11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

martedì 11 giugno 2019

2938


Quella stessa sera feci i bagagli e mi preparai a lasciare la città.
Qualcuno potrebbe considerare la mia qual una reazione eccessiva, ma, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a doversi considerare semplicemente una risposta pratica all’evidente impossibilità, per me, di ottenere qualche risultato utile in quel luogo. Ragione per la quale, allorché perdere ulteriormente tempo, e denaro, in quella città, sarebbe stato meglio provare a ricominciare tutto da un’altra parte, facendo tesoro degli errori commessi e, in tal senso, ovviando a ricommetterne uguali ancora una volta.
Tale, dopotutto, avrebbe avuto a doversi considerare un normale percorso di crescita, e quello stesso percorso di crescita al quale, purtroppo, l’umanità in generale non aveva mai offerto evidenza di essere propensa a seguire, soprattutto negli ultimi decenni. Troppe volte, per troppe decisioni cruciali, l’uomo aveva dimostrato di non essere in grado di apprendere dai propri errori passati, per la semplice ignoranza nel merito degli stessi: se la Storia non viene insegnata, dopotutto, non può a sua volta insegnare nulla… e, in ciò, non può che condannare l’umanità a ripetere, ciecamente, i propri errori. Per mia fortuna, tuttavia, mio padre mi ha sempre ripetuto una frase, e una frase che mi ha sempre aiutato ad affrontare con fierezza i miei sbagli e a proseguire oltre, a testa alta, quasi con un certo senso di gioia nel confronto con l’idea di averli commessi. Perché mio padre ha sempre detto, a me e a mia sorella: « La cosa migliore che potrete commettere nelle vostre vite, bambine, sono gli errori: perché solo sbagliando, potrete imparare… e, senza commettere errori, non potrete mai apprendere nulla! ». Ineccepibile.
Così, forte dell’insegnamento di mio padre, decisi di fare tesoro di quell’errore e di lasciare la città. Altrove, infatti, avrei potuto riservarmi una nuova possibilità di mettermi alla prova, per cercare di ottenere le informazioni che desideravo.
E tale avrebbe avuto a doversi considerare sinceramente il mio interesse se nonché, prima di partire, ebbi una personale illuminazione, proprio nel ripensare a mio padre e, con lui, a tutto il tempo trascorso insieme, a tutte le esperienze vissute, e, in particolare, a tutti gli sbagli commessi nel corso della mia vita. E a quegli sbagli che, accanto a lui, per me erano divenute occasioni di crescita.
Come quella volta che, volendo andare a visitare un museo, mi ritrovai a dovermi confrontare, tristemente, con l’impossibilità per quello stesso museo di offrire accoglienza a una visitatrice disabile. Purtroppo, infatti, il discorso delle barriere architettoniche, e della lotta contro le stesse, nel mio Paese natale, così come in molti altri, è un discorso sufficientemente moderno, e se pur, oggi, in quello stesso museo potrei accedere senza problemi anche laddove fossi ancora in sedia a rotelle, essendosi dovuti adeguare alle nuove normative, all’epoca per me fu decisamente frustrante e umiliante ritrovarmi innanzi a una serie di gradini e alla consapevolezza che, per la sola assenza di una banalissima rampa, non mi sarebbe stata concessa tale opportunità. E il mio errore, quel giorno, fu quello di vivere tale impossibilità, tale limite, come una mia impossibilità, un mio limite, e, in pratica, un mio fallimento: un fallimento che non avrebbe potuto ovviare a spingermi, in misura sempre maggiore, a una sorta di reclusione domestica, qual sola alternativa al un mondo incapace ad accogliermi. Ciò non di meno, grazie all’aiuto di mio padre, e della mia amata sorellona, non potei ovviare a comprendere quanto, in quel mentre, il fallimento non avrebbe avuto a dover essere considerato mio, non un mio limite, non una mia impossibilità, quanto e piuttosto un fallimento della società di cui anche io facevo parte, e alla quale mai avrei dovuto concedere l’opportunità di trattarmi in maniera diversa da chiunque altro, negandomi le possibilità offerte a chiunque altro, per semplice indifferenza nei miei riguardi. E comprendendo quell’errore, quel mio errore, iniziai allora, anche in grazia all’allora avvento dei social network e del cosiddetto Internet 2.0, a lottare per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento, promuovendo la necessità, per il bene comune, di superare tali limiti, di andare oltre a tali vincoli, al fine di poter crescere non tanto come individui, quanto come collettività, e come una collettività consapevole dei problemi, delle necessità di una parte della comunità, e di una parte tutt’altro che indifferente, tutt’altro che minoritaria, trovando occasione per rafforzarmi in grazia a quanto avvenuto, e negandomi ulteriore occasione di ricommettere nuovamente lo stesso errore, e l’errore di avermi a considerare, io stessa, qual sbagliata.
Proprio ripensando a ciò, non potei allora mancare di darmi della stupida, e di riconoscere quanto, nel mio approccio accademico alla questione, avessi allora ignorato un’altra delle più grandi possibilità, per chiunque, di ampliare le proprie conoscenze, di estendere i propri orizzonti culturali oltre all’istruzione scolastica. Ossia, e propriamente, quella offerta dai musei.
Che sciocca ero stata a non pensarci prima! E dire che, in fondo, ho vissuto la maggior parte della mia vita in una città che di musei ne ha un’infinità, molti di importanza non soltanto nazionale ma, addirittura, mondiale. E, in questo, avrei dovuto pensare immediatamente a quanto, per ottenere informazioni su qualcosa, passare da un museo avrebbe avuto a dover essere sicuramente considerata una soluzione a dir poco semplice, quasi banale, e pur straordinariamente efficace.
Così, alla mattina del giorno seguente, già pronta a lasciare il bed & breakfast e a partire, decisi di concedermi ancora qualche ora in quella città, e di fare un salto al centro culturale aborigeno lì presente, nella speranza di poter trovare, in quel luogo, qualche persona in grado di aiutarmi con quella che avevo eletto a mia missione personale.

Il museo aborigeno locale mi accolse con un allestimento straordinariamente efficace nella propria offerta al visitatore, e al visitatore che, come me, avrebbe potuto saperne poco o nulla nel merito di tale antica civiltà: dopotutto, posso immaginare, che non tutti i giovani australiani, e soprattutto i giovani australiani di etnia non aborigena, possano riservarsi straordinarie lacune attorno a tale aspetto non soltanto della propria Storia, quanto e ancor più del proprio presente, e di quel presente con il quale, in un modo o nell’altro, avrebbero avuto a dover affrontare, nelle proprie complessità, nelle proprie difficoltà, nelle proprie responsabilità. E se è vero che la Storia può servire d’aiuto alla comprensione del presente e alla definizione del futuro, quel museo non avrebbe avuto a poter accusare alcuna palese mancanza d’impegno, risultando, a tutti gli effetti, un luogo straordinariamente affascinante da visitare, da esplorare, da scoprire, con tanti pannelli sinottici e ancor più schermi per presentazioni multimediali, d’aiuto a raggiungere, più facilmente, un pubblico più amplio e, soprattutto, un pubblico abituato all’interazione con tablet, smartphone e quant’altro.
Varcando le soglie di quel museo, e iniziando a esplorarne le sale, quindi, non potei mancare di ritrovare un certo entusiasmo, e quell’entusiasmo che, il giorno precedente, ero stata costretta a smarrire, nel confrontarmi, allora, con una concreta opportunità di avvicinarmi, ancora una volta, al mio obiettivo finale. Ciò di cui avevo bisogno in quel momento sarebbe stato soltanto un interlocutore, e un interlocutore sapiente con il quale avere possibilità di interfacciarmi, esponendo le mie necessità e, possibilmente, ovviando a ricommettere gli stessi errori già compiuti.
Chi, tuttavia, in quel frangente, non avrei mai potuto attendermi di avere la sfortuna di rincontrare, sarebbe stato proprio il medesimo insegnante con il quale, il giorno precedente, avevo giocato in maniera tanto negativa le metaforiche carte in mio possesso, e di rincontrarlo, allora, nelle vesti di collaboratore di quello stesso centro culturale, così come un targhetta identificativa appuntata al suo petto non avrebbe mancato di informare il visitatore.
Un nuovo incontro, quello, che avvenne, mio malgrado, non soltanto nella mia più totale inconsapevolezza, ma, addirittura, che neppure mi vide conscia di quella possibilità sino all’ultimo momento, e al momento in cui, a sorprendermi, non fu neppure la sua immagine, quanto e piuttosto la sua voce, che ebbe a raggiungermi alle spalle, facendomi persino sobbalzare per la sorpresa…

« Signorina Mont-d'Orb… » scandì il mio nome il professor Henry Thomas, senza tentare di dissimulare un certo disappunto in tal senso « … non paga per quanto occorso ieri, ha forse deciso di perseguitarmi anche al di fuori del campus?! »

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