11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

venerdì 14 giugno 2019

2941


Nel terzo, nonché ultimo, atto di una celebre opera di Verdi, il tenore protagonista canta pochi versi famosi in tutto il mondo, e famosi anche al di là dei confini propri degli amanti della lirica: “La donna è mobile qual piuma al vento, muta d'accento e di pensier.”. E se facile, oggigiorno, potrebbe essere l’indignazione a confronto con una tale discriminante generalizzazione, tali versi non possono fare a meno di risuonare nelle mie orecchie, nella mia mente, a confronto con il ricordo di quanto accadde di lì a poche ore più tardi, il giorno successivo. E a confronto con il ricordo di come quel mio perentorio e definitivo “Manco morta!” ebbe allor a mutare completamente nel proprio incedere, e a proporsi, piuttosto, qual un “Già che sono qui, sarebbe stupido escludere a priori questa possibilità.”, in termini tali per cui, allorché partire, allorché allontanarmi da quella città come avrei già dovuto compiere il giorno precedente, ebbi a decidere di soggiornare lì ancora almeno sino all’indomani, per concedermi una nuova occasione di confronto con il professore, e con quanto, potenzialmente, egli avrebbe potuto avere a dirmi. Insomma… “La donna è mobile qual piuma al vento…”.
Così, allorché porre quanta più distanza possibile fra me e quella città, nonché fra me e quell’uomo che, nel giro di pochi giorni, aveva mutato molteplici volte ruolo, passando da ipotetico mentore ad antagonista, sino e ancora a supposto adiuvante, la mattina di quel nuovo giorno ebbi a tornare a occupare un posto in coda in quello stesso corridoio nel quale già, due giorni precedenti a quello, avevo speso parte del mio tempo, in un’aspettativa carica di speranza che, tuttavia, era stata poi spiacevolmente tradita. E se, una parte di me, non desiderava sprecare la potenziare risorsa che quell’uomo avrebbe allor potuto incarnare per il mio intento ultimo, un’altra parte di me non avrebbe potuto continuare a domandarsi cosa accidenti stessi sperando di ottenere a prendere nuovamente parte a quella giostra, e a quella giostra dalla quale, pessimisticamente, non sarei potuta uscire con maggiore soddisfazione rispetto alla prima volta. Fu proprio questa seconda parte a prendere il controllo nel momento in cui, puntuale come la prima volta, il professor Henry Thomas fece il proprio ingresso in scena, salutando come da programma tutti gli studenti e le studentesse lì in coda, uno a uno, una a una, nello scandire i cognomi di tutti quanti, di tutte quante, e nel scatenare, nel mio cuore, un’istintiva reazione di fuga, e un’istintiva reazione di fuga allor giustificata, dopotutto, dallo spiacevole esito del nostro primo incontro, e dalle tutt’altro che gradevoli premesse alla base del successivo.
Ma, forse intuendo quanto precaria avrebbe avuto a doversi riconoscere la mia presenza lì, in quel momento, o, forse, a tenere fede alla propria promessa, e a quella promessa nel confronto con la quale non mi sarebbe dovuto veder destinato l’ultima posizione della fila, quando egli giunse a me, e dovette pronunciare il mio nome, e il saluto al mio indirizzo, tali ebbero a essere le sue parole…

« Signorina Mont-d'Orb… » mi apostrofò, al pari di tutti gli altri « … sono lieto di vedere come abbia voluto prendere in esame il mio invito e abbia voluto offrir seguito al nostro precedente incontro. » argomentò, per poi soggiungere « Confidando nella comprensione di tutti, la invito a voler passare in testa alla coda, in maniera tale da poter affrontare immediatamente la questione relativa alla sua particolare esperienza e da liberarla nel minor tempo possibile. » incalzò, volgendo quindi lo sguardo da me, a tutte le altre persone lì presenti in fila, soprattutto innanzi a me « Vi sono obiezioni a tal riguardo…?! »

Nessuna obiezione, ovviamente, si parò fra me e il posto a me assegnatomi dalla volontà del docente, vedendomi, conseguentemente, accompagnarlo in quel percorso verso il proprio ufficio, passando, di conseguenza, innanzi a quattro altri giovani che, sicuramente, avrebbero avuto più diritto di me di essere lì in quel momento, e che pur, ignorando la mia più completa estraneità nel confronto con tutto quello, non ebbero a poter sollevare voce alcuna in mio contrasto.
In ciò, quindi, mi ritrovai subito all’interno del piccolo, ma variopinto, ufficio del professor Thomas, quietamente invitata, da un cenno della destra del medesimo, ad accomodarmi nel medesimo posto che già avevo occupato in occasione della mia precedente visita, quasi, in ciò, a riprendere l’intero discorso là da dove rimasto in sospeso due giorni prima...

