11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 3 agosto 2011

1295


« V
issi... » gelido spirito affermò
volgendosi a chi in vita amò
« E' possibile che sia già obliato,
il ricordo di chi assassinato?
Solo ieri da tutti rispettato,
dalle folle ovunque osannato,
oggi di me quasi non resta storia
negatami ogni giusta memoria.
Ma che valore ha ogni vittoria,
che senso ha questa insulsa gloria,
se un uomo, morto da guerriero,
di questo non ha da esser fiero? »

Se pur non descrivibile attraverso termini quali dolce, delicata o, addirittura, prossima al falsetto, qual era consueta impostazione canora della maggior parte delle donne, a voler, in ciò, meglio evidenziare la propria femminilità, in un'utilità tuttavia non dissimile da quella del mantenimento di lunghi capelli fluenti quali, del resto, mai la mercenaria aveva ricercato quali propri, la voce di Midda Bontor, impegnata nel canto, non avrebbe potuto essere condannata qual sgradevole, spiacevole, deprecabile. Al contrario, essa, con toni più intensi, a tratti persino rochi, e pur sempre e comunque perfettamente controllata nella propria estensione sonora, sembrava porsi in grado di accarezzare l'animo dei propri ascoltatori con maggiore vigore, eccezionale carisma non dissimile da quello da lei espresso in qualsiasi altro momento della propria vita, in qualunque altra azione per lei propria.
Indubbio, in grazia di tutto ciò, sarebbe stato per lei incredibile successo ove, se solo avesse desiderato, si fosse dedicata a una professione di bardo anziché a quella di mercenaria, se pur mai, nella propria vita, aveva preso in esame una tale opportunità, relegando simile propria bravura, talento artistico e musicale, a mero diletto, passatempo abitualmente utile a colmare i silenzi di lunghe soste, quali quelle che uno stile di vita suo pari non mancava di riservarle più spesso di quanto, probabilmente, non avrebbe gradito, rendendole più sopportabili, più accettabili. Per tale ragione, tuttavia, in passato, nelle molteplici notti trascorse comunque insieme, accampati sulla nuda terra e sotto l'infinito cielo, Howe e Be'Wahr avevano avuto occasione di godere di simile esperienza, apprezzandone il valore non in conseguenza di una qualche particolare e approfondita formazione musicale, pur in loro assente, quanto, e pur legittimamente, per quel sentimento del bello, e dell'armonico, comune all'intera razza umana in quanto tale.
E fu proprio per tale pregressa opportunità, simile trascorsa possibilità, volta a maturare confidenza con la voce della propria tanto lodata, quanto parimenti infamata compagna di viaggio, non solo quando impegnata della pianificazione di una battaglia o nelle imprecazioni proprie della medesima, che lo shar'tiagho, precipitato, proprio malgrado, per lungo tempo in uno stato di cupo oblio, irrequieta dimenticanza, violentemente separato dal mondo dei vivi e, in ciò, troppo pericolosamente teso verso quello dei morti, non ebbe esitazione alcuna a riconoscere la tonalità propria di lei, allora non così diverso, per lui, dal leggendario canto di una sirena, a sé capace di attrarlo, irretendolo e imprigionandolo per l'eternità. Così, non senza fatica, non senza sentirsi disorientato e confuso per quanto occorso, egli recuperò lentamente contatto con il proprio intero corpo, e con quella stessa realtà dalla quale era stato sospinto tanto distante, crogiolandosi nel note da lei scandite con vibrante passione.

