11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 3 ottobre 2010

996


Q
uasi l'impercettibile rumore dei piccoli e neri denti metallici della cerniera lampo della bianca tuta della donna guerriero fosse stato allora simile a un rullo di tamburi, a un tribale richiamo per chiunque fosse in grado di coglierlo e di apprezzarlo nel proprio significato, l'anziano medico di bordo si rigirò immediatamente verso di lei, a non voler sprecare neppure la più vaga possibilità di confronto con la magnificenza di quel corpo sì maturo e, pur, ancora dotato di indubbio fascino, di una trasudante sensualità capace di stuzzicare, dal suo punto di vista, le fantasie di qualsiasi essere senziente di sesso maschile, e, per questo, di straordinario interesse per un grande esperto in materia di corpi femminili quale egli si considerava essere. In verità, se tale gioia gli fosse stata riservata, non sarebbe potuta essere considerata un'esperienza del tutto inedita, dal momento in cui, sin dal primo imbarco della donna, già diverse erano state le possibilità in tal senso: ciò nonostante, ognuno di quei rari momenti, nella sola eccezione, forse, del primo, non avrebbe potuto essere ricordato, da parte sua, qual sì pienamente soddisfacente, appagante, da negare occasione di interesse per nuove, simili, possibilità.
Nell'osservare il dottor Ce’Shenn, la donna guerriero si poneva costantemente a confronto con un quadro che, sino a prima del suo arrivo in quella realtà, in quel nuovo universo, mai avrebbe potuto ritenere possibile… l'immagine di un uomo di oltre ottant'anni. Abituata a considerare già i propri stessi quarant'anni quale un traguardo incredibile, un risultato eccezionale e ancor più enfatizzato qual tale in conseguenza della propria stessa professione, ella ancora doveva imporre al proprio raziocinio un sincero sforzo per accettare che Roro potesse avere il doppio della propria età e, soprattutto, in ciò fosse ancora tanto lucido ed efficiente qual egli era, nonostante un evidente, e mai negato, rapporto intimo con tutto ciò definibile quale alcolico. Giudicandolo con obiettività, in effetti, nulla in lui avrebbe potuto offrire un pur vago senso di giovinezza, per quanto a lei mancasse una concreta confidenza con un'anzianità sì estremizzata. Il suo corpo, innanzitutto, concedendosi incredibilmente esile e, probabilmente, persino più leggero di quello della giovane ed elegante moglie del capitano, faceva sfoggio di una pelle incredibilmente secca e rugosa, simile, almeno nel confronto con lo sguardo della donna, a cartapecora, lievemente olivastra nella propria naturale pigmentazione. Il suo capo, completamente calvo, si mostrava, fra una ruga e l'altra, ornato semplicemente da due folte e lunghe sopracciglia nere, preposte a sovrastare due piccoli occhi castani lievemente inclinati nella propria conformazione e abitualmente celati dietro alle spesse lenti di un paio di occhiali, una versione estremamente più raffinata, e pur del tutto simile, a quella propria di un altro anziano, se pur in misura nettamente inferiore a lui, saggio che la donna guerriero aveva avuto, tempo addietro, occasione di conoscere. Sotto a tali occhi, e occhiali, era poi una bocca sottile, praticamente priva di labbra là dove esse erano del tutto scomparse fra le stesse rughe del volto, e pur perfettamente delineata, nella propria presenza, dalla cornice offerta dalla presenza di due lunghi baffi neri, aventi la propria origine non sotto il suo naso, quanto, piuttosto, alle estremità della sua stessa bocca, e un altrettanto lungo pizzo, tale da creare un bizzarro tridente sotto il suo sottile mento.
Se, nel confronto con Duva, inevitabile sarebbe stato per Midda Bontor rievocare alla propria mente il ricordo del regno di Shar'Tiagh, con le proprie fiere figure femminili, spesso abili guerriere ancor prima che tranquille compagne domestiche per i propri mariti, dai capelli scuri, posti a circondare una pelle ugualmente scura se pur in una tonalità inferiore a quella di lei, acconciati in cascate di sottili treccine, e dai numerosi ornamenti dorati; innanzi al dottor Ce’Shenn, ella non avrebbe mai potuto evitare di ripensare al continente di Hyn e ai suoi abitanti, quella terra, lontana a oriente, dominata da una civiltà assolutamente estranea a quella per lei propria e, in effetti, caratterizzata da una popolazione dai tratti somatici estremamente prossimi a quelli dello stesso medico di bordo della Kasta Hamina.

