11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

martedì 25 giugno 2019

2952


Il tramonto, in ciò, ebbe a rappresentare per tutti un’occasione di estemporanea tregua, utile a permettere, a entrambe le parti, di concedere riposo alle stanche membra dei sopravvissuti, di fare la conta dei morti, bruciandone i cadaveri prima che questi potessero avere possibilità di ritornare alla vita, e di ritornare alla vita in termini nei quali alcuno avrebbe avuto piacere a incontrarli, e, soprattutto, di pianificare l’operato per il giorno successivo. Una fase, quest’ultima, nel merito della quale troppo facile sarebbe stato ritenere un impegno non poi così marcato da parte di coloro i quali avrebbero avuto a prendere simili decisioni, nel considerare come, in fondo, in quell’angolo di mondo, il tempo sembrava essersi fermato e, malgrado il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni, e l’alternarsi di intere generazioni impegnate su quel confine, nulla avrebbe avuto apparentemente a poter mutare, e a ogni nuova alba tutto sarebbe ricominciato esattamente secondo le dinamiche proprie del giorno precedente.
Una tregua quasi obbligata, quella propria del tramonto, giacché alcuno, fossero figli di Kofreya, fossero figli di Y’Shalf, o fossero figli di madre ignota, avrebbe avuto piacere a restare là fuori nella notte, e a restare là fuori in compagnia di coloro i quali avrebbero potuto animare quelle notti. Che li si volesse definire gula, secondo la pronuncia kofreyota, piuttosto che ghūl, seguendo altresì quella y’shalfica, le creature che, calate le tenebre, avrebbero preso il posto dei soldati in quel confine di guerra non avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual antagonisti piacevoli, né, tantomeno, quel genere di compagnia con la quale qualcuno avrebbe potuto augurarsi di avere occasione di intrattenersi. Attratti dall’odore del sangue, inebriati dal sapore proprio del dolore dei moribondi e bramosi di carne umana, i gula o ghūl che dir si sarebbe voluto, avrebbero lì imperversato sino ai primi raggi della nuova alba, quando il sole li avrebbe ricacciati ovunque avesse a doversi riconoscere il loro rifugio, il loro covo, cercando, in quelle ore di oscurità, occasione di nutrimento, in qualche sventurato soldato rimasto indietro, o, all’occorrenza, in qualche cadavere dimenticato. E guai a coloro i quali fossero lì stati sorpresi da quel branco di bestie affamate: in loro contrasto, anche la violenza più brutale, anche le armi più affilate, avrebbero potuto poco, perché, ad animare l’incedere di quei mostri alcuno spirito di conservazione sarebbe stato riconoscibile, non in misura maggiore a quello proprio di un branco di zombie, benché, a differenza di questi ultimi, i gula possono morire… con tanto impegno, con tanta fatica, ma possono comunque morire.
Date simili premesse, in un tale contesto, solo un idiota non avrebbe fatto rapido ritorno al proprio accampamento, nel rinunciare alla sicurezza là offerta, al ristoro e al riposo lì presentato, nel preferire piuttosto restare lì fuori, non tanto ad affrontare i gula quanto, e addirittura, a volerli studiare. E, a dirla tutta, in quegli ultimi tre giorni, di idioti su quel confine di guerra, avrebbero avuto a potersene contare addirittura cinque: una donna dai capelli color del fuoco e dagli occhi color del ghiaccio, un biondo belloccio e muscoloso, uno shar’tiagho dallo spirito affilato forse più della spada, e due giovani i quali, nella propria bellezza e nella propria straordinaria fisicità, avrebbero avuto sicuramente a rappresentare l’esemplificazione perfetta di quanto l’incrocio fra diverse etnie avrebbe potuto sol produrre i frutti migliori, figli dei regni desertici centrali, sì, da parte di padre, così come la bronzea pelle non avrebbe potuto ovviare a rendere evidente, e pur, di madre forse kofreyota, forse tranitha, forse y’shalfica… e comunque allor utile a donar loro, appunto, quella bronzea pelle, in luogo al manto color della notte proprio del loro illustre genitore.
… sì… insomma: i cinque idioti avremmo dovuto essere riconosciuti proprio noi!

