11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

venerdì 7 giugno 2019

2934


Anche in grazia alla cordiale accoglienza così riservatami, il ritorno al pub, benché rappresentasse, di fatto, la mia terza serata australiana, si propose, a tutti gli effetti, qual dimostrazione di quella certa familiarità che mi stavo concedendo occasione di maturare nei riguardi di quel nuovo mondo. E così, se anche quella sera Hugh il capellone non si fosse fatto vivo, probabilmente la mia serata il quel luogo non sarebbe poi andata sprecata, vedendomi, oltre intenta a consumare una nuova cena, anche a iniziare a socializzare con qualche persona in più, in una costante e crescente volontà di integrazione all’interno di tutto quello.
Un impegno, quello che in tal senso avrebbe avuto a dovermi esser riconosciuto qual proprio, che, per la sottoscritta, avrebbe avuto a poter vantare una duplice valenza: se da un lato, infatti, tale sforzo, simile impegno, avrebbe avuto a doversi ritenere una necessaria palestra di vita, utile a permettermi di raffinare quelle capacità di interazione sociale che, probabilmente, in troppi anni vissuti ai margini della società erano in me venute meno, o non avevano, comunque, avuto reale possibilità di fiorire; sotto un ben diverso punto di vista, tutto ciò altro non avrebbe avuto a doversi considerare se non propedeutico con quanto, speranzosamente e forse follemente, speravo avesse ad attendermi, e ad attendermi molto presto. Perché laddove, realmente, fossi riuscita a violare i confini della mia realtà, e a iniziare, al pari della mia gemella, il mio personale peregrinare all’interno del multiverso, utile, se non addirittura obbligatorio, sarebbe stato per me riuscire a dimostrare una quieta capacità di interazione con quanto mi si sarebbe posto attorno a prescindere, effettivamente, da quanto mi si sarebbe posto intorno, per così come, dopotutto, Maddie mi aveva già offerto quieta e mirabile dimostrazione con il suo esempio personale, e con quel suo offrirsi, innanzi al mio sguardo, più che integrata laddove ella era finita… e integrata, addirittura, da essersi persino riservata l’opportunità di stringere una relazione sentimentale con un uomo di un altro mondo, di un diverso piano di realtà. Insomma… non mi fossi riuscita a dimostrare a mio agio in quel viaggio agli antipodi, e nelle relazioni sociali in tal senso, come avrei mai potuto sperare di riuscire a inseguire la mia gemella attraverso le dimensioni alternative senza, in questo, finire soltanto per imporre danno innanzitutto a me stessa, se non, addirittura, anche a lei?!
Nota a margine: se la sottoscritta ha trascorso molti, forse troppi anni della propria vita ai margini della società, Maddie, nel corso della sua esistenza nel proprio pianeta natale, non avrebbe avuto a doversi fraintendere esattamente come l’anima della festa, come l’amica di tutti, la prima a essere invitata a qualunque evento e l’ultima ad andarsene via da un luogo dopo aver necessariamente avuto a interagire con ogni altro presente. Al contrario. La mia introspezione psicologica, giustificata, se pur probabilmente non giustificabile, dalla mia passata condizione fisica, avrebbe avuto a doversi infatti riconoscere qual un carattere comune con la mia gemella, in termini tali per cui anch’ella, almeno fino alla rivoluzione che, nella sua vita, era stata rappresentata dall’arrivo della prima Midda Bontor, della sua mentore, rivoluzione a seguito della quale anche tale aspetto era rimasto coinvolto, vedendo la mia sorellona riuscire a superare i limiti della propria timidezza, della propria insicurezza, per proiettarsi sino alla realizzazione della propria versione definitiva, e di quella versione definitiva che, sì, allora, avrebbe avuto a poter essere considerata l’anima della festa, e di una festa decisamente più complicata, nelle proprie dinamiche, rispetto a qualunque serata universitaria, per così come nella nostra comune e passata esperienza nel tempo del sogno, avevo avuto occasione di poter constatare in prima persona.
Al di là di quanto, tuttavia, quell’esperienza avrebbe comunque potuto essere di aiuto alla mia crescita personale, la sorte sembrò voler premiare quella mia insistenza, quella mia costanza, senza neppure costringermi a chissà quali lunghi periodi di attesa, a chissà quante altre serate da trascorrersi lì, in quel pub, prima di avermi a offrire quanto avrei potuto desiderare. Perché verso le nove di quella stessa seconda sera al pub, e terza sera della mia esperienza australiana, il tanto atteso Hugh il capellone, ebbe a farsi vivo, per così come mi venne gentilmente indicato da Colleen, sopraggiunta, insieme alla mia seconda pinta della serata, ad avvisarmi. E fu così che ebbi immediata occasione di comprendere il perché dell’appellativo utilizzato per indicare quel ragazzo, giacché innanzi allo sguardo ebbi allora a ritrovarmi una figura alta e dinoccolata, contraddistinta, probabilmente, da più capelli che carne sulle ossa, e da capelli da lui lì tenuti squisitamente ordinati, lisci e fluenti, malgrado non soltanto il fatto che fosse un esponente di sesso maschile, ma, anche e ancor più, una lunghezza a dir poco disarmante, nel vedere tale chioma nera come la pece aver a discendere, dalle sue spalle, in una lunga, lunghissima coda, sino quasi a sfiorare le sue cosce, in quella che, non ho esitazioni ad ammetterlo, avrebbe avuto a doversi considerare francamente una seria ragione d’invidia per qualunque donna, me inclusa…
… e dire che, in verità, “il capellone” lo avevo inteso più qual un discorso ironico che reale, e già, in quel frangente, mi stavo aspettando di veder sopraggiungere una giovane con la testa lucente come una palla da biliardo!