« Non ho forse ragione, dottore?! » insistette a tentarlo con la propria simulata ingenuità, interrompendo la discesa della propria cerniera lampo a dimostrare incertezza in tal gesto nel confronto con il silenzio lì allora riservatole dal lussurioso interlocutore.

Particolarmente eleganti, a completare l'immagine offerta dal medico di bordo, erano solitamente i suoi abiti, costituiti generalmente da ampli panciotti, da lui adoperati in vece di casacche, da pantaloni perfettamente studiati nelle proprie pieghe, e da scarpe abitualmente lucide e, talvolta, coperte da quelle che ella aveva scoperto essere chiamate ghette.
Un bastone, infine, accompagnava abitualmente i suoi passi, non solo, tuttavia, allo scopo di aiutarlo nei movimenti, in conseguenza della propria veneranda età, quanto piuttosto al fine di riservargli una costante occasione di difesa, nel celare al proprio interno una lunga e stretta lama: nel merito di quest'ultimo particolare, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco aveva avuto notizia, in verità, solo in conseguenza di un divertente tentativo di vanto da parte dello stesso, anziano medico, dal momento in cui mai aveva, sino a quel momento, avuto occasione di coglierlo impegnato in qualche azione più rischiosa di un approccio a qualche giovane fanciulla… o a se stessa.

« Eh?!… Sì, sì… assolutamente sì. » annuì egli, osservandola con occhi quasi lucidi e incitandola a proseguire in quel gesto appena accennato, in conseguenza del quale, tuttavia, già le curve inferiori dell'unione dei rigogliosi seni della donna stavano iniziando a mostrarsi attraverso i bordi della tuta « E' necessario… anzi… indispensabile! » incalzò l'uomo, umettandosi appena le labbra, totalmente vittima del malizioso giuoco della propria paziente.

Se anche alcuna reale intenzione era, né era mai stata, presente in lei nei confronti dell'anziano medico, la simpatica occasione di malizioso scherno a lei inevitabilmente riservata dalla sua trasparente bramosia nei propri riguardi, non avrebbe potuto essere ignorata da un animo pur propenso all'ironia, al sarcasmo in ogni genere di situazione. Affiancando poi, a tutto ciò, un carattere da sempre estremamente disinibito, quale solo avrebbe dovuto essere giudicato quello di colei che mai aveva mostrato pudori di sorta, imbarazzo alcuno nel rapporto con il proprio corpo, giungendo persino a condurre cruente battaglie completamente nuda e del tutto disinteressata a sprecare tempo o attenzione nella ricerca di una qualche occasione per rivestirsi, assolutamente naturale sarebbe stata, purtroppo per Roro, la possibilità per lei di giuocargli tiri mancini, di farsi innocente beffa di lui, nell'essere tranquillamente pronta a spingersi, così come in quello stesso momento, a svelare le proprie forme innanzi al suo bramoso sguardo, solo nella volontà di godere, successivamente, delle pietose proteste che sarebbero state levate in suo contrasto nell'attimo in cui esse sarebbero state prontamente negate in nome di una ritrovata consapevolezza dell'assoluta inutilità della propria nudità in un tale contesto, quando, così come ingenuamente si stava ora spogliando, ella si sarebbe altrettanto ingenuamente resa conto che, nella necessità di svelare la propria ferita, sarebbe stato molto più semplice sollevare la manica anziché privarsi dell'intera tuta.
Purtroppo per Midda, prematuramente interrotta allora nel proprio scherzo, e purtroppo per lo stesso Roro, prematuramente interrotto nella propria possibilità di godere di quell'ennesima beffa a suo discapito, in grazia della quale, comunque, gli sarebbe stata riservata una pur fugace visione del corpo di lei, lo scherzo venne allora stroncato sul nascere dall'irrompere in infermeria dell'agile figura di Duva Nebiria, la quale, se anche, in altre occasioni, non solo si sarebbe ben guardata dall'arrestare il giuoco della propria compagna e, anzi, ne avrebbe probabilmente preso parte, in quel particolare momento non avrebbe potuto riservarsi l'animo adatto a offrire spazio a quel genere di situazioni.

