Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
domenica 21 aprile 2019
2887
Avventura
056 - Un oscuro ordito
Purtroppo anche quell’ennesimo attacco sfumò nel nulla, in una riconfermata situazione di fondamentale equilibrio fra le parti, e di un equilibrio che, né gli uni, né tantomeno l’altra, sembravano essere in grado di infrangere, malgrado tutti i propri sforzi. Poiché se da un lato l’affondo della sconosciuta ebbe a incontrare la difesa dell’ofidiana, dall’altro l’offensiva dello shar’tiagho ebbe a ritrovarsi, nuovamente, sfogata verso l’aria, e verso quella vuota aria che la loro avversaria ebbe premura di concedere ai suoi gesti, sottraendosi, con elegante rapidità al ruolo di vittima pensato per lei. E laddove quello stallo non pareva offrire spazio alcuno a sviluppi alternativi, null’altro riservando loro che un costante e continuo pareggio, fu allora che qualcosa accadde, e accadde a sparigliare le carte in tavola in maniera così improvvisa, e sorprendente, in termini tali per cui, che potessero desiderarlo o meno, Be’Sihl e Lys’sh non poterono ovviare a restarne sorpresi, offrendo, per un fugace istante, il fianco scoperto alla loro antagonista.
Nel mentre di quella situazione sfiancante, infatti, la porta dell’ascensore tornò ad aprirsi al loro piano, al loro livello, a presentare nuovamente, in maniera del tutto imprevista, e obiettivamente imprevedibile, proprio la medesima figura femminile contro la quale, in quel frangente, i due compagni della Figlia di Marr’Mahew si stavano ponendo impegnati a combattere…
« … » esitò Be’Sihl, voltatosi in quella direzione a temere il sopraggiungere di nuove minacce, e, in tal senso, ritrovatosi improvvisamente riportato indietro nel tempo… o quasi.
In fondo a quel corridoio, quasi come se effettivamente il normale flusso del tempo fosse stato improvvisamente soverchiato e ogni evento fosse stato ricondotto a pochi minuti prima, prima dell’inizio di quel conflitto, la medesima donna che, pur, ancora, si stava lì impegnando in loro contrasto, si offrì distrattamente intenta a lasciare la cabina dell’ascensore, trasportando seco i due pesanti sacchetti della spesa e parlando con un non meglio identificato interlocutore, attraverso i propri auricolari.
« … cosa vuol dire che stasera non vieni a cena?! » si stava lamentando, rivolgendosi nuovamente al proprio ignoto interlocutore o interlocutrice che dir si volesse in quel frangente, esattamente così come era avvenuto poco prima.
Ma se, poco prima, ad accogliere quella sconosciuta era stato un corridoio sgombro e privo di qualunque possibilità di interesse, fatta eccezione per la presenza dell’uomo e dell’ofidiana a quieta sorveglianza dell’ingresso dell’appartamento di Pitra Zafral in sostituzione alle due guardie lì originariamente presenti e già da tempo legate e imbavagliate dentro un ripostiglio; in quel momento, in quel mentre, a dare il bentornato a casa a quella figura, o, quantomeno, alla sua seconda istanza, non mancò di essere quel vero e proprio campo di battaglia, là dove un uomo e un’ofidiana stavano lottando apertamente in contrasto a… una donna a lei del tutto identica!
« Ahhhh! » ebbe così a gridare la nuova arrivata, sgranando gli occhi con fare spaventato e lasciando cadere a terra le due borse colme della propria spesa, nel mentre in cui, con una certa ansia, tento di rientrare nell’ascensore alle proprie spalle, l’accesso al quale, tuttavia, non appariva più possibile nell’essere, questi, probabilmente stato richiamato nel contempo di ciò a un altro piano dell’alta torre di vetro e metallo « Ahhhh! » insistette, picchiando un pugno contro quella porta chiusa, in un gesto irrazionale e pur lì giustificati dalla follia di eventi incomprensibili dal proprio personale punto di vista, così come, obiettivamente, anche da quello di due dei tre protagonisti della scena, i quali non avrebbero potuto obiettivamente comprendere il senso di quanto lì stava avvenendo.