« Stiamo tutti bene…?! » domandai, al calar del sole, quando, per l’appunto, i due eserciti avversari iniziarono a ritrarsi e soltanto noi ci ritrovammo, in tal maniera, lì apparentemente smarriti, nonché necessariamente ansimanti, almeno nel mio caso personale, in conseguenza alla nuova lunga, lunghissima, ed estenuante giornata appena trascorsa « … accidenti: da queste parti le… mmm… come potreste dire “palestre”?!... vabbè… dicevo, da queste parti non vi serve proprio preoccuparvi di fare esercizio fisico: ho bruciato così tante calorie nelle ultime ore da farmi sentire autorizzata a mangiare come una fogna nei prossimi tre mesi! »
« “… mangiare come una fogna…”?! » ripeté Howe, aggrottando appena la fronte nel confronto con quel modo di dire, che avevo cercato di riadattare nella lingua locale, commettendo, forse, un errore nella scelta di qualche termine o nella composizione finale della frase « Cosa intendi dire…? Perché mai dovresti mangiare come una fogna…?! » mi guardò con serio sospetto, nonché con un certo disgusto, evidentemente non apprezzando l’immagine così rievocata.

In effetti, come già avrebbe potuto accadere nel tentare di tradurre letteralmente alcuni modi di dire da una lingua all’altra nel mio mondo natio, non sempre la resa finale avrebbe avuto a doversi considerare comprensibile o, eventualmente, apprezzabile: basti pensare quanto l’italiana “pioggia a catinelle”, in inglese abbia a diventare “piovono gatti e cani”… con ben poco riguardo per le bestie in questione.
Così, non senza darmi della stupida, non potei allor ovviare a rimproverarmi per aver connesso il cervello con qualche istante di ritardo, e qualche istante di ritardo allor atto a concedermi di dire una frase che, decontestualizzata, avrebbe potuto farmi apparire animata da qualche insalubre intento coprofago. E, subito, ebbi a scuotere il capo e a sollevare le mani, a tentare di arginare la questione…

« E’ solo un modo di dire del mio mondo… si usa per indicare chi mangia senza ritegno, ingurgitando qualsiasi cibo gli venga posto innanzi! » tentai di esplicitare, a contenere l’equivoco.
« “… qualsiasi…”?! » incalzò l’altro, continuando a guardarmi con stranito sospetto e sempre più palese disgusto nei miei riguardi « Per Lohr… ringrazio gli dei tutti di non essere io a baciare quelle labbra, a questo punto! » sottolineò, riservandomi tutto il suo più marcato dissenso all’idea di avere in qualche modo a che fare intimamente con me.
« Howe! » protestai, per un momento spaventata all’idea del fraintendimento che, da quella semplice frase, poteva star venendo in tal maniera alimentato… salvo, ancora una volta, collegare il cervello con qualche istante di ritardo, e solo allora comprendere quanto, alla base di quel botta e risposta, altro non avesse a doversi intendere che il suo divertito desiderio di prendersi giuoco di me, in termini a confronto con i quali stavo chiaramente più che collaborando, a mia insaputa.

E proprio nel mentre in cui, entro i confini del mio allor chiaramente rallentato intelletto, ebbi a maturare consapevolezza nel merito dello scherzo del quale mi ero resa destinataria, il mio interlocutore non poté mancare di scoppiare a ridere fragorosamente, accompagnato da un sommesso sghignazzare a opera di H’Anel e M’Eu, i quali, lì prossimi, avevano assistito alla scena senza pensare di intervenire…
… infami!

« Howe! » ripetei, ora con tono a metà fra il divertito, l’arrabbiato e l’imbarazzato, nel capire quanto, posta innanzi a quelle risate, egli avesse avuto modo di guidarmi in quel giuoco a mio discapito non diversamente rispetto a quanto non fosse solito riservare al proprio fratello d’arme e di vita.
« Ti avevo capita sin da subito… » ammise egli, scuotendo appena il capo a cercare di lasciar scemare l’ilarità che ancora stava caratterizzando le sue parole e il suo volto « … ma non ho potuto evitare di cogliere l’occasione al volo per divertirmi un po’ a vederti imbarazza! »
« E voi due cosa avete da ridacchiare…?! » mi rivolsi allora verso i due figli di Ebano, accigliandomi con fare inquisitore a loro discapito « Avreste potuto intervenire subito e siete rimasti zitti! Accidenti a voi! » li rimproverai, pur non potendo, ovviamente, non capire e giustificare la loro posizione e il loro divertimento a confronto con tutto quello… dopotutto me l’ero cercata!

Nessun commento: