11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

lunedì 3 giugno 2019

2930


Sebbene, dopo aver sorvolato metà del pianeta per giungere sino a lì, la soluzione più ovvia avrebbe previsto di approcciarsi al problema ricercando un contatto diretto con un qualche gruppo di aborigeni, e, in ciò, offrire loro tutte le mie domande; per un’italiana di origine franco-irlandese che mai, prima di allora, aveva lasciato i confini della propria città natale, non avrebbe avuto a dover essere considerata effettivamente banale l’idea di approcciarsi a un qualunque aborigeno…
… anche nella semplice e devastante ignoranza relativa a dove, effettivamente, avere occasione di rintracciarli. Dopotutto, e non senza un certo imbarazzo, non avrei potuto ovviare a riconoscere tutta la mia più profonda ignoranza a tal riguardo, e non soltanto in termini storici, quanto e piuttosto in termini moderni.
Dove avrei potuto trovare degli aborigeni? Avrei dovuto cercarli in qualche sorta di riserva, come i nativi americani? Oppure avrebbero avuto a doversi riconoscere ormai integrati in quella società dal loro punto di vista colonialista? E, ancora e soprattutto, a chi fra loro avrei mai avuto a dovermi rivolgere per ottenere le informazioni da me ricercate? Voglio dire… non è che, per il semplice fatto di essere per metà irlandese, abbia a considerarmi un’esperta di leprecauni e, a buon dire, potrei anche ritenermi offesa da un accostamento tanto stereotipato alla questione. Non volendo, alla luce di ciò, né muovermi a caso, né, tantomeno, rischiare di offendere qualcuno, decisi di iniziare le mie ricerche dallo stesso luogo nel quale le avevo precedentemente interrotte: l’università. E fu così, quindi, che all’alba del mio secondo giorno in Australia, decisi di muovere i miei passi verso tale direzione.
Affascinante, nel ritrovarmi a camminare per le vie di una città, e di una grande città, australiana, fu rendermi conto come, probabilmente in conseguenza a quella piccola differenza di dimensioni fra l’Italia e l’Australia, gli spazi urbani lì presenti avrebbero avuto a doversi riconoscere di più amplio respiro, anche in quella che avrebbe avuto a indicarsi qual una grande metropoli, e una metropoli con addirittura più di cinque volte la popolazione della mia città natale. Accanto infatti a un ricco assortimento di quei grattacieli abitualmente associati all’idea propria di New York, o ad altre grandi città statunitensi, lì predominanti nel centro città, allargandosi verso l’esterno avrebbero invero avuto a dover essere ritrovati edifici di dimensioni sempre più modeste, e con un rapporto di spazi, di distanze reciproche, sempre più marcato, in termini tali per cui, a un certo punto, null’altro avrebbe quindi atteso lo sguardo di eventuale viandante se non tante piccole abitazioni, mai elevate al di sopra del piano terra, in quello che, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi giudicare qual uno scenario estremamente diverso rispetto a qualunque contesto urbano innanzi al quale mi sarei potuta considerare abituata a pormi.
Chissà cosa sarebbe potuto accadere in una situazione inversa? Quali pensieri, quali sensazioni avrebbero potuto contraddistinguere un ragazzo o una ragazza locali che, per una non poi così improbabile vacanza, si fossero ritrovati a passeggiare per le vie del nostro Bel Paese? Probabilmente, nella differenza di spazi, egli o ella avrebbe potuto trovare addirittura opprimenti le nostre città, con i loro spazi ristretti, con le loro strette vie, in talune delle quali talvolta persino girare a piedi avrebbe avuto a doversi considerare problematico.
Riflessioni da turista fai-da-te a parte, raggiungere il polo universitario cittadino non fu problematico quanto, e piuttosto, orientarmi all’interno dello stesso, nel ritrovarmi fondamentalmente a confronto con una vera e propria città ospitata all’interno di un’altra città. Fortunatamente, malgrado non abbia a potermi più considerare esattamente una giovinetta, non credo neppure di poter essere giudicata priva di alcune indubbie qualità fisiche tali da poter catturare l’attenzione e l’interesse di baldanzosi collegiali. Qualità fra cui, a titolo esemplificativo, i miei capelli di color rosso acceso, i miei occhi di un azzurro sì chiaro da poter quietamente essere inteso qual bianco, e, perché no?!, una non indifferente circonferenza toracica, ben poco celata nella propria abbondanza da una semplice maglietta di stoffa leggera, nel confronto con un clima tutt’altro che invernale: tutti dettagli sufficientemente appariscenti che non avrebbero potuto negarmi occasione di quieto interfacciamento con la popolazione autoctona, e, soprattutto, con la metà maschile della medesima.
Così, ormai scesa persino a patti con l’accento locale, il quale il giorno precedente non aveva mancato di riservarmi qualche difficoltà di comprensione, riuscii, con qualche parola gettata a destra, e qualche parola offerta a manca, a farmi strada sino al dipartimento di antropologia, nella speranza, con un pizzico di fortuna, di avere occasione di incrociare il mio cammino con quello di un qualche docente sufficientemente disponibile da tollerare le domande di una turista straniera.
Ovviamente, se ritenere che un qualunque aborigeno avrebbe potuto essermi d’aiuto nel mio tentativo di ritorno al tempo del sogno avrebbe avuto a doversi giudicare ingenuo e, forse e persino, offensivo nel pregiudizio in tutto ciò intrinseco; parimenti partire dal presupposto che un qualunque docente di antropologia, soltanto perché australiano, avrebbe saputo offrirmi tutte le informazioni utili in merito alla cultura aborigena avrebbe sicuramente rappresentato un altro assunto potenzialmente criticabile, se pur, forse, quantomeno più fondato rispetto al precedente. Così, rimbalzando da un’aula all’altra, da un corso all’altro, da un professore all’altro, cercai di catturare elementi di mio potenziale interesse, vedendo tuttavia trascorrere le ore di un’intera giornata senza, in ciò, ottenere nulla di fatto, se non un’infarinatura sulle civiltà indio sudamericane, qualche informazione in merito alle tradizioni dei popoli mongoli e, paradossale a dirsi, persino un approfondimento nel merito dell’antica mitologia celtica, con tanto di analisi del rapporto fra i miti dei Túatha Dé Danann e Maewyin Succat, l’uomo che tutti conoscono con il nome di san Patrizio. Insomma… avevo attraversato il pianeta, da un estremo all’altro, solo per assistere a una lezione sui miti e sulla storia del Paese d’origine di mia madre!
Tutt’altro che rincuorata dallo scarso successo di quel primo giorno, e pur non ancora pronta a considerarmi sconfitta, nella consapevolezza di quanto, probabilmente, sarebbe stato eccessivo sperare di ottenere immediatamente risultati positivi, alla fine della giornata universitaria mi ritrovai a girovagare nel campus nella speranza di avere occasione di imbucarmi a qualche serata fra studenti, e lì, magari, di trovare possibilità di raccogliere maggiori informazioni nel merito del mio intento finale. Ovviamente ero stanca morta, nell’essere sveglia praticamente dalle undici di sera del giorno precedente e, in tal senso, la cosa migliore che avrei potuto scegliere di fare, l’opzione più razionale, più logica, sarebbe stata quella di ritornare al bed & breakfast e lì di concedermi del meritato riposo, in maniera tale, ove possibile, da concludere l’operazione di acclimatamento temporale che già, in quella giornata, non avevo mancato di perseguire più o meno consapevolmente, riuscendo a restare sveglia, malgrado tutto: ma quasi come se le mie gambe non avessero a dover condividere l’opinione della mia testa, e, soprattutto, non avessero a volersi riservare ulteriore possibilità di riposo dopo che per già troppi anni erano rimaste impossibilitate a esprimersi, allorché incamminarmi verso il riposo dei giusti, mi ritrovai a varcare la soglia di un pub, lì attratta dalle risate dei ragazzi e delle ragazze al loro interno, e da sempre apprezzabile musica rock.
Un locale frequentato da studenti, e, in particolare, un pub frequentato da universitari, in ogni parte del mondo esso possa essere, non avrà mai a presentarsi in maniera troppo diversa da qualunque altro pub frequentato da universitari in altre parti del mondo. E così, per quanto lì avessi a dovermi considerare straniera in terra straniera, e straniera nella terra più lontana possibile dalla mia terra, non ebbi allora difficoltà a orientarmi, avendo avuto già qualche esperienza in tal senso nel corso della mia vita. Così, nella confusione generale, in un costretto slalom fra tavoli e sedie in costante movimento a seguire non tanto il ritmo della musica, quanto e piuttosto quello delle risate, dei giochi e degli scherzi dei ragazzi e delle ragazze lì presenti, mi mossi con sufficiente sicurezza verso il bancone del locale, là dove avrei potuto ordinare e, magari, avrei avuto anche occasione di individuare la persona migliore, o il gruppo migliore, con cui attaccare bottone…

« Uhm… un volto nuovo da queste parti. » mi apostrofò un giovane da dietro lo spillatore per le birre, nel mentre in cui, con la quieta indifferenza di chi abituato a tal lavoro, lasciava scendere lentamente il giusto quantitativo di schiuma al di sopra di una pinta ambrata appena riempita.

domenica 2 giugno 2019

2929


Australia.
Forse la prima tappa del mio viaggio ebbe a doversi considerare banale, nelle premesse proprie a quanto avvenne, ciò non di meno non potei che considerarla quantomeno obbligata, nella speranza di riuscire ad apprendere qualcosa di più nel merito del tempo del sogno rispetto a quanto qualche ricerca su Google non avrebbe potuto concedermi occasione di maturare confidenza con il quale. O rispetto a quanto un lungo peregrinare presso diversi professori detentori di cattedre di antropologia sparsi in tutta Italia non si era comunque dimostrato in grado di offrirmi, giacché, ovviamente tale ebbe a essere la mia prima scelta, in luogo a un viaggio in aereo decisamente costoso, oltre che terribilmente lungo, dall’altra parte della nostra cara e vecchia Terra.
Purtroppo, la cultura propria degli aborigeni australiani, una delle popolazioni più antiche e più brutalizzate della nostra Storia, si pone evidentemente troppo lontano dall’interesse comune, tale per cui, in verità, riuscire a ottenere qualcosa di più rispetto a una semplice infarinata generale, se mi si concedere il termine, senza mai scendere particolarmente nel dettaglio, ha da considerarsi un’impresa a dir poco improba. Ragione per la quale, non avendomi a dover porre freni inibitori a livello psicologico all’idea di viaggiare, non laddove il mio fine ultimo sarebbe stato quello proprio di attraversare i confini stessi del multiverso, il mio primo grande viaggio attraverso il mondo fu, a tutti gli effetti, un grande viaggio attraverso il mondo, sino, letteralmente, agli antipodi rispetto al mio caro e vecchio italico stivale.
E dopo quasi ventiquattro ore di viaggio, scali inclusi, per giungere dall’altra parte del pianeta, devo ammettere che ebbi a sentirmi non poco provata, in termini tali per cui, per un istante, assolutamente umana e comprensibile, credo, ebbe a doversi considerare una certa reazione di timore, e di timore all’idea, forse, di star compiendo un’idiozia colossale.
A riportarmi con i piedi per terra, comunque, ma non a negare quel senso di disorientato smarrimento tale da farmi domandare se non avessi sbagliato tutto nella mia scelta, furono i severi controlli degli agenti alla dogana, i quali mi fecero confermare ogni mio precedente pensiero di totale ed entusiastica adesione all’idea di un’Europa unita, per così come pur, in molti, negli ultimi anni, hanno iniziato a tentare di porre in dubbio. Non ho francamente idea se, all’epoca, anche i miei genitori dovettero subire degli interrogatori simili a quelli che mi vennero riservati, quando decisero di fare le proprie vacanze in Italia… ma credo, francamente, di no, o, in caso contrario, veramente miracolosa avrebbe avuto a doversi considerare la nascita mia e della mia gemella, laddove, obiettivamente, allorché incentivare la libera circolazione delle persone, una simile politica di terrorizzato controllo degli ingressi non può ovviare che ad alimentare un senso di rifiuto verso il prossimo, e un senso di rifiuto del prossimo verso determinate mete.
Quando, comunque, alfine ebbi a superare il terzo grado dell’agente doganale, quanto mi ritrovai a pregare nel profondo del mio cuore  fu di non dover avere a recarmi, nell’immediato futuro, in un qualche Paese ancor più severo nei proprio controlli e restrittivo nei propri parametri d’ingresso, benché, sinceramente, in quel particolare momento, in quel preciso frangente, difficile sarebbe stato per me riuscire a immaginare qualcosa di ancor più restrittivo rispetto a tutto quello.
Fu così che, fra il cambio di fuso orario, le ventiquattro ore di viaggio e i terrificanti controlli alla frontiera, il mio arrivo agli antipodi fu, per me, recepito con minore entusiasmo rispetto a quanto non avrei potuto inizialmente vantare. Anzi. Devo ammettere che, in effetti, non riuscii neppure a realizzare, nell’immediato, quanto allora stesse succedendo, dove fossi riuscita ad arrivare... non, quantomeno, sino a dopo una lunga notte di riposo. O, per meglio dire, a un lungo giorno di risposo, laddove, con buona pace di tutti i migliori consigli per contrastare gli effetti del jet lag, non tentai minimamente di restare sveglia ma, giunta nel bed & breakfast dove avevo prenotato, crollai a peso morto sul letto per non meno di una decina di ore, risvegliandomi, alfine, soltanto a notte inoltrata e lì, nella confusione propria del risveglio, perdendo qualche minuto allo scopo di domandarmi, in effetti, dove fossi finita.
Solo in quel momento, finalmente, ebbi a maturare il pensiero di essere giunta in Australia. E di essere giunta in Australia, particolare mai banale, in sola grazia alle mie gambe. A quelle due nuove, splendide gambe che, allora, voltandomi supina sul letto, non potei ovviare a sollevare verso il cielo, per avere ancora una volta occasione di rimirare animata da una gioia difficile da spiegare e, probabilmente, ancor più difficile da poter realmente comprendere.
Ineluttabile, infatti, nella vita quotidiana di chiunque, avrebbe avuto a doversi considerare avrebbe avuto dover essere desiderio e invidia per quanto non posseduto, ancor prima che gioia e gratitudine per quanto, altresì, in proprio possesso. Nessuno, fatta eccezione per coloro i quali vivono in zone di guerra, è solito svegliarsi al mattino ringraziando il Cielo per il dono della vita; nessuno, fatta eccezione per coloro che hanno rischiato di perdere una persona cara, è solito svegliarsi al mattino ringraziando il Cielo per la presenza di quella persona nella propria vita: tutti, abitualmente, senza malizia, senza una qualche reale colpa, diamo quasi per scontato ciò che abbiamo, e dedichiamo tutte le nostre attenzioni, tutti i nostri sforzi, soltanto a quanto non ci è dato di avere. E così, per carità, è sempre stato anche per me, che non ho da considerarmi né migliore, né peggiore rispetto a chiunque altro.
Ma, proprio in conseguenza a ciò, io non avrei mai potuto, allora, e non potrei mai, neppure in questo momento, smettere di guardare con ammirazione e senso di infinita gratitudine le mie gambe. E queste gambe che, per cinque lustri su sette, mi erano state negate, e il dono delle quali, in maniera del tutto imprevista e imprevedibile, alla fine mi era stato nuovamente concesso in grazia a qualcosa di più che miracoloso. Dopo aver trascorso più di due terzi della mia esistenza boccata su una sedia a rotelle, e impossibilitata, in ciò, a vivere quanto per chiunque altro potrebbe considerarsi banale, l’essere nuovamente in grado di muovermi in libertà, di camminare, di saltare, di correre, non avrebbe mai potuto perdere di significato nella mia quotidianità, non avrebbe mai potuto scemare nel proprio straordinario valore a confronto con il mio sguardo e il mio giudizio. E, in ciò, non avrei mai potuto, né mai potrei, iniziare una giornata portando lo sguardo alle mie gambe, e divertendomi a muoverle quasi una neonata a confronto con la scoperta del proprio stesso corpo, godendo pienamente e profondamente di tutto ciò, e di quanto, ciò, non avrebbe potuto ovviare a rappresentare per me.