« … ma che diav…?! » si ritrovò a essere necessariamente distratta anche Lys’sh, la quale sino a quel momento, sino a quelle grida, aveva tentato di non lasciarsi distrarre, salvò, a confronto con tutto ciò, non poter mancare di portare, per un breve, fuggevole, e tuttavia imperdonabile, istante il proprio sguardo in direzione di quei nuovi eventi, e di quei nuovi eventi assolutamente incomprensibili, soprattutto nel considerare quanto la prima sconosciuta lì sopraggiunta fosse ancora innanzi a loro, impegnata a cercare un’occasione utile per sopraffarli.
Occasione, quella da lei attesa, e che le venne quindi così offerta, che non ebbe a essere ignorata nella propria occorrenza. E per quanto, proprio malgrado, Be’Sihl e Lys’sh si fossero ben impegnati, sino a quel momento, a tentare di non offrire, né metaforicamente, né fisicamente, il fianco scoperto alla propria avversaria, quanto accadde in quel frangente lì portò, spiacevolmente, ad abbassare la guardia, a concedersi quel pur fugace, e ciò non di meno letale, momento di distrazione tale per cui, là dove un istante prima il combattimento avrebbe avuto a doversi considerare in stallo, un attimo dopo tutto si era risolto, e si era drammaticamente risolto nel peggiore dei modi possibili, vedendoli costretti entrambi a precipitare a terra privi di sensi, per effetto di una violenta scarica di energia attraverso i propri corpi.
« Ahhhh! » continuò a gridare, quasi isterica, la nuova arrivata, premendo in maniera compulsiva il pulsante per richiamare l’ascensore, nel mentre in cui, con sguardo terrorizzato, si ritrovò testimone di quegli eventi, della conclusione di quel conflitto e, in tal senso, della vittoria della propria inquietante sosia, chiunque ella fosse, su quella coppia un istante prima schierata in sua opposizione.
« E smettila di starnazzare come un’anatra spaventata… » protestò la sua immagine riflessa, volgendo a lei lo sguardo e, in tal senso, offrendole soltanto un giudizio impietoso, per quanto, in effetti, avrebbe avuto a doverla ringraziare per l’imprevista, ma utile, collaborazione così offertale.
In tal modo rimproverata, l’ultima sopraggiunta sulla scena si ammutolì di colpo, nell’iniziare ora a temere il peggio, e a temerlo per la propria stessa sopravvivenza.
Ma se pur, per un istante, vi fu una fuggevole parvenza di lucidità nella mente della donna schiacciata contro la porta dell’ascensore, breve fu il suo autocontrollo. Breve, per lo meno, quanto il tempo per colei che, un attimo prima le si stava proponendo qual un’immagine riflessa, per iniziare a distorcersi, rimodellandosi in maniera grottesca e oscena innanzi al suo attonito e terrorizzato sguardo, nel rimodellare, sotto la pelle, i suoi zigomi, le sue forme, le sue proporzioni, ad assumere caratteristiche diverse, ad assumere contorni diversi, e, addirittura, invero, caratteristiche allor non umane.
Perché laddove un attimo prima il gradevole viso di quella donna umana avrebbe avuto a dover essere riconosciuto impresso sul suo volto, un istante dopo il non meno gradevole, ma completamente alieno, viso di un’ofidiana aveva fatto la sua apparizione, nella scomparsa del suo naso, dei suoi capelli, delle sue orecchie, delle sue labbra, e nell’apparizione, altresì, sulla sua epidermide, di quelle sottili e vellutate scaglie componenti la sua pelle, in meravigliose sfumature smeraldine. E laddove i suoi occhi, un istante prima, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti quali quelli della propria attuale interlocutrice, un attimo dopo erano stati sostituiti da quelli altresì propri di un’ofidiana, con nere pupille verticali. Una mutazione, quella così in corso, che non restò confinata entro il limitare del suo volto, ma che, nel contempo di ciò, ebbe a sconvolgere il suo intero corpo, a partire dalla sua altezza, dalle proporzioni del suo fisico, per poi passare ai più minimi dettagli, inclusi gli stessi abiti che, quasi fossero una semplice estensione della sua carne, si ebbero a tradurre in forme e colori diversi. Forme e colori, quelli dei suoi abiti, del suo corpo e del suo volto, che non avrebbero potuto essere in alcun modo equivocati nel proprio intento di emulazione, nella propria volontà di rubare, ancora una volta, l’identità di qualcuno, e di qualcuno che, allora, avrebbe avuto a dover essere intesa, senza dubbio alcuno, senza la benché minima possibilità di incertezza, in quella della stessa Har-Lys’sha, lì priva di sensi a terra.
E nel ritrovare il proprio volto mutato in quello dell’ofidiana, il proprio corpo trasformato in quello di quella chimera, l’ultima sconosciuta lì sopraggiunta non poté ovviare a essere sopraffatta dal terrore, perdendo coscienza di sé e ricadendo come bambola inanimata sul pavimento, nel mentre in cui, finalmente, la porta dell’ascensore ebbe a riaprirsi, ormai inutilmente, dietro di lei.
sabato 20 aprile 2019
2886
Avventura
056 - Un oscuro ordito
Se Lys’sh fosse stata un po’ più sensibile sull’argomento, probabilmente quelle parole avrebbero potuto risultare per lei d’offesa.
Pur esistendo, infatti, nell’universo conosciuto, dozzine e dozzine di specie senzienti e tecnologicamente progredite, in misura tale da potersi permettere di viaggiare attraverso il cosmo a bordo di navi interstellari; due in particolare avrebbero avuto a doversi riconoscere, per un’incomprensibile fatalità o per l’influenza di un’entità superiore, quali predominanti nella propria diffusa presenza fra i vari mondi, fra i vari sistemi, e non per un semplice discorso di colonizzazione, quanto e piuttosto per un enigmatico sviluppo parallelo di similari civiltà a migliaia di anni luce di distanza le une dalle altre: la specie umana e la specie ofidiana. In una sì marcata predominanza nell’immensità dello spazio siderale, e per una semplice questione di probabilità statistica, quindi, troppo sovente, nel corso della Storia, erano occorsi conflitti proprio fra tali specie, fra tali civiltà, ancor prima che nel confronto con qualunque altra specie esistente nel cosmo: non che canissiani, feriniani, o altre specie fossero esenti da impulsi guerreschi, ma, semplicemente, in una presenza più alta, più marcata di umani e ofidiani nel cosmo, le più grandi guerre erano necessariamente intercorse fra tali specie, generando un clima di reciproco e profondo antagonismo. Un antagonismo che, a seguito dell’ultima grande guerra intergalattica occorsa fra tali specie, era stato diplomaticamente superato in grazia a un trattato di pace, e da un trattato di pace con il quale tutti i governi dei vari mondi, fossero essi umani, fossero essi ofidiani, avevano così sancito non soltanto il cessate il fuoco, ma, anche, una rispettosa necessità di integrazione reciproca, onde ovviare all’altresì ineluttabile alternativa dell’annientamento reciproco: ciò non di meno, dopo secoli di inimicizia, ancora in molti umani, e in molti ofidiani, avrebbe avuto a doversi considerare sussistente un sentimento di avversione reciproca, e un sentimento di avversione reciproca che, simile alla brace apparentemente spenta al di sotto di uno strato di cenere, avrebbe potuto essere facilmente riattizzato nel momento in cui una nuova scusante, una nuova giustificazione avesse offerto il via libera alla battaglia.
Fortunatamente, accanto a estremismi sovranisti che nulla avrebbero potuto promuovere se non la diffidenza e l’odio, nel timore degli uni verso gli altri, e nella paranoia di un’improbabile eliminazione della propria specie in favore dell’altra, molti avrebbero avuto a dover essere riconosciuti coloro i quali, altresì, non avrebbero potuto rendere proprio alcun genere di timore, alcun genere di paura, nei riguardi del prossimo: persone illuminate, capaci di spingere la propria capacità di comprensione oltre i limiti del proprio naso, sino a raggiungere la quieta consapevolezza di quanto, al di là di ogni differenza fisica esistente, nulla avrebbe avuto a mutare nel profondo dei cuori, degli animi, di tutti loro, in misura tale da non poter considerare sussistente alcuna differenza fra un umano e un ofidiano, non da un punto di vista intellettuale, non da un punto di vista spirituale, non, tantomeno, da un punto di vista fisico. E, di questo, Lys’sh avrebbe avuto a doversi considerare incarnazione sotto molti diversi punti di vista: non soltanto per la propria quotidianità, e quella quotidianità che l’avrebbe vista quietamente inserita all’interno di un equipaggio, di una famiglia di umani, quanto e ancor più per la propria stessa origine, e quell’origine che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a dover riconoscere nel suo sangue, nel suo genoma, tracce di quell’umanità da qualcuno disprezzabile e disprezzata, un’umanità che, se da un lato l’avrebbe condannata a essere considerata una mezzosangue, da un altro punto di vista l’avrebbe resa evidenza concreta di quanto, addirittura, potesse esistere l’amore fra uomini e ofidiani, al punto tale da poter permettere l’incrocio delle relative specie.
In ciò, a poco, a nulla, ebbe a servire l’impegno che quella sconosciuta avversaria ebbe a porre nel tentare di lenire l’orgoglio, l’amor proprio della giovane ofidiana della Kasta Hamina, giacché nulla, in quelle parole, avrebbe potuto risuonare per lei d’offesa: per lei essere riconosciuta qual ofidiana, o essere considerata qual umana, non avrebbe rappresentato alcuna differenza, e se, anzi, nella propria stessa esistenza in vita avrebbe potuto permettere ad altri uomini, o ad altri ofidiani, di superare i confini propri dei loro intelletti, nella ricerca di qualcosa di più amplio, allora sarebbe stata ben lieta di ritrovarsi destinataria di simili insulti… o, anche, di peggiori.
« Perdi tempo con me, carina… » escluse pertanto Lys’sh, approfittando della propria mancata distrazione soltanto per ritornare a lei, e tentare, nuovamente, un attacco, e un attacco, ora, all’altezza delle sue gambe, in un’amplia spazzata, e una spazzata utile a sperare di gettarla a terra senza possibilità di appello « Per me non vi è differenza fra ofidiani e umani… e, anzi, se per caso tu conoscessi qualche bel ragazzo simpatico, interessante e disponibile, dagli pure il mio nome. » tentò di provocarla di contraccambio, nel suggerire quel proprio interesse nei riguardi di qualche giovane umano, in termini tali per cui, se la propria controparte fosse stata sufficientemente xenofoba come stava presentandosi essere, certamente non avrebbe tollerato da parte sua simile ironia.
Reciproci tentativi di affondi psicologici, emotivi, quelli che così tanto gli uni, quanto l’altra, si stavano allor scambiando, che avrebbero avuto a dover essere riconosciuti in parallelo ad altri affondi, di natura più fisica, nel tentativo comune di trovare occasione di predominio gli uni sull’altra e viceversa, se non dal punto di vista fisico, quantomeno da quello emotivo o psicologico. Tentativi, per l’appunto, che tuttavia si stavano continuando a dimostrare soltanto tali, senza riservarsi reale occasione di alterare l’equilibrio proprio di quel confronto, e quell’equilibrio che, in assenza di altre possibilità, avrebbe avuto presto occasione di essere autonomamente alterato nel momento in cui, presto o tardi, una delle due parti avrebbe iniziato ad accusare stanchezza, nel raggiungimento di quel limite che, umano o ofidiano che dir si volesse, avrebbe dovuto necessariamente contraddistinguerli.
