Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
News & Comunicazioni
E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
sabato 21 settembre 2019
3040
Avventura
059 - Il volto dietro la maschera
Per Tagae Nivre Bontor Ahvn-Qa e per Liagu Ras’Meen Bontor Ahvn-Qa, a dispetto delle proprie giovani età, e di quei dieci o, forse, undici anni di vita vissuta sino a quel giorno, delle quali, purtroppo, non più degli ultimi tre sarebbero stati in gradi di rammentare, il concetto di prigione non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual inedito. Anzi. A conti fatti, il primo ricordo che avrebbero potuto vantare, antecedente persino a quello relativo ai propri nomi, Tagae e Liagu, avrebbe avuto a doversi riferire proprio a una prigione, e a una prigione all’interno della quale essi erano stati semplicemente ribattezzati come Diciannove-Cinquantadue e Diciannove-Cinquantotto, esemplari impiegati in un empio processo di ricerca volto a sviluppare nuove tecniche utili a tradurre due semplici bambini in una vera e propria arma di distruzione di massa.
E se da quella prigione, in grazia alle proprie sole forze, una prima volta erano riusciti a evadere, nel tempo in cui, poi, ebbero anche a riservarsi l’occasione di incontrare, per mero caso, colei che di lì a breve avrebbe annunciato di voler essere per loro al pari di una madre; a quella e ad altre prigioni, poi, avevano tristemente fatto ritorno nel corso del tempo, fortunatamente, almeno per tutte quelle ultime occasioni, in compagnia della loro stessa genitrice, non troppo diversamente, poi, da quanto lì avrebbe avuto a doversi riconoscere la propria situazione attuale. E molto, a onor del vero, era stata in grado di offrire loro Midda Bontor, già prima di avere ad abbracciare l’idea di essere per loro al pari di una madre, nell’aver, in effetti, permesso a quei due pargoli di riuscire a trovare la forza per affrontare nuovi periodi di cattività in maniera più serena, più tranquilla, addirittura a tratti persino allegra, e allegra quanto avrebbe potuto esserlo nel venir in tal maniera animata da momenti di giuochi, di scherzi, e, perché no, di studio, loro imposti dalla medesima genitrice, o futura tale, in termini tali da nullificare l’intendimento negativo proprio del luogo o della situazione così corrente.
In questo, quindi, Tagae e Liagu furono in grado di porsi al confronto con la cella entro la quale vennero rinchiusi, insieme fortunatamente, e fortunatamente per qualunque essere vivente all’interno di quella nave, laddove, in caso contrario, nessuno sarebbe loro sopravvissuto, con maggiore serenità rispetto a quanto non avrebbe mai potuto riservarsi, in luogo a essi, chiunque altro. Anche a partire da due esperti combattenti, da due guerrieri indomiti, per così come, a titolo esemplificativo, avrebbero potuto essere Howe e Be’Wahr. E ben consapevole di ciò, e di quanto i propri antichi amici difficilmente avrebbero affrontato con eguale serenità quella situazione, la stessa Midda Bontor, non poté che essere lieta, in cuor suo, che le posizioni fra Tagae e Liagu, e Howe e Be’Wahr, non avessero a doversi fraintendere qual invertite… benché, ovviamente, non avrebbe potuto mai avere a fraintendersi lieta dell’idea di quanta confidenza con il concetto stesso di cattività potesse essere proprio dei suoi due amati figli.
« Per quei due la prigione sta diventando un’abitudine… » commentò fra sé e sé, venendo rinchiusa, come tutti gli altri adulti, in una cella solitaria, e in questo non avendo alcun altro interlocutore a cui offrire riferimento al di fuori di se stessa « … dovrò proprio trovare il modo di invertire questa spiacevole tendenza, prima che abbiano a fraintendere che qualcosa, in tutto ciò, possa intendersi qual giusto. »
Per quanto, probabilmente, altri non lo avrebbero potuto ritenere possibile, quei due pargoli stavano realmente cambiando la percezione propria di colei un tempo nota con il soprannome di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra, nei riguardi dell’intero Creato. E laddove, un tempo, ella non si sarebbe mai ritrovata a prendere in esame alcuna idea in tale direzione; sempre più sovente, ormai, la donna guerriero non avrebbe potuto mancare di domandarsi quanto, effettivamente, potesse essere giusto per lei proseguire con la propria vita quotidiana per così come sempre l’aveva vissuta, e per così come, tuttavia, avrebbe avuto a doversi intendere chiaramente incompatibile con le esigenze proprie di due bambini, e di quei due bambini dei quali si era voluta proclamare madre.
