mostrarmi come procedere, quasi come una madre con la figlia, una sorella maggiore con la secondogenita « Tira bene i lacci, alla fine, per verificare che non si possano sciogliere da soli: sarebbe imbarazzante perdere le brache durante una corsa. »
« In effetti… » sorrisi, divertita all'idea di ritrovarmi ad inciampare nei miei stessi pantaloni in un momento di panico, tale da richiedermi, addirittura, una fuga di corsa « Hai dimestichezza con questi abbigliamenti… » osservai poi, nel desiderio di cercare maggiore dialogo con lei.
« Tutti noi abbiamo dei piccoli segreti nel nostro passato. » commentò lei, alzando appena lo sguardo verso di me « Uno dei miei è la vera origine di mia madre. » accennò a confidarmi, ciondolando leggermente in quelle parole, quasi incerta fra proseguire o meno in esse.
« Cosa intendi? » insistetti, sbarrando appena gli occhi per lo stupore a simile accenno.
« Resti fra noi, ma mia madre non è y'shalfica, nonostante abbia adattato il proprio nome per non incorrere in troppi pregiudizi a seguito del matrimonio con mio padre. » mi spiegò, piegando appena il capo di lato « In verità è nata e cresciuta in terra mes'eriana, trasferendosi ad Y'Shalf solo per questioni di cuore. »
« Oh… » sussurrai, sinceramente stupita per la confidenza della quale mi aveva voluto rendere partecipe.
Simile fiducia era qualcosa che non mi sarei mai attesa fino a poche settimane prima, qualcosa che neanche allora, in verità, avrei mai previsto da parte sua e che, forse, non avrei saputo concederle io, in una situazione inversa, reciproca. Nass'Hya, con quelle parole, quel segreto che qualcuno avrebbe potuto considerare banale, comunque privo di ogni genere di compromissione per lei o per la sua famiglia, stava offrendomi un segno concreto di distensione, di pace fra noi… forse addirittura di amicizia, nel seguire il tentativo già promosso dalla mercenaria con la narrazione della propria vita.
« Per certi versi, in fondo, la mia storia non si propone troppo diversa dalla sua e spero che, anche per questo, i miei genitori potranno comprendermi e perdonarmi per la mia scelta. » proseguì, con evidente incertezza nel proprio tono, nella propria voce.
Restai per un lungo momento in silenzio, dubbiosa sulla possibilità di insistere in una certa direzione con quel discorso, temendo di poter apparire forse troppo indiscreta nei suoi riguardi, salvo poi comunque esprimermi, delicatamente: « E lui… chi è? »
« Intendi dire l'uomo per cui sto facendo tutto questo? » tentò di esplicitare l'aristocratica, dimostrandosi assolutamente serena a tal proposito, anzi forse addirittura sollazzata da simile argomento.
« Sì. » annuii per tutta risposta, felice dentro di me per la leggerezza con cui stavamo riuscendoci a confrontare, in un modo con cui non mi era mai stato possibile nei confronti di una nobildonna, scoprendo quanto anch'ella fosse vicina a una persona comune, dotata di propri sogni, speranze, paure e dubbi « Vi avevo sentito parlare di lui come di un signore kofreyota… ma non ho capito e, sinceramente, non ho voluto intendere molto di più a tal riguardo. »
« Beh… considerarlo un "signore" credo sia un abuso di tale termine… » ridacchiò a quel punto, coprendosi appena le labbra con la propria mano destra « E' un furfante, un predone della peggior risma che ha avuto occasione di arricchirsi e di ritagliarsi un proprio territorio di potere in quella conosciuta come città del peccato. Qualcosa di ben lontano, quindi, dall'essere considerato un signore, nell'accezione classica di simile parola. »
« Oh… ma… » commentai, restando interdetta da una presentazione di quel livello, tutt'altro che volta ad offrire di lui un quadro accattivante o trasognante quale ci si sarebbe potuto attendere nel giustificare ciò a cui stava dando luogo con quella romantica fuga « Non capisco… »
L'imbarazzo in me, a quelle parole, fu evidente. Mi ritrovai ad essere decisamente confusa nel merito di tutta la questione: del resto l'idea che una principessa y'shalfica, possibile sposa per il nostro sultano, potesse rinunciare con simile leggerezza a tutta la propria vita, a tutti i propri onori, ad ogni ricchezza e gloria per ricercare un qualche futuro in compagnia di una sorta di criminale, non sarebbe stata logica per alcuno… almeno credo.
In mio aiuto sopraggiunse, così, la mercenaria: dopo averci offerto un po' di riservatezza per il cambio di abiti e per quel breve dialogo, ella notando la mia difficoltà nel medesimo decise di ritrovare parola, intervenendo fra noi.
« Avanti… se aspettiamo ancora un po' la cena rischia di carbonizzarsi sul fuoco. » ci richiamò, accennando alla coppia di lepri catturate nel pomeriggio e da lei già poste a rosolare al fuoco acceso per la notte imminente.
« Arriviamo! » rispose prontamente Nass'Hya, voltandosi nella sua direzione « Ammetto un certo appetito questa sera. »
« Fath'Ma? » mi apostrofò direttamene, con un ampio sorriso « Tu non hai fame? »
« Certo… » confermai, cercando di lasciare per il momento da parte ogni mio dubbio, al fine di non rovinare con essi l'atmosfera presente « Sperando solo che siano meno stoppose rispetto alle ultime! »
« Ma in quel caso non è colpa degli ingredienti, quanto della cuoca… » ridacchiò la principessa, scherzando in merito alle doti della Figlia di Marr'Mahew in quel campo decisamente lontano dall'arte della guerra nel quale, comunque, ella era in grado di cavarsela quasi dignitosamente.
Nelle chiacchiere con le mie compagne di ventura, nelle sane risate d'allegria che, reciprocamente, riuscimmo ad infonderci l'una nell'altra, ebbi modo di godermi al massimo quella serata. In verità nulla in quelle ore si propose particolarmente differente rispetto alle sere precedenti, alle cene già consumate insieme: da un punto di vista personale, però, forse in conseguenza del nuovo giudizio maturato in merito alla principessa, forse in virtù di quelle nuove vesti tali da rendermi fisicamente più libera, emancipata, accolsi quell'esperienza quale assolutamente inedita, meravigliosa e memorabile. Un ricordo splendido, nella mia mente e nel mio cuore, che si contrappose in maniera paradossale con ciò che ne seguì, con gli eventi che nei giorni ad esso successivi segnarono per sempre, inaspettatamente, il nostro viaggio, nonché la missione della donna guerriero.
Nessuna fra noi avrebbe potuto immaginare che saremmo state poste innanzi a verità prima di allora del tutto ignorate sulle reali ragioni dell'abbandono di quel fronte di guerra, del trasferimento del conflitto a sud, lontano dalle vette in precedenza cuore pulsante dell'inimicizia, dell'astio fra Kofreya ed Y'Shalf: tali motivazioni, non ricercate, non desiderate, si concessero ugualmente tanto forti e terribili, concrete e inequivocabili, da spingere tutte noi a comprendere il silenzio collettivo e complice mantenuto attorno a tutto ciò, dove addurre razionalmente la responsabilità di tale scelta ad una possibile irritazione gorthese sarebbe risultato essere più ovvio, più naturale e, per questo, accettabile rispetto a ciò a cui altresì di ritrovammo ad andare incontro.
Pochi giorni dopo, infatti, inoltrateci all'interno dei monti Rou'Farth, alla ricerca di un antico valico ormai non più battuto da alcun'anima mortale, i nostri passi finirono con il condurci ad una costruzione dimenticata, ad un'erezione persa nella memoria dell'umanità nel corso dei secoli, in conseguenza di una chiara e definita decisione a tal riguardo: una fortezza posta sprezzante fra i ghiacci di quelle cime innevate.
venerdì 1 maggio 2009
476
Avventura
012 - La fortezza fra i ghiacci
« Perché? Gorthia è sì temibile? » insistetti, dimostrando senza inibizioni di sorta una chiara ignoranza a tal riguardo, dove del resto nessuno avrebbe potuto pretendere da me una competenza simile.
« E' una nazione che ha fatto della guerra il proprio solo scopo di vivere, del combattimento l'unico valore nel quale giudicare un individuo e concedergli gloria imperitura o ridurlo in condizione di quasi schiavitù… » mi spiegò, senza alterigia nella propria voce, la principessa, riprendendo voce ora verso di me « Sfidare un gorthese significa, inevitabilmente, essere sconfitti senza alcuna pietà e, soprattutto, senza possibilità di sopravvivenza. »
« Non tutti gli abitanti di Gorthia sono dei guerrieri, in verità, e non tutti i guerrieri gorthesi si porrebbero in una posizione di predominio su soldati o mercenari di altre origini. » volle sottolineare Midda, con sicurezza nel proprio tono di voce, tale da non lasciar dubbi di sorta che tale giudizio non derivasse da semplici voci ascoltate quanto, piuttosto, da un'esperienza diretta « Ciò nonostante è innegabile che essi siano avversari temibili, con una preparazione ed una inclinazione alla guerra ed alla morte superiore a quella della maggior parte di altri. »
« Parli come una che ha vissuto certe esperienze sulla propria pelle. » denotai, aggrottando la fronte « Sei forse stata in Gorthia, in uno dei tuoi sicuramente numerosi viaggi? »
« In effetti sì. » annuì lei, offrendo un placido sorriso « E' una storia lunga… che se vorrete vi racconterò una delle prossime sere, attorno ad un caldo fuoco. »
Così fu, e non solo per una sera quanto, piuttosto, per tutte quelle che seguirono a quel giorno.
Forte di un carico di esperienze fuori dal comune, ella non si pose eccessivi imbarazzi nel condividerle con noi, senza seguire un qualche ordine cronologico, una qualche logica, ma saltando di giorno in giorno a momenti diversi della propria esistenza. In verità penso che il suo scopo in tali discorsi fosse quello di concedere, tanto a me quanto all'aristocratica, occasione di conoscerla, di entrare maggiormente in comunione con la sua vita, con le sue emozioni, per riuscire ad inquadrarla al di fuori di eventuali preconcetti, riuscendo così a vederla non tanto quanto una nemica, una straniera giunta a noi solo in esecuzione di ordini ricevuti, quanto qualcosa di più, forse addirittura una compagna di antica data. E se tale, davvero, si propose il suo scopo, il suo intento, non posso evitare di riconoscerle, in questo momento, un chiaro successo: sebbene la furia, il risentimento nel mio cuore non fosse venuto ancora meno, non si fosse placato, nell'ascoltare le cronache della sua vita dalla sua stessa voce, non enfatizzate nei canti di un bardo, non esaltate nei versi di una ballata, non riuscii ad evitare di essere ammaliata dal suo carisma, affascinata dalla sua figura in quanto assolutamente umana, non divina o quasi tale. Sicuramente da quelle storie, da quei racconti, quella emersa fu l'immagine di una donna in grado di raggiungere e superare traguardi innanzi ai quali la maggioranza di noi, comuni mortali, non oserebbero neppure spingere i propri pensieri più sfrenati, ma in questo ella non si è mai dimostrata qualcosa di diverso da, appunto, una comune mortale. Nell'affrontare il fuoco vivo della terra in un tempio votato alla fenice, così come nello spingersi contro negromantiche creature di ogni risma, ella ha dimostrato di essere incredibilmente coraggiosa, estremamente tenace, ma pur, sempre e comunque, una donna mortale, consapevole dei propri limiti, conscia della perpetua imminenza della morte su di sé, sul proprio destino. Ma al contrario rispetto alla maggioranza di tutti noi, che, nel rifiutare di vivere per timore di morire, tendiamo a rinchiuderci solitamente in un piccolo mondo che consideriamo perfetto, per quanto esso lo sia più a livello psicologico che reale, Midda Bontor ha sempre usato la percezione di simile letale ombra sul proprio fato, un appuntamento certo al quale nessuno, in fondo, potrebbe mai sottrarsi, per trovare una fonte illimitata di energia vitale, nella volontà di non lasciare mai neppure un singolo istante della propria esistenza come sprecato.
Come non potersi lasciare conquistare da simile immagine? Da tale figura, pur sicuramente colma di difetti, tutt'altro che immune ad errori?
Io non vi riuscii e, così, inconsciamente, senza aver compiuto un concreto ragionamento a tal proposito, senza aver preso una decisione esplicita in tal senso, mi ritrovai ad ignorare ogni sentimento avverso prima provato verso la mercenaria. E proprio in conseguenza di tale affezione, ritrovata verso di lei nonostante tutto quello che era accaduto, quando fu necessaria una sosta in un centro abitato, l'ultimo piccolo paese prima sul limitare dei monti, io decisi di collaborare con colei che avrei dovuto considerare quale mia rapitrice, accettando di reggere il gioco che lei volle porre in essere per concederci quella tappa, per comprare abiti adatti al passaggio fra i monti, nonché una scorta di viveri con i quali caricare il nostro asino, fedele compagno in quell'avventura per quanto, anche lui, sottratto con la violenza alla propria consueta vita. Avrei potuto denunciarla alle autorità locali, evadere da lei senza alcuna fatica, eppure collaborai, diventando complice della mia ipotetica carnefice, nel recitare alla perfezione il ruolo assegnatomi e nel concedere il completo successo della nostra visita a quell'ultimo faro di civiltà prima del nulla assoluto rappresentato dai monti Rou'Farth.
« Direi che è giunto il tempo di cambiarci… »
Tale fu il commento della Figlia di Marr'Mahew, al sopraggiungere di una nuova nottata, nel mentre in cui prendevamo posto in un provvisorio campo, come ormai ci eravamo abituate a fare in maniera assolutamente naturale. Allontanateci a sufficienza dalla civiltà y'shalfica e dai pericoli che essa avrebbe potuto rappresentare per la nostra fuga, inutile ed, anzi, dannoso sarebbe stato conservare i burqa dietro ai quali ancora io e la principessa eravamo celate, in virtù dell'abitudine ancor prima che di qualche forte connotazione religiosa rappresentata da tale vestiario: inutile dove al di fuori dei confini di Y'Shalf quell'abbigliamento ci avrebbe rese troppo appariscenti allo stesso modo in cui nel nostro Paese sarebbe stato utile a celarci; dannoso perché nella leggerezza di simile stoffa non avremmo potuto proteggerci adeguatamente dai rigori dell'inverno, soprattutto alle altitudini che saremmo state costrette presto ad affrontare per superare i valichi verso Kofreya.
Così, per la prima volta dopo lungo tempo, tornai a mostrare apertamente il mio volto alla luce del sole, condividendolo insieme a Nass'Hya nell'abbandonare ogni velo allo scopo di indossare abiti che avrei giudicato essere di foggia maschile ma che, in tali forme, ci avrebbero garantito maggiore libertà di movimento: un'esperienza affascinante, lo ammetto, che pose di nuovo in discussione le mie emozioni, i miei sentimenti, dove una sorta di gusto del proibito, in violazione delle regole che mi erano state inculcate a forza da quando avevo preso servizio all'interno dell'harem, mi rese quasi euforica per tale cambiamento. Neppure il confronto con le fattezze tanto della mercenaria quanto, ed ancor peggio, della principessa poterono turbare quel momento nella mia percezione del medesimo, nonostante, effettivamente, avrei dovuto rimpiangere l'assenza del burqa nell'essere posta innanzi alla giovane aristocratica: con lei, infatti, gli dei sembravano essere stati assurdamente generosi, non solo ponendola in una posizione socialmente dominante, non solo concedendole ogni ricchezza utile a soddisfare qualsiasi capriccio fin dalla più tenera età, ma anche donandole una beltade tale per cui mai sarebbe potuta passare inosservata innanzi a sguardo maschile o femminile, attirando le bramosie dei primi e le invidie delle seconde.
E proprio la nobildonna, accogliendo quel momento con maggiore distacco rispetto a me, con più freddezza rispetto a quella che offrii a mia volta, evidentemente non dimostrandosi quale completamente nuova a simili esperienze, non approfittò della propria bellezza, del proprio fascino e della propria superiorità rispetto a me, nell'infliggermi l'ennesima dimostrazione della sua inimicizia, della sua mancanza di sopportazione nei miei riguardi come già era avvenuto in passato, in quello stesso viaggio. Al contrario ella si propose con apparente sincera premura nei miei riguardi, aiutandomi a prendere possesso di vesti alle quali non ero abituata, con le quali non sapevo in che misura confrontarmi.
« Aspetta… » mi richiamò, notando la mia difficoltà nei riguardi di semplici pantaloni, che non sembravo essere in grado di allacciare alla vita, di mantenere fermi nella corretta posizione « Ti aiuto io. »
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