A un affondo seguì una schivata, a un fendente seguì una parata, a un montante seguì una spazzata, talvolta di Be’Sihl verso la sconosciuta, talvolta della sconosciuta verso Be’Sihl, talvolta della sconosciuta verso Lys’sh, talvolta di Lys’sh verso la sconosciuta: una sequenza di colpi, di attacchi e di difese, di aggressioni e di evasioni, inizialmente estremamente acrobatiche, squisitamente sceniche, e poi, man mano, sempre più misurate nel proprio incedere, sempre più controllate e contenute nel proprio espandersi, nell’evidente, e comune, obiettivo, di dosare le energie, di dosare le proprie forse, nella consapevolezza di quanto, purtroppo, non avrebbero potuto proseguire in eterno in quella maniera, e, ancor più, di quanto il primo, o la prima, che si fosse spinto troppo oltre i propri limiti, certamente sarebbe stato anche colui, o colei, che avrebbe conosciuto la meritata sconfitta.
« Vi state stancando… » sorrise divertita la sconosciuta, tentando di incalzare, nel contempo di quelle parole, i propri attacchi, quasi a dimostrazione di quanto, dal proprio punto di vista, le energie fossero per lei ancora abbondanti, in misura utile a non potersi concedere possibilità alcuna di sconfitta.
« Anche tu. » puntualizzò immediatamente Be’Sihl, a non concederle, ancora, nessun genere di vantaggio psicologico a loro discapito, forse meno confidente, rispetto a lei, con la guerra e le sue dinamiche, e, ciò non di meno, sufficientemente confidente con Midda Bontor, che della guerra avrebbe avuto a potersi considerare concreta incarnazione, per permettersi di non riconoscere, nuovamente, un semplice trucco, e un semplice trucco che, tuttavia, avrebbe potuto riservarsi gran danno laddove fosse stato lasciato libero di esprimersi in tutta la propria violenza.
« Può essere… o forse è soltanto quello che desidero farvi credere. » ammiccò, riservandosi l’occasione di un balzo all’indietro solo per poi, immediatamente, spingersi di nuovo in avanti, a tentare di travolgerli, e, in tal senso, a dimostrare, con tanta audacia, quanto da parte sua la stanchezza non avesse a doversi fraintendere qual ancora predominante su di sé, sulla propria mente o sulle proprie membra.
« Puoi provarci, ma non riuscirci. » sorrise per tutta risposta Lys’sh, non permettendole di coglierli di sorpresa e, innanzi a quell’affondo, schierando una solida difesa, e una difesa a confronto con la quale non avrebbe mancato d’essere delegato al proprio compagno il compito dell’offesa, e, speranzosamente, di un’offesa risolutiva sulla questione in essere.
venerdì 19 aprile 2019
2885
Avventura
056 - Un oscuro ordito
Nel mentre dell’apparente stallo nel confronto fra Midda e Pitra Zafral, anche all’esterno dell’appartamento da loro occupato, la disfida là in corso non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual giunta a una risoluzione più chiara… al contrario.
Per quanto, infatti, Lys’sh e Be’Sihl non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual privi di abilità guerriere, nel doversi riconoscere, piuttosto e obiettivamente, qual due combattenti straordinari, il cui affiatamento, come coppia di commilitoni, di sodali in arme, aveva avuto occasione di crescere in maniera inverosimile nel corso di quell’ultimo anno, la loro ancor sconosciuta antagonista, quella donna lì sopraggiunta in maniera quasi distratta e, tuttavia, poi rivelatasi qual una temibile avversaria, stava dimostrandosi in grado di offrire fiero contrasto a entrambi, mantenendo un quieto controllo della situazione e, in ciò, non garantendo, né all’uno, né all’altra, la benché minima occasione di sopraffarla. Un’abilità, quella così da lei comprovata nei fatti, che le avrebbe forse e addirittura permesso di rivaleggiare in una situazione di sufficiente parità anche nel confronto con la stessa Midda Bontor, in un paragone che avrebbe avuto a dover apparire a dir poco incredibile nella propria stessa formulazione, e che pur, allora, non avrebbe potuto ovviare a riservarsi le proprie razionali argomentazioni nel confronto con la realtà dei fatti. L’eleganza e l’agilità con la quale, del resto, quella tanto minacciosa, quanto aggressiva antagonista poneva nei propri gesti, nei propri movimenti, avrebbe avuto a poter vantare un’enfasi, un impeto, senza possibilità d’eguali, non poi così dissimile da quello proprio di una fiera, di una bestia selvaggia e brutale, e pur, al tempo stesso, anche un controllo sì assoluto, sì totale, in una misura tale per cui alcuno di quei movimenti, di quei gesti, avrebbe avuto a doversi erroneamente considerare qual meno che ponderato nelle proprie dinamiche, nei propri scopi, così come soltanto una donna che aveva reso della guerra la propria vita, della lotta la propria quotidianità, avrebbe potuto allor sperare di essere in grado di offrire. Non tuttavia una semplice combattente, non un qualunque soldato addestrato, avrebbe potuto riservarsi una tale opportunità di espressione, quanto e piuttosto un’artista, e un’artista lì impegnata a tratteggiare, con sapienti colpi di un metaforico pennello, un ritratto di sangue sulla tela della vita dei propri avversari, delle proprie controparti.
E se, obiettivamente, neppure l’unione di tutti i membri della Kasta Hamina, o di molti più alleati, avrebbe potuto riservarsi un’ipotetica speranza di sconfiggere la Figlia di Marr’Mahew, forse, al più, concedendosi soltanto quella di resistere all’irruenza dei suoi attacchi per qualche, glorioso minuto; l’evidenza di quanto impegno stesse lì venendo richiesto a Be’Sihl e a Lys’sh per sostenere il confronto con quella sconosciuta senza, tuttavia, ipotizzare di ribaltarne le sorti a proprio favore, non avrebbe potuto ovviare a giustificare la potenziale, e tutt’altro che fantasiosa, equivalenza fra quell’ignota figura femminile e la loro amica, e quell’amica per proteggere la quale, a maggior ragione, essi avrebbero lì avuto a doversi impegnare, e a doversi impegnare per tentare se non di fermare, quantomeno di rallentare, l’avanzata di quella minaccia, qualunque avessero a dover essere supposte le sue motivazioni.
« Sei in gamba… » le volle riconoscere Be’Sihl, sperando, in tal senso, di distrarla, nel parlarle, e nel concederle il proprio giusto merito « Persino troppo in gamba per questo mondo… o per qualunque altro mondo come questo. » soggiunse poi, laddove, invero, per quanto il combattimento corpo a corpo non fosse stato completamente sostituito dall’uso delle armi da fuoco, comunque troppo pericolose da impiegare all’interno dei ristretti e fragili ambienti propri di una nave stellare, una simile abilità guerriera nell’uso delle armi bianche avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual più prossima alle dinamiche di un mondo come quello da cui lui e Midda provenivano, anziché di un mondo come Loicare o come qualunque altro a esso assimilabile « Dove hai imparato l’arte della guerra…?! »
« Dove tutti la imparano: sul campo di battaglia. » replicò ella, indifferente a quel tentativo di distrazione, proponendosi comunque concentrata su quanto stava lì accadendo, e sull’ennesimo, duplice affondo che, tanto da parte della femmina ofidiana, quando da parte del maschio umano, non tardò a esserle rivolto, l’una mirando alle sue reni, l’altro al suo petto, e pur, entrambi, venendo quietamente banalizzati nella propria minaccia, nel proprio impegno a suo discapito dall’ennesima, atletica giravolta con la quale non soltanto ebbe a sottrarsi a tali gesti ma, ancor più, si riservò occasione di rispondere agli stessi, ricercando, a sua volta, di imporre la propria vittoria, il proprio predominio, su quella coppia « Comunque anche voi non siete male… ed è quasi un peccato pensare che, purtroppo, tutti i vostri sforzi non vi condurranno ad alcun risultato, nel momento in cui, comunque, alla fine sarò io a predominare. »
Capace, ambiziosa e, a tratti, persino superba, quella donna, qualunque fosse il suo nome, qualunque fosse la sua storia, non avrebbe avuto a dover essere banalizzata nel proprio valore, non avrebbe avuto a dover essere sottovalutata nella propria minaccia, e in quella minaccia a confronto con la quale, tanto Be’Sihl, quanto Lys’sh, stavano faticando a resistere, e a resistere adeguatamente. E, in tal senso, anche le sue parole non avrebbero avuto a dover essere sottovalutate nella loro importanza, nel loro valore. Non laddove, quantomeno, quelle medesime parole avrebbero potuto riservarsi esattamente il medesimo scopo per il quale lo shar’tiagho aveva appena pronunciato il proprio apprezzamento verso di lei: un tutt’altro che casuale diversivo, a cui aggiungere, con maggiore malizia, l’impegno di disanimo, di scoramento, in termini utili a non permettere loro di avere ulteriormente fiducia in un proprio successo, in un proprio trionfo e, in tal senso, in un simile, autonomo, convincimento, già definendo drammaticamente la propria sconfitta.
Ma se pur un simile tentativo ella non mancò di concedersi nella speranza di abbreviare il perdurare di quella disfida, una tale malizia non poté trovare occasione di dominio sul cuore o sulla mente di Be’Sihl, non laddove, in effetti, egli aveva già avuto passata occasione di testimoniare l’impiego di simili tecniche da parte di chi, di ciò, aveva reso la chiave di volta dell’edificazione di molti propri straordinari successi, per così come, altrimenti, non avrebbero probabilmente avuto eguale possibilità di occorrere: Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, la sua donna.
« Apprezzo lo sforzo, bella sconosciuta… ma non ti illudere che simili trucchi psicologici possano trovare terreno fertile in noi. » sancì egli, estendendo il discorso anche a Lys’sh, allo scopo, in tal senso, di comunicarle una giusta occasione di sprone a discapito di ogni tentativo avverso da parte della loro abile controparte « C’è una donna che tutto ciò che tu potresti mai fare o dire lo ha già fatto e detto. E quella donna è proprio l’amica, la compagna che in questo momento stiamo difendendo… e la ragione per la quale, al di là di quanto tu ti possa impegnare, non avrai possibilità di prevalere su di noi. » dichiarò, definendo in maniera inappellabile la loro inamovibilità nel confronto con quel loro impegno, e con quell’impegno assunto non per un qualche mero capriccio, o per un qualunque intendimento mercenario, quanto e piuttosto per quel senso di amicizia, per quel legame d’amore, che li legava alla stessa Midda, in termini tali per cui, pertanto, nulla di quanto l’altra avrebbe potuto fare, o dire, li avrebbe mai potuti far desistere dal proprio scopo, da quel fine ultimo « Tu non passerai oltre. Noi ti fermeremo. E ti fermeremo a qualunque costo. »
« Parole audaci, per un uomo che non indossa neppure un paio di scarpe… » osservò l’altra, deridendo beffardamente il proprio interlocutore, nell’evidente duplice volontà, ancora una volta, di distrarlo e di demolire la sua fermezza, quella sicurezza dietro alla quale, come quell’ultimo intervento avrebbe potuto testimoniare, egli si stava arroccando, e si stava arroccando tanto a livello fisico, quanto e ancor più a livello psicologico « … e per… e tu cosa dovresti mai essere di grazia? Un’ofidiana…?! » domandò, tutt’altro che convinta da quell’ipotesi di identificazione, per quanto corretta « Parli come un’umana, ti muovi come un’umana, e vivi con degli umani… non sarà che, probabilmente, tu sei più umana di quanto non ti piacerebbe pensare di essere?! » suggerì, ora reindirizzando le proprie provocazioni all’indirizzo dell’altra donna, nella speranza, forse, di avere a trovare in lei minore opposizione rispetto a quanto egli non si era dimostrato più che capace di offrirle.
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