11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

lunedì 3 giugno 2019

2930


Sebbene, dopo aver sorvolato metà del pianeta per giungere sino a lì, la soluzione più ovvia avrebbe previsto di approcciarsi al problema ricercando un contatto diretto con un qualche gruppo di aborigeni, e, in ciò, offrire loro tutte le mie domande; per un’italiana di origine franco-irlandese che mai, prima di allora, aveva lasciato i confini della propria città natale, non avrebbe avuto a dover essere considerata effettivamente banale l’idea di approcciarsi a un qualunque aborigeno…
… anche nella semplice e devastante ignoranza relativa a dove, effettivamente, avere occasione di rintracciarli. Dopotutto, e non senza un certo imbarazzo, non avrei potuto ovviare a riconoscere tutta la mia più profonda ignoranza a tal riguardo, e non soltanto in termini storici, quanto e piuttosto in termini moderni.
Dove avrei potuto trovare degli aborigeni? Avrei dovuto cercarli in qualche sorta di riserva, come i nativi americani? Oppure avrebbero avuto a doversi riconoscere ormai integrati in quella società dal loro punto di vista colonialista? E, ancora e soprattutto, a chi fra loro avrei mai avuto a dovermi rivolgere per ottenere le informazioni da me ricercate? Voglio dire… non è che, per il semplice fatto di essere per metà irlandese, abbia a considerarmi un’esperta di leprecauni e, a buon dire, potrei anche ritenermi offesa da un accostamento tanto stereotipato alla questione. Non volendo, alla luce di ciò, né muovermi a caso, né, tantomeno, rischiare di offendere qualcuno, decisi di iniziare le mie ricerche dallo stesso luogo nel quale le avevo precedentemente interrotte: l’università. E fu così, quindi, che all’alba del mio secondo giorno in Australia, decisi di muovere i miei passi verso tale direzione.
Affascinante, nel ritrovarmi a camminare per le vie di una città, e di una grande città, australiana, fu rendermi conto come, probabilmente in conseguenza a quella piccola differenza di dimensioni fra l’Italia e l’Australia, gli spazi urbani lì presenti avrebbero avuto a doversi riconoscere di più amplio respiro, anche in quella che avrebbe avuto a indicarsi qual una grande metropoli, e una metropoli con addirittura più di cinque volte la popolazione della mia città natale. Accanto infatti a un ricco assortimento di quei grattacieli abitualmente associati all’idea propria di New York, o ad altre grandi città statunitensi, lì predominanti nel centro città, allargandosi verso l’esterno avrebbero invero avuto a dover essere ritrovati edifici di dimensioni sempre più modeste, e con un rapporto di spazi, di distanze reciproche, sempre più marcato, in termini tali per cui, a un certo punto, null’altro avrebbe quindi atteso lo sguardo di eventuale viandante se non tante piccole abitazioni, mai elevate al di sopra del piano terra, in quello che, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi giudicare qual uno scenario estremamente diverso rispetto a qualunque contesto urbano innanzi al quale mi sarei potuta considerare abituata a pormi.
Chissà cosa sarebbe potuto accadere in una situazione inversa? Quali pensieri, quali sensazioni avrebbero potuto contraddistinguere un ragazzo o una ragazza locali che, per una non poi così improbabile vacanza, si fossero ritrovati a passeggiare per le vie del nostro Bel Paese? Probabilmente, nella differenza di spazi, egli o ella avrebbe potuto trovare addirittura opprimenti le nostre città, con i loro spazi ristretti, con le loro strette vie, in talune delle quali talvolta persino girare a piedi avrebbe avuto a doversi considerare problematico.
Riflessioni da turista fai-da-te a parte, raggiungere il polo universitario cittadino non fu problematico quanto, e piuttosto, orientarmi all’interno dello stesso, nel ritrovarmi fondamentalmente a confronto con una vera e propria città ospitata all’interno di un’altra città. Fortunatamente, malgrado non abbia a potermi più considerare esattamente una giovinetta, non credo neppure di poter essere giudicata priva di alcune indubbie qualità fisiche tali da poter catturare l’attenzione e l’interesse di baldanzosi collegiali. Qualità fra cui, a titolo esemplificativo, i miei capelli di color rosso acceso, i miei occhi di un azzurro sì chiaro da poter quietamente essere inteso qual bianco, e, perché no?!, una non indifferente circonferenza toracica, ben poco celata nella propria abbondanza da una semplice maglietta di stoffa leggera, nel confronto con un clima tutt’altro che invernale: tutti dettagli sufficientemente appariscenti che non avrebbero potuto negarmi occasione di quieto interfacciamento con la popolazione autoctona, e, soprattutto, con la metà maschile della medesima.
