11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 24 luglio 2013

2011


In ciò, quindi, non soltanto Be’Sihl si schierò in prima fila, nel proprio impegno, quasi obbligato nella coscienza del potere per lui derivante dall’intima alleanza con Desmair, al fine di arginare le implacabili offensive di primo-fra-tre; ma, accanto a lui, non vollero concedersi possibilità di tardare tutti gli altri, fosse anche e soltanto al fine di ricambiargli la cortesia e, in tutto ciò, proteggerlo dall’aggressione dei non morti nel contempo in cui lui stesso si sarebbe altresì lì sacrificato, fra le loro fauci, per tutelarli dal vicario.

« Avanti, compagni! » tuonò la voce di capitan Noal, immediatamente seguendo lo sprone di El’Abeb e, in ciò, forse persino rimproverandosi per aver indugiato quanto sufficiente a quel predone senza terra per anticiparlo e per invitare tutti i propri seguaci a non desistere, a non cedere proprio in quel momento, malgrado l’evidenza di sviluppi per loro tanto negativi, tanto avversi « Dimostriamo a questi marinai d’acqua dolce, a questi dannati pirati e ai loro cadaveri rianimati, in che modo combattono dei veri figli di Thyres! Dimostriamo loro la differenza che intercorre fra dei veri guerrieri e un’accozzaglia di codardi assassini e stupratori, quali essi sono! Per Salge Tresand, per Ja’Nihr e per Berah! » concluse, citando i nomi dei loro amici, dei loro fratelli e sorelle, periti per volontà di Nissa Bontor, i quali, mai come allora, avrebbero da loro atteso vendetta per le proprie morti, per le proprie indegne uccisioni.