« Eccoci qui. » sorrise, con un sorriso meno spontaneo rispetto a quello che mi aveva offerto il primo giorno, evidentemente provando anch’egli un certo disagio nel riprendere quel confronto, e nel riprenderlo dopo che troppe parole erano state pronunciate con intenti tutt’altro che sodali su entrambi i fronti « … chi inizia?! » soggiunse poi, accennando una lieve risatina, un po’ troppo forzata per i miei gusti e per poter avere speranza di riuscire ad apparire spontaneo qual, probabilmente, avrebbe voluto sperare di poter risultare.
« Posso iniziare pure io, se lo desidera. » replicai, desiderando offrire evidenza di non avere desiderio di arroccarmi sulla difensiva, e, al contrario, di volermi proporre quanto più collaborativa possibile, benché, a sua volta, anch’egli avrebbe avuto a doversi impegnare in tal senso per non vanificare l’intera cosa, per così come, allora, non mancai di voler evidenziare « Ciò non di meno, prima di impegnarmi in un qualunque genere di discorso, gradirei poter capire con qual genere di interlocutore avrò a ritrovarmi a confronto. Perché, in tutta onestà, non posso ovviare al timore di ritrovarmi nuovamente a vivere un confronto come quello dell’altro ieri… e, se a quello dovremo sospingerci, spero che potrà perdonarmi se, allorché attendere l’ineluttabile disastro, preferirò ora alzarmi e andarmene. E andarmene una volta per tutte. » definii, ferma in tale proposito di ritirata, all’occorrenza più che pronta a levarmi di torno e a porre la più volte posticipata parola “fine” sull’intera questione, e su quel capitolo della questione, in particolare, riguardante quell’uomo e quella città.
« Le posso assicurare che non ha a doversi fraintendere mio interesse il ripetersi di dinamiche già occorse fra noi. » dichiarò tuttavia egli, scuotendo il capo « Purtroppo non è nelle mie possibilità mutare quanto è stato, ma quello che posso fare, ora, è impegnarmi al fine di offrirle tutta l’attenzione di cui può necessitare e, in ciò, tentare di comprendere, insieme a lei, qualcosa di più su quanto le possa essere accaduto e, soprattutto, sul perché tutto ciò le sia accaduto. »

La presa di posizione del professore, francamente, non avrebbe potuto ovviare a risultare abbastanza forzata, in quella propria dichiarata volontà di collaborazione con me, e in quella propria altrettanto dichiarata volontà di quieta apertura mentale che, allora, avrebbe desiderato eleggere qual proprio manifesto programmatico, entro i confini propri di quel discorso, e di quel discorso iniziato nel peggiore dei modi possibili. Ciò non di meno, avrebbe avuto a dover essere quietamente apprezzato il suo impegno, e il suo impegno in direzione, allora, di un approccio più costruttivo rispetto al precedente, motivo per il quale, se allora mi fossi tirata indietro, l’errore sarebbe divenuto nuovamente ed esclusivamente mio, in un pregiudicante rifiuto di ogni interazione con lui… un pregiudicante rifiuto che, tuttavia, sarebbe quindi risultato quantomeno assurdo, nel considerare la mia presenza lì, in quel momento.
Così annuii. E annuii ad accettare la possibilità di tregua in tal maniera stabilita fra noi.
E accettando tale possibilità, non avrei potuto ovviare, allora, a dover rendere nuovamente qual mio il ruolo di narratrice, a conduzione di un discorso iniziato e mai concluso, accennato e mai approfondito. E di un discorso la pienezza del quale, allora, avrei condiviso con il mio interlocutore, a concedergli piena consapevolezza nel merito di quanto mi fosse accaduto, e di tutto il necessario contesto a contorno di ciò, iniziando, pertanto, a narrare, ancor prima della mia storia, la storia della mia gemella, e le vicende che l’avevano condotta ad abbandonare il nostro piano di esistenza per intraprendere un lungo cammino, un lungo peregrinare attraverso il multiverso sulle ali della fenice, all’inseguimento dello spirito maledetto di un’oscura e antica regina proveniente da un mondo egualmente estraneo al nostro.
Una narrazione non facile da digerire, la mia… e pur, allora, una narrazione onesta, sincera e quanto più possibile dettagliata, soprattutto quando, alfine, giunsi a parlare della mia esperienza nel tempo del sogno, e di tutto ciò che, alfine, mi aveva ricondotto a camminare sulle mie gambe, e su due gambe belle, sane e perfette come mai avevo avuto possibilità di vantare in vita mia.

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