11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

domenica 9 giugno 2019

2936


« Mont-d'Orb… Nóirín Mont-d'Orb. » mi presentai, con un sorriso necessariamente imbarazzato, nel tendere verso il professore la destra, in segno di saluto.
« Henry Thomas… ma questo immagino già lo sapesse. » sorrise egli per tutta replica, accettando il mio saluto e ricambiandolo, con una stretta salda ma gentile.

In tal maniera, senza imporre ulteriori rallentamenti al normale proseguo della giornata per quegli studenti, ebbi quietamente a trasferirmi in coda a Cloggs, la quale, per nel momento in cui ebbi a passarle a lato, non poté ovviare a sua volta a sorridermi, e a sorridermi in maniera sì imbarazzata, ma anche sinceramente amichevole, dal momento in cui, in fondo, benché avessi avuto occasione di testimoniare quella sua “retrocessione”, se così si sarebbe voluta descrivere, stavo anche, e al contempo, condividendo con lei quella medesima esperienza, ritrovandomi a essere addirittura la sola alle sue spalle e, in ciò, sotto un certo punto di vista, quasi una compagna di ventura in quella piccola sventura accademica.
La nostra attesa, comunque, ebbe a prolungarsi per meno tempo rispetto a quanto non avrei potuto avere a temere. Psicologicamente sospinta, in un paragone spontaneo, ad accomunare quella fila a quelle interminabili presenti nelle sale d’attesa di qualunque ospedale o medico del mio Paese natio, considerando una decina di persone innanzi a me non avrei potuto ovviare a presumere non meno di un ulteriore paio di ore di permanenza in quel corridoio, ore nelle quali, allora, avrei potuto imparare a memoria praticamente ogni minima imperfezione dell’intonaco presente su quelle pareti e su quel soffitto, dopo, ovviamente, aver già letto, riletto e consumato qualunque avviso, volantino e quant’altro appeso lungo le pareti lì attorno. Fortunatamente, però, l’ambiente universitario, o, quantomeno, quell’ambiente universitario in particolare, sembrava dominato da tempi diversi rispetto a quelli propri della sanità pubblica italiana, motivo per il quale, in meno di un’ora ebbi a essere ormai sola in coda, in attesa del mio momento per entrare.
E quando Cloggs uscì, con aria decisamente demotivata, non potei ovviare a offrirle un quieto sorriso di solidarietà, in quell’ultima ora essendomi ritrovata sì immersa all’interno di quel contesto, di quell’ambiente, al punto tale per cui, non avrei potuto ovviare a provare sincera empatia, se non addirittura simpatia, per quella ragazza, e quella ragazza che, evidentemente, si era vista richiedere non pochi interventi sul proprio elaborato, in termini che l’avrebbero costretta a chissà quante altre ore di lavoro, a margine di quelle che già, pur, non avrebbero mancato di esserle imposte.

« Signorina Mont-d'Orb… si accomodi. » mi richiamò la voce del professore, distraendomi da quel mio momento di distrazione in favore di quella mia compagna-non-compagna, e riportandomi, in ciò, alla realtà, e alla realtà dei fatti per così come, allora, presenti e, con essa, alla tanto attesa possibilità, per me, di avere un confronto con un docente potenzialmente esperto del tempo del sogno e che, desideravo sperare, avrebbe avuto anche sufficiente elasticità mentale per accettare quanto, allora, io avrei avuto, non senza una certa dimostrazione di assenza d’ogni pudore, a potergli richiedere.