Parole, quelle che Noal Kedrih volle rendere proprie, che probabilmente avrebbero dovuto essere riconosciute qual fondamentalmente superflue, soprattutto nel confronto con gli animi di coloro che, oggettivamente, avrebbero avuto solide ragioni per pretendere soddisfazione per le morti appena citate, per gli omicidi da lui, in tal modo, appena rievocati.
Parole superflue, le sue, perché nel confronto con lo spirito di Av’Fahr, fratello minore della splendida Ja’Nihr, alcun invito, alcun monologo, per quanto incalzante e altisonante, avrebbe potuto sperare di ottenere maggior successo nell’evocare da lui una qualche reazione combattiva rispetto a quanto, allora, non ne avrebbe potuto già vantare egli stesso, nel confronto con il suo stesso cuore, il suo cuore che, dieci anni prima, era stato ferito a morte nel ritrovarsi a confronto con il cadavere di colei che per lui, oltre a una sorella, era stata anche una madre, un padre, un’amica e una confidente, di colei che lo aveva cresciuto, lo aveva aiutato a diventare l’uomo che era divenuto, educandolo con valori concreti, autentici, reali, quali quelli che per tutta la vita lo avevano guidato, gli avevano offerto la possibilità di essere sempre fedele a se stesso, sempre coerente con il proprio stesso animo. Purtroppo Av’Fahr, benché avesse stretto a morte, fra le proprie mani, il corpo di uno dei traditori della Jol’Ange, benché avesse frantumato, con la propria straordinaria forza, quel suo cranio, quasi null’altro fosse che un frutto maturo, non avrebbe mai potuto definirsi realmente appagato, concretamente soddisfatto, per quanto ottenuto, per quanto in tal modo reso proprio; dal momento in cui, nonostante fossero passati dieci lunghi anni, egli non avrebbe ancora potuto ignorare quanto la reale mandante di simile crudele morte, di tanto inaccettabile assassinio, non avesse ancora avuto modo di pagare per i propri crimini, non avesse ancora avuto possibilità di soffrire per quanto compiuto. E sino a quando ciò non fosse accaduto, egli non avrebbe mai potuto ritrovare pace.
Parole inutili, quelle di Noal, perché nel confronto con lo spirito del pur giovane Ifra, nipote della conturbante Berah, alcun invito, alcun monologo, per quanto sincero e appassionato qual il suo, avrebbe potuto sperare di ottenere maggior successo nel fornirgli uno stimolo a combattere, una ragione per immergersi in quella pugna tanto in profondità da ricoprirsi, integralmente, del sangue dei propri avversari, rispetto a quanto, altresì, non ne avrebbe già potuto dimostrare egli stesso, nel confronto con il suo cuore, e il suo cuore che, ancora, non era stato in grado di accettare non soltanto la morte della sua parente, della sua amata zia, quanto e, ancor più, la sofferenza a cui questa era stata condannata negli ultimi anni della propria esistenza, sin dal giorno in cui, innanzi al suo sguardo inerme, il suo amato e amante, il suo compagno, Salge Tresand, era stato colpito a morte a tradimento. Un assassinio, quello del precedente capitano della Jol’Ange, che aveva, invero, ucciso anche la stessa Berah, privandola, nel profondo del proprio cuore, del proprio animo, della gioia di vivere, nella solitudine a cui ella stessa si era costretta dopo quanto accaduto, dopo quanto in ciò avvenuto, vedendo soltanto posticipata di qualche anno anche la morte del suo corpo e della sua mente, spenti, alfine, per diretta mano di colei nell’esecuzione dell’ordine della quale il resto di lei era morto tempo addietro. Per questo, nella speranza di poter riconoscere pace all’animo della propria parente perduta, persino il giovane Ifra, il mozzo della Jol’Ange, sarebbe stato, ed era, allora pronto a combattere e a combattere con tutte le proprie energie, e sino al proprio ultimo respiro, in quella battaglia, in quella guerra, non tanto per il desino del mondo lì egualmente posto in dubbio, quanto e ancor più per ottenere la propria vedetta, la propria ricompensa, nel momento in cui Nissa Bontor, alla fine, sarebbe spirata.
Parole vuote, ancora, quelle che l’attuale capitano della Jol’Ange aveva trovato per incalzare una presa di posizione da parte dei propri amici, dei propri fratelli e sorelle, in contrasto a Nissa Bontor, che non avrebbero potuto che risultare qual tali nel confronto non soltanto con Av’Fahr o con Ifra, ma anche con tutti gli altri, con Masva, con Camne, con il suo compagno Hui-Wen, con lui stesso e, ancora e persino, benché non fossero propriamente membri dell’equipaggio della Jol’Ange, non in senso stretto quantomeno, anche con Howe e con Be’Wahr,  tutti già creditori, nei confronti della regina di Rogautt, di sufficiente dolore, di sufficiente sofferenza, da stimolarli tutti alla lotta, e alla lotta non soltanto contro la stessa sovrana, ma ancor più contro qualunque antagonista, qualunque avversario ella avrebbe loro posto innanzi, nella volontà di salvarsi, nella volontà di preservare la propria indegna esistenza che pur, allora, non meritava ulteriormente di vivere, non meritava più occasione di gioire per la medesima, non dopo essere stata fonte di tanta morte qual ella, altresì, era stata.
Ma per quanto, la reazione che allora resero propria non soltanto Midda e Be’Sihl, ma anche El’Abeb e i suoi uomini, e ancora gli altri nove della Jol’Ange, non avrebbe potuto allora lasciar adito a dubbi, non avrebbe potuto lì permettere ad alcuno occasione di fraintendimento sul sentimento che tutti loro animava nel profondo, nella più assoluta e sincera avversione a discapito dell’autoproclamatasi sovrana, e usurpatrice, di quell’isola perduta nei mari del sud; la medesima non parve allora concedersi la benché minima ragione di incertezza o esitazione nel confronto con tutto ciò, con la condanna a lei in ciò promessa da quel vero e proprio esercito lì stanziato in sua negazione, in suo contrasto, continuando a offrirsi semplicemente serena, praticamente indifferente, a tanto preoccupante sforzo, e arrivando, addirittura, a canzonarlo, a beffeggiarlo, nel non voler riconoscere loro alcun valore, alcun merito, alcuna pur vaga possibilità di preoccupazione allora per lei ipoteticamente derivante da ciò. Un’indifferenza, la sua, che ove realmente tale, ove effettivamente sincera, non avrebbe potuto che dimostrarsi evidenza di un disinteresse a dir poco autolesionista… o, forse, trasparenza di un potere sì vasto, si sconfinato, da poterle realmente permettere di trascurare tutti loro quali meri insetti, da schiacciare al di sotto dei proprie piedi senza esitazione alcuna.