« … stupido, sciocco, ottuso… arrogante, presuntuoso, altezzoso, superbo, tracotante, protervo, prepotente, insolente, impudente, sfrontato… » elencò ella, nell'entrare nell'area dell'infermeria, con mal celata rabbia in conseguenza dell'appena concluso confronto con il proprio ex-marito « … sleale, infedele, spergiuro, fedifrago… » proseguì, evidentemente decisa a non arginare tanto rapidamente quel fiume di spiacevoli complimenti dedicati al capitano della Kasta Hamina, del tutto disinteressata alla presenza di due testimoni quali quelli allora lì presentati.

sabato 2 ottobre 2010

995


S
eduta con tranquillità nell’infermeria della Kasta Hamina, Midda Bontor si stava osservando attorno con sincera curiosità, stuzzicata nell’aspetto più fanciullesco del proprio animo, nei propri sentimenti più infantili, da quello strano ambiente e dall’ancor più strano responsabile del medesimo, come era stata sin dal primo momento del suo ingresso a bordo.
La realtà offerta da quel nuovo universo ancora in gran parte da lei inesplorato, in effetti, si era immediatamente presentata quale animata da incredibili paradossi, tali da lasciar apparire il medesimo al contempo estraneo e pur incredibilmente familiare innanzi al suo sguardo. Ove, a esemplificazione di tali nonsensi, in quella strana concezione del Creato, quanto da lei comunemente definita umanità si proponeva non semplicemente dispersa su tre continenti, quanto, piuttosto, su un numero allucinante di mondi indipendenti, dimostrandosi tuttavia del tutto priva di familiarità con concetti di stregoneria o negromanzia, e, altresì, apparendo confidente con quanto da loro definita tecnologia, sostanzialmente una scienza estremamente più avanzata di quanto mai sarebbe potuto essere immaginato nel mondo per lei natio, e tanto progredita da permettere persino di viaggiare attraverso le stelle del firmamento, oltre ogni limite che ella stessa mai avrebbe potuto ambire a raggiungere nonostante ogni proprio impegno in sfida a uomini e dei, quella stessa umanità non era ancora riuscita a progredire nell’intimo della propria natura, nel profondo dei propri innati istinti, al punto tale da farla apparire, nel proprio stesso modo di essere, quale una barbara incivile, una rozza primitiva assetata di sangue e capace di comprendere solo il linguaggio proprio della violenza più sfrenata.
Nella maggior parte dei contesti abitualmente propri di una nave come la Kasta Hamina, zone di frontiera ove la civiltà cedeva volentieri il passo innanzi al desiderio di continua colonizzazione di ricchi conquistatori o di coraggiosi ed eccentrici individui che, al pari di Beri Vemil, speravano di trovare la propria ragione di vita lì allontanandosi da tutto ciò che per loro era sempre stata consueta quotidianità, la forza di una lama, o l’impeto di un’arma da fuoco, erano le sole leggi vigenti, la sola unità di misura utile a giudicare il valore di un uomo o di una donna e, con esso, il proprio stesso diritto a essere. Accanto a simili periferie là dove difficilmente una donna come lei, una mercenaria vissuta per vent’anni