Ma sua moglie, con sguardo altero
verso tale ombra di cimitero,
non parve far proprio alcun timore
né, invero, sentimento d'amore.
E stretta a nuovo adulatore,
lì invocando il suo calore,
ella spirto tentò di congedare
senza pietà per lo sposo provare.
« Tu che da vita distanza trovare,
e con essa da me allontanare,
hai sì stolidamente voluto...
cosa pretendi, ora, qual saluto?! »

« Lohr… » accennò a sussurrare egli, ancora a occhi chiusi, neppur riuscendo effettivamente a scandire quella singola importante sillaba, quanto, piuttosto, una sorta di rantolo confuso, che lo costrinse, successivamente, a provocarsi un debole colpo di tosse allo scopo di tentare di schiarire la propria stessa voce e meglio lasciarsi udire « Lohr… » ripeté, ora più distinguibile, al punto tale da costringere la propria camerata a interrompere l'impegno canoro con il quale da un ancor imprecisabile lasso di tempo lo stava accompagnando nel proprio riposo, lo stava vegliando nella propria guarigione.
« Howe? » invocò ella, muovendosi, o così a lui parve, per avvicinarsi al suo giaciglio, qualunque esso fosse in quel momento « Howe… hai ripreso coscienza?! »
« Non ne sono sicuro. » replicò l'uomo, cercando di costringere una delle proprie palpebre a dischiudersi, per permettergli di riacquistare definitivamente contatto con l'intero Creato « Di certo, ho sufficiente coscienza per poter dire che, sebbene la tua voce sia meravigliosa, Midda cara, la tua scelta in fatto di musica fa veramente schifo… » ironizzò, sentendo un panno imbevuto di fresco liquido, acqua, venir avvicinato alle sue labbra, per concedergli occasione di suggere quanto avesse ritenuto necessario richiedere, per reidratarsi « Ti pare la canzone giusta da scandire al capezzale di un moribondo?! »
« Howe… » commentò la donna, con tono tale da permettergli di immaginare come, in quel momento, ella stesse scuotendo il capo, con un lieve sorriso sulle labbra « Se non trovi occasione di lamentarti non riesci a sentirti soddisfatto, non è vero? » contestò, dopotutto lieta di come il proprio interlocutore potesse aver ancora voglia di scherzare, segnale più che positivo nei meriti di una sua effettiva ripresa.
« Si fa quel che si può, con quanto si ha a disposizione… » minimizzò lo shar'tiagho, provando, ora, a scuotersi appena, per verificare che tutto fosse a posto, ottenendo qual risposta da parte del suo stesso organismo un riscontro sufficientemente positivo, con la sola eccezione di una fitta di dolore proveniente dal braccio sinistro, là dove era stato colpito a tradimento dall'arma di Nissa « Quella cagna maledetta… » sussurrò, nel mentre in cui la sua mente gli ripropose rapida le ultime immagini di quanto accaduto, di quanto occorso prima del lungo e malato sonno in cui, lo comprendeva, doveva essere precipitato « … per quanto sono stato fuori gioco? »
« Oggi è il nono giorno. » lo informò, con premura, la Figlia di Marr'Mahew, ancora mantenendo il panno ove le sue labbra potessero raggiungerlo « Tuo fratello, in questo momento, sta dormendo: era il mio turno di guardia. Ma sono già corsi a chiamarlo… » soggiunse, considerando come probabilmente la questione potesse essere di suo interesse, non errando in simile valutazione.
« Sono già corsi…? » ripeté Howe, tentando di violare l'oscurità impostagli dalle proprie stesse palpebre, riuscendo, non senza fatica, a dischiudere quelle dell'occhio destro solo per ritrovarsi a confronto con un agglomerato confuso, caotico, di luci e colori, forme indistinte e indistinguibili che mai avrebbe potuto associare a qualcosa di noto « Chi? » questionò, non comprendendo al pieno tale asserzione e, in ciò, per un attimo temendo di aver smarrito, in conseguenza di quel lungo periodo di oblio, qualche ricordo utile a dare un senso logico alla medesima.
« Gli adepti del culto di Thatres. » rispose l'altra, con tono ancora quieto e tranquillo, ora allungando, egli la percepì, la propria mancina a percorrere la lunghezza del suo viso, dalla fronte lungo lo zigomo destro e sino al mento, in una carezza sincera ed estremamente dolce, che non poté evitare di donargli concreto e naturale piacere « A quanto pare, cinquecento anni fa qualcuno era riuscito a sopravvivere al massacro. »

martedì 2 agosto 2011

1294


« L
ohr… »