« Accidenti! » non potei ovviare a esclamare, alla volta di Colleen, nel ritrovarmi a confronto con una tale immagine e con un’immagine tanto lontana da quella che, obiettivamente, mi stavo erroneamente attendendo di incontrare « Non state scherzando nel definirlo capellone! »
« No… decisamente no! » ammiccò la cameriera, consegnandomi la mia pinta prima di allontanarsi, per continuare la propria serata lavorativa.

Fu così che, prendendo commiato dal gruppetto con il quale mi ero intrattenuta sino a quel momento, facendoli anche divertire nel raccontare loro molti aneddoti del mio Paese natale, per loro ovviamente non meno distante, fisicamente e psicologicamente, rispetto a quanto, per me, avrebbe avuto a doversi considerare l’Australia, mi alzai, afferrai la mia pinta, e mi mossi all’indirizzo di Hugh e dei suoi amici, e del tavolo attorno al quale si erano collocati, mandando al diavolo ogni esitazione, ogni incertezza, e limitandomi a sfoggiare il mio sorriso più amichevole al loro indirizzo.

« Ehilà… salve! » li salutai, afferrando una sedia libera lì nei pressi e portandola accanto a loro, con un certo livello di sicumera di cui, probabilmente, avrei avuto a dover ringraziare la prima pinta di birra che già mi si stava rimestando nello stomaco, insieme probabilmente a troppo poco cibo, avendo deciso di moderarmi sotto tale fronte rispetto alla sera precedente.
« Ehy… » mi salutarono, con una certa esitazione, tre membri su sette di quel gruppetto, due ragazzi e una ragazza, nel mentre in cui gli altri quattro, per un primo momento, non ebbero a comprendere cosa stesse effettivamente accadendo, distratti, qual ebbero a ritrovarsi, dai propri stessi smartphone.
« Mi chiamo Rín. » mi presentai, appoggiando la pinta al bordo del tavolo, nel dimostrare quanto, da parte mia, non vi fosse stato alcun errore nell’accomodarmi in quel punto e quanto, in effetti, avesse a doversi riconoscere mio preciso desiderio essere proprio lì in quel preciso momento.

Anche Hugh, per dovere di cronaca, in quel preciso frangente avrebbe avuto a doversi censire all’interno del gruppo dei social-non-poi-così-social. Ma, francamente, in quel momento, il capellone aveva già perso per me ogni reale ragione di interesse, giacché, per le informazioni in mio possesso, più o meno tutti all’interno di quel contingente avrebbero avuto a doversi riconoscere studenti della facoltà di antropologia. E, in ciò, uno, o una, sarebbe valso tanto quanto gli altri…

« Piacere di conoscerti, Rín… » sorrise verso di me uno dei due ragazzi che, altresì, mi aveva concesso la propria attenzione « Sbaglio, o sei già arrivata da qualche giorno…?! Mi pare di averti già vista in giro. »
« E figurati se poteva esserle sfuggita… » ridacchiò la ragazza, ammiccando in direzione dell’altro giovane con fare complice, nel lasciare intendere quanto, probabilmente, non avrebbe avuto a dover essere considerato così casuale che, fra tutti i presenti, proprio lui fosse stato il primo a rispondermi, probabilmente più sensibile rispetto ad altri al fascino femminile… o forse, e semplicemente, il più curioso e pettegolo del gruppo, benché, nel sorrisetto ebete che allora mi stava rivolgendo, probabilmente la prima ipotesi avrebbe avuto a doversi considerare la più azzeccata.

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