in una città prevalentemente abitata da mercenari e assassini, ladri e prostitute, in effetti, esattamente come già nella propria concezione della realtà, anche in quel nuovo universo esistevano ambienti, città, persino interi pianeti, sufficientemente ipocriti da celare la propria più sincera natura dietro a volti apparentemente cordiali, a usi e costumi evoluti solo in maniera fittizia e tali da deprecare, in ciò, ogni ipotesi di combattimento, di lotta nel considerare addirittura sacra l’umana esistenza: tuttavia, ancora esattamente come nella propria concezione della realtà, anche in quel nuovo universo tanto apparente desiderio di pace, di amore universale, avrebbe dovuto essere considerato conseguenza di incredibile superficialità da parte dell’ipotetico osservatore, là dove l’egoismo e l’egocentrismo imperavano lì come altro, trasformando uomini e donne in bestie assetati di sangue nel momento in cui chiunque si fosse schierato in loro più o meno aperta contrapposizione, avesse osato criticare un loro pensiero o una loro azione.
Immagini e concetti completamente aliene alla natura propria di Midda, semplice figlia di pescatori, nata in un’isoletta sperduta nella quiete dei mari del sud, cresciuta come marinaia e, successivamente, divenuta mercenaria, quali i miracoli propri di una scienza tanto evoluta, primi fra tutti le stesse navi stellari, nonché, indubbiamente, le armi soniche, laser o al plasma, così come i veicoli a lievitazione magnetica, di ogni forma e dimensione, o, persino, inconcepibili traduttori automatici, capaci di permetterle l’immediata comprensione di qualsiasi linguaggio, per quanto a lei estraneo e sconosciuto, si proponevano pertanto, con la propria incontenibile meraviglia, in quotidiano confronto al sussistere di abitudini, modi d’essere e d’agire, filosofie esistenziali, per lei assolutamente noti, quali l’utilizzo di una spada allo scopo di distinguere il bene dal male e il giusto dall’empio, attribuendo tali definizioni non tanto in conseguenza di un arbitrario e universale concetto superiore, un precetto divino imposto sui mortali da creature realmente illuminate, quanto, piuttosto, in virtù dell’esito di uno scontro, nel riconoscere inevitabilmente la ragione al vincitore secondo le più primitive leggi proprie della natura selvaggia.
Tale paradosso, intrinseco e caratteristico di quel nuovo mondo, di quell’ipotetico futuro nel quale ora la mercenaria dagli occhi color ghiaccio e dai capelli rosso fuoco si era ritrovata a vivere, avrebbe potuto essere rilevato non solo in contesti sì evidenti, e pur generici, quali quelli propri dei conflitti pur lì costantemente presenti, ma anche in piccole realtà meno complesse e, ciò nonostante, forse ancor più immediate, come quella propria dell’infermeria in cui, ora, ella stava attendendo che il medico di bordo terminasse il proprio operato in suo soccorso, non ricorrendo a straordinari ritrovati di quella scienza ai confini della magia, a sofisticati macchinari dal funzionamento incomprensibile, quanto, piuttosto, a metodi estremamente semplici, quali…

« … miele… » borbottò Roro Ce’Shenn, scuotendo il capo e, con esso, i suoi lunghi e originali baffi e il pizzo lì collegato, nel ricercare con sguardo attento e umore contrariato dove potesse essere finito il vasetto contenente tale prezioso elemento medico « Dove posso averlo messo? »
La donna sorrise in conseguenza di quella domanda, non rivolta a lei, quanto, piuttosto, all’universo intero, nella ricerca caotica di un contenitore smarrito all’interno del disordine imperante di quell’infermeria: « Hai provato a guardare se non si trova insieme alle altre vivagne nella cambusa?… » domandò, non potendo evitare di provare simpatia per quell’originale vecchietto, tanto anziano da risultare addirittura inaccettabile al suo sguardo, nel confronto con l’aspettativa di vita massima di quanto per lei era sempre stato considerato consueto, accettabile.
« … vivagne?! » domandò l'anziano medico, interrompendo la propria ricerca per un istante, dubbioso per la frase appena udita « Ahh… vivande! Il tuo traduttore fa ancora fatica, a quanto pare. » osservò subito dopo, considerando già chiusa la questione e ponendosi, nuovamente, alla ricerca del vasetto perduto.
« Farco insiste nel dire che è assolutamente normale. » minimizzò la donna guerriero, citando l'opinione del loro esperto di bordo, e trovando, personalmente, già meravigliosa la tecnologia propria di quel minuscolo affare tale da garantirle la possibilità di relazionarsi con i propri compagni di ventura senza doversi esprimere a gesti quasi fosse una scimmia, ancor prima che un essere umano, così come era stata costretta a dover spesso fare in passato, nel confronto con culture e lingue a lei estranee « Le parole da me meno utilizzate sono di più difficile comprensione per il traduttore e, in questo, cerca di sopperire al meglio delle sue possibilità. » ripeté la spiegazione già udita in più occasioni « Ma, con il tempo, tutto dovrebbe riuscire a calibrarsi in maniera assolutamente perfetta… »
« Per quanto mi riguarda, sai bene che ritengo un delitto che una donna con un corpo come il tuo abbia addirittura bisogno di parole per esprimersi. » commentò tornando a volgersi verso di lei, con un sorrisetto malizioso e decisamente esplicito della sua ammirazione verso la pur non giovanissima paziente così lì in attesa delle sue cure « Ed è indubbiamente un peccato che quel pugnale ti abbia sfiorato sul braccio sinistro, e non in qualche altro punto di maggiore interesse… » soggiunse, in un grottescamente enfatizzato sospiro, a definire tutta la propria insoddisfazione per l'occasione sprecata.

Midda sorrise ancora, ora sinceramente divertita in conseguenza delle parole di quel vecchio. Abituata, dopotutto, a essere soggetto di commenti estremamente più espliciti, e meno gradevoli, nel merito del suo corpo e della sua avvenenza, ascoltare quelli ora lì a lei dedicati da parte del medico di bordo appariva alla sua attenzione quale il coinvolgimento in una specie di giuoco ancor prima che in un qualche tentativo d'approccio nei suoi riguardi, anche dove, in effetti, fosse ormai perfettamente confidente con le reali intenzioni dell'uomo e, soprattutto, con la sterminata lista di ex-mogli che egli, dall'alto della sua venerabile età, aveva accumulato sulle proprie spalle.

« Oh, beh… » riprese ella, portando una mano alla cerniera della propria tuta e, con gesti lenti e controllati, accennando a un movimento della medesima verso il basso, in un atto che avrebbe inevitabilmente concesso allo sguardo del proprio interlocutore la pienezza dei suoi seni già a stento lì mantenuti « … ma per permetterti di curarmi il braccio, dovrò comunque liberarla dalla veste. O no?! » gli chiese, con tono falsamente ingenuo, decisa a divertirsi con lui nello stuzzicarlo in tal modo.

venerdì 1 ottobre 2010

994


« K
asta… Duva… Rula… chi sarà la prossima? » si domandò, ora quasi in un moto di rabbia, scuotendo il capo con forza e, in ciò, levandosi in piedi, in un atto di ribellione contro se stesso ancor prima che contro chiunque altro o qualsiasi altra cosa, fosse anche lo stesso fato.

