11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

mercoledì 5 giugno 2019

2932


La vita allora a me circostante avrebbe avuto, per l’appunto, a presentarsi come quella propria di un qualunque pub, e di un qualunque pub frequentato da studenti. Tanti tavoli, a volte in posizione ordinata, a volte un po’ meno, con ancor più persone attorno a essi, a volte in posizione ordinata, a volte un po’ meno, intenti a ridere, a scherzare, a tratti a schiamazzare: ragazzi e ragazze, mescolati in maniera indistinta, con maggiore predominanza dei secondi in orbita alle prime, a conferma di quanto, anche agli antipodi rispetto al mio Paese natale, certe consuetudini non avrebbero avuto a mutare. In molti, in troppi, poi, allorché dedicare attenzione al proprio vicino o vicina, al proprio dirimpettaio o dirimpettaia, sembravano altresì concentrati solo ed esclusivamente sulla propria vita “social”, nel paradosso proprio della nostra epoca: tanti, troppi mezzi di comunicazione, ideati per avvicinare le persone, destinati a essere utilizzati, piuttosto, per allontanarle, e per costringerle a essere distanti anche quando, altresì, fisicamente vicini.
Sia chiaro: non che io sia una sorta di luddista. In effetti, al contrario, ho anche io sovente usato, e forse abusato, di applicazioni e siti “social” al solo scopo di superare quelle situazioni di imbarazzo psicologico di cui parlavo prima, e di imbarazzo psicologico non tanto mio, quanto e piuttosto dei miei possibili interlocutori, i quali, avendo soltanto la possibilità di osservare il mio volto e di leggere le mie parole, senza finire per concentrare tutto il proprio interesse sulla mia sedia a rotelle, si potevano in tal maniera porre a confronto con me come a una persona “normale”. Ciò non di meno, un contro può essere l’uso a distanza, un altro, e necessariamente abuso ancor più che uso, non può che essere quello in prima personale, e quell’uso, e quell’abuso, volti a spingere, all’interno di una compagnia intenta a ridere e scherzare, taluni elementi, se non addirittura la maggior parte degli stessi, a concentrarsi maggiormente sul piccolo schermo del proprio smartphone ancor prima che sui volti e sulle voci delle persone a loro lì circostanti.
Tanti tavoli, tante compagnie: quale scegliere? Avrei potuto avvicinarmi a un gruppo a caso, e, in tal modo, puntare tutto alla fortuna. Ma, francamente, non avrei avuto a potermi riconoscere così riposata per poter abbracciare una tale, e potenzialmente infruttuosa, tattica… anzi.
Nel mentre della mia valutazione sulle persone lì presenti, in ciò, mi ritrovai a sorseggiare un po’ della mia “pinta di benvenuto”, quando, improvvisamente, il mio cervello decise di scuotersi dall’evidente intorpidimento che lo stava iniziando a predominare, e a predominare in maniera più che giustificata, al solo scopo di riportare la mia attenzione al mio ultimo interlocutore, e a colui che, allora, mi aveva offerto quel boccale di birra…

« Molto buona, grazie! » lo ringraziai pertanto, voltandomi nuovamente verso di lui e sfoggiando, in ciò, la mia più sorridente espressione di gratitudine, salvo poi immediatamente riprendere voce e dar corpo al pensiero che, in quel frangente, mi aveva appena colto « Per non andare in rovina, con questa tradizione della “pinta di benvenuto”, immagino che tu abbia una memoria eccezionale per i volti e le persone… »
« Puoi ben dirlo, Reen! » annuì egli, ancora una volta storpiando involontariamente la pronuncia del mio nome « Immagino che tu stia cercando qualcuno in particolare. » soggiunse poi, offrendo evidenza di quanto, comunque, il mio quieto scrutare all’interno del locale in immediata precedenza rispetto a quella domanda non fosse passato poi inosservato « Mettimi alla prova… non sia mai che non riesca a esserti d’aiuto! » mi invitò pertanto, incrociando le braccia innanzi a sé soltanto per avere un supporto sul quale appoggiarsi nello spingersi verso il bancone.
« In effetti non è che abbia proprio un nome di riferimento… » non potei fare a meno di precisare, scuotendo appena il capo « Diciamo che mi piacerebbe poter scambiare quattro chiacchiere con qualche studente, o studentessa, della facoltà di antropologia. » sorrisi, esprimendo, senza particolari giri di parole quel mio semplice desiderio « Sto facendo una ricerca… e sono sufficientemente sicura che qualcuno di loro potrebbe aiutarmi in tal senso. » giustificai tale mio interesse, in quella che, comunque, non avrebbe avuto a dover essere tacciata di falsità, nell’aver obiettivamente dichiarato le mie ragioni, senza scendere eccessivamente in inutili particolari.

Il mio gentile ospite, allora, sollevò lo sguardo e si osservò un attimo attorno, a prendere a sua volta al vaglio la propria clientela della serata e, in particolare, a tentare di filtrarla mentalmente sulla base delle mie indicazioni.
Pur non potendo vantare, probabilmente, conoscenza approfondita con alcuno dei propri clienti, quell’uomo, al parti di chiunque avesse a trovarsi, abitualmente, al di là del bancone proprio di un locale, e di un bar o di un pub in particolare, avrebbe potuto sicuramente comunque vantare una certa confidenza con tutti gli avventori del proprio locale, fosse anche e soltanto nel nome di quel minimo di pubbliche relazioni utile a permettere, a un semplice cliente, di sentirsi, prima, un po’ come un ospite benvenuto, e, successivamente, addirittura come un vecchio amico di famiglia. Perché, in fondo, tale avrebbe avuto a dover essere identificata la chiave del successo, o del fallimento, di simili luoghi: la capacità di creare quella base di affezionati avventori che, se non ogni sera, comunque almeno una, due o tre volte alla settimana, sarebbero lì passati a ritrovarsi, a trascorrere in amicizia e divertimento le proprie serate e, soprattutto, a contribuire, magari con spese modeste, ma continuative, al flusso di entrate proprie del pub.

« Ehy… Colleen! » apostrofò la ragazza a cui pocanzi aveva consegnato le due pinte antecedenti alle mie, e che, in quel frangente, si stava muovendo da un tavolo all’altro ad accumulare boccali vuoti su un vassoio, per condurli, evidentemente, a essere lavati « Questa sera Hugh e i suoi amici non si sono ancora visti…?! »
« Chi…?!. » esitò ella, arrestandosi per un istante incerta nei termini di quella richiesta, evidentemente meno confidente, rispetto al collega, con i nomi dei propri avventori.
« Il capellone… » lo appellò pertanto, per concedere a Colleen occasione, attraverso quella definizione, di meglio comprendere il soggetto in questione.
« Ah…! » annuì la ragazza, gettando per un istante lo sguardo attorno a sé nel locale, per poi tornare all’interlocutore e scuotere il capo « Non mi pare. »
« Grazie! » sorride il giovane, prima di riportare la sua attenzione alla sottoscritta « Mi sa che dovrai aspettare un po’… o, forse, fare ritorno domani sera. » mi informò, con un lieve sorriso « Purtroppo, per quanto ai nostri affari non potrebbe che fare piacere, non tutti vengono qui tutte le sere. »
« Non ti preoccupare… » minimizzai pertanto, stringendomi appena fra le spalle « Non ho fretta… e, anzi, già che ci sono, magari potrei accompagnare questa birra con qualche da mangiare… » suggerii pertanto, allietando sicuramente il mio interlocutore il quale, in caso contrario, non avrebbe visto adeguatamente fruttare, in termini squisitamente economici, la mia presenza all’interno del locale.

In effetti, complice il cambio di fuso orario e colpevole il mio continuo e inarrestabile rimbalzare fra un’aula e l’altra nel corso di tutta la giornata, solo in quel momento potei rendermi conto di quanto, sin dalla colazione del mattino, non avessi più obiettivamente toccato cibo. E, a confronto con tutti gli immancabili e stuzzicanti profumi propri di un pub, il mio stomaco non avrebbe potuto ovviare a considerarsi quantomeno tentato, per non dire entusiasta, all’idea di poter lì avere occasione di cenare con qualcosa di un po’ più sostanzioso rispetto a una semplice birra.
Fu così che, nell’attesa dell’arrivo di questo fantomatico Hugh il capellone, mi accomodai in un tavolinetto e consumai una piacevole cena, ovviando a lasciarmi coinvolgere dall’entusiasmo proprio del resto del locale non per una qualche particolare mancanza di interesse nei confronti di quel clima cordiale e amichevole, quanto e piuttosto per quella semplice e giustificabile stanchezza che, con l’aiuto di quella pinta di mild ale, iniziò a dominare in misura sempre maggiore sulla mia coscienza, ponendomi a confronto con quel mondo rumoroso, allegro e colorato quasi come da dietro un sottile velo, utile a lasciarmi percepire tutto quello come più distante di quanto, in realtà, non avesse a essere, e, in ciò, da escludermi, senza intento alcuno in tal senso, da ogni opportunità di socializzazione, benché, in fondo, proprio in nome di tale scopo mi fossi sin lì sospinta.

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