11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

giovedì 13 giugno 2019

2940


E se pur autentico avrebbe avuto a doversi considerare il mio desiderio di chiudere lì la questione, tutt’altro che dimentica della sceneggiata del giorno precedente e, in ciò, tutt’altro che desiderosa di ritrovarmi, ancora, a confronto con qualcosa di simile; di diverso avviso avrebbe altresì avuto a considerarsi, chiaramente, il professor Henry Thomas, giacché, allorché lasciarmi allontanare in silenzio, per così come avrebbe dovuto rendere contento anche lui, egli ebbe a insistere, e a insistere ancora una volta sullo stesso argomento, se pur, ora, iniziando a riservarsi toni diversi da quelli precedentemente offertimi.

« Potrei aver leggermente esagerato nella mia reazione emotiva al suo scherzo. » ammise, riconoscendo la propria partecipazione di colpa e, ciò non di meno, ancor non escludendo da parte mia un torto, e un torto volontario a suo discapito.
« Posso evitare di commentare e allontanarmi di qui senza essere costretta a mettermi a gridare…?! » domandai, non arrestandomi nel mio movimento e offrendomi ancora contraddistinta da assoluta serietà nella mia voce e nei miei intenti, scuotendo appena il capo a silenzioso commento di quell’ultima frase, e quell’ultima frase che ancora insisteva a definire il mio qual uno scherzo.
« Si metta nei miei panni! » insistette egli, muovendosi, allora, e accelerando al solo fine di superarmi, e di potarsi davanti a me, a dimostrare una chiara contrarietà all’idea di lasciarmi andare senza prima aver concluso quel discorso… qualunque cosa, nella sua testa, ciò volesse significare « Una bella e giovane donna, mai vista prima, compare nel mio ufficio mostrandomi delle foto e proclamando di essere stata miracolosamente guarita da un viaggio nel tempo del sogno. Come potrei non prenderlo per uno scherzo…?! »
« E lei si metta nei miei panni. » insistetti io, per tutta replica, costretta a fermarmi per non andargli a sbattere contro e, in tutto ciò, francamente ancor più contrariata di quanto non potessi già essere « Attraverso mezzo mondo per poter parlare con qualcuno di serio del tempo del sogno, e tutto ciò che ottengo è essere tacciata di star mentendo sulla mia intera esistenza… » replicai, osservandolo ora con un crescente senso di rabbia a confronto con tanta insistenza da parte sua « E ora, nel mentre in cui desidero soltanto proseguire serenamente nella mia vita quotidiana, mi ritrovo impossibilitata a farlo, per l’insistenza di chi, solo un attimo fa, mi ha praticamente accusata di stalking. »

La misura era francamente colma.
Probabilmente, fossi riuscita in quel momento ad affrontare la questione con maggiore lucidità mentale, mi sarei potuta rendere conto di quanto, tanta insistenza da parte sua, altro non avrebbe potuto che sottintendere un qualche ancor non ammesso cambio di opinione: un cambio di opinione che quell’uomo, allora, avrebbe avuto a dover ammettere innanzitutto con se stesso, ancor prima che con me. Ciò non di meno, nell’imbarazzo e nel senso di vergogna che egli era stato in grado di suscitare in me, con le sue accuse, non avrei potuto ovviare a sentirmi allor ferita, e ferita nella misura utile a mandarlo al diavolo, lui e tutti i suoi tentativi, decisamente tutt’altro che ben riusciti, di scuse.
Un ragionamento, quello che posso compiere ora a mente lucida e che, all’epoca, non mi fu concesso altresì di perseguire, a quale, probabilmente, anche egli dovette altresì giungere proprio in quel momento, forse e proprio in conseguenza a quelle mie ultime parole, e a quelle mie ultime parole volte a porre l’accento su come egli si fosse comportato, sino a quel momento, con me. Motivo per il quale, levando le mani in segno di resa, a dimostrare tutta la propria inoffensività, il professore si mosse di lato, a concedermi l’opportunità di proseguire oltre nel mio cammino, ovunque mi fossi voluta dirigere.
Ma, prima ancora di permettermi di andare avanti, e di dimenticare tutta la questione, egli non si negò un’ultima occasione di parola, e un’ultima occasione di parola ora volta a dichiarare esplicitamente quanto, sino a quel momento, ancora non aveva ammesso… una propria colpa in quanto, allora, stava accadendo.

« Ho sbagliato ad aggredirla verbalmente, signorina Mont-d'Orb. E mi dispiace di questo. » sancì, stringendo le labbra a dimostrare una certa contrarietà, e, ipotizzo, una certa contrarietà a proprio stesso discapito, in contrasto ai propri comportamenti, e a quei comportamenti che non avevano permesso a quel discorso di svilupparsi in maniera migliore « Le chiedo sinceramente scusa. »

Nella mia situazione psicologica, in quel momento, le scuse non sarebbero ovviamente bastate. Ciò non di meno non furono neppur disprezzate… anzi.
La rabbia, crescente in me in quel frangente come la furia di un mare in tempesta, ebbe infatti allora a scontrarsi con lo scoglio improvviso e inatteso di quelle scuse, e di quelle scuse le premesse delle quali, ovviamente, non ero stata in grado di cogliere. E per quanto quelle scuse non sarebbero ovviamente state sufficienti a placarla, furono comunque utili a interromperne, quantomeno, la crescita esponenziale, imponendole la necessità di arrestarsi, nel proprio disdegno, nel proprio disappunto.
Inspirai profondamente aria nei miei polmoni, e dopo averla espirata, a labbra strette nel timore di potermi lasciar sfuggire una qualche parola di troppo a discapito del mio interlocutore, mi limitai ad annuire, accettando, in tal maniera, quel metaforico rametto d’ulivo in segno di pace.
E senza aggiungere altro, proseguii oltre, decisa, ormai e francamente, a lasciar perdere anche quello stesso museo e, semplicemente, a partirmene, lasciando perdere quella città e cercando, piuttosto, di ricominciare tutto altrove.

« … signorina Mont-d'Orb? » mi apostrofò, ancora una volta, la voce del professore, evidentemente tutt’altro che desideroso di lasciarmi andare via senza, comunque, condividere un’ultima parola.

Mi arrestai, senza voltarmi e senza rispondergli. Non avevo voglia di mostrarmi ancora polemica nei suoi riguardi. E, francamente, non avevo voglia neppure di dimostrarmi collaborativa verso di lui.
Tutto ciò che potevo allor desiderare era, semplicemente, chiudere quella parentesi, e dimenticarla.

« Probabilmente non desidera avere più altro a che fare con me… » analizzò egli, dimostrando una certa, tardiva perspicacia, e, ciò non di meno, riconoscendo, in tal senso, quanto non avrei potuto desiderare, in quel momento, ascoltare ancora la sua voce « Ciò non di meno… se può essere ancora interessata a cercare un confronto nel merito del tempo del sogno, torni a trovarmi nel mio ufficio. » mi invitò, a riprova di quanto, probabilmente, stesse iniziando ad accettare la possibilità di instaurare un reale dialogo con me, e un dialogo che, allora, avrebbe potuto ricominciare da capo, su un’ideale nuova pagina pulita, che avrebbe volutamente ignorato quanto accaduto sino a quel momento e che, speranzosamente, lo avrebbe visto offrirsi con sufficiente apertura mentale da avere un confronto con me senza, per questo, necessariamente pensare che lo stessi canzonando « Le prometto che, questa volta, non la farò attendere per ultima… » soggiunse poi, e concluse, prima di iniziare egli stesso ad allontanarsi, e ad allontanarsi in direzione opposta alla mia, come il suono dei suoi passi mi lasciò chiaramente intendere.

E se pur, in quelle parole, non avrei potuto ovviare a cogliere un segnale assolutamente positivo in funzione di quella mia ricerca personale, di quella mia missione ai confini della realtà, e, in effetti, anche e speranzosamente oltre gli stessi, in quello specifico momento, e con il mio stato d’animo lì attuale, tutt’altro che positiva avrebbe avuto a doversi considerare la mia risposta alla faccenda, vedendomi commentare semplicemente quella sua proposta con un pensiero tutt’altro che costruttivo, e tutt’altro che ben disposto nel confronto con quell’idea: “Manco morta!”

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