Un pensiero, il suo, che avrebbe avuto, tuttavia, molto… troppo facilmente a scontrarsi con l’evidenza di quanto alcune delle questioni in sospeso nella propria quotidianità non avrebbero potuto essere così facilmente o rapidamente archiviate, prima fra tutte la missione per la quale, più di quattro anni prima, ella aveva deciso di abbandonare i confini propri del proprio pianeta natale e solcare le infinite distese siderali volando sulle ali della fenice, ossia la sfida alla regina Anmel Mal Toise, a contenere quel suo innato desiderio di dominio e, soprattutto, a ovviare che, tale dominio, potesse condurre soltanto alla fine di tutte le cose, nella sua temibile natura di Oscura Mietitrice, principio stesso della distruzione. Una sfida, una battaglia, il cui esito, e la cui semplice aspettativa di esito, non avrebbero potuto mai aversi a fraintendere quali scontati, in termini tali per cui, allora, ben difficile sarebbe stato poter prendere in esame l’idea di un proprio reale ritiro dalle scene, per riservarsi, a tempo pieno, il ruolo di madre: non, quantomeno, in tempi utili per poter ancora essere una madre per Tagae e Liagu, nel considerare quanto, dopotutto, a dieci anni, quindi all’incirca alla loro stessa età, o forse ancor prima, ella aveva lasciato i confini della propria casa natale, della propria isola, imbarcandosi clandestinamente a bordo di una nave mercantile, partendo, in ciò, per la propria grande avventura, e quell’avventura, a quasi trentacinque anni di distanza, non ancor terminata, non ancor conclusa, nella continua e costante ricerca di se stessa.
« Chi voglio prendere in giro…?! » sospirò fra sé e sé, non potendo ovviare a portare, in tal flusso di coscienza, il proprio pensiero verso H’Anel e M’Eu, per i quali, quasi quindici anni prima, avrebbe potuto ben rappresentare una madre, e una madre che pur, altresì, non aveva voluto divenire, allontanandosi da loro e lasciandoli al proprio destino… e a un destino che, a distanza di tre lustri, li aveva veduti tornare a far parte della sua vita nel ruolo di guerrieri, in una scelta la quale, probabilmente, né lei, né tantomeno Ebano, loro padre, avrebbero mai potuto condividere « Se gli dei avessero voluto che io potessi essere una madre, non avrebbero permesso al colpo di Nissa di rendermi sterile. Ma la verità è che tu, vecchia mia, sei una madre pessima… e ad attendere il giorno in cui potrai essere pronta a essere qualcosa di un po’ meglio, Tagae e Liagu faranno in tempo non soltanto a crescere, ma a farsi delle proprie famiglie e, perché no…?!, a divenire a loro volta genitori. »
E, in effetti, tale pensiero avrebbe avuto a doversi riconoscere addirittura benaugurante nei loro riguardi, laddove, simile idea avrebbe avuto quindi a prendere in considerazione l’eventualità che, a quei due pargoli dalla vita tanta travagliata, fosse riservata una possibilità di un futuro sereno, normale, e un futuro nel quale, magari, riuscire anche a liberarsi di quella loro maledizione, e della maledizione che, altrimenti, li avrebbe veduti, per sempre, essere costretti a condividere la medesima stanza, con buona pace per qualunque ipotesi di quieta intimità domestica con possibili, relativi coniugi.
« Chissà Maddie… » si domandò alfine, