11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

lunedì 22 novembre 2010

1046


B
rote, a quelle parole, si chiuse in un lungo, assoluto silenzio, qual solo avrebbe potuto mai accompagnare una simile affermazione, una tale dichiarazione da parte della donna amata. Nei suoi occhi, inalterato, e probabilmente inalterabile, permase il sentimento d'amore che lo aveva caratterizzato sino a quel momento, offuscandosi, fuggevolmente, con un velo di malinconia, quasi di disperazione, ma subito ritornando al proprio massimo fulgore nell'occasione di godimento allora riservatogli nel contatto visivo con il viso della propria meravigliosa sposa e, ancor più, nel contatto fisico con le sue dolci forme, alle quali tornò ad abbracciarsi con maggiore forza, con sincera foga, necessitando realmente di quell'unione, quale sola ragione d'esistenza, qual solo sprone ancor utile a essere.
Fu solo in grazia di quel suo sguardo, di quella sua energia tanto chiaramente avvertibile, in quel momento così come in ogni giorno della sua vita, che la stessa Nass'Hya, pur latrice di un tanto tragico messaggio di morte, ritrovò nel contatto con il marito prediletto una ragione di forza, emotiva e spirituale, tale da permetterle di scuotersi dall'apatia nella quale, pargolo o no, vendetta o no, si stava inevitabilmente lasciando precipitare, umana e indubbiamente comprensibile reazione di fronte a tanto dolore, a tanto patimento quale quello che ella avvertiva imposto su di sé, sul proprio cuore e sul proprio animo, nel confronto con il ricordo della tragedia occorsa e, peggio ancor, del ruolo attivo proprio di Midda in quelle orrende circostanze.

« Non… non capisco. » ammise ella, mostrando in occhi ora rossi e colmi di lacrime tutta la propria pena, pur mascherata al loro piccolo in un dolce e continuo cullare imposto dalle sue braccia e dal proprio intero torso, non desiderando imporre empaticamente anche allo stesso, così come già occorso, la propria angoscia, nel renderlo altrimenti, in misura ancor maggiore rispetto all'attuale, succube e vittima di quelle circostanze a lui, sì innocente e sol bisognoso di cure e d'affetto, del tutto estranee e pur avverse « Quella… quella donna, in un sol gesto, ha distrutto ogni cosa… ha distrutto tutte le nostre vite. E tu, tu insisti a volerla difendere, a voler tessere lodi attorno al suo nome, a riservarle un sentimento che non ho dubbi a definire reale, concreto, palpabile non diversamente da quello che pur riversi verso di me e verso nostro figlio, il nostro meraviglioso erede. Perché, amor mio? Perché, mio prediletto? »
« Perché non è stata Midda. » negò egli, in una replica priva di esitazioni, scandita dalle sue labbra con il massimo candore, nel mentre in cui non mancò di spingere le medesime ad accarezzare le ginocchia dell'amata, e da lì le sue splendide cosce, con quella delicata dolcezza mista a sfrenata passione che aveva da sempre contraddistinto il loro rapporto, la loro vita coniugale.