« A tal punto vi annoia la vita, o stolti seguaci di nostra sorella?! » domandò ella stessa, prendendo voce in diretta direzione di tutti loro, non di un soggetto in particolare, ma di chiunque, allora, aveva risposto all’appello di El’Abeb e a quello di Noal, rinfrancando la propria posizione, seppur soltanto psicologica, ove non fisica, al fianco della Campionessa di Kriarya, in una battaglia che alcuno avrebbe allora prematuramente giudicato qual giunta al termine « Tale è, realmente, il vostro disprezzo per il dono più grande, per la sola esistenza che gli dei vi hanno concesso di vivere su questa terra, da essere pronti a gettarla in maniera tanto sconsiderata, tanto folle, così come vi state dimostrando ora? Possibile che nulla vi possa spaventare, alla prospettiva delle infinite e terrificanti morti che qui vi sono promesse, per indurvi a gettare a terra le vostre armi e a invocare pietà, nella speranza di una fine quanto più possibile rapida e indolore?! » questionò ancora, riformulando lo stesso concetto in chiavi di lettura sempre diverse e, ciò non di meno, sempre identiche, nei propri più profondi messaggi « E sia… se è morte quanto cercate, sarà nostra premura accontentarvi! E che non si dica che noi, regina di Rogautt, non si abbia dimostrato generosità nei confronti di chi a noi la supplicava con tanta insistenza… »


martedì 23 luglio 2013

2010


« … dannazione… » sospirò la donna guerriero, scuotendo appena il capo a palesare la propria disapprovazione per quanto appena accaduto, prima di muovere quanto rimastole del proprio arto destro in nero metallo dai rossi riflessi, a colpire, come con una mazza, gli zombie a lei più vicini, maggiormente prossimi, per respingerli, conscia di non poterli abbattere in tal modo, e neppure di poterli in qualche misura ferire, e, ciò non di meno, decisa a non rendere loro facile il proprio compito, la propria avanzata, più di quanto già non avrebbe potuto essere.

Allora più che mai, invero, ella non poté che avvertire la spiacevole assenza della propria lama bastarda, quella sottrattale dal giovane Leas Tresand, in grazia alla quale, se pur non sarebbe comunque stata in grado di risolvere in maniera definitiva il problema rappresentato da quella negromantica minaccia, certamente avrebbe potuto aprirsi più facilmente la via verso la gemella, per cercare, con lei, una qualche occasione di scontro diretto. Permanendo, tuttavia, la propria lama fra le mani del nipote, suo traditore, ella non avrebbe potuto sperare in altra soluzione se non quella di appropriasi della prima arma a sua disposizione, sfruttandola, nei limiti del possibile, per la propria tutela, per la difesa del proprio domani e del proprio diritto a raggiungerlo, a conquistarlo.
Fu in tal contesto, in simile situazione, che ella allungò la propria mancina non tanto verso una delle pur numerose spade un tempo proprie di coloro che, allora, le si stavano rivoltando contro in quanto zombie, deprecandone l’impiego nell’evidenza di una scarsa fattura, con la quale avrebbe avuto qualche problema a scendere a compromessi, quanto e piuttosto verso un’ascia lì parimenti abbandonata, una possente arma bipenne che, alla memoria, non poté evitarle il ricordo dell’amica e nemica di un tempo, la splendida Carsa Anloch, sempre accompagnata da una tale risorsa nelle sue mani in grado di compiere, letteralmente, meraviglie. E per quanto, da sempre e soprattutto negli ultimi anni, il suo favore fosse stato rivolto quasi esclusivamente verso delle spade, e, in particolare, verso quell’unica, straordinaria spada che aveva conquistato insieme al titolo di Figlia di Marr’Mahew; stringendo le dita della propria mancina attorno alla lunga impugnatura di quell’ascia ella non si concesse un benché minimo istante di esitazione, immediatamente certa delle azioni che avrebbe dovuto compiere per maneggiare adeguatamente tale risorsa, simile arma, non dimentica, dopotutto, degli insegnamenti di un tempo ormai lontano, di un’epoca quasi dimenticata, e nella quale, pur, ella era stata educata all’impiego di ogni mezzo per perseguire i propri fini, di ogni strumento per raggiungere la vittoria e la supremazia.
In ciò, colei che avrebbe potuto combattere altrettanto degnamente non solo con la propria spada, naturale estensione del suo corpo, ma anche con qualunque altro genere di risorsa, di arma, fosse questa semplicemente una mazza chiodata, così come una picca, un giavellotto o altro ancora; ebbe allora possibilità di palesare tutta la propria più straordinaria, ammaliante e al contempo letale bravura, non soltanto nel combattere con quell’ascia ma, ancor più, nel danzare insieme a essa, lasciandola roteare attorno a sé, con sé, quasi avesse a doversi riconoscere non tanto un’arma, quanto una vera e propria compagna di ballo, se non, addirittura, un’amante, sì intensa e profonda avrebbe dovuto essere riconosciuta la loro intesa, la loro capacità ad agire qual espressione di un solo pensiero, di un’unica volontà, non quali due corpi estranei, quanto e piuttosto due volti di un’unica, straordinaria entità. Un’entità, una volontà, un pensiero, il loro, che in quel momento, in quel luogo, ebbe a trovare la propria capacità di espressione in un’esplosione di sangue, viscere e ossa, nel crani spaccati, nelle casse toraciche squartate, che, movimento dopo movimento, roteazione dopo roteazione, piroletta dopo piroletta, ebbero a crescere in numero, in un macabro censimento nel confronto con il quale ognuno di quei mostri, se solo avessero conservato un minimo di intelletto, avrebbero dovuto avere di che essere terrorizzati per il proprio futuro, per il proprio destino, malgrado la propria condizione di non morti, laddove, comunque, diversa essa avrebbe avuto a considerarsi nell’integrità dei propri corpi anziché nel più totale e disarmante sconquasso al quale ella, in tal modo, li stava tutti destinando. Ciò non di meno, non uno solo fra essi, non solo uno fra quei mostri frutto di negromanzia, avrebbe potuto provare patimento, pena o paura, in una condizione tale per cui alcun freno avrebbe potuto loro impedire di tentare, sempre e comunque, di stringersi attorno a lei, di ammassarsi attorno al suo corpo, nel pretendere, da parte sua, un necessario tributo di sangue e di morte, lo stesso che già avrebbe dovuto versare prima della propria ribellione e che, allora, sarebbe stato richiesto non in conseguenza a sapienti movenze di molte lame sulle sue carni, nelle sue carni, quanto, e piuttosto, di unghie, denti e, in numero sempre crescente, ossa denudate, bramose di strapparle la vita dal corpo.
Uno spettacolo, quello che Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya e Ucciditrice di Dei, ebbe lì a offrire a chiunque potesse riservarsi un momento per guardarla, per rimirarla, che non avrebbe potuto mancare di apparire non di meno che entusiasmante, che straordinario e ammaliante, nel confronto con chi, in tal modo, capace di rendere la guerra simile all’amore, o forse l’amore simile alla guerra, combattendo con la stessa passione con la quale era capace di amare o, forse, amando con la stessa passione con la quale era capace di combattere, e, ciò non di meno, apparendo in entrambi i frangenti, in entrambe le possibilità, qual semplicemente meravigliosa, conturbante e seducente così come neppure la più esperta professionista del piacere di tutta Kriarya, città del peccato, avrebbe mai potuto sperare di offrirsi, non in quel tanto mortale contesto, non in altri più appropriati.

« Combattiamo, figli e figlie del Cratere… combattiamo, reietti di ogni popolo e nazione… combattiamo, fratelli e sorelle! » si levò, forse e ormai inatteso, un grido, ad accompagnare tali gesti, simili movimenti, che, allora, vennero colti qual implicitamente d’esempio per tutti loro, e come tali esaltati da quelle stesse parole, da quella voce d’incitazione « Combattiamo con Midda Bontor… combattiamo con la figlia della guerra… combattiamo per il nostro futuro! Contro la morte… contro ogni oppressione! »

E tale voce, sorprendendo invero persino la stessa Nissa Bontor, ebbe in quel contesto a sopraggiungere direttamente dalla gola dell’uomo con la faccia da scheletro, El’Abeb, il quale, benché colpito dal nero raggio di morte proiettato dalla punta del tridente in speciale lega metallica dagli azzurri riflessi della regina di Rogautt, ancor non si volle palesare qual sconfitto, o, peggio, qual morto, nel ricomparire in mezzo alla folla di pirati e di zombie, spazzando entrambi come sotto l’azione della ruota di un mulino, lì rappresentata dal suo braccio destro e dall’arma ivi stretta, nel mentre in cui con la mancina stringeva a sé il corpo privo di sensi, o forse privo di vita, della splendida Shu-La, alla quale, evidentemente, aveva destinato il proprio primo pensiero nel momento in cui gli era stata concessa opportunità di ritornare al centro della battaglia, nel cuore di quella lotta sempre più caotica, sempre più confusa e letale, al crescere degli elementi coinvolti.
Sotto la spinta per loro derivante da tale sprone, non uno fra gli uomini e le donne a lui fedeli, appartenenti alla sua colonna, ebbero lì ragione di indugiare ulteriormente, di esitare ancora su quanto doveva essere compiuto, su quanto stava venendo loro richiesto di porre in essere e, soprattutto, su quanto non avrebbero avuto timore di tradurre in atti concreti, non in contrasto ai pirati non morti, non, tantomeno, a quelli ancora in vita, benché nella consapevolezza di quanto, ogni colpo portato a termine, non avrebbe avuto allora altro effetto se non quello di accrescere le fila degli zombie, in termini tragicamente proporzionali. E se El’Abeb e i suoi uomini avrebbero potuto ancora combattere, così come loro suggerito dallo stravolgente esempio della Figlia di Marr’Mahew, ciò non di meno avrebbero dimostrato desiderio di agire anche i dieci della Jol’Ange, che lì, indifferenti al timore della morte qual solo avrebbero dovuto imporsi d’essere, per non restare pietrificati nell’isteria conseguente a tutto ciò, non avrebbero mai desiderato ricadere in secondo piano, non avrebbero mai voluto essere ridotti a semplici comparse sullo sfondo di quell’azione, nel mentre in cui tutti gli altri si stavano pur impegnando in maniera tanto palese al fine di rendere il proprio nome, per quanto forse sconosciuto, degno della leggenda che sarebbe un giorno stata cantata attorno a quelle difficili ore.


lunedì 22 luglio 2013

2009


Per quanto l’ingresso in scena di quel nuovo, potente pezzo, all’interno della loro già complicata partita, avrebbe potuto suggerire alla sovrana di Rogautt ottime ragioni per cedere all’ira, inveendo non soltanto in contrasto alla propria gemella, o nuora che dir si volesse, ma anche nei confronti del suo amante, o marito e per lei figlio, nell’aver questi apparentemente reso del tutto inutile, fine a se stesso, l’intervento del proprio vicario, del potente primo-fra-tre lì ridotto a una semplice macchietta, a una figura a contorno della scena laddove avrebbe potuto esserne il protagonista principale; da parte della stessa Nissa, o Anmel, od Oscura Mietitrice, secondo le proprie preferenze, tutto ciò non diede adito ad alcun genere di sconforto né, banalmente, ad alcuna palese dimostrazione di disapprovazione e condanna, dimostrando di preferire, a differenza rispetto alla controparte, accogliere quell’evento, quella rivelazione, quale qualcosa di pur atteso, annunciato, previsto, in misura tale da non riservarsi dubbi su se ciò fosse accaduto, a su quando, altresì, ciò sarebbe accaduto. Un quando che, allora, non avrebbe più riservato alcuna possibilità di sorpresa, non si sarebbe più dimostrata qual un’incognita, offrendole in tutto ciò, altresì, occasione per elaborare l’accadimento e comprendere il modo in cui, meglio, avrebbe potuto renderlo ininfluente nel confronto con il conflitto in corso.
A vantaggio della regina, infatti e senza particolare possibilità di sconvolgente e inattesa epifania, avrebbero potuto essere lì evocati ben altri due vicari, altri due alleati ancor più forti e potenti, ove possibile, anche nel confronto con primo-fra-tre. Ciò non di meno, per quanto, tali risorse non fossero mai state impiegate in contrasto alla sorella o ai suoi alleati, riservando qual proprio, quantomeno, un certo… possibile fattore sorpresa; l’utilità che sarebbero stati in grado di rendere propria, nel porre sfida diretta contro la donna guerriero o il suo compagno, sarebbe comunque stata nulla, nel non poter riservare qual propria alcuna particolare speranza di successo superiore a quella del loro, minore, compagno. Soltanto vano, in simile analisi, sarebbe stato quindi qualunque eventuale impiego di tanto potenti risorse in un simile contesto, in una tale situazione, anche e soltanto nell’ipotesi di poter, per loro tramite, sterminare tutti gli altri alleati, e amici, della coppia.
Per propria fortuna, e per palese disgrazia dei propri antagonisti, un altro potere, un’altra capacità le era sempre stata propria, persino nei lunghi anni in cui, Anmel e l’Oscura Mietitrice, erano restate intrappolate all’interno di quel diadema maledetto allor indossato e sfoggiato da parte di Nissa Bontor. Un potere di natura negromantica che, a partire dal luogo ove il diadema era stato sepolto, era stato nascosto e protetto agli occhi del mondo al fine di ovviare all’eventualità di un possibile ritorno di quell’empia sovrana, figlia dell’ultimo dei faraoni di Shar’Tiagh, aveva avuto modo di diffondersi sulle terre circostanti, avvelenandole nella propria più intima natura, per così come anche pocanzi rammentato da El’Abeb. E quella che, in un lontano passato, era stata una laguna florida, piena di vita, vegetale e animale, in cui sarebbe stato sufficiente gettare un amo legato a una lenza anche senza alcuna esca per riuscire a pescare un esemplare da non meno di due piedi di lunghezza; per causa sua, per effetto della sua negativa influenza, si era tramutata in un’orrida palude, un luogo non soltanto malsano ma, esplicitamente, malato, all’interno del quale soltanto terrificanti mostri avrebbero potuto sperare di prosperare, fra schiere di non morti continuamente alimentate da qualunque malcapitato che, a quel territorio, ai confini di Grykoo, avesse avuto la sciagurata idea di offrire sfida.
Ma se tanto terrificante avrebbe dovuto essere riconosciuto il suo potere in quegli anni, in quei secoli nei quali ella era rimasta sopita; quanto e ancor più temibile avrebbe dovuto essere valutato ciò che Anmel Mal Toise avrebbe allora potuto compiere ove pienamente cosciente di sé e del mondo a sé circostante?

« L’inutile aborto che si vanta di essere nostro figlio può anche arginare il potere del nostro vicario, impedendogli di cancellare subitaneamente l’esistenza dei tuoi amici dal piano stesso della realtà… » ammise, ritrovando voce e riconoscendo loro quel piccolo successo, quell’occasione da loro in tal modo conquistata « Ciò non di meno, la medesima interdizione che protegge entrambi voi, immeritatamente, dai poteri del primo-fra-tre, non vi preserverà dall’assalto degli uomini e delle donne che hanno giurato di proteggerci, in vita così come in morte… »
« … Thyres… » gemette la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, ben comprendendo a cosa l’altra potesse star offrendo in ciò riferimento e, subito, voltandosi verso il gruppo dei dieci per cercare di porli in guardia dai cadaveri che avevano accumulato attorno a loro, al momento della loro ribellione « … zombie! » gridò, minimizzando il proprio avvertimento entro la più semplice sequenza di sillabe che mai sarebbe stata in grado di comporre attorno a quel tema, nel merito di quella minaccia.
« … e siamo pronte a scommettere che nostro figlio Desmair, nel suo nuovo corpo, non potrà vantare la medesima invulnerabilità che lo ha da sempre contraddistinto. » soggiunse la regina, prima di risollevare in posizione verticale il proprio scettro, il proprio tridente, spingendolo poi, con foga, a impattare al suolo con l’estremità inferiore della propria asta, in un gesto indubbiamente plateale e che, ciò non di meno, vide diffondersi, svilupparsi, da tale punto d’impatto, un’onda di straordinaria energia che, istante dopo istante, si allargò sempre più, non dissimile dagli effetti di un sasso gettato all’interno della placida acqua di una pozza, coinvolgendo nel proprio potere, nella propria negromantica forza, tutti i cadaveri che lì attorno erano già stati accumulati nella feroce rivolta degli uomini fedeli a El’Abeb « Non è forse vero?! » concluse, con un sorriso trasparente di malvagia soddisfazione, già volto a pregustare quanto, allora, sarebbe accaduto.

Scossi nel loro riposo, soltanto sperato qual eterno, coloro che, fra i pirati di Rogautt, erano caduti vittime della congiura ordita da Midda Bontor e dal suo potente alleato El’Abeb, che entro le fila di quei predoni e assassini, di quei razziatori e tagliagole, aveva infiltrato i propri rinnegati, oltre a se stesso e alla propria amata Shu-La; iniziarono a rianimarsi, lentamente ma inesorabilmente, riportati indietro, in un’illusione di vita che pur mai avrebbe potuto definirsi qual tale, benché egualmente lontana anche dalla morte, dal potere della loro sovrana. E per quanto gravi avessero potuto essere le ferite che li aveva veduti condannati, non soltanto ventri squartati o teste spaccate, ma addirittura capi decollati o arti mutilati, tutti loro si iniziarono a muovere ubbidendo al silenzioso richiamo della propria regina, di colei che a tale oscena esistenza di aveva convocati, camminando, chi ancor in grado di farlo, o strisciando, altrimenti, verso coloro riconosciuti quali propri antagonisti, non soltanto in riferimento alla stessa Midda e ai dieci della Jol’Ange, ma anche, nella piazza lì circostante, sui tetti lì attorno e nelle vie attigue, rivolgendosi in direzione di qualunque uomo o donna che non a Nissa Bontor e a Rogautt aveva realmente destinato la propria fedeltà, il proprio impegno di vita.
Ma dove anche, la piaga della negromanzia, in ogni propria accezione, avrebbe dovuto essere riconosciuta, nella loro realtà quotidiana, in ogni società di quell’angolo di mondo e, probabilmente, del mondo intero, qual parte concreta e attiva, tale da obbligare in qualsiasi rito, in qualunque tradizione, la cremazione dei morti qual unica soluzione certa al fine di assicurare loro imperitura possibilità di quiete, quantomeno oltre la vita così come, probabilmente, non era stata loro concessa in vita; tale confidenza, simile quieta possibilità di confronto con tanto orrore, non avrebbe in alcun modo reso più semplice, banale o scontato quel confronto, quella sfida, non laddove, purtroppo, alcuna arma, alcuna lama, mazza o dardo, a prescindere da quale materiale l’avrebbe mai costituita, avrebbe potuto sperare di rendere propria una qualunque possibilità di supremazia su chi non più in vita, neppure impegnandosi nel ridurlo nei più piccoli frammenti immaginabili. Perché fosse stata loro negata non soltanto la testa, ma anche qualunque altro arto, ciò non di meno essi avrebbero continuato a muoversi, avrebbero continuato ad avanzare, trascinando ogni propria singola parte con le unghie e con i denti, se necessario, fino a quando non fosse intervenuta l’azione purificatrice del fuoco a consumarne ogni forma, ogni singola traccia, ovviando alla loro minaccia e, ciò non di meno, restituendo loro la pace negata, in una soluzione che, purtroppo, non sarebbe stata allora attuabile da parte di alcuno fra i compagni della Figlia di Marr’Mahew, a meno di non voler offrire alle fiamme l’intera isola, sacrificando in tal senso anche le proprie stesse vite.