« … Australia… » commentai fra me e me, quasi ad aiutarmi a maturare la consapevolezza di quanto tutto quello fosse vero, forse nel timore, sempre presente nel profondo del mio cuore, di avere a breve a dovermi risvegliare, e a dover scoprire quanto nulla di tutto quello avrebbe avuto a riconoscersi qual reale, quanto e piuttosto un lungo, e complicato, e crudele sogno, il termine del quale non avrebbe potuto ovviare a farmi uscire di testa… letteralmente.

Ma tutto quello non era un sogno. Ed io ero davvero lì. Ero davvero tornata proprietaria delle mie gambe, e delle mie gambe nella loro migliore forma possibile. E, soprattutto, ero lì in Australia.
E il mio essere lì in Australia non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual evidenza di un qualche capriccio, quanto e piuttosto dimostrazione della mia determinata volontà di trovare un modo, un’occasione, per poter tornare ad accedere, ancora una volta, al tempo del sogno, e tornarvi ad accedere non in maniera passiva, non perché lì trascinata contro la mia volontà, quanto e piuttosto perché fermamente cosciente di ciò e di quanto, questa volta, tutto quello avrebbe potuto significare. Giacché se, in occasione della mia prima visita, e di quella mia visita più qual vittima degli eventi ancor prima che protagonista e interprete degli stessi, mi era stata concessa l’inconsapevole opportunità di riconquistare l’uso delle gambe, chiaro avrebbe avuto a doversi giudicare l’incredibile potenziale proprio di tale piano di realtà estraneo a ogni piano di realtà, di tale dimensione progenitrice di ogni altra dimensione, soprattutto allo scopo di potermi permettere di prevaricare i limiti stessi della mia realtà, della mia dimensione, e, in ciò, di raggiungere la mia gemella, ovunque ella potesse essere finita, in qualunque mondo, dell’infinità propria del multiverso, potesse essere stata condotta nel proprio peregrinare sulle ali della fenice.

sabato 1 giugno 2019

2928


In tal maniera iniziai un nuovo percorso di vita. E un percorso di vita, allora, che, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere animato da un unico scopo, da un unico intento: riuscire a violare, nuovamente, i confini del multiverso. Perché se già una volta mi era stata concessa tale opportunità, nulla avrebbe potuto negarmi una seconda occasione, e una nuova occasione che, allora, non avrebbe avuto più a dover essere contraddistinta da una mera passività in tal senso, quanto e piuttosto da una quieta consapevolezza del tutto, e, con essa, la possibilità di dominare il mio destino, per così come, dopotutto, mi ero sempre impegnata a tentare di compiere nella mia vita, e a dominarlo a un nuovo livello, su un piano superiore rispetto a quanto, sino ad allora, non mi fosse stata concessa opportunità di fare, al di là di ogni mio sforzo, al di là di qualunque mio possibile impegno.
Purtroppo, per intraprendere un tale percorso, avrei dovuto necessariamente partire da una prima prova tutt’altro che banale, tutt’altro che scontata e pur, sotto molti aspetti, allor praticamente obbligata. Perché, per ricercare la mia vita, e la mia vita oltre i confini del mio nativo piano di realtà, avrei innanzitutto dovuto abbandonare i placidi confini della mia quotidianità, del mio ambiente domestico, come nel più classico viaggio dell’eroe. E, nel farlo, avrei dovuto lasciarmi alle spalle, mio malgrado, l’amore indiscusso di mio padre…

« E’ giusto che tu lo faccia. »

Con queste parole, le ultime che mai mi sarei potuta attendere da un padre in lacrime innanzi alla prospettiva di veder partire l’unica figlia allor rimastagli accanto, Jules Mont-d'Orb, mio padre, annuì in maniera convinta, ma non per questo meno che sofferta, innanzi alla mia dichiarazione d’intenti, e a quella dichiarazione d’intenti allor destinata a vedermi partire, a vedermi lasciare il confortevole abbraccio della nostra casa per iniziare un viaggio che, nel migliore dei casi, mi avrebbe portata ad abbandonare non soltanto quella casa, o quella città, o quella nazione, ma, anche e piuttosto, quell’intero pianeta, e quello stesso piano di realtà, per immergermi nella follia propria di un peregrinaggio attraverso l’infinità del multiverso. Qualcosa che, allora, avrebbe dovuto far uscire di testa chiunque, o, meglio ancora, avrebbe dovuto spingere chiunque a credere fermamente quanto io fossi uscita di testa, e che, ciò non di meno, vide mio padre reagire con sofferta convinzione, con dolorosa fermezza, nell’offrirmi tutto il proprio supporto morale, tutto il proprio incitamento, tutto il proprio sostegno, con quelle poche e semplici parole, accompagnate, allora, da un abbraccio, e da un abbraccio qual mai, forse, mi aveva rivolto prima… e non perché fosse stato un padre distaccato dal punto di vista sentimentale, o perché non mi avesse mai concesso, prima di allora, altri abbracci affettuosi.

« … c-come…?! » esitai, essendomi preparata a dover discutere con lui, essendomi predisposta a dover argomentare le mie posizioni e a dover difendere la mia tesi, ma non avendo minimamente previsto una tale possibilità di replica da parte sua.
« E’ giusto che tu lo faccia, bambina mia. » sorrise mio padre, traendosi appena indietro rispetto a me e osservandomi con volto rigato dalle lacrime, e da lacrime che non avrebbero potuto ovviare a tradire quanto, pur nella propria approvazione, tutto ciò non avrebbe potuto ovviare a imporgli un certo dolore, e un comprensibile dolore nel confronto con quanto, quindi, quella scelta avrebbe significato « Eri stata condannata a trascorrere il resto della tua vita prima in un letto, e poi su una sedia… e, ora che ti è stata concessa questa miracolosa nuova occasione, non puoi, e non devi, sprecarla. E, soprattutto, non devi permetterti di pensare di sprecarla per riguardo a quello stupido vecchio sentimentale che ti ritrovi come padre. » soggiunse, evidentemente intuendo le mie remore, e quelle remore che, in tale frangente, avrebbero avuto a indirizzarsi esclusivamente a lui, e al fatto che, così facendo, l’avrei lasciato solo al mondo, privato non soltanto di sua moglie, ma anche di entrambe le proprie figlie.
« Papà… non dire così… » scossi il capo, forse provando più remore all’idea di partire proprio nel confronto con quel suo beneplacito, con la sua benedizione, rispetto a quanto non avrei potuto provarne nel innanzi a un eventuale reazione più avversa, e a una reazione che pur, da parte sua, non sarebbe mai arrivata.
« Cerca la tua strada, bambina mia. Trova il tuo destino. Hai dovuto attendere tanto a lungo questa opportunità… e, ora, è giusto che tu abbia a recuperare tutti gli anni perduti. » annuì tuttavia egli, accarezzandomi il volto con entrambe le mani e allungandosi a baciarmi la fronte « E se anche, per quanto possa sembrare assurdo a dirsi, il tuo cammino ti porterà… “altrove”… non avere mai a preoccuparti per me, perché nel tuo cuore io ti resterò sempre vicino. » mi volle rassicurare, ancora sorridendo e sforzandosi di smettere di piangere « A te come a tua sorella, ovunque ella sia… »

Che, nella vita di un genitore, abbia ad arrivare il giorno in cui un proprio figlio, una propria figlia, lasci la protezione del focolare domestico è naturale e, addirittura, fisiologico. In effetti, e al contrario, già improprio avrebbe avuto a doversi ritenere che una ragazza di trentacinque anni vivesse ancora in casa con suo padre. Ciò non di meno, meno ovvio, meno consueto, io credo, ha a doversi considerare l’eventualità con la quale, in quel momento, in quel mentre, mio padre si stava ritrovando a dover avere a che scendere a patti, e a dover avere a scendere a patti soprattutto alla luce dell’esperienza della quale egli era stato testimone, il giorno in cui Maddie partì, e partì sulle ali della fenice.
In questo, francamente, non posso che ammirare mio padre, ammirare e amare quell’uomo che, con tanta semplicità, e con ancor più amore, si è dimostrato capace, per due volte, per due figlie, di scendere a patti con qualcosa di totalmente assurdo anche e soltanto a pensarsi. E se, nel caso di Maddie, ancor non matura, ancor non piena avrebbe avuto a doversi considerare, per lui, ma anche per me, la consapevolezza di cosa, quel suo saluto, e quella sua partenza, avrebbero avuto a significare; nel mio caso, egli non avrebbe potuto ovviare ad avere piena consapevolezza di cosa, il mio scopo, avrebbe potuto premettere, di quale conclusione, nel migliore dei casi, avrebbe potuto caratterizzare il viaggio che sarei andata a iniziare, in quello che, potenzialmente, avrebbe rappresentato, fra noi, un vero e proprio addio. Ragione per la quale, lo ripeto, non posso che ammirare mio padre, ammirare e amare quell’uomo che, malgrado tale folle consapevolezza, non mancò allora di spronarmi, di incalzarmi, spingendomi a non avere remore, a non avere dubbi, e a intraprendere, allora, il cammino da me così desiderato, così auspicato.
E così, con una coppia di gambe nuove, con uno zaino in spalla, e con la benedizione di mio padre, decisi di partire. E di partire per un viaggio nel merito della destinazione finale del quale non avrei potuto essere sicura, così come non avrei potuto essere sicura neppure nel merito del modo utile a raggiungerla, e, ciò non di meno, animata dalla ferma convinzione di volerci tentare, a discapito di ogni pensiero avverso, a discapito di ogni probabilità contraria.
Non mi aspettavo che sarebbe stato facile. Non mi aspettavo che sarebbe stato immediato. Né mi aspettavo che sarebbe stato indolore. Al contrario, e quasi come già all’età di dieci anni, bloccata in quel letto d’ospedale, avrei avuto a potermi considerare fondamentalmente certa di quanto, nella più amplia probabilità dei casi, tutto ciò sarebbe stato soltanto e dolorosamente inutile. Ma, e quasi come già all’età di dieci anni, bloccata in quel letto d’ospedale, avrei avuto anche a potermi considerare fondamentalmente indifferente a tutto ciò, nella certezza di quanto, ancor più della difficoltà, ancor più del tempo, e ancor più del dolore, quanto alla fine avrebbe avuto a importare sarebbe stato soltanto il risultato.
E se pur avrebbe avuto a dover esistere un’unica possibilità su un milione, su un miliardo, o ancor meno, tale sarebbe stata comunque sufficiente a permettermi di agire, a spingermi in quel mio cammino, indifferente a tutto e a tutti. E quando, alla fine, fossi riuscita ad arrivare alla mia meta… allora, e solo allora, tutto ciò avrebbe avuto occasione di vedersi giustificato, e di vedersi giustificato innanzi al giudizio di chiunque e, ancor più, innanzi al mio.