Se pur con minore enfasi e fama rispetto a quella associata alla propria compagna dai capelli corvini e dagli occhi color ghiaccio, la cui quasi perfetta imitazione era collocata, in quel frangente, sotto di sé, il mercenario shar'tiagho non avrebbe dovuto essere sottovalutato quale uno scarso guerriero, una grottesca imitazione di quanto un vero professionista avrebbe dovuto essere. Tanto egli, quant'anche il suo biondo fratello, si erano infatti da lungo tempo conquistati, a pieno diritto, il proprio ruolo nel mondo, difendendolo ogni singolo giorno nella consueta lotta per la sopravvivenza, sol traducibile ed esplicabile, nel contesto proprio del loro mestiere, attraverso il sangue stillato dalle vene dei propri avversari, in maniera più o meno plateale. Una costante e irrinunciabile ricerca di affermazione del proprio diritto a vivere attraverso la morte dei propri nemici, che non avrebbe dovuto, né mai avrebbe potuto, essere fraintesa, quale espressione di malignità da parte loro, così come di Midda, Carsa o qualunque altro professionista del loro settore, quanto, semplicemente, la conferma della prima fra tutte le leggi della natura, dell'intero Creato sin dai propri primi e più antichi giorni: la legge della sopravvivenza del più forte. Alcun piacere avrebbe pertanto potuto mai animare la mano di Howe nel levarsi per sentenziare una condanna su una propria controparte, così come, parimenti, alcun dispiacere l'avrebbe egualmente potuto caratterizzare, non, per lo meno, in una misura superiore a quella che avrebbe mai potuto essere propria di un gatto innanzi a un topino di campagna, di un lupo innanzi a una lepre, o, ancora, di un leone a confronto con una gazzella, per richiamare metaforiche figure di animali appartenenti alla fauna di regni prossimi a quelli dei deserti centrali, fra cui la stessa Shar'Tiagh.
In grazia di tutto ciò, nulla di più quietamente presumibile di una prematura conclusione della propria esistenza, avrebbe potuto dominare il pensiero dell'uomo a ogni singolo risveglio quotidiano, permettendogli, in effetti, di riuscire ad apprezzare la vita, anche nei propri aspetti forse più banali, qual un'esperienza meravigliosa e preziosa. Sempre in conseguenza a simili pensieri, a tali riflessioni, nulla sarebbe potuto essere giudicato più tranquillamente attendibile rispetto a un tragico esito negativo nell'azione allora posta in essere dalla coppia, non solo prima dell'attuazione di quei gesti, ma anche in ogni singolo istante proprio di simile strategia, ove particolarmente stolido, nonché pericoloso, e non ottimistico, sarebbe stato presumere aprioristicamente successo. E ancora, in virtù di tanto forse pessimistico, forse realistico, atteggiamento di psicologico confronto con la quotidianità, fortunatamente auspicabile sarebbe dovuta essere valutata un'occasione, per lui, di ovviare alla violenta reazione avversaria, in parte ritraendosi e, ancora, in parte provvedendo a ergere quelle pur minime, e spesso, istintive difese in nome del proprio sol desiderio di sopravvivere, di far propria una nuova occasione di battaglia, tanto il giorno dopo quanto quello ancora successivo.
Così, nel momento in cui quel letale stiletto invocò contatto con il suo cuore, desiderando infrangerlo non in termini meramente metaforici, quanto, piuttosto, tragicamente pratici, Howe, intuendo il movimento di lei ancor prima di riuscire a coglierlo effettivamente, si rigettò quanto più rapido possibile all'indietro e levò il proprio arto mancino a protezione del proprio busto, quasi esso fosse lì protetto da scudo, per quanto, purtroppo, tragicamente nudo al pari del resto del suo corpo. E quel braccio, per quanto di semplice carne e di comuni ossa, già ampliamente martoriate a opera dell'azione dei vermi carnivori in sua opposizione, non si negò, comunque, una dolorosa utilità, nel mantenere l'arma di Nissa lontana dal proprio cuore, se pur, per ottenere tale risultato, lasciandosi trapassare dalla medesima.

« Howe! » fu il grido unanime che eruttò dalle gole di Be'Wahr e di Midda, nel mentre in cui, entrambi, all'unisono, si rialzarono da terra, per slanciarsi in direzione del proprio compagno e amico, prima che egli potesse essere sopraffatto dalla sua avversaria.
« … lurida… cagna… » ringhiò fra denti stretti lo stesso shar'tiagho, a tentare di contenere il dolore, di non abbandonarsi al medesimo, nella consapevolezza di quanto, così facendo, avrebbe solo compiuto il giuoco dell'altra, concedendole ulteriore possibilità in suo sfavore.
« Mi spiace, ma non rientri esattamente nei miei gusti… » ironizzò Nissa, accennando un bacio verso di lui e, in ciò, tentando di ritrarre la propria lama, forse per un nuovo, e ora realmente efficace attacco, o forse a desiderare un semplice disimpegno da lui.
« … dove pensi… di poter andare?! » sorrise egli, in un'espressione forzatamente sardonica, per quanto sconvolta dalla pena da lui lì vissuta.

Malgrado tal volontà nella donna, e malgrado l'atroce patimento che, in tutto ciò, gli stava venendo imposto, nel mentre in cui quella lama incastratasi esattamente fra le ossa dell'avambraccio, radio e ulna, ne stava straziando in misura ancor peggiore le carni, Howe non parve volerle concedere simile opportunità, riprendendo il controllo della propria destra e, con essa, subito andando ad afferrare il braccio di metallo a lui avverso, a frenarlo, a non permettergli ritirata alcuna.
Un gesto forse folle, e pur indubbiamente audace, che, se anche avrebbe potuto lì segnare per lui una penosa condanna a morte, parve voler essere riconosciuto e ricompensato non solo dal tanto invocato Lohr, quanto, piuttosto, dagli dei tutti, nel garantire agli sperati rinforzi quel effimero, e pur necessario, intervallo di tempo utile a sopraggiungere sino a lui e, in ciò, nel costringere Nissa Bontor a dover reindirizzare tutti i propri sforzi, il proprio impegno, non tanto nella volontà di punire definitivamente quell'uomo per le colpe così rese proprie, per quanto osato a suo discapito, quanto, e altresì, nella necessità di preservare la propria stessa vita e la propria libertà, votando per un'estemporanea ritirata strategica invece della prosecuzione di quello stesso conflitto da lei allora iniziato.

« Che Thyres vi maledica tutti! » augurò loro la donna, lasciando svanire ogni possibile espressione di soddisfazione quale quella pur pocanzi dimostrata e, inaspettatamente, esercitando forza sufficiente, in una completa tensione muscolare, a catapultare il proprio ingombrante avversario lontano da sé, e contro i nuovi, possibili antagonisti, facendo inaspettata leva sulle sue parti più intime e, in ciò, più delicate e sensibili.

In simile sviluppo, indispensabile a permettere alla stessa pirata di conquistarsi rapida occasione di ritirata verso il canale lì prossimo, tuffandosi in esso e sfruttandone il corso per allontanarsi rapidamente non solo dai propri nemici, quanto, e più in generale, dall'intero santuario, quanto di più grave occorse non poté essere giudicata quella stessa fuga, ma, piuttosto, il danno che in essa fu riportato dallo sventurato Howe. Danno che, altresì, non poté essere ritenuto semplicemente corrispondente al pur spiacevole, e doloroso, colpo impostogli ad altezza inguinale, quanto, e molto, molto peggio, quello derivante dal movimento che, incontrollato e confuso, compì lo stiletto all'interno del suo braccio, fra le sue carni, squartandole oscenamente dal gomito fino, quasi, al polso, prima di abbandonarlo con la medesima violenza con la quale l'aveva pocanzi incontrato.
Un ulteriore offesa, quella riportata a discapito di un già sufficientemente sventurato arto, che, malgrado ogni precedentemente dimostrazione di coraggio e di controllo da parte dello shar'tiagho, in quel particolare momento, in quell'evoluzione tanto terribile quanto angosciante, non poté ovviare a strappargli un alto grido di dolore, simile a un ruggito, o forse un ululato, il quale, tuttavia e comunque, non ebbe occasione di proseguire a lungo, in grazia, perché sol qual tale avrebbe potuto essere considerata, di una pietosa perdita di sensi, di contatto con la realtà, e con il proprio dolore, che allora e alfine ebbe il sopravvento sulla mente dello stesso uomo, lasciandolo ricadere inerme fra le braccia dei propri due compagni.

« Dannazione… Howe! » esclamò la Figlia di Marr'Mahew, la sola e vera, nel non degnare, nonostante ogni questione pur rimasta in sospeso, la propria gemella di un benché minimo sguardo, di una qualunque attenzione, dopo che questa ebbe palesato la propria volontà di evasione, nel ritenere più importante, urgente, prioritario, dedicarsi piuttosto a chi, ancora una volta, stava rischiando la propria vita a causa di Nissa e, purtroppo, indirettamente per colpa sua « Guai a te se credi di poter morire! » lo minacciò, sorreggendolo a sé, con non celata preoccupazione per le sue condizioni « Mi senti, stupido idiota?! Non osare morire… o ti verrò a cercare in qualunque aldilà ti andrai a nascondere! »