Così, ormai scesa persino a patti con l’accento locale, il quale il giorno precedente non aveva mancato di riservarmi qualche difficoltà di comprensione, riuscii, con qualche parola gettata a destra, e qualche parola offerta a manca, a farmi strada sino al dipartimento di antropologia, nella speranza, con un pizzico di fortuna, di avere occasione di incrociare il mio cammino con quello di un qualche docente sufficientemente disponibile da tollerare le domande di una turista straniera.
Ovviamente, se ritenere che un qualunque aborigeno avrebbe potuto essermi d’aiuto nel mio tentativo di ritorno al tempo del sogno avrebbe avuto a doversi giudicare ingenuo e, forse e persino, offensivo nel pregiudizio in tutto ciò intrinseco; parimenti partire dal presupposto che un qualunque docente di antropologia, soltanto perché australiano, avrebbe saputo offrirmi tutte le informazioni utili in merito alla cultura aborigena avrebbe sicuramente rappresentato un altro assunto potenzialmente criticabile, se pur, forse, quantomeno più fondato rispetto al precedente. Così, rimbalzando da un’aula all’altra, da un corso all’altro, da un professore all’altro, cercai di catturare elementi di mio potenziale interesse, vedendo tuttavia trascorrere le ore di un’intera giornata senza, in ciò, ottenere nulla di fatto, se non un’infarinatura sulle civiltà indio sudamericane, qualche informazione in merito alle tradizioni dei popoli mongoli e, paradossale a dirsi, persino un approfondimento nel merito dell’antica mitologia celtica, con tanto di analisi del rapporto fra i miti dei Túatha Dé Danann e Maewyin Succat, l’uomo che tutti conoscono con il nome di san Patrizio. Insomma… avevo attraversato il pianeta, da un estremo all’altro, solo per assistere a una lezione sui miti e sulla storia del Paese d’origine di mia madre!
Tutt’altro che rincuorata dallo scarso successo di quel primo giorno, e pur non ancora pronta a considerarmi sconfitta, nella consapevolezza di quanto, probabilmente, sarebbe stato eccessivo sperare di ottenere immediatamente risultati positivi, alla fine della giornata universitaria mi ritrovai a girovagare nel campus nella speranza di avere occasione di imbucarmi a qualche serata fra studenti, e lì, magari, di trovare possibilità di raccogliere maggiori informazioni nel merito del mio intento finale. Ovviamente ero stanca morta, nell’essere sveglia praticamente dalle undici di sera del giorno precedente e, in tal senso, la cosa migliore che avrei potuto scegliere di fare, l’opzione più razionale, più logica, sarebbe stata quella di ritornare al bed & breakfast e lì di concedermi del meritato riposo, in maniera tale, ove possibile, da concludere l’operazione di acclimatamento temporale che già, in quella giornata, non avevo mancato di perseguire più o meno consapevolmente, riuscendo a restare sveglia, malgrado tutto: ma quasi come se le mie gambe non avessero a dover condividere l’opinione della mia testa, e, soprattutto, non avessero a volersi riservare ulteriore possibilità di riposo dopo che per già troppi anni erano rimaste impossibilitate a esprimersi, allorché incamminarmi verso il riposo dei giusti, mi ritrovai a varcare la soglia di un pub, lì attratta dalle risate dei ragazzi e delle ragazze al loro interno, e da sempre apprezzabile musica rock.
Un locale frequentato da studenti, e, in particolare, un pub frequentato da universitari, in ogni parte del mondo esso possa essere, non avrà mai a presentarsi in maniera troppo diversa da qualunque altro pub frequentato da universitari in altre parti del mondo. E così, per quanto lì avessi a dovermi considerare straniera in terra straniera, e straniera nella terra più lontana possibile dalla mia terra, non ebbi allora difficoltà a orientarmi, avendo avuto già qualche esperienza in tal senso nel corso della mia vita. Così, nella confusione generale, in un costretto slalom fra tavoli e sedie in costante movimento a seguire non tanto il ritmo della musica, quanto e piuttosto quello delle risate, dei giochi e degli scherzi dei ragazzi e delle ragazze lì presenti, mi mossi con sufficiente sicurezza verso il bancone del locale, là dove avrei potuto ordinare e, magari, avrei avuto anche occasione di individuare la persona migliore, o il gruppo migliore, con cui attaccare bottone…

« Uhm… un volto nuovo da queste parti. » mi apostrofò un giovane da dietro lo spillatore per le birre, nel mentre in cui, con la quieta indifferenza di chi abituato a tal lavoro, lasciava scendere lentamente il giusto quantitativo di schiuma al di sopra di una pinta ambrata appena riempita.

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