11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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E con 2900 episodi di serie regolare, inizia oggi la grande corsa verso il mitico appuntamento del numero 3000!

Nota di costume: considerando tutti gli speciali e le tre storie sotto l'etichetta "Reimaging Midda", in verità, saremmo già al 3137... ma non importa!)

Sean, 4 maggio 2019

sabato 20 aprile 2019

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Se Lys’sh fosse stata un po’ più sensibile sull’argomento, probabilmente quelle parole avrebbero potuto risultare per lei d’offesa.
Pur esistendo, infatti, nell’universo conosciuto, dozzine e dozzine di specie senzienti e tecnologicamente progredite, in misura tale da potersi permettere di viaggiare attraverso il cosmo a bordo di navi interstellari; due in particolare avrebbero avuto a doversi riconoscere, per un’incomprensibile fatalità o per l’influenza di un’entità superiore, quali predominanti nella propria diffusa presenza fra i vari mondi, fra i vari sistemi, e non per un semplice discorso di colonizzazione, quanto e piuttosto per un enigmatico sviluppo parallelo di similari civiltà a migliaia di anni luce di distanza le une dalle altre: la specie umana e la specie ofidiana. In una sì marcata predominanza nell’immensità dello spazio siderale, e per una semplice questione di probabilità statistica, quindi, troppo sovente, nel corso della Storia, erano occorsi conflitti proprio fra tali specie, fra tali civiltà, ancor prima che nel confronto con qualunque altra specie esistente nel cosmo: non che canissiani, feriniani, o altre specie fossero esenti da impulsi guerreschi, ma, semplicemente, in una presenza più alta, più marcata di umani e ofidiani nel cosmo, le più grandi guerre erano necessariamente intercorse fra tali specie, generando un clima di reciproco e profondo antagonismo. Un antagonismo che, a seguito dell’ultima grande guerra intergalattica occorsa fra tali specie, era stato diplomaticamente superato in grazia a un trattato di pace, e da un trattato di pace con il quale tutti i governi dei vari mondi, fossero essi umani, fossero essi ofidiani, avevano così sancito non soltanto il cessate il fuoco, ma, anche, una rispettosa necessità di integrazione reciproca, onde ovviare all’altresì ineluttabile alternativa dell’annientamento reciproco: ciò non di meno, dopo secoli di inimicizia, ancora in molti umani, e in molti ofidiani, avrebbe avuto a doversi considerare sussistente un sentimento di avversione reciproca, e un sentimento di avversione reciproca che, simile alla brace apparentemente spenta al di sotto di uno strato di cenere, avrebbe potuto essere facilmente riattizzato nel momento in cui una nuova scusante, una nuova giustificazione avesse offerto il via libera alla battaglia.
Fortunatamente, accanto a estremismi sovranisti che nulla avrebbero potuto promuovere se non la diffidenza e l’odio, nel timore degli uni verso gli altri, e nella paranoia di un’improbabile eliminazione della propria specie in favore dell’altra, molti avrebbero avuto a dover essere riconosciuti coloro i quali, altresì, non avrebbero potuto rendere proprio alcun genere di timore, alcun genere di paura, nei riguardi del prossimo: persone illuminate, capaci di spingere la propria capacità di comprensione oltre i limiti del proprio naso, sino a raggiungere la quieta consapevolezza di quanto, al di là di ogni differenza fisica esistente, nulla avrebbe avuto a mutare nel profondo dei cuori, degli animi, di tutti loro, in misura tale da non poter considerare sussistente alcuna differenza fra un umano e un ofidiano, non da un punto di vista intellettuale, non da un punto di vista spirituale, non, tantomeno, da un punto di vista fisico. E, di questo, Lys’sh avrebbe avuto a doversi considerare incarnazione sotto molti diversi punti di vista: non soltanto per la propria quotidianità, e quella quotidianità che l’avrebbe vista quietamente inserita all’interno di un equipaggio, di una famiglia di umani, quanto e ancor più per la propria stessa origine, e quell’origine che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a dover riconoscere nel suo sangue, nel suo genoma, tracce di quell’umanità da qualcuno disprezzabile e disprezzata, un’umanità che, se da un lato l’avrebbe condannata a essere considerata una mezzosangue, da un altro punto di vista l’avrebbe resa evidenza concreta di quanto, addirittura, potesse esistere l’amore fra uomini e ofidiani, al punto tale da poter permettere l’incrocio delle relative specie.
In ciò, a poco, a nulla, ebbe a servire l’impegno che quella sconosciuta avversaria ebbe a porre nel tentare di lenire l’orgoglio, l’amor proprio della giovane ofidiana della Kasta Hamina, giacché nulla, in quelle parole, avrebbe potuto risuonare per lei d’offesa: per lei essere riconosciuta qual ofidiana, o essere considerata qual umana, non avrebbe rappresentato alcuna differenza, e se, anzi, nella propria stessa esistenza in vita avrebbe potuto permettere ad altri uomini, o ad altri ofidiani, di superare i confini propri dei loro intelletti, nella ricerca di qualcosa di più amplio, allora sarebbe stata ben lieta di ritrovarsi destinataria di simili insulti… o, anche, di peggiori.

« Perdi tempo con me, carina… » escluse pertanto Lys’sh, approfittando della propria mancata distrazione soltanto per ritornare a lei, e tentare, nuovamente, un attacco, e un attacco, ora, all’altezza delle sue gambe, in un’amplia spazzata, e una spazzata utile a sperare di gettarla a terra senza possibilità di appello « Per me non vi è differenza fra ofidiani e umani… e, anzi, se per caso tu conoscessi qualche bel ragazzo simpatico, interessante e disponibile, dagli pure il mio nome. » tentò di provocarla di contraccambio, nel suggerire quel proprio interesse nei riguardi di qualche giovane umano, in termini tali per cui, se la propria controparte fosse stata sufficientemente xenofoba come stava presentandosi essere, certamente non avrebbe tollerato da parte sua simile ironia.

Reciproci tentativi di affondi psicologici, emotivi, quelli che così tanto gli uni, quanto l’altra, si stavano allor scambiando, che avrebbero avuto a dover essere riconosciuti in parallelo ad altri affondi, di natura più fisica, nel tentativo comune di trovare occasione di predominio gli uni sull’altra e viceversa, se non dal punto di vista fisico, quantomeno da quello emotivo o psicologico. Tentativi, per l’appunto, che tuttavia si stavano continuando a dimostrare soltanto tali, senza riservarsi reale occasione di alterare l’equilibrio proprio di quel confronto, e quell’equilibrio che, in assenza di altre possibilità, avrebbe avuto presto occasione di essere autonomamente alterato nel momento in cui, presto o tardi, una delle due parti avrebbe iniziato ad accusare stanchezza, nel raggiungimento di quel limite che, umano o ofidiano che dir si volesse, avrebbe dovuto necessariamente contraddistinguerli.
A un affondo seguì una schivata, a un fendente seguì una parata, a un montante seguì una spazzata, talvolta di Be’Sihl verso la sconosciuta, talvolta della sconosciuta verso Be’Sihl, talvolta della sconosciuta verso Lys’sh, talvolta di Lys’sh verso la sconosciuta: una sequenza di colpi, di attacchi e di difese, di aggressioni e di evasioni, inizialmente estremamente acrobatiche, squisitamente sceniche, e poi, man mano, sempre più misurate nel proprio incedere, sempre più controllate e contenute nel proprio espandersi, nell’evidente, e comune, obiettivo, di dosare le energie, di dosare le proprie forse, nella consapevolezza di quanto, purtroppo, non avrebbero potuto proseguire in eterno in quella maniera, e, ancor più, di quanto il primo, o la prima, che si fosse spinto troppo oltre i propri limiti, certamente sarebbe stato anche colui, o colei, che avrebbe conosciuto la meritata sconfitta.

« Vi state stancando… » sorrise divertita la sconosciuta, tentando di incalzare, nel contempo di quelle parole, i propri attacchi, quasi a dimostrazione di quanto, dal proprio punto di vista, le energie fossero per lei ancora abbondanti, in misura utile a non potersi concedere possibilità alcuna di sconfitta.
« Anche tu. » puntualizzò immediatamente Be’Sihl, a non concederle, ancora, nessun genere di vantaggio psicologico a loro discapito, forse meno confidente, rispetto a lei, con la guerra e le sue dinamiche, e, ciò non di meno, sufficientemente confidente con Midda Bontor, che della guerra avrebbe avuto a potersi considerare concreta incarnazione, per permettersi di non riconoscere, nuovamente, un semplice trucco, e un semplice trucco che, tuttavia, avrebbe potuto riservarsi gran danno laddove fosse stato lasciato libero di esprimersi in tutta la propria violenza.
« Può essere… o forse è soltanto quello che desidero farvi credere. » ammiccò, riservandosi l’occasione di un balzo all’indietro solo per poi, immediatamente, spingersi di nuovo in avanti, a tentare di travolgerli, e, in tal senso, a dimostrare, con tanta audacia, quanto da parte sua la stanchezza non avesse a doversi fraintendere qual ancora predominante su di sé, sulla propria mente o sulle proprie membra.
« Puoi provarci, ma non riuscirci. » sorrise per tutta risposta Lys’sh, non permettendole di coglierli di sorpresa e, innanzi a quell’affondo, schierando una solida difesa, e una difesa a confronto con la quale non avrebbe mancato d’essere delegato al proprio compagno il compito dell’offesa, e, speranzosamente, di un’offesa risolutiva sulla questione in essere.

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