Per quanto sempre e sinceramente attratto anche dalla sua vivace intelligenza, da quella sua trasparentemente percettibile bramosia di emancipazione anche all'interno dei confini di un regno privo di ogni speranza in tal senso, quale quello di Y'Shalf caratterizzato, ove possibile, da una cultura segnata da un modello ancor più patriarcale rispetto alla loro, egli non aveva mai ignorato il superbo corpo di lei, di fronte al quale, oggettivamente, nessun uomo avrebbe opposto alcuna esitazione, alcuna ritrosia. Mai Brote si era dimostrato indifferente a quelle forme, a quelle dolci curve, naturalmente cariche di sensualità ed eleganza, euritmia e voluttà, impegnandosi con lei non solo in qualità di propria sposa e compagna, ma innanzitutto di propria complice e amante, in un'unione vissuta quotidianamente al massimo delle proprie possibilità, così come alcun altro lord di Kriarya, o, probabilmente, alcun altro nobile di tutta Kofreya, o, ancora, sovrano del mondo conosciuto, si era mai riservato occasione nei riguardi di colei pur eletta al proprio fianco, nel preferire abitualmente al suo abbraccio quello di altre concubine, cortigiane asservite ai propri desideri, alle proprie lussurie. Per il signore di quella torre, Nass'Hya aveva sin da subito rappresentato e incarnato il concetto stesso di donna nella propria massima pienezza, nel proprio senso più completo e appagante, espropriando senza alcuna difficoltà il posto prima riservato nelle sue fantasie proprio a Midda, nei riguardi della quale mai si era spinto al di là del loro giusto rapporto mecenate-mercenaria, e che pur, in un misto fra convenienza e lussuria, egli non aveva evitato di proporre intime brame. E quel rapporto, tanto pieno, sì completo, incredibile e, forse, persino esterno a ogni concreta possibilità di comprensione da parte della quasi totalità dell'umanità, fra il lord e la sua lady non era, in effetti, venuto meno neppur a seguito dei sanguinari fatti occorsi, ritrovando la coppia di sposi ancor appassionatamente uniti nella propria quotidianità, e nelle proprie notti, quasi nulla fosse occorso, non solo nella risposta agli inviti capricciosi del loro dolce figlioletto, ma anche all'interno del loro stesso talamo.
Una relazione, un'unione, quella di Brote e Nass'Hya, così come, anche in quello stesso momento, espressa dai baci dell'uomo sempre più insistenti sulle gambe di lei, sulle sue cosce, in una lenta ma irrefrenabile ascesa verso il ventre della stessa, che, per la propria stessa natura, probabilmente chiunque non avrebbe avuto alcuna esitazione a definire qual perverso, osceno, blasfemo, in conseguenza al quale imporre su quell'intera torre solo l'azione purificatrice delle fiamme, e che pur, i due complici e amanti, non desideravano negarsi, non volevano rifiutarsi, in sfida non solo all'intero Creato e alle sue leggi naturali, ma forse, persino, agli dei tutti. E se, dell'opinione di chiunque, né l'uno, né l'altra, non si erano mai riservati alcun interesse, non avevano voluto farsi cruccio alcuno, arrivando persino, ultimi fra numerosi atti di irriverenza sociale, a convolare a giuste nozze, rispettivamente, con una nemica del regno, con una principessa della stessa nazione giurata avversaria di Kofreya da epoche immemori, e con un nemico del regno, con un signore criminale della stessa nazione giurata avversaria di Y'Shalf, neppure di tutti gli dei, immortali e ineffabili, quell'uomo o quella donna, non si erano mai posti particolare timore, preferendo confidare nelle proprie forze, e nelle forze delle persone a sé vicine, amici o alleati, per affrontare ogni giorno della propria esistenza. Niente e nessuno, neppure l'imprescindibile appuntamento caratteristico di qualsiasi mortale, pertanto, avrebbe potuto negare loro di continuare a vivere la propria quotidianità con lo sposo adorato, con la sposa adorata, almeno sino a quando fosse stata loro concessa una qualsivoglia possibilità in tal senso: un legame, una complicità, la loro, che non avrebbe mai rinunciato a dimostrarsi non solo emotiva, spirituale e intellettuale, ma anche fisica, carnale… persino ove la carne fosse ormai venuta meno.

« Io… » esitò la donna, socchiudendo gli occhi qual sola, naturale e irrinunciabile risposta ai gesti del proprio compagno, non riservandosi la benché minima occasione di imbarazzo in conseguenza degli stessi o, più semplicemente, della presenza dell'infante fra le sue braccia, il quale, lì, ora, si mostrava quietamente addormentato e del tutto indifferente al mondo esterno, non disturbato e, forse, persino appagato dall'amore percepito alla base del legame fra i propri genitori.

Semplice, elementare, sarebbe stato per ella lasciarsi andare alle premure del proprio sposo, innanzitutto lì, su quella stessa sedia ove ora si trovava a essere, per poi, posto nuovamente a riposo il pargolo nella propria culla, proseguire nell'intimità delle loro stanze, nella camera già teatro di ormai incalcolabili appassionati incontri d'amore fra loro, in una completa estraneazione da ogni realtà qual solo, del resto, ella non avrebbe potuto evitare di bramare, nel profondo del proprio cuore.
Ma su di lei, su di loro, in quel momento ormai gravava l'ombra da lui evocata della donna guerriero, di colei che ella non avrebbe mai potuto smettere di considerare qual propria avversaria, nemica, nemesi, nel confronto con la sgradita presenza della quale, la giovane sposa e madre non avrebbe potuto dimostrarsi sì superficiale da concedersi un tanto rapido oblio, una sì piacevole dimenticanza qual pur quella bramata.

« No. » gemette, risollevandosi in piedi a imporre, e imporsi, un distacco dal marito e amante, nel mentre in cui l'infante, in tal modo disturbato, ritornò a essere nuovamente vigile e attento, e, in ciò, inevitabilmente pronto alle lacrime, nell'ansia generata da un movimento tanto brusco e inatteso in contrasto a quello che era stato un momento di conquistata quiete « Non così, non ora. » scosse il capo, a sottolineare il proprio rifiuto verso le carezze del marito « Più tardi… forse. » aggiunse, a correggersi, nel non voler escludersi a propri simile occasione « Ora stavamo parlando. E tu non mi hai ancora risposto… »

domenica 21 novembre 2010

1045


I
n nome dell'immenso e meraviglioso amore vissuto per il proprio sposo, un tributo sincero per un uomo pur fino a qualche anno prima non conosciuto e neppur immaginato, un sentimento tanto vasto, addirittura, da permetterle di rinunciare persino a qualsiasi ambizione per un possibile futuro da sultana, e, indubbiamente riconoscibile anche in conseguenza di tali scelte, un'emozione tutt'altro che ovvia, che retorica, nella propria presenza, nella propria ispirazione, all'interno di un matrimonio nelle culture, nell'educazione propria di entrambi, là dove abitualmente simile celebrazione, tale contratto si proponeva più utile a sancire un'alleanza fra due famiglie, fra due forze prima estranee e poi, in tal modo, imprescindibilmente solidali, Nass'Hya stava ascoltando ormai da oltre un'ora la narrazione proposta dal proprio compagno e sposo, cercando di dimostrarsi il più accomodante, il più disponibile possibile nel confronto con quanto, del resto, da lei stessa richiesto da parte dell'uomo.
Nel corso di quell'ultima ora, all'interno della stanza riservata al primogenito della coppia, la collocazione di colei un tempo principessa y'shalfica, e ora lady kofreyota, era necessariamente mutata, a volerle riconoscere occasione di maggiore comodità, ritrovandola, per simile ragione, ormai non più in piedi, ma seduta in un angolo della medesima, in prossimità a una stretta finestra bifora, attraverso i vetri della quale la candida luce del maggiore astro notturno lì penetrava, spingeva i propri raggi. In tal nuova postura, ancora e inevitabilmente appariva stretto al suo giovane e materno seno, il suo dolce figlioletto, ancora sorretto fra le sue braccia, dal momento in cui, sebbene dimostrandosi costantemente prossimo al sonno, lo stesso pargolo non aveva offerto riprova di essere disposto ad accettare né la separazione dal dolce tepore del corpo della madre, né, tanto meno, una prematura conclusione del racconto del padre, alla cui voce sembrava bearsi e nel confronto dei silenzi del quale, così come di ogni tentativo di abbandono da parte della donna, egli subito iniziava a protestare, imponendo a gran voce i propri capricci, la propria esigenza di attenzione da parte dei due genitori. Così, nella docile ubbidienza ai desideri della propria sposa e signora, nonché e ancor più nel desiderio di accontentare quella volontà tanto esplicitamente comunicata da parte dell'infante, che mai egli avrebbe potuto sentir soffrire restando indifferente, non più spiegato mercenario e mecenate, guerriero e assassino, criminale lord di una città di criminali, quanto, banalmente, semplice e affettuoso padre, innamorato in maniera irrimediabile tanto della propria splendida moglie, quanto del frutto della loro unione, di quella loro incredibile complicità emotiva, spirituale, intellettuale e fisica, Brote non si era concesso la benché minima occasione di pausa, di incertezza in quella propria narrazione, parlando con tono costante, carezzevole nella propria stessa voce così offerta nei riguardi di coloro che rappresentavano tutto ciò per cui sarebbe valsa la pena di vivere, o, ancor più, per cui avrebbe avuto persino un significato morire e ritornare dalla morte, nel disporsi in loro supporto, in loro quotidiano sostegno, non qual dannato e condannato a cui, in ciò, sarebbe stata negata ogni speranza di eterno riposo, quanto, piuttosto, benedetto e gaudio della propria benedizione, in grazia della quale, solamente, tutto avrebbe potuto avere ancora un senso, un significato, una ragione.
Dopo tanta continua narrazione, priva di interruzioni da parte di Nass'Hya a riprova del proprio pur concreto sforzo, sincera disponibilità verso il proprio sposo, ove anche il semplice riferimento, esplicito o implicito, alla figura di Midda Bontor sembrava esser divenuto simile a un affondo di stiletto diretto al proprio stesso cuore, la donna parve, improvvisamente, negare la predisposizione all'ascolto sino a quel momento dimostrata, dimostrandosi insofferente a quell'ennesima, lunga e sincera sequenza di inni rivolti al nome di colei un tempo amica, e purtroppo ora percepita unicamente quale propria antagonista, nemesi addirittura, in conseguenza delle colpe gravanti su di lei, del male a discapito suo, e della sua famiglia, di cui ella si era resa protagonista volontaria. Di ciò, necessariamente, il signore della torre non poté evitare di avere immediata trasparenza, percependone le emozioni ancor prima che esse potessero essere esplicitate in verbo o gesti e, per tal ragione, arrestandosi nelle proprie parole, nella propria cronaca prima che essa potesse ottenere possibilità di reale sviluppo, prima che il pur già noto fato della chimera o, parallelamente, l'evidentemente connessa maturazione del rapporto fra Midda e Ma'Vret potessero essere rimembrate dalle sue parole, in quel proprio gradito ruolo di bardo per la sposa e il figlioletto.
Ma prima che a Brote potesse essere offerta la possibilità di ritornare fra le ombre da cui era emerso, nel rispettare i voleri della propria signora e, in ciò, nel non insistere ulteriormente su quell'argomento, ragione per lei di una ferita troppo profonda e troppo recente per poter accettare da parte sua una qualche arringa in favore della Figlia di Marr'Mahew, fu la voce stessa di Nass'Hya a comandarne l'arresto, richiedendone, ancora, la presenza accanto a sé.

« No… » esclamò ella, levando lo sguardo alla ricerca del volto dell'amato « Non mi lasciare, te ne prego. » lo supplicò, quasi, benché non vi sarebbe stata necessità alcuna di tanta umiliazione da parte sua, dal momento in cui mai egli aveva, né avrebbe, gradito sentire la voce di chi eletta a propria sovrana invocarlo con parole tanto imploranti.
« Mia dolce sposa. » rispose egli, tornando prontamente a lei, nel lasciarsi genuflettere, ora, innanzi alle sue gambe, alle sue ginocchia, e lì subito abbracciandosi con affetto sincero, con dolcezza infinita, nonché con concreta necessità di tale contatto, simile, sotto alcuni aspetti, a un naufrago sconvolto dal moto continuò, incessante del mare, al quale, improvvisamente e inaspettatamente, viene offerta una possibilità di solida presa su uno scoglio « Sono qui… non temere. Mai dovrai pregare per ottenere la mia attenzione, il mio tempo, la mia disponibilità. Io esisto solo per grazia tua e, in ciò, la mia esistenza brama di poter rendere grazia al tuo nome in ogni proprio singolo ed effimero istante. »

Nass'Hya sorrise, in un misto fra dolcezza e amarezza, malinconia e nostalgia, privando il proprio pargolo prediletto del contatto con la mano destra, e ciò nonostante mantenendolo saldamente nella mancina, nel non poter neppure immaginare l'idea di potergli essere di danno, solo allo scopo di potersi riservare la possibilità di allungare quella stessa estremità, ora tremante, verso il proprio sposo, ad accarezzarne delicatamente il viso, a seguirne il profilo con la punta delle dita, godendo e soffrendo, in cuor suo, per quel contatto così meraviglioso, per quell'amore così puro del quale una parte di lei non si sarebbe mai riuscita a considerare meritevole, nel non poter evitare di colpevolizzarsi per quanto accaduto, per l'orrenda tragedia imposta sulla loro famiglia.
Al di là di ogni dolore, di ogni pena, avere il proprio adorato Brote lì, in quel momento, accanto a sé, così incredibilmente appoggiato sulle proprie stesse ginocchia con quel volto che tanto aveva imparato ad amare, riuscì a concederle, come sempre e, purtroppo, solamente per un fuggevole istante, estraneazione dalla realtà, evasione dall'oscenità del mondo purtroppo a loro circostante, quell'intero Creato da cui sarebbe voluta rifuggire, nella speranza di poter, in tal modo, dimenticare ogni evento, ogni dolore, ogni orrore. Una fantasia mortale e pur incredibilmente affascinante, la sua, nella quale ella si lasciò cullare con tranquillità, con serenità, persino con eccitazione, salvo essere improvvisamente distratta da un gemito del pargolo stretto al proprio seno, un vagito soffocato, forse preludio a un nuovo pianto, con il quale il piccolo non sembrò, tuttavia, volerla ora rimproverare per una qualche mancanza di attenzione, quanto, piuttosto, per l'egoismo che le stava imponendo simili pensieri, che le stava concedendo occasione e ragione per una tanto assurda negazione di tutte le proprie responsabilità in quanto genitrice.

« E' così difficile accettare l'idea di proseguire in questo modo, amor mio… » sussurrò la giovane, ritraendo lentamente la mano destra dal volto dell'amato solo per poter tornare a chiudersi attorno al loro erede, a chi, pur sì fragile e necessitante di ogni premura, di ogni cura in quel momento, in futuro avrebbe rappresentato, per entrambi, la sola occasione per ambire all'immortalità, facendosi carico delle loro memorie, del loro sangue e del loro retaggio e trasmettendolo, a propria volta, ai figli che avrebbe avuto « Ma devo riuscire a farlo, devo continuare a guardare al futuro a testa alta, agendo in ciò non tanto per il mio bene, non per una qualche bramosia di gloria personale, quanto, piuttosto, per il nostro piccolo, per il frutto del nostro amore che non merita di restare solo al mondo: dove la crudeltà di Midda Bontor l'ha già privato del padre, che la mia follia non lo privi anche della madre! »

sabato 20 novembre 2010

1044


« S
tai forse impegnandoti a suggerirmi la necessità di importi una rapida morte al fine di ovviare a un simile rischio? All'eventualità che tu possa riuscire realmente a condurre a termine quello stesso, stolido proposito che ti ha spinto a cerca pugna in mio contrasto? » commentò ella, inarcando il sopracciglio destro e sollevando l'estremità sinistra delle proprie carnose labbra, a proporre allora quella propria consueta, abituale espressione sarcastica con la quale, probabilmente, anche tu, mia adorata, ti sarai ritrovata a confronto in qualche occasione, nel corso del vostro viaggio insieme « Se tale ha da intendersi la tua bramosia, posso accontentarti immediatamente… senza elevare obiezione alcuna. » specificò, sollevando effettivamente, nel contempo di tali parole, non retoricamente una qualche opinione in senso contrario a tale minaccia, quanto, piuttosto e concretamente, la grossa lama della scimitarra, guidandola fin sopra la propria spalla destra, nel volersi in tal modo dimostrare serenamente pronta a menare il colpo di grazia allora promesso al proprio candidato assassino.
« Se tu mi avessi realmente desiderato morto, non saremmo qui, ora, intenti a parlare… » osservò, tuttavia, l'uomo, scuotendo appena il capo a proporre sincera mancanza di fede nel confronto di una minaccia pur apparentemente definita qual quella lì presentatagli, da parte di chi, in verità, non avrebbe avuto alcuna ragione per riservargli una qualsivoglia premura, per mantenerlo in vita più di quanto già non si fosse permessa di fare sino a quel momento, e pur considerando possibile esprimersi in tal modo proprio in virtù della consapevolezza allora dichiarata in quelle stesse parole « Devo essere rimasto privo di sensi per diverse ore e, in tutto questo tempo, tu avresti potuto non solo tranquillamente uccidermi e riprendere il tuo cammino senza urgenza alcuna, ma, addirittura, torturarmi con assoluta quiete, arrivando a strapparmi la pelle e i muscoli dalle ossa dopo avermi preventivamente immobilizzato. » commentò, chinando appena lo sguardo, quasi a voler verificare quanto effettivamente nulla di tutto ciò fosse occorso a sua totale insaputa, non percepito neppure nel ritorno alla lucidità nuovamente per lui propria.
« Prerogativa macabra e pur affascinante… » replicò la mercenaria, quasi a commentare fra sé e sé tale possibilità, per quanto, io stesso lo ammetto, particolarmente truce, se non addirittura orrida, nella propria stessa formulazione, per come lì proposta « … ne prendo nota per la prossima volta! » soggiunse, con tono più sostenuto rispetto al precedente, quasi a voler definire, in ciò, un preciso impegno a tal riguardo.
« Eppure, mi hai persino lasciato libere le mani… » constatò l'uomo, riportando il proprio sguardo a lei e riprendendo in tal modo il filo conduttore del discorso precedente, quasi ella non avesse neppure preso parola « Devo considerarti estremamente audace o particolarmente sciocca per una simile scelta? » le richiese, con tono sinceramente dubbioso, trasparentemente disorientato da tutta quell'originale situazione e, probabilmente, da quella stessa, originale avversaria « Non che le due condizioni si escludano di principio… ben accetto. » puntualizzò, aggrottando la fronte.
« E io come dovrei considerare colui che, pur minacciato dalla propria stessa spada, si riserva occasione per tentare di stuzzicare con tanta perizia la propria possibile carnefice? Estremamente audace o particolarmente stolido? » sorrise la donna guerriero, non offrendo riprova della benché minima insofferenza di fronte a tali parole, del tutto disinteressata, qual suo abituale carattere, a qualsiasi presunzione avversaria, sin dall'epoca già sufficientemente fredda e posata nelle proprie azioni, nelle proprie scelte, dal non concedersi alcuna particolare propensione all'ira o alla rabbia, qual del resto neppure ne aveva dimostrate nel compiere il massacro all'interno della taverna « Non che le due condizioni si escludano di principio… ben accetto. » sottolineò, a scimmiottare i toni della controparte.
« Hai dato chiara riprova di ben conoscere il mio nome questa notte. E forse stata simile consapevolezza che è intervenuta a frenare i tuoi colpi? E' forse stato il confronto con la mia fama che ti ha impedito di uccidermi quando pur ne hai avuto l'occasione? » tentò di ipotizzare Ebano, cercando di sondare, in ciò, la psicologia della propria avversaria, i pensieri meno evidenti della medesima, non riuscendo realmente a coglierne i percorsi mentali, là dove, se da un lato ella appariva tranquillamente pronta a liberarsi di lui, dall'altro aveva pur oggettivamente rimandato simile eventualità, almeno sino a quello stesso momento « Se così fosse, permettimi di sottolineare quanto tutto ciò contribuisca a porre l'accento sulla tua inesperienza in questo settore professionale: non è lasciando in vita noti avversari che riuscirai a ritagliarti un tuo nome, straniera, quanto piuttos… » continuò a spiegare, salvo essere interrotto dalla voce dell'altra.
« E' interessante come tu stia continuando a insistere nel definirmi con il termine "straniera"… » asserì, mantenendo ancora la pesante lama nella posizione ove l'aveva condotta, sopra la propria spalla, lì ormai delicatamente appoggiata, sfruttando a simile scopo il lato privo di filo, il bordo dal profilo concavo e non tagliente della medesima « … interessante, soprattutto nel considerare quanto sia proprio tu, entro questi confini, a dover essere considerato qual tale. O, forse, non hai neppure confidenza con la tua effettiva collocazione geografica? » lo canzonò, probabilmente nel tentativo di invertire le loro posizioni, quell'apparente supremazia psicologica nella quale pur l'altro stava tanto insistendo all'evidente scopo di ricercare salva la propria vita attraverso una qualche strategia ancor non meglio esplicitata.
« So che siamo entro i confini del regno di Tranith… » negò l'altro, spingendo appena le labbra verso il basso con fare noncurante « … così come ho colto lo stile tipico dei tuoi tatuaggi, utili a collocarti qual marinaia proveniente da queste stesse lande o, forse, dalle isole ancor più a sud. Ciò nonostante, non trovo ragione alcuna per interessarmi a quale possa essere il tuo nome, ove risulta evidente la totale mancanza di valore associato al medesimo, soprattutto in confronto alla mia fama: come ho già voluto chiarire, non desidero ucciderti in conseguenza alla tua nomea, ma solo nell'ubbidienza a un ordine ricevuto a tal riguardo… un compito per il quale non mancherò di essere adeguatamente ricompensato. »

In diretta conseguenza di quelle parole, per quanto alcuna trasparenza nel merito a una concreta minaccia a suo discapito gli fu allora riservata dallo sguardo della propria interlocutrice, Ma'Vret percepì chiaramente un'improvvisa tensione muscolare a coinvolgere tutto il corpo della medesima, contrazione in conseguenza della quale, simile a una molla, le braccia della donna si mossero insieme alla lama fra le sue mani ancora trattenuta, allo scopo di condurre un colpo indubbiamente violento e deciso.
Un movimento che, per quanto potenzialmente temibile, nel porsi confidente con l'arte del combattimento e della guerra ormai da troppi anni per concedersi ancora sorprese di sorta in simili situazioni, il colosso nero comprese immediatamente non essere rivolto in proprio effettivo contrasto, quanto, come subito dopo ebbe trasparente conferma, a far roteare il corpo della stessa donna sul proprio asse, offrendo a quel gesto un'ulteriore carica cinetica, una foga altrimenti non propria, in conseguenza alla quale slanciare in lontananza l'arma lì in suo possesso, al di sopra degli alberi, prima, e poi giù lungo il crinale della montagna, scomparendo completamente al raggio d'azione della loro vista. Ma dove egli restò immobile a osservare un gesto tanto teatrale, nel presumere, correttamente e pur rischiosamente, una propria completa estraneità al medesimo, nelle sue stesse ragioni e nei suoi stessi scopi, Ebano ebbe allora occasione per riconoscere, a posteriori, di aver compiuto un nuovo, chiaro errore di sottovalutazione nel confronto con quella bizzarra donna, la quale, ancora roteando su di sé, concluse quello stesso movimento da destra a sinistra, ritornando a volgersi verso di lui e, in ciò, proponendo in contrasto al suo stesso volto, nel proprio lato mancino, la ferrea potenza del proprio pugno di nero metallo dai rossi riflessi, in un impatto che, sebbene non lo uccise né, probabilmente, mai lo avrebbe fatto, nell'escludere tale intento omicida da parte di Midda a suo discapito, fu comunque utile a farlo ricadere, nuovamente, a terra, ancora una volta privo di sensi.

« Imparerai presto a pronunciare in maniera corretta il mio nome… » riuscì a percepire essere pronunciato dalla voce di lei, in un estremo barlume di coscienza prima del ritorno dell'oscurità imperante attorno a lui.

Così, ancor privo di qualsivoglia concreta confidenza, o desiderio di tale, con il nome proprio di colei che non solo lo aveva battuto, ma, peggio ancora, lo aveva lasciato in vita, imponendogli un'umiliazione alla quale non avrebbe potuto oggettivamente considerarsi qual abituato, egli terminò tanto dolorosamente il proprio primo incontro con quella stessa donna che, molti anni più tardi, avrebbe effettivamente accumulato una fama tale da far annichilire il ricordo, la memoria di qualsiasi altro mercenario a suo confronto, in una gloria tale da riuscire, addirittura, a sfociare nel sovrannaturale, nel divino, tanta si sarebbe dimostrata la sua bravura, la sua abilità, la sua forza, la sua costanza e la sua tenacia.