lunedì 1 agosto 2011

1293


U
n duplice gesto straordinariamente rapido nella propria esecuzione, quello così compiuto con perfetta coordinazione da parte dei due fratelli, che, sebbene apparentemente volto a negare loro ogni possibilità di azzardo, nell'atterrare entrambe le gemesse e non solo una delle due, nell'impossibilità a valutare quale fra le stesse, non avrebbe dovuto comunque essere ritenuto tale nel prendere in esame la questione con uno sguardo più amplio, con un'attenzione più generale attorno all'intera questione. E, in effetti, estremamente semplice, ma non per questo corretto, sarebbe potuto essere ritenere come alcun fattore di rischio, di incertezza, fosse per loro mutato in grazia di simile scelta, nel considerare come ciò che era stato compiuto non avrebbe potuto essere riconosciuto quanto nulla di più, o nulla di meno, rispetto a un semplice tergiversare, a un posticipare a un momento successivo, e pur inevitabile nella propria occorrenza, la scelta reale in favore dell'una o dell'altra, a meno di non volersi esprimere in negazione di entrambe.
Una possibilità quest'ultima, altresì, che ipocrita sarebbe stato, almeno per Howe, negarsi di ammettere qual pur effettivamente presa in esame, nel non ritenere, sostanzialmente, di dover considerare quale proprio particolare dovere tutelare la salute di Midda in misura maggiore rispetto a quella della sua sorella gemella: una possibilità, tuttavia, che pur, alfine, non venne abbracciata, non venne valutata qual attuabile, fosse anche, e solamente, in nome dell'oro che egli non avrebbe mancato di domandare alla stessa donna guerriero non solo in risarcimento per la loro missione, ormai evidente fallita anche e soprattutto per il contrattempo rappresentato dalle due antagoniste, quanto, e piuttosto, per quello che le avrebbe richiesto a compenso per l'aiuto concessole in quella stessa occasione. Motivazioni, probabilmente, non così profondamente romantiche quali quelle che avrebbero accontentato, piuttosto e altrimenti, l'animo creativo di un bardo, nel cantare di tale frangente e della scelta da loro abbracciata, così anche come, altrettanto probabilmente, neppure condivisibili, nella propria stessa natura, dallo spirito più entusiastico, e meno pragmatico, dello stesso Be'Wahr, e che pur, lo shar'tiagho ne era certo, sarebbero allora state assolutamente e perfettamente comprese e apprezzate dalla medesima mercenaria dagli occhi color ghiaccio loro alleata, loro compagna di viaggio e di ventura, nell'esprimere, né più, né meno, quegli stessi principi professionali da lei sempre invocati qual propri e tali, in occasioni passate, anche da giustificare estemporanei tradimenti a opera della loro quarta camerata Carsa Anloch. Per amor del dettaglio, sempre a ricercare un clima di assoluta onestà spirituale con se stesso, Howe non avrebbe potuto ovviare a riconoscere quanto, malgrado la correttezza di tale ragionamento, la Figlia di Marr'Mahew mai avrebbe potuto ipotizzare di sottrarsi innanzi a un debito d'onore, quale, primo fra tutti, quello di una vita salvata… e, considerando il numero di occasioni in cui, in maniera più o meno plateale, ella aveva permesso al proprio collega di riportare a casa, ovunque essa fosse, la propria scura pellaccia, egli non avrebbe potuto che essere in debito con lei, sotto tale punto di vista. Questione, ciò nonostante, della quale lo shar'tiagho avrebbe, se gliene fosse stata concessa l'occasione, completamente tralasciato nelle proprie sfumature, preferendo l'idea di star agendo in nome di una solida e apprezzabile ricompensa in oro sonante, ancor prima che per mero esercizio di stile o, altrettanto vano, impegno d'onore.
Ma escludendo, in simili elucubrazioni, qualunque semplice, e sanguinaria, conclusione volta all'uccisione di entrambe, scelta che, ove paradossalmente fosse stata abbracciata, sarebbe stata immediatamente posta in essere, senza sprecare tempo in inutili e ricambiati apprezzamenti, in quel tergiversare, in quel procrastinare la propria decisione, valutazione, in favore dell'una o a sfavore dell'altra, i due fratelli si ritrovarono, comunque e irrinunciabilmente, a conscio confronto con un pur inevitabilmente fattore di rischio. Rischio non tanto derivante da una qualche decisione che essi stessi avrebbero lì dovuto ancora compiere, quanto, e piuttosto, dalla delega di responsabilità, pur inespressa, che entrambi avevano deciso di destinare alla loro sola alleata lì presente, nello sperare che ella, in quel frangente così come in passato, avrebbe saputo come agire e, soprattutto, come reagire alla loro offensiva, palesando la propria effettiva identità in quanto avrebbe compiuto e, soprattutto, in quanto al tempo stesso avrebbe deciso di non compiere…

« Thyres… che dannato accidenti credete di poter fare voi due?! » contestò la voce di una delle due gemelle, distinguibile dall'altra solo per la propria attuale posizione, nel trovarsi, nella fattispecie, qual mantenuta prepotentemente al suolo a opera del peso di Howe, nonché della minaccia dell'affilato metallo della sua spada dorata contro la base del proprio collo « Stupidi idioti: lasciatemi andare prima che Nissa possa liberarsi e ricompensarvi per la vostra dabbenaggine! »
« Ne dubito fortemente, dal momento in cui tu, mia cara, sei Nissa! » replicò lo shar'tiagho, sollevando la propria arma e preparandosi a precipitarne, con misurata forza, il pomello alla base del collo della medesima prigioniera, allo scopo di imporle una perdita di sensi, una privazione di coscienza che avrebbe concesso tanto a lui, quanto agli altri suoi due compagni, una possibilità di fuga.

Una decisione, quella da lui così resa propria, che pur non sarebbe dovuto essere ritenuto qual derivante da una semplice scelta casuale, da una mera ispirazione estemporanea nell'accusare l'una piuttosto dell'altra per effimera simpatia o antipatia verso l'una o verso l'altra, quanto, altresì, conseguenza stessa del piano d'azione fugacemente formulato e altrettanto repentinamente posto in essere. Nell'atterrare entrambe le donne al suolo, infatti, Howe aveva impegnato tutte le proprie speranze, tutta la propria buona fede, nel valutare quanto, fedele al silenzio sino a quel momento scelto qual proprio a differenza delle proprie opposte abitudini, la sola e vera Midda Bontor non avrebbe tentato né di ribellarsi né di approvare il loro operato, conscia di quanto qualsiasi propria presa di posizione sarebbe potuta essere fraintesa da parte loro, creando spiacevole spazio di manovra per la propria rivale, per la propria sosia antagonista.
Solo in tale presumibile, e presunto, comportamento, avrebbe quindi dovuto essere identificato il rischio, l'azzardo che i due fratelli, in quel loro coordinato agire, avevano accettato di far proprio, scommettendo sulla loro passata camerata il proprio stesso futuro, la propria vita in misura non inferiore a quella di lei. E solo per simile ragione, nella presa di posizione dell'una e nel corrispettivo silenzio dell'altra, immediata era potuta essere, ed era stata, la valutazione da parte del mercenario. Valutazione sì immediata, alla quale, tuttavia, non venne fatta seguire una sufficientemente rapida esecuzione, lasciando il suo movimento qual solo, e purtroppo, una mera dichiarazione d'intenti e concedendo, in ciò, alla propria ipotetica preda occasione per ribellarsi e riconquistare il proprio pur consueto ruolo di predatrice.

« Be'Wahr… » sussurrò appena la donna guerriero trattenuta sotto il biondo, a tentare di porlo in guardia da quanto stava per accadere, probabilmente ormai animata dalla tragica consapevolezza di quanto mantenere ancora il proprio sino a quel momento inalterato silenzio, ormai, non avrebbe potuto danneggiare i propri compagni in misura superiore a quanto non avrebbe potuto derivare dalla propria gemella.
« Howe! » tentò di gridare il biondo, in tal senso spronato da colei che, necessariamente, avrebbe dovuto accettare per fede qual Midda Bontor, Figlia di Marr'Mahew, a prescindere da qualunque propria precedente convinzione « Attento! »

Avviso purtroppo tardivo, quello così definito, che, nel proprio suono, nelle proprie sillabe, raggiunse lo shar'tiagho solo successivamente al violento colpo impostogli in maniera energica e impietosa, a opera di colei per la quale aveva, già e stupidamente, presunto una netta sconfitta, facendo propria in tal senso leggerezza imperdonabile e, in effetti, nelle conseguenze di cui, negli anni a venire, non sarebbe mai riuscito a perdonarsi. Perché ove la definizione finale del suo movimento era stata troppo lenta, e altrettanto lento si era imposta la voce del proprio compagno di una vita intera, non sì lento, non tanto sciaguratamente flemmatica, si impose Nissa Bontor.
Ed ella, approfittando di quegli interminabili e fuggevoli istanti, con torsione del busto, riuscì non solo a condurre il proprio braccio destro, protetto da nero metallo da rossi riflessi a imitazione della propria gemella, a impattare contro l'arto destro del proprio avversario, per disarmarlo, slanciandone la spada a diversi piedi di distanza da loro, ma anche, e ancor peggio, svelò quanto l'apparente uguaglianza fisica sino a quel momento proclamata fra sé e la sorella non avrebbe dovuto essere realmente riconosciuta qual tale, nel far emergere, con uno scatto metallico, dalla propria tutt'altro che stregata armatura una risorsa altresì sconosciuta alla Figlia di Marr'Mahew, e in grazia alla quale non esser più considerata né inerme, né, tantomeno, disarmata: una lunga, sottile, ma incredibilmente affilata, lama lucente, che simile a stiletto guizzò con incredibile ferocia, e priva di esitazione alcuna, in direzione del cuore di Howe.