11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

venerdì 3 gennaio 2014

2149


« Prova a essere più precisa, mia cara… » mi invitò lei, socchiudendo appena gli occhi quasi a cercare occasione di meglio valutare le mie parole, di meglio soppesare le mie intenzioni, per così come, forse, le aveva intuite eccessivamente ambigue, tradendo purtroppo la mia volontà, il mio reale scopo, in tal modo necessariamente mistificato « … sai, noi ricche e viziate ragazzine cresciute nei quartieri altolocati, abbiamo sovente problemi di comprendonio in conseguenza al limitato, quotidiano impiego del nostro intelletto. Nulla da imputare a tuo discapito, sia chiaro. »

Che quella frase avesse lo spiacevolissimo olezzo proprio di una trappola, di un trabocchetto, di un inganno volto a misurare le mie reazioni e, con esse, la solidità delle mie posizioni, non vi sarebbero potute essere possibilità di discussione, non vi sarebbero potute essere ambiguità di sorta.
Che, tuttavia, in esse avesse a doversi considerare già bruciata ogni mia possibilità di successo, nel ritrovarmi posta metaforicamente con le spalle al muro, oltre che nel ritrovarla posta, molto poco metaforicamente, con il coltello, o sarebbe più opportuno scrivere il bisturi, dalla parte del manico; fortunatamente avrebbero potuto ancora esserci buoni margini di manovra. Margini che sarebbero in tutto e per tutto dipesi, allora, dalla mia capacità di elaborare una replica adeguata a quella sua provocazione. E non soltanto nei suoi contenuti, ma anche nei tempi nei quali ci sarei riuscita, laddove un’eccessiva attesa nel concederle risposta, nel rivolgerle nuovamente voce e verbo, avrebbe potuto tradire il mio impegno a elaborarla e, in ciò, a dissimularla nel proprio effettivo intento, nel proprio unico e reale fine.
Così, ancora una volta riallacciandomi alle sue stesse parole, quasi quella fra noi nulla di più e nulla di meno avesse che da intendersi qual una sfida in ottave fra due cantori, non mi concessi un solo istante in eccesso o in difetto rispetto al necessario per ovviare, al contempo, ad apparire troppo lesta nella mia risposta, e in tal senso non di meno falsa, prima di esprimermi…

« Ancora una volta, tenti davvero, con me, la carta della ragazzina ricca e viziata? » contestai pertanto, scuotendo appena il capo in segno di disapprovazione per quel tentativo, non soltanto vano ma, a quel punto, addirittura fastidioso, nella propria pur palese incapacità a riservarsi un qualunque risultato di sorta degno di tale nome « Credevo volessimo finalmente concederci una possibilità di confronto sereno e obiettivo, e non più, stolidamente, un qualche giuoco delle parti, atto a farci apparire diverse da ciò che siamo, e, soprattutto, inconsapevoli l’una dell’altra. » mi permisi, addirittura, di rimproverarla, volgendole uno sguardo colmo di dissenso a giudizio di simile, ostinato sforzo da parte sua « Poi, se vogliamo continuare a far finta che io non sappia chi tu sia, Milah, e tu non sappia chi io sia… beh… allora possiamo tranquillamente ricominciare tutto da capo. Con le tue sadiche torture e tutto il resto. » la spronai, addirittura, quasi, invitandola ad agire proprio in tal direzione, per quanto a mio esplicito discapito « Avanti… procedi! Ormai, quasi, iniziava persino a mancarmi un po’ di sano dolore. »

Al di là di quanto si potrebbe credere, nel confronto con il mio particolare stile di vita, non sono mai stata, propriamente, una grande appassionata di giuochi d’azzardo. Al contrario. Abituata a rischiare, già a sufficienza, la mia stessa esistenza, la mia medesima sopravvivenza, in quasi quotidiane sfide mortali, in lotta contro uomini, mostri e dei, sono sempre stata solita preferire occupare il mio tempo in altro genere di attività ludiche nei miei momenti liberi: i già citati chaturaji, innanzitutto, che pur la propria dose di incertezza e, in essa, di realismo, possono vantarla attraverso l’impiego dei dadi a compenso di un’attività, altrimenti, di ordine squisitamente strategico; ma anche sana attività fisica, qual puro e semplice allenamento, così come mai sgradite risse da osteria e, perché no, della sempre appagante distrazione sessuale, nei momenti in cui, accanto a me, ho potuto vantare la presenza di un qualche mio compagno e amante.
In tutto ciò, pertanto, la forse eccessiva fandonia concernente quella mia più che ovvia confidenza con l’identità della mia torturatrice, altresì del tutto ignota al di fuori del nome da lei stessa scandito, avrebbe potuto pormi in una spiacevole situazione di rischio in rapporto con la quale avrei potuto dimostrare tutto il mio ammesso limite nel confronto con la nobile arte dell’inganno del giuoco, tale da consentire a bari professionisti di poter, per l’appunto, considerarsi professionisti nella propria attività. Malgrado questo, tuttavia, il mio calcolo avrebbe potuto anche essere considerato, entro opportuni limiti, qual sufficientemente difendibile nelle proprie implicazioni, soprattutto dal momento in cui, così come ella aveva ostentato in maniera persino irritante fin dal nostro primo momento di incontro, il suo nome avrebbe avuto a doversi considerare tutto quanto sarebbe stato necessario sapere di lei per essere adeguatamente intimoriti al suo pur ben poco, anzi… proprio per nulla, terrificante aspetto.
E proprio e solo in grazia a tale vanità, qual ineluttabilmente avrebbe avuto a doversi considerare la sua, in tutto ciò, ebbi allora apprezzabile opportunità di successo, così qual, altrimenti, non avrei potuto sperare possibile…

« Hai ragione… » annuì alfine ella, dopo non essersi negata tempo utile a soppesare, ancora una volta, probabilmente ogni singola parola da me scandita, al fine di analizzarla in ogni propria, possibile, interpretazione e, in conseguenza di ciò, tentare di comprendere quanto ogni mio impegno avesse avuto a considerarsi rivolto a ingannarla e in quale misura, altresì, effettivamente a compiacerla, riservandomi, ciò non di meno, in tutto quello la possibilità di raggiungere un accordo con lei e, in ciò, di ottenere salva la vita, obiettivo pur non trascurabile né privo di una propria valenza « Non abituarti a sentirmelo dire, ma hai ragione. E io ho sbagliato a cercare di porti alla prova in maniera tanto banale, così superficiale. Soprattutto dopo averti trattenuta così a lungo qual mia ospite… »
« Soprattutto… » concordai, ancora miscelando, credo sapientemente, giudizi sinceri ad asserzioni del tutto conseguenti al mio mai trascurato, o trascurabile, scopo finale, proseguendo in tal senso con un’altra affermazione sicuramente rischiosa, indubbiamente forte nelle proprie implicazioni e, ciò non di meno, deliziosamente onesta nei suoi confronti, atta a non tentare in alcun modo di negare un’evidenza probabilmente troppo esplicita, troppo palese per poter essere banalizzata « A lungo, per lo meno, quanto sufficiente da concedermi di elaborare un elenco di centoventisette diversi modi per potermi vendicare su di te e sul tuo bel visino che tanto mi hai spinto a odiare. »

E sebbene, in una tale uscita, avrei potuto essere ritenuta eccessivamente brutale nel mio esprimermi, in misura sufficiente da farmi guadagnare, a pieno diritto, una nuova sessione di tortura come quella poc’anzi addirittura da me invocata; Milah Rica Calahab dimostrò apparente apprezzamento per la mia schiettezza, nella quale, fra l’altro, avrebbero allora potuto trovare giustificazione possibili ambiguità espressive sino a quel momento sfuggitemi, nel non rinnegare troppo facilmente, troppo banalmente, il necessario astio per me allor conseguente a quanto, da lei, crudelmente impostomi.
In ciò, quindi, allorché reagire malamente, e malamente quanto allor potenzialmente utile a condannarmi, qual pur avrebbe potuto troppo facilmente scegliere di compiere; il mio anfitrione scelse in favore della via dell’ilarità, concedendosi la possibilità di gettare il capo all’indietro e, in ciò, di scoppiare a ridere, e a ridere fragorosamente, qual prima, immediata e, forse, sincera reazione a quelle mie parole.

« Mi piaci… » volle riconoscermi alla fine, sforzandosi di lasciar placare il riso e, nel contempo di ciò, ricercando un’occasione di maggior equilibrio, vista e considerata la scomodità della sua posizione nel confronto con l’oscena altezza dei tacchi da lei indossati,  nell’appoggiarsi, con la mancina, alla mia spalla destra, in lucente metallo cromato, per quanto, mio malgrado, allora del tutto inerme, del tutto privo di qualunque possibilità di animazione « Dico sul serio. » soggiunse, a ribadire il concetto appena espresso, con un ampio sorriso a contorno di ciò « Centoventisette modi…?! »

giovedì 2 gennaio 2014

2148


« Te lo concedo. » riconobbe, sospirando appena, prima di flettere le ginocchia e piegarsi allo scopo di scendere al mio livello, di abbassarsi alla mia altezza, quasi in tal senso a cercare un’occasione di maggiore confidenza fra noi « Benché una parte di me si domandi come possa la tua schiena non spezzarsi sotto il peso dell’eccessivo carico che ti trascini dietro; un’altra parte di me non disdegnerebbe essere attrezzata tuo pari, per potermi divertire a osservare le reazioni di coloro con cui potrei avere a che fare. In molti contesti diversi… » esplicitò e ammiccò, con voce allor volutamente maliziosa, nel lasciarmi intendere quanto, fra quei contesti, non avrebbero avuto a doversi intendere soltanto pubbliche occasioni.
« Non ti fossi impegnata, sino a ora, a cercare nuovi modi per farmi soffrire, e per farmi soffrire sempre un poco più di un istante prima, potresti forse anche starmi simpatica… » le risposi, riconoscendole in tal modo ben più di quanto meritasse, nell’esprimermi, in effetti, con maggiore sincerità di quanto non avrei avuto piacere a evidenziare « Non sono state molte le donne che, a oggi, hanno avuto il coraggio di riservarsi una simile ammissione nei miei confronti. Riflettendoci bene, non ne ricordo neppure una. »
« Non ti fossi impegnata, sino a ora, a rifiutarti di collaborare, forse avrei potuto evitare di cercare nuovi modi per farti soffrire… e, a quest’ora, avremmo potuto già essere grandi amiche. » ipotizzò ella, in parte parafrasando quella mia replica e, accanto a ciò, spingendosi chiaramente all’eccesso in quell’ultima asserzione, benché senza dichiarare nulla che avrei potuto trovare particolarmente assurdo, nello sforzarmi di essere onesta con me stessa.

Nel considerare, infatti, quanto non io, né tantomeno Duva o Lys’sh, così come alcun’altra mia consueta amica e compagna di ventura, avremmo mai potuto ricercar vanto di un comportamento eticamente irreprensibile, privo di pieghe talvolta tanto violente dal dover essere giudicate necessariamente crudeli pur non desiderando esserlo, e altre volte consapevolmente crudeli nel voler effettivamente imporsi qual tali, soprattutto quando in tal direzione alimentate, nella nostra azione, nella nostra ferocia, da solide brame di vendetta; escludere in maniera preventiva e ottusa qualunque genere di rapporto fra me e Milah, in diverse condizioni, in diverse situazioni, sarebbe stato semplicemente e completamente ipocrita. Che poi, a confronto con la mia storia personale, con le mie esperienze di vita, ben poche possibilità avrebbero avuto a doversi concretamente considerare qual offerenti riferimento a un tale sviluppo, all’idea di un’alleanza o, ancor più, di un’amicizia fra me e una giovinetta tanto sadica ed ebbra del suo stesso potere, della sua autorità… beh… quello è un altro discorso.
Un altro importante discorso, sicuramente, e pur un altro discorso. Un discorso nel confronto con il quale, allora, avrei dovuto necessariamente soprassedere, nella volontà di dimostrarmi il più possibile credibile nel mio giuoco con lei e, per questo, nella speranza di riservarmi la maggior opportunità di successo in quel confronto, in quella sfida per così come, dopotutto, quell’affabile chiacchierata non avrebbe mai dovuto esser dimenticata essere, trascurata qual, inoppugnabilmente, tale.

« Ammissione per ammissione… » commentai, potendo ora osservarla dritta negli occhi senza più, per questo sforzare il capo all’indietro, in una postura che, a lungo andare, sarebbe risultata senza dubbio scomoda e avrebbe, parimenti, vanificato qualunque speranza in favore di un confronto alla pari, o quasi, fra noi, qual quello che pur desideravo ottenere e qual quello che, come i fatti dimostravano palesemente, ella allor ed egualmente desiderava concedermi « … da chi hai saputo che io sono la persona che cerchi? » la interrogai, per la prima volta, dall’inizio della mia prigionia, sbilanciandomi nel suggerire l’eventualità della correttezza dell’operato della mia ospite, in ciò accettando l’eventualità di un pericoloso sacrificio per, poter, comunque perseguire il mio obiettivo finale, così come, sovente, si è costretti a fare nel chaturaji.

Benché, infatti, non avrei ancora potuto vantare la benché minima consapevolezza di quanto da lei ricercato in me, o attraverso me, concederle l’impressione di come, altresì, potessi essere effettivamente coinvolta nella questione entro i termini da lei a mio addebito rivolti, mi avrebbe potuto porre nella vantaggiosa posizione di dimostrare di avere dalla mia una forza contrattuale altrimenti assente, una capacità di confronto con lei altrimenti inesistente. Per tale ragione, avrei allora dovuto impegnarmi a fingere, e al fingere al meglio delle mie capacità e del mio autocontrollo, al fine di invitarla ad aprirsi maggiormente a me, a confrontarsi senza inibizione alcuna con me, concedendomi, in ciò, quanto a me necessario sapere per offrirle risposte utili a guadagnarmi la sua fiducia e, in loro grazia, poter tornare a sperare dell’ormai agognata libertà. Libertà che, fra quell’ultima esperienza e la precedente, all’interno del complesso carcerario sulla terza luna di Kritone, da quando avevo lasciato il mio pianeta natale era stata già troppe volte posta in discussione, almeno per i miei gusti, nel confronto con quanto avrei mai potuto affermare, in fede, di gradire o, più semplicemente, di essere disposta a tollerare.
Così, animata da tale desio, le rivolsi simile domanda, tale questione, dimostrandomi, in ciò, più animata da una qualche brama di vendetta a discapito di un ipotetico traditore ancor prima che da un ancor, effettivo, desiderio volto a tutelare i miei interessi, a salvaguardare l’integrità del segreto ipoteticamente da me custodito tanto strenuamente come era avvenuto sino ad allora.

« Oh… sai come funziona. Le voci circolano nell’ambiente. » commentò, piegando la testa di lato con fare sornione, simile a quello proprio di una gatta, offrendomi, in quella risposta, sostanzialmente alcuna reale replica, alcun dato a cui potermi eventualmente appellare nella speranza di ottenere quanto desiderato, quanto ricercato e ancor neppure immaginato « Le informazioni viaggiano più veloci rispetto a qualunque motore all’idrargirio. » soggiunse, a ribadire il concetto già condiviso, senza ancora, tuttavia, soggiungere nulla di nuovo.
« Già… nell’ambiente… » annuii, appellandomi a quell’unica parola potenzialmente carica di un qualche significato, nella speranza di poterla in tal modo invitare a qualche più significativa rivelazione, qual, sino a quel momento, si era lasciata mancare « Un ambiente nel quale inizieranno a girare anche un po’ di cadaveri nel momento in cui io uscirò da qui e potrò mettermi alla ricerca del simpatico figlio d’un cane che mi ha tradita in questo modo. »
« Perdonami la domanda… ma cosa ti spinge a credere di poter uscire da qui? Viva, intendo… » questionò la mia interlocutrice, aggrottando appena la fronte, non tanto con intento intimidatorio quanto e piuttosto con incedere squisitamente pratico, sostanzialmente spicciolo, laddove, in effetti, partire dal presupposto di poter riacquistare libertà dopo tutto quello che mi era successo, dopo tutte le morti che mi erano già state imposte, avrebbe avuto a doversi considerare qual sintomo di un quieto distacco dalla realtà, primordio di una qualche potenziale follia in me crescente « … a meno che tu non voglia perseguitare qualcuno nelle vesti di spettro. Ma quello sarebbe un altro discorso. »
« Sì… quello sarebbe proprio un altro discorso, e se per te potrebbe apparire qual una mera occasione di gioco, ti assicuro che è meglio evitare di sottovalutare talune realtà sovrannaturali, a meno di non volersene ritrovare vittima. » la posi in guardia, ancora una volta con assoluta onestà, avendo avuto già occasione di diretto confronto con spiriti vendicativi e, in ciò, desiderando ovviare a ripetere simili esperienze « Ma, a parte questo, che è un altro discorso, mi sento sufficientemente confidente con il pensiero di come, da parte tua, sapendo quello che, di certo, sai su di me, non mancherà occasione di ovviare allo spreco che sarebbe necessariamente rappresentato da una sentenza di morte a mio discapito, allorché un mio possibile impiego in altro modo, in una ben diversa direzione. »

Ancora una volta, da parte mia, tale frase avrebbe avuto a doversi riconoscere qual pronunciata del tutto alla cieca, priva di una qualunque consapevolezza nel merito di quanto, effettivamente, ella potesse o non potesse sapere di me e, soprattutto, nel merito di quanto, ciò che eventualmente ella avrebbe potuto sapere di me, sarebbe effettivamente potuto corrispondere alla realtà.
In altre parole... un bell’azzardo!

mercoledì 1 gennaio 2014

2147


Perché se pur, la mia prima idea, avrebbe avuto a doversi considerare quella di fingere di abbracciare un’ipotesi di resa nei suoi confronti, palesando chiaro orrore all’idea di potermi ritrovare, ancora una volta, a confronto con l’ennesimo ciclo di morte e di rinascita divenuto, obiettivamente, insopportabile al di là di ogni eventuale intento dissimulatore; in quelle parole, in quell’espressione tanto particolare da lei adoperata, mi concessi di cogliere la possibilità di una diversa linea d’azione. E una linea d’azione volta, comunque, alla collaborazione con lei, seppur, in ciò, non tanto per resa, quanto e piuttosto qual effetto, qual conseguenza di una mera trattativa d’affari fra professionisti così come, del resto, non avrei mai dovuto concedermi possibilità di dimenticare d’essere, sempre e comunque, in quel mondo per me alieno così come in quello in cui ero nata e cresciuta, e dove avevo vissuto i primi quarant’anni della mia forse già sin troppo lunga esistenza.

« Non che tu, sino a oggi, ti sia in verità sforzata di ascoltare parecchio. » parafrasai, osservandola dal basso della posizione ove ero stata allora legata, costretta a una postura genuflessa, senza concederle in tal senso né una qualche evidenza di resa e, ciò non di meno, cercando di moderare anche l’impeto di sfida, che pur, sino ad allora, aveva necessariamente contraddistinto il nostro rapporto, nella mia volontà atta a rifiutare qualunque ipotesi di sottomissione a lei « Imprecazioni a parte, s’intende… »
« S’intende… » annuì ella, ridacchiando poi nel confronto con quella mia uscita, con quella mia replica, trovandola evidentemente ben più divertente di quanto non avrei potuto desiderare apparisse, di quanto non avrei potuto desiderare risultasse, non essendo, di certo, mia volontà quella di offrirmi a lei qual giullare, qual facile intrattenimento, così come, pur, avrebbe allora ella potuto intendere in conseguenza di quella propria risposta emotiva « Voglio offrirtene atto: sinceramente non rammento altro ospite di questa mia particolare stanza dei divertimenti che, prima di te, si sia ostinato tanto al silenzio, rifiutandosi di offrirmi quanto da me desiderato, quanto da me richiesto, soprattutto ove, in fondo, nulla avrebbe se non a considerarsi mio di diritto. » argomentò, con tono allora quasi confidenziale.

Tono, il suo, che si offrì tale da confermare, nel confronto con i miei pensieri, con la mia valutazione, quanto la mia analisi nel merito della via più opportuna da perseguire, delle modalità di confronto più opportune da scegliere, allora, non avesse a doversi considerare probabilmente inesatta, così tanto errata qual avrei potuto ancora avere ragione di ritenerla nel confronto con un’alternativa più remissiva. Al contrario, forse e addirittura, anch’ella aveva preso alfine in esame l’idea di tentare una diversa via di approccio nei miei riguardi, una diversa opportunità di confronto con me, soprattutto innanzi all’evidenza di quanto, in quegli ultimi giorni, settimane forse e addirittura, non fosse stata in grado di ottenere da parte mia quella collaborazione coatta sulla quale pur aveva fatto tanto affidamento, nella quale pur aveva riposto tante speranze, e che, allora, avrebbe potuto garantirle il successo ricercato se soltanto, in me, non avesse trovato un’antagonista tanto ostinata e, forse, tanto folle, dal resistere strenuamente agli orrori a lei imposti.
Malgrado, però, tale diverso approccio avrebbe potuto anche essere considerato conseguenza di una diversa strategia da parte della mia antagonista nei miei confronti; ciò non avrebbe in alcun modo posto in reale dubbio, in concreto rischio, il risultato finale parimenti da me bramato, quella vittoria non di meno desiderata, traducendo, semplicemente e pericolosamente, il nostro piano di confronto, il nostro terreno di scontro, da un livello di natura squisitamente fisica, e atta a cercare di comprendere in quanti diversi modi ella avrebbe mai potuto spingermi ad avere a noia la vita e a invocare a pieni polmoni una misericordiosa condanna a more, a un livello di natura altresì psicologica, e volta a trovarci, allora, impegnate a un confronto strategico, non dissimile da quello proprio di una partita di chaturaji. Una partita che avrebbe avuto a doversi considerare soltanto qual appena iniziata…

« Ti ringrazio per averlo notato… » replicai pertanto, cercando di mantenere il sarcasmo all’interno della mia voce entro adeguati limiti, entro controllati confini, per non concederle ragione di mutare pensiero e ritornare alla consueta soluzione, nella quale ogni mia speranza di successo si sarebbe ritrovata a essere necessariamente vanificata « Fa sempre piacere una parola di apprezzamento, soprattutto dopo essere stata brutalmente torturata per non so più quanto tempo. »
« Brutalmente… che parola grossa. » scosse il capo, con apparente disappunto per quella mia scelta di termini, nel confronto con i quali, chiaramente, non intendeva accogliere alcuna provocazione, non intendeva rendere propria alcuna possibilità di addebito « Guardami, mia cara. Ti sembra forse che una meravigliosa fanciulla qual io sono potrebbe mai essere definita qual… brutale?! » mi domandò, retoricamente, non attendendosi alcuna risposta da parte mia nel confronto con tutto ciò « Elegante, sicuramente. Raffinata, altrettanto. Splendida, di certo. Ma… brutale?! No. No. Mi spiace, ma rifiuto simile lessico in mia associazione, a mio confronto. Soprattutto da parte di una figura tanto volgare qual la tua appare… »
« Volgare…? » aggrottai la fronte a quella che pur avrebbe avuto evidentemente a doversi riconoscere qual provocazione, e alla quale pur accettai di concedere commento nel non voler palesare, da parte mia, eccessivo autocontrollo, nel confronto con il quale, altrimenti, ella avrebbe potuto avere motivo per porsi sulla difensiva, vanificando ogni mia strategia a suo discapito.
« Volgare… certo. » confermò, socchiudendo gli occhi per osservarmi attraverso le proprie lunghe ciglia nere « Ti sei mai osservata, per un istante, allo specchio, contemplando la più assoluta assenza di grazia nelle tue forme, nelle tue proporzioni, nel tuo corpo, più in generale, in misura tale da delinearti più simile all’espressione delle perverse fantasie erotiche di un adolescente in piena crisi ormonale ancor prima che a una vera e propria donna?! Con un corpo come il tuo, l’unica carriera nella quale avrebbe avuto senso che tu avessi a impegnarti sarebbe stata quella della prostituzione… »
« … e poi sarei io quella volgare. » ribattei, storcendo appena le labbra verso il basso a quell’ennesimo accento in tal senso da parte sua, nota tutt’altro che originale, tutt’altro che abitualmente assente sulle sue labbra e, pur, allora, non proposta in conseguenza a una crescente frustrazione nei miei confronti, quanto qual presa di posizione cosciente e controllata, e, forse, atta a dimostrare, da parte sua, qualcosa di più di una semplice volontà provocatoria, così come, immediatamente, mi concessi occasione di evidenziare, inarcando, appena, il sopracciglio sinistro, nell’osservarla « Lungi da me voler esprimere una qualche critica a tuo discapito… ma… dal momento che non è la prima volta che ti diletti in critiche nei confronti delle mie forme, sei certa che dietro a tutto ciò non abbia a doversi intendere, in effetti, qualcosa di più? Magari un po’ di invidia, visto e considerato quanto ami porre in mostra il tuo corpo… »

Anche in quel giorno, ovviamente e persino necessariamente, il suo abbigliamento non avrebbe avuto a potersi giudicare propriamente trasparente di un animo timido e incerto, evidenza di un carattere insicuro delle proprie possibilità, nell’indossare, al di sopra di lunghi stivali di lucida pelle, estesi sino a sopra le ginocchia e contraddistinti da, immancabili, tacchi a spillo, una corta, cortissima gonna appena in grado di fasciarle i fianchi e di coprirne le zone più intime, e, più in alto ancora, una camicetta bianca, in seta credo, tagliata non nella volontà di ricercare aderenza, con forme particolarmente ampie e bombate, ma, ciò non di meno, allor indossata al solo scopo di non voler comunque coprirne né i seni né tantomeno il ventre, nell’esser mantenuta sbottonata praticamente sino all’altezza della cintola, là dove si perdeva all’interno della gonna, e nel permettere, in ciò, una sin troppo chiara visione di tutto ciò che ella avrebbe potuto avere a offrire in misura non inferiore rispetto alla mia, altresì esplicita, nudità.
Sorprendentemente, tuttavia, in una reazione invero inedita nel per qualunque mia interlocutrice, amica o nemica avesse avuto a doversi considerare, attorno a un tale argomento, a una simile tematica, non volle essere sua premura quella di negare inoppugnabilmente quanto da me suggerito e affermato. Anzi…