In una scelta che una donna come Midda Bontor non era ancora riuscita ad approvare, nonostante il contesto proprio della sua attività fosse estremamente diverso da quello di un qualsiasi capitano figlio dei mari del suo mondo, della sua realtà, e che pur sarebbe altresì stata più che approvata da qualsiasi altra donna estranea alla formazione della stessa mercenaria, a coprire la forma ancora prestante del suo corpo erano abitualmente abiti particolarmente eleganti, ricercati nel proprio stile e nel proprio taglio, tali da porre in risalto la sua già naturale vigoria, nel mentre in cui, paradossalmente, sembravano negarla allo sguardo. In quel momento, in quel moto di rabbia così esplicito, la sua sagoma si mostrava avvolta in un abito scuro, composto, nella propria parte superiore, da una camicia, o forse giacca, difficile a dirsi in conseguenza delle proprie particolari forme, di colore nero, riccamente ornata sull'addome da una serie di intarsi argentati, e, nella propria parte inferiore, da un paio di pantaloni grigio scuro, in stoffa robusta, e pur, al contempo vellutata, che lo avvolgeva quasi come una seconda pelle, scendevano sino ai piedi coperti da lucidi stivali di pelle nuovamente nera.
Unica nota di colore, in un quadro tanto cupo, apparentemente destinato a offrire all'attenzione di chiunque un riflesso sull'oscurità presente nel profondo del proprio animo, avrebbe potuto essere considerata una sorta di collare, di cravatta, in delicata stoffa bianca ordinata su più strati, lì composta in forme fumose a riservargli, in definitiva, un'apparenza ancor più raffinata, più originale, forse, addirittura, eccentrica, di quella che già avrebbe potuto garantirgli la sola presenza della casacca sotto di essa, rendendo in ciò estremamente complicato qualificarlo qual uomo d'azione, combattente e guerriero, al pari di quanto, comunque, sembrava voler ribadire la presenza di una lunga spada dalla lama sottile, ora appesa, con la propria cintola, allo schienale alle sue spalle, e pur normalmente presente al suo fianco, quale inseparabile compagna tanto della vita a bordo, quanto di quella fuoribordo. Un'arma da spadaccino, simile ad altre già note all'attenzione di Midda, che ella stessa aveva scoperto essere abilmente padroneggiata dal capitano, a un livello nettamente maggiore rispetto a quanto non avrebbe potuto supporre essere.

« Duva… » sussurrò, nuovamente con tono quasi strozzato, nel riportare lo sguardo verso la cornice centrale, a osservare ancora una volta una foto scattata alla sua seconda moglie e a lui, quand'ancora stavano lavorando allo scopo di rimettere insieme quella nave, coperti da ogni genere di sporco sin sopra i capelli e pur incredibilmente felici, spensierati, come solo poche volte erano riusciti poi a essere, nel ricercare continue sfide, nel bramare sempre nuove lotte in angoli remoti dell'universo conosciuto.

Solo un idiota non avrebbe colto quanto straordinariamente evidente in quel momento, le ragioni di quel violento sconvolgimento emotivo di cui egli si era ritrovato a essere vittima e che mai avrebbero potuto essere erroneamente attribuite a un vero moto di collera verso il suo primo ufficiale per l'incarico da lei accettato o per gli scontri di cui ella e il loro capo della sicurezza di erano, immancabilmente, rese protagoniste: tremendamente trasparente, infatti, era la pena da lui allora provata nel confronto con il volto martoriato di lei, quel viso che, indubbiamente, ancora amava e che mai avrebbe voluto veder similmente tumefatto in conseguenza a uno spietato e animalesco pestaggio. Tuttavia, nella propria confusione interiore, nel contrasto fra sentimenti che razionalmente non avrebbe più potuto accettare di provare, quali quelli verso la stessa Duva, e un impegno d'amore che mai avrebbe voluto tradire, quale quello con Rula, egli si stava ritrovando a essere sufficientemente privato di senno, di consapevolezza di sé e del mondo attorno a sé, da non comprendere tutto ciò, da essere sì stolido da non riconoscere l'evidenza e, in ciò, da ritrovarsi costretto a riversare verso altre direzioni l'angoscia allora dominante nel suo cuore.

« … stupida, sciocca, indisciplinata scavezzacollo che non sei altro… » continuò, osservando quell'immagine ricordo di un epoca tanto cara al suo cuore « Ti risulta tanto difficile accettare di vivere serenamente la tua vita, senza porla continuamente in dubbio in azioni tanto avventate?! Maledizione… » imprecò, cedendo per l'ennesima volta all'ira « Da quando è arrivata a bordo quella sfregiata, sembri… sembri… » tentò di proseguire, a voler, in ciò, scaricare ogni responsabilità sull'elemento più giovane, in termini di anzianità di servizio, del suo pur compatto equipaggio.