A quel richiamo annuii, e avanzando all’interno del suo piccolo ufficio, mi richiusi la porta alle spalle, così come, del resto, ogni altro studente aveva fatto prima di me, a mantenere, in tal senso, una certa riservatezza nel proprio colloquio personale.
L’ufficio del professor Thomas, per l’appunto, non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual particolarmente grande: a conti fatti, esso avrebbe potuto vantare quel minimo spazio utile a posizionare una scrivania, un paio di poltroncine, una libreria e una pianta ornamentale di modeste dimensioni. Ciò non di meno, quell’ufficio avrebbe avuto a doversi riconoscere, innanzitutto, soltanto qual suo, non diviso con altri docenti come, pur, avevo notato essere la maggior parte degli spazi, sicuramente più ampli, presenti lungo quel corridoio; e, soprattutto, non avrebbe mancato di presentare una certa personalità, e una personalità che, allora, non avrebbe potuto ovviare a lasciar trasparire tutto il più sincero amore di quell’uomo per il proprio mestiere, e per la propria area di competenza.
Benché, infatti, la libreria alle sue spalle avesse ad apparire inverosimilmente carica di libri, e di volumi a volte moderni, a volte chiaramente datati, per non dire antichi, e tutti, ciò non di meno, dai titoli decisamente evocativi di un interesse antropologico; non soltanto quei tali volumi avrebbero avuto a doversi riconoscere lì presenti a evidenziare la passione di quell’uomo per la materia. Tanti altri dettagli su quella stessa libreria, innanzitutto, ma anche sulla sua scrivania, e, persino, appesi alle pareti a al soffitto, avrebbero lì avuto a dover popolare una sorta di collezione privata, e una collezione composta da cimeli provenienti da diverse parti del mondo, e lì radunati a dar corpo a un piccolo museo personale di oggetti, di varie dimensioni e stili, che qualcuno avrebbe potuto probabilmente condannare alla voce “cianfrusaglie” e che, ciò non di meno, per l’inquilino di quell’ufficio, non avrebbero potuto mancare di rendere proprio un certo valore, e un valore che, ancor prima di economico, avrebbe avuto sicuramente a considerarsi sentimentale, oltre che culturale.
Insomma: se pur di dimensioni ridotte, quell’ufficio non avrebbe potuto ovviare a vantare un carattere unico, e un carattere tale da renderlo, probabilmente, uno degli uffici più interessanti del dipartimento. O, quantomeno, tale non avrebbe potuto ovviare a risultare al mio sguardo, nella quieta ignoranza di come avrebbero potuto essere gli altri uffici di quel dipartimento.

« Innanzitutto, desidero ringraziarla per la cortesia che mi sta riconoscendo, a concedermi quest’occasione di colloquio con lei, benché non abbia a essere esattamente una sua studente. » volli immediatamente esplicitare, ed esplicitare in termini assolutamente sinceri, onesti nella propria offerta, laddove, obiettivamente, egli mi stava allora concedendo una straordinaria gentilezza, nell’accettarmi a colloquio anziché, per esempio, invitarmi ad allontanarmi e a non fargli sprecare il proprio tempo, per così come pur avrebbe avuto quietamente a poter fare.
« Si figuri… » minimizzò egli, stringendosi appena fra le spalle « Non sono propriamente una celebrità, né in campo accademico, né tantomeno al di fuori di esso. E se una giovane donna come lei può aver interesse per l’antropologia, non vedo francamente ragione alcuna per impedirle di esprimere tale possibile passione… in fondo, oltretutto, sono comunque pagato per stare qui. » argomentò, cercando di banalizzare il senso del proprio intervento in mio aiuto « Mi dica, piuttosto, cosa la porta nel mio ufficio…? »

Avevo riflettuto a lungo, in quell’ultima ora, su come poter approcciare il discorso con il professore. E, francamente, avevo scartato molte ipotesi considerandole tutte, in un modo o nell’altro, prive di quella speranza utile a non farmi apparire una completa sciroccata o, peggio ancora, una sorta di fanatica esaltata. A confronto con quel prevedibile interrogativo, pertanto, avevo già deciso di agire in maniera più diretta e chiara possibile, ovviando a troppi giri di parole e, soprattutto, a qualche particolare menzogna, preferendo tentare di arrivare dritta al sodo e, in tal senso, di arrivare dritta al sodo attraverso la verità più palese e innegabile.
Così, per tutta risposta, ciò che feci fu estrarre il mio cellulare e appoggiarlo davanti a lui, dopo aver aperto la galleria fotografica, con una lunga serie di mie vecchie foto, per lo più in compagnia della mia gemella e di mio padre. Tutte foto nelle quali, ovviamente, non avrebbe potuto ovviare a risultare evidente un dettaglio, e il dettaglio proprio della sedia a rotelle sulla quale lì apparivo bloccata, e apparivo bloccata in conseguenza a due gambette totalmente prive di qualunque vago tono muscolare, asciutte, per non dire secche, come non mai, e ben diverse, altresì, dalle estremità vigorose e vitali che, in quel momento, mi stavano altresì caratterizzando.

« Queste foto dovrebbero dirmi qualcosa…?! » domandò il professore, accogliendo il cellulare e sfogliando le foto con una certa curiosità ma, soprattutto, con una certa incapacità a comprendere, esattamente, cosa desiderassi trasmettergli in tutto ciò.

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