Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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il Diario - l'Arte
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
martedì 3 dicembre 2013
2118
Avventura
043 - Nuovi trucchi. Vecchi cani
« Così abbia a essere, quindi… » asserì Duva, alfine, retrocedendo di un passo e, con estremo controllo dei propri movimenti e non solo, spingendosi in tal senso a liberare un’effettiva traiettoria visiva fra il disgraziato e la sottoscritta, in una scelta che non avrei mai potuto indicare qual mera conseguenza del fato, al di là di quanto, in apparenza, quel suo movimento potesse essere apparso altresì del tutto spontaneo e, quasi e persino, distratto « Giacché io non posso sopportare l’idea di lasciare una tanto sventurata figura in mera balia del fato e dei suoi capricci, impossibilitato non soltanto a difendersi, ma anche a comprendere quanto gli stia effettivamente accadendo attorno, preferisco che sia abbattuto, cosicché il suo spirito non abbia più a essere intrappolato all’interno della prigione che risulta, per esso, essere il suo stesso corpo. » colpo di polso sulla lenza « E’ tutto tuo, Midda. Anche se, dopo, tu e io dovremo fare un discorsetto nel merito di questo tuo comportamento e della conseguenza delle tue azioni. » giusta forza nello strattonare, non troppa e non troppa poca, per trasformare una preda in una vittima.
E, difatti…
« No… aspetti! » esclamò, risollevandosi appena verso la mia amica e tendendo, a lei, la propria mancina, con fare di indubbia supplica, qual avrei potuto intendere la sua anche senza l’ausilio del traduttore automatico in mio sostegno, in aiuto alla mia altresì nulla possibilità di confronto verbale con chi non, semplicemente, nato e cresciuto in un regno diverso da quelli da me abitualmente frequentati, quanto, e addirittura, a una distanza addirittura incalcolabile dallo stesso, in ciò lasciando apparire qualunque ipotesi di immediata e spontanea integrazione fra noi qual mera utopia, se non, più probabilmente, un semplice delirio di onnipotenza, nel confronto con il quale ogni commento sarebbe stato vano e retorico, inutile e fine a se stesso « Non mi pagano abbastanza per morire ammazzato come un cane… »
… preso!
« Non la pagano abbastanza? » ripeté la mia amica, tornando, in tal modo richiamata, a frapporsi fra me e l’uomo, a celarmi al suo sguardo quasi, in tal modo, gli stesse venendo offerta una qualsivoglia rassicurazione d’immunità, anche laddove alcuna espressione era mai stata spesa, in maniera esplicita o implicita, in tal senso, in simile direzione « E chi, di grazia, la starebbe pagando…? »
« Io… non posso dirvelo. » sussurrò, quasi, l’altro, per un momento evidentemente in dubbio sulla correttezza del proprio cedimento, della propria scelta, per così come, proprio malgrado, ipotizzata in conseguenza al terrore pur impostogli dal confronto con quanto da me compiuto sotto al suo inerme sguardo, un massacro con la crudezza del quale, al di là di ogni sua trascorsa esperienza bellica, difficilmente avrebbe potuto dirsi confidente, nel non provenire da un mondo barbaro e primitivo qual tutti considerano essere il mio.
« E allora, mi dispiace, io temo di non poter fare nulla per lei… » scosse il capo Duva, accennando ancora una volta a quella lieve traslazione laterale in conseguenza alla quale egli si sarebbe nuovamente trovato a confronto con la mia temuta immagine, per quanto, non lo nego, in quel mentre indubbiamente meno aggressiva di quanto non avrebbe potuto essere, nell’offrirmi lì accasciata in un angolino, intenta a riprendere fiato e a cercare di stringere fra i denti una serie di poco gradevoli imprecazioni a discapito della mia dea prediletta e del fato più in generale « Perché vede… per quanto il mio capo della sicurezza, formalmente, dipenda dai miei ordini, in verità è uno spirito decisamente libero. Dopotutto proviene, come forse già sa, o come potrebbe aver intuito, da un mondo barbaro e primitivo… » come volevasi dimostrare, per l’appunto « … nel quale il valore della vita di una persona è sempre di poco inferiore rispetto al suo percepito livello di utilità. » analisi non del tutto errata, in realtà « E, in questo, una persona che si dimostra essere sostanzialmente inutile, qual lei ora sta impegnandosi ostinatamente ad apparire, non potrà attendersi un’esistenza particolarmen… »
« Io non posso dirvelo… perché non lo so! » esclamò l’uomo, cercando di correggere la mira in conseguenza all’evidenza del proprio primo colpo andato a vuoto, incitato in tal senso dalla prospettiva di doversi ritrovare, ancora una volta, in mia compagnia, soddisfacendo non poco il mio amor proprio benché ciò avrebbe, obiettivamente, dovuto penalizzare la mia femminilità « Credetemi, per carità… io non lo so! »
Consiglio personale: nel momento in cui vi ritrovaste mai costretti con le spalle al muro a scegliere fra rifiutarvi di offrire risposta a una domanda per una mera ragione di principio allorché per semplice ignoranza nel merito di quale argomentazione riservare al vostro candidato torturatore, concedetevi sempre abbastanza lucidità per votarvi in favore della prima soluzione allorché della seconda. Giacché, laddove nel caso della prima alternativa, vostra sarebbe mantenuta ancora una qualche possibile utilità, tale da concedervi una pur dolorosa possibilità di sopravvivenza, come ha a dimostrarsi la mia stessa esperienza personale così come riportata in apertura a questa mia cronaca; nel secondo caso nulla di diverso da un triste fato di morte potrebbe esservi spiacevolmente imposto, nel confronto con l’evidente inutilità di una qualche ipotesi di prosecuzione della vostra esistenza.
Poi, e desidero che possa essere chiaro, questo mio consiglio non può essere inteso qual una norma, qual una legge assoluta e inviolabile tale da garantirvi immunità in conseguenza all’ostinazione nel rifiutarvi di soddisfare le domande eventualmente rivoltevi. Ma, ciò non di meno, tacendo, imporrete sempre e comunque la frustrazione derivante dal dubbio nella mente dei vostri antagonisti, nell’incertezza di quanto, malgrado tutto, la vostra morte possa essere stata uno sgradevole errore di valutazione derivante da un estemporaneo eccesso di enfasi.
« Questo, tuttavia, rappresenta un problema… » sospirò la mia amica, ancora una volta lasciandosi apparire tradita, nelle proprie aspettative, da quella replica, se possibile in misura persino maggiore rispetto a quanto non avrebbe potuto dirsi un istante prima, in conseguenza a un semplice rifiuto a prendere parola, a una mera ritrosia innanzi all’idea di parlare « … e un problema per lei, sia chiaro. » soggiunse, a non voler riservare al nostro interlocutore alcuna possibilità di fraintendimento nel merito di quanto, in tal modo, appena scandito « Perché, parliamoci molto onestamente, quale ragione potrebbe mai sussistere, ora, nel riservarle opportunità di sopravvivenza e, ancor peggio, di testimonianza a nostro discapito, dal momento in cui alcun genere di vantaggio, per noi, in tal direzione sembra essere riservarto? »
« Ma… io non lo so! » ripeté egli, ostinatamente, e con un tono che, mi spiace dirlo, non migliorò in alcun modo la sua posizione, nel lasciarlo apparire prossimo a una crisi isterica, minaccia indubbiamente da noi sovrastimata in un primo momento, nell’iniziale confronto con lui e con i suoi colleghi « Credetemi… sono pronto a giurarlo sulla mia testa! Io non lo so! »
« Il problema è proprio questo, signor…?! » domandò Duva, storcendo appena le labbra verso il basso, e voltando a concedermi un momento di attenzione, più a discapito del nostro ospite che in mio favore.