Impossibile, purtroppo, fu riuscire a completare quella frase, là dove, nonostante tutta la propria rabbia, tutta la propria angoscia, mai egli avrebbe potuto riuscire a rinnegare la realtà dei fatti, una verità assoluta e priva di possibilità di discussione quale quella propria dell'intrinseca natura della propria ex-moglie, dell'irrequietezza caratteristica del suo cuore, del suo animo, nell'ascolto della quale, da sempre, sin dal loro primo viaggio insieme, ella non era stata mai in grado di rinunciare alla sfida, all'avventura nella propria forma più pura, bramando il confronto con ogni genere di pericolo, di avversità. In ciò, il recente arrivo di Midda Bontor, era stato semplicemente utile a colmare un certo vuoto, nella vita di Duva, lasciato da lui stesso, quell'immancabile complice, quel fedele compagno che, per lunghi anni, proprio Lange era stato per lei, vivendo ogni impresa al suo fianco, quale un'ombra e un completamento allo stesso tempo.

« Stupido sciocco… io… » concluse, arrendendosi, così come, ogni volta che tentata di affrontare quel proprio turbamento interiore, era pur costretto a fare « … io… » ripeté, ancora una volta.

Ma quella frase, quello stesso pensiero, non poté essere completato in quell'occasione così come mai lo era stato precedentemente, dal momento in cui confrontarsi con esso sarebbe equivalso a confrontarsi con uno degli errori più grandi della sua intera esistenza... il divorzio da Duva. Un errore che, ipocritamente, egli non voleva accettare, non voleva considerare qual tale, ove, altrimenti, avrebbe dovuto rinnegare il suo sentimento verso la sua attuale compagna e moglie, rinnegare la scelta compiuta con quel suo terzo matrimonio, in un'offesa, in un insulto che mai avrebbe potuto imporre in contrasto a chi, comunque, sentiva di amare e da chi, comunque, era amato, come sentiva di essere con Rula.
Raccogliendo dalla propria scrivania le due cornici estranee a quel contesto, e riponendole nel cassetto da cui le aveva estratte, Lange Rolamo si costrinse a recuperare il controllo perduto in quegli ultimi istanti, in conseguenza all'uscita di Duva da quel suo sancta sanctorum, per affrontare la realtà e le priorità che da essa gli erano imposte, prima fra tutte quella di riuscire a raggiungere i disgraziati attentatori al bel volto del suo primo ufficiale allo scopo di dimostrare loro quale madornale errore sarebbe stato, per chiunque, pensare di poter attaccare un membro del suo equipaggio, della sua famiglia, e, in ciò, non pagare alcun pegno, non subire un giusto fato di dolore e morte per tanta audacia. Con quel pensiero, con quella certezza, quello scopo davanti a sé, il capitano della Kasta Hamina recuperò completamente la propria abituale determinazione, il proprio consueto stato d'animo, tornando a proporsi sì solido e forte quanto quotidianamente richiedeva di essere alla propria stessa nave, imperturbabile innanzi a qualsiasi difficoltà, irrefrenabile nel proprio cammino verso ogni traguardo prefisso. E sempre con quel pensiero, con quella certezza, con quello scopo davanti a sé, egli pose nuovamente la spada al proprio fianco, prima di uscire dal suo ufficio e dirigersi con passo spontaneamente marziale verso la plancia, il ponte di comando, a definire la nuova rotta che avrebbero dovuto seguire.

« Sveglia, Ragazzo. » esclamò, rivolgendosi all'unico lì presente nel momento in cui raggiunse la propria destinazione, un giovane tranquillamente acciambellato su un quadro comandi, quasi a imitazione di un gatto nero lì similmente posto a riposo « Leviamo l'ancora. »