« … Iori… Iori Sachs… » si affrettò a presentarsi, quasi da ciò avesse a dipendere il proprio futuro, nel dimostrare di aver ben compreso la precarietà della propria attuale posizione.
« Il problema è proprio questo, signor Sachs… » riprese allora la mia compagna d’arme, tornando con lo sguardo verso di lui e tono grave nella propria voce « Il fatto che lei sia pronto a giurare sulla sua testa una tanto palese ignoranza non può che complicare, in maniera incredibilmente spiacevole, la sua posizione, non offrendo né a me, né alle mie sorelle d’arme, la benché minima motivazione utile a permettere alla sua testa di restare ancora attaccata al resto del suo corpo. » concluse, voltandogli le spalle e iniziando ad allontanarsi da lui, a dimostrare quanto il dialogo, fra loro, non avesse più ragion d’essere « Midda… per piacere, potresti provvedere tu in tal senso? » mi apostrofò, affidandolo, in tal modo, definitivamente alle mie cure.
lunedì 2 dicembre 2013
2117
Avventura
043 - Nuovi trucchi. Vecchi cani
Ennesima parentesi, o precisazione che dir si voglia.
Sinceramente non sono mai stata una sostenitrice della tortura fisica, come mezzo utile a ottenere una qualche risposta da parte di informatori reticenti. E questo, sia chiaro, da ben prima di finire ospite della signorina Calahab, nonché vittima di tutta la sua più sadica e perversa fantasia. Anche perché, ben prima di finire ospite della signorina Calahab, non mi sono mancate, mio malgrado, altre occasioni di sgradevole permanenza in affido alle cure di altri più o meno malevoli anfitrioni che, nel corso del tempo, hanno inventato sempre nuovi e originali modi per divertirsi a mie spese. A iniziare, manco a dirlo, dalla mia stessa, ormai defunta gemella. Dall’alto, quindi, di una tale esperienza, e di una tale esperienza negativa, mi sento in grado di affermare con una certa sicurezza, e una certa cognizione di causa, che, in base all’abilità del torturatore, i risultati possibili, nella maggior parte dei casi, si riconducono a due, egualmente insoddisfacenti, alternative: o l’ammissione di qualunque presunta verità, per quanto falsa e inventata, al solo scopo di sperare di soddisfare, in tal modo, la richiesta a sé rivolta e di ottenere la cessazione della pena inflitta; o, peggio, la ferma negazione di qualunque ipotesi di collaborazione, qual questione di principio, animati dalla confidenza con la semplice evidenza di quanto, comunque, presto o tardi la morte sarebbe egualmente sopraggiunta e, quantomeno, in tutto ciò ci si sarebbe potuti presentare in gloria ai propri dei a testa alta, con la fierezza propria del vincitore e non con l’umiliazione caratteristica dello sconfitto. Risultato che, del resto e non a caso, io stessa mi sarei impegnata, di lì a breve, al fine di riservare a discapito della stessa Milah Rica Calahab, qual unica replica a tutti i suoi sforzi.
Detto ciò, e a prescindere dalla mia disapprovazione innanzi all’idea dell’impiego pratico della tortura fisica, ben diversa ha a doversi considerare, da sempre, la mia personale posizione in merito alla tortura psicologica. Qualche malizioso, magari, potrà sostenere che, in quanto donna, ovviamente tale mezzo ha da considerarsi mia quieta e intrinseca prerogativa naturale, non diversamente dalla facoltà di mutare idea o, parimenti, da quella volta a manifestare in maniera sempre e volutamente ambigua e velata, i miei desideri, le mie preferenze o le mie aspettative nei riguardi della vita, del futuro e di tutto il resto. Ma al di là di facili battute scioviniste, ho sempre ritenuto indubbiamente più utile il timore del dolore rispetto al dolore stesso, la paura del danno ancor più del danno stesso, divertendomi, in ciò, a lasciar intendere quanto sadica avrei potuto dimostrarmi, per ottenere un’informazione, senza poi essere fondamentalmente costretta ad agire, e ad agire realmente, in simile direzione. E, in tal senso, ho potuto riscontrare anche una percentuale di successo decisamente maggiore rispetto a quella che avrebbe potuto essere propria della mera tortura fisica, in quanto, obiettivamente, l’ottenimento di un’informazione, di una conferma piuttosto che di una smentita, sarebbe allora derivata non tanto dalla disperata volontà di ottenere la clemenza di una morte rapida e il più possibile indolore, quanto e piuttosto dalla spaventata brama di evitare ogni genere di sofferenza e, agli dei piacendo, persino la morte stessa. Insomma… diverso incentivo, diverso risultato.
Per tale ragione, e alla luce, anche, di quanto affini avessero a doversi considerare l’animo di Duva e il mio, non potei che attendere con una certa curiosità, un indubbio interesse, di scoprire in che modalità ella avrebbe avuto interesse a condurre l’interrogatorio a discapito dell’unico sopravvissuto alla strage da me appena consumata. Un interrogatorio nel confronto con il quale, obiettivamente, quanto avevo appena compiuto, quello stesso terrificante macello da me appena condotto a termine, avrebbe avuto a doversi considerare di straordinario incentivo in favore di una rapida risoluzione sotto un profilo di ordine meramente psicologico, sfruttando il timore, o forse terrore, che, dall’idea di un ulteriore confronto con me, avrebbe allora dovuto necessariamente derivare.
« Salve… » salutò con tono quieto, approcciandosi al disgraziato e genuflettendosi accanto a lui, quasi a voler ridurre al minimo la distanza esistente fra loro e, in tal modo, a creare una situazione di intimità con lui o, forse e persino, di complicità, tale da apparire qual la migliore alternativa possibile alla sottoscritta « … sta bene? » si informò, addirittura dimostrando una certa premura in suo favore e nel merito delle sue condizioni fisiche, con una squisita scelta strategica per la quale, se avessi potuto, se ciò non avesse altresì potuto compromettere il suo sforzo, avrei persino applaudito in reazione all’evidenza di cotanta abilità.
Da parte del prigioniero, prevedibilmente, alcuna replica.
« Come credo che possa aver notato, può considerarsi oggettivamente fortunato all’idea di essere ancora in vita, malgrado tutto. » argomentò Duva, proseguendo con egual impostazione vocale e, persino, con quella terza persona adottata al fine di concedergli un certo rispetto, di riconoscergli una certa onorabilità, per quanto, addirittura, grottesco avrebbe avuto a doversi riconoscere in quel momento « Il mio capo della sicurezza non è, esattamente, una persona dalla mano delicata… non so se intende cosa voglio dire. » osservò, in quello che, probabilmente, avrebbe dovuto essere considerato persino un gioco di parole in riferimento alla mia destra in metallo cromato « Per carità… a conti fatti, è proprio per questa ragione che l’ho assunta. Non di certo per essere diplomatica o per cercare di risolvere le questioni in maniera… mmm… civile?! » cercò addirittura conferma, in quel dialogo al quale, pur, l’altro non sembrava intenzionato a prendere parte.
Ancora alcun riscontro da parte dell’uomo.
« E’ una persona silenziosa di suo… oppure tanta reticenza a prendere voce ha da considerarsi espressione di una certa inibizione conseguente alla macabra esibizione della mia compagna? » questionò, piegando appena il capo di lato, con fare incuriosito, nel continuare a osservarlo « Per quanto mi riguarda, vorrei fosse chiaro come, da parte mia, non sussista alcuna particolare bramosia di morte a suo discapito… a differenza di quanto lei e i suoi compagni non avete mancato di palesare a nostro esplicito discapito. » imbeccò, con apprezzabile scelta di termini e di tempi, nello scandire, allora, la giusta parola al momento giusto « Questa opinione, ovviamente e necessariamente, non ha da potersi o doversi considerare condivisa con le mie amiche… e, in particolare, con colei che tanto minimo disagio ha già avuto modo di dimostrare nello sterminare, sistematicamente, ogni suo collega. Comprende, nevvero? »
Ostinatamente, ma coerentemente, nessuna risposta.
« Uhm… temo che il turbamento per lo spettacolo a cui lei ha dovuto assistere, abbia condotto la sua mente a una sorta di chiusura autistica nei confronti della realtà a circostante. » osservò la mia compagna, risollevandosi da terra e, nel compiere ciò, scuotendo il capo, con fare di compassione nei suoi riguardi, sinceramente dispiaciuta per ciò a cui, proprio malgrado, si stava ritrovando costretta ad assistere « E questo mi dispiace… e mi dispiace davvero. » proseguì, storcendo appena le labbra verso il basso, a offrire evidenza a tutta la propria contrarietà attorno a simile tematica, a tale questione « Personalmente aborro la violenza psicologica, dal momento in cui se nel confronto con quella fisica si può trovare una qualche possibilità di scampo o di recupero, difficilmente pari opportunità è garantita innanzi alla violenza psicologica. Sarebbe stato, sinceramente, meglio per lei morire subito, allorché sopravvivere in queste condizioni… » si spinse a constatare, con un lungo sospiro a chiusura di quella scena, atta, da parte sua, a escludere ogni favore nel confronto di quanto, altresì, ella stessa si stava allora divertendo a compiere… una violenza di ordine puramente psicologico nei suoi riguardi.
Ma se, per un istante, da parte dell’uomo non parve poterci essere ancora speranza di reazione, quasi l’analisi compiuta da Duva avesse a considerarsi decisamente più fondata di quanto non avrebbe potuto credere, in conseguenza a quelle sue ultime parole egli ebbe un lieve fremito e spostò, per un quasi impercettibile, e pur traditore, istante, lo sguardo verso di me, in una silenziosa espressione di timoroso dubbio nel merito di come avrebbe avuto a dover intendere quanto la mia amica aveva appena scandito.
Il pesce aveva abboccato. E, in quel momento, in quella particolare situazione, avrebbe quindi avuto a doversi dimostrare tutta l’effettiva bravura della mia mecenate, nel riuscire a imporre la giusta forza nello strattonare la lenza, al fine di catturare la propria preda senza concederle più la benché minima via di scampo, la benché minima speranza di fuga, trasformandola in una vittima offerta in balia a ogni proprio pur minimo capriccio.
domenica 1 dicembre 2013
2116
Avventura
043 - Nuovi trucchi. Vecchi cani
« Mi sono improvvisamente ricordata perché non è bene farti arrabbiare… » commentò Duva, dopo qualche istante di silenzio in attesa che l’eco di quel cupo rintocco potesse smorzarsi, quasi come se prendere voce prima di allora avrebbe potuto rappresentare ragione di provocazione a mio discapito, soprattutto nel confronto con il messaggio in tal modo allora esplicitato « … accidenti! »
« Cosa stavi dicendo a riguardo dei miei meloni?! » mi concessi occasione di domandare, allora e finalmente tornando a sorridere e a esprimermi con maggiore serenità e, mio malgrado, ineluttabilmente anche con maggiore sofferenza, nel ritrovarmi ancora una volta prepotentemente a confronto con il dolore conseguente alla ferita subita e all’infezione lì in corso, in uno sgradevole crescendo che presto mi avrebbe condotto sino alla morte se non avessimo trovato, quanto prima, una qualche maniera per rappezzarmi.
« Assolutamente nulla! » negò fermamente ella, risollevandosi da terra e, ormai non più del tutto cieca nel confronto dell’ambiente circostante, in conseguenza alla torcia lì ancora funzionante, osservando con fare incuriosito le conseguenze del mio passaggio « La mia è soltanto e chiaramente invidia per l’impossibilità a eguagliarti in tanta ampia capacità polmonare! » argomentò, in una frase del tutto priva di senso e, ciò non di meno, perfetta per concludere la questione fra noi, per così come non era comunque rimasta in sospeso e, ciò non di meno, avevo pur voluto appena rievocare, a riservarmi l’opportunità dell’ultima voce in capitolo in conseguenza alla resa precedente.
« Boia! » esclamò a sua volta Lys’sh, riprendendo controllo sulla situazione e, in ciò, contemplando a propria volta il macello da me in tal modo generato « … nel mondo dal quale provieni, per caso, sei inclusa all’interno di un annovero riguardante le armi di distruzione di massa…?! Perché se così non fosse, dovresti esserlo… » commentò, in quello che, lo ammetto, ebbi inizialmente difficoltà a comprendere se aver a considerare qual un complimento o una critica, benché, nei toni da lei impiegati, difficilmente avrebbe potuto ricadere all’interno della seconda ipotesi.
« Non penso di aver effettivamente capito quello che hai detto… ma lo prenderò qual un elogio. » commentai, inspirando profondamente aria nei miei polmoni prima di compiere, con fatica, lo sforzo utile a risollevarmi dalla posizione nella quale mi stavo allora ponendo, trattenendo a fatica un gemito per la pena conseguente non soltanto al movimento stesso, quanto e ancor più al respiro antecedente al medesimo, e tutt’altro che gratuito, per lo meno nelle mie allora attuali condizioni.
Innanzi al mio dolore, non espresso ma non per questo inintelligibile, le mie compagne dimostrarono sufficiente rispetto per non offrirmi insulto alcuno nel domandarmi, vanamente, quanto male potessi allor provare, forti della consapevolezza che, al di là della sofferenza che avrebbe potuto allora essermi propria, quanto avrebbe avuto a doverci tutte preoccupare sarebbe stato, in effetti, il destino al quale mi sarei dovuta lì considerare votata, a meno di non porre rimedio quanto prima alla necrosi dei tessuti lesi dal laser.
Per tale ragione, ritornando in maniera naturale al proprio ruolo di comando all’interno di quella nostra compatta squadra, Duva cercò di gestire al meglio la situazione per così come in quel mentre presentataci, cercando non soltanto di definire un elenco delle giuste priorità, ma, ancor più, di non tralasciare alcuna alternativa e alcuna esigenza.
« Sono tutti morti…? » si informò osservandomi, nel dimostrare, in termini in verità abbastanza prevedibili, di non aver avuto occasione di cogliere il gesto di estemporanea pietà rivolto in favore a colui che, nel gruppo dei nostri antagonisti, aveva dato riprova di essersi interessato alle mie condizioni fisiche.
« No. » negai, scuotendo appena il capo, prima di indicare, con un cenno della mancina, il sopravvissuto, ancora a terra, ripiegato su se stesso, esattamente là dove lo avevo lasciato e dove, allora, stava permanendo probabilmente anche nell’ingenua speranza di poter sopravvivere, nell’essere magari e fortunatamente dimenticato da parte mia « A quello ho soltanto tirato un pugno alla bocca dello stomaco… e me lo sono conservata per ultimo. »
« Ottimo…. » approvò, soddisfatta dalla mia lungimiranza in tal senso « Lys’sh… fruga fra i cadaveri e vedi di raccattare tutto quello che ci potrebbe essere utile. Armi, innanzitutto, ma anche, magari, dell’equipaggiamento di primo soccorso: questo genere di persone non viaggia mai senza qualche toffoletta a portata di mano. » richiese alla nostra compagna, muovendo l’indice della destra a tracciare un segno circolare nell’aria, a indicare tutti i cadaveri lì attorno accumulati « Midda… tu riprendi fiato, impreca un po’ contro tuo marito e cose di questo genere… e tieni gli occhi aperti nel caso dovesse comparire qualcun altro all’orizzonte. » mi suggerì subito dopo, con il medesimo indice additando un angolino laterale, ove potermi andare a sedere « Io, nel contempo, farò quattro chiacchiere con il nostro amico, per cercare di comprendere cosa diamine stia accadendo e, soprattutto, perché sia stato appena necessario accoppare così tanta gente… »
Doverosa precisazione: come è facile notare, nelle parole che ho appena riportato, da parte della mia mecenate non vi fu il benché minimo rimprovero nel merito delle azioni da me compiute o, tantomeno, degli omicidi da me lì appena consumati. Né io, né Duva, né tantomeno Lys’sh, del resto, avremmo avuto ragione di provare rammarico o pentimento per i morti che, in quel mentre, avevamo lì accumulato sul nostro cammino: non in quanto guerrieri, non, tantomeno, in quanto sopravvissute.
Tutte noi, del resto e così come ho già avuto occasione di sottolineare, avremmo dovuto essere riconosciute quali confidenti con gli orrori della guerra e, per quanto in tal senso sospinteci, nel corso delle nostre vite, per diverse ragioni, non avremmo più avuto motivazioni valide a simulare un qualsivoglia genere di pudore innanzi all’idea della morte. E non tanto per un qualche disprezzo nei riguardi della vita, nella propria straordinaria e impareggiabile valenza; quanto e piuttosto, per un giusto apprezzamento nei riguardi della nostra stessa vita, nonché della nostra libertà individuale, della nostra autodeterminazione, che, al di là di ogni insidia, avevamo imparato a difendere, e a difendere a qualunque costo, fosse anche quello del sangue di un antagonista, versato quasi necessario tributo in tal senso.
Che poi, in tal contesto e malgrado simili presupposti, avesse a dover essere riconosciuta, qual mia abitudine, quella di impegnarmi a non pretendere gratuitamente la vita di un mio avversario laddove a me palesemente inferiore, avrebbe avuto a doversi considerare un altro concetto, una diversa sfumatura sul tema. Una sfumatura che, sempre personalmente e per amor di precisione, non ero in effetti solita applicare in presenza di solide motivazioni atte a spingermi a esigere quelle morti, a pretendere di estendere, ancora un poco, la già interminabile lista di cadaveri che, mio malgrado, avevo mietuto nel corso della mia stessa lunga e avventurosa esistenza. E quale motivazione avrebbe avuto a considerarsi, in quel frangente, più solida di un buco nel ventre in crescente stato di necrosi, che ben presto mi avrebbe condotto alla morte?!
Sì. Obiettivamente ero stata anche fin troppo brava nel concedermi freno inibitorio sufficiente a permettere a quell’unico disgraziato un’effimera occasione di sopravvivenza… malgrado tutto.
« Armi… ed equipaggiamenti di primo soccorso… toffolette… » ripeté Lys’sh, a dimostrare di aver colto l’essenza della questione per così come domandatale « Mi metto subito all’opera! » confermò, senza incertezza alcuna, non avendo ragione utile a discutere quegli ordini né, tantomeno, a ipotizzare di discuterli, riconoscendo, alla base di quelle indicazioni, soltanto una necessità addirittura minima e indispensabile per il nostro bene comune.
« E’ tutto tuo… » mi limitai a commentare dal canto mio, ben lieta di potermi riservare un istante per riprendere fiato, anche perché, al termine della battaglia appena affrontata, pur si rapida e, persino, effimera, non soltanto nelle proprie tempistiche ma, ancor più, nell’impegno a me obiettivamente richiesto per contrastare la minaccia di tanto deboli avversari, l’effetto benefico dell’adrenalina stava iniziando ad abbandonare le mie membra e, di lì a breve, ero conscia, mi sarei ritrovata vittima di tutta quella pena che, sino a quel momento, mi ero impegnata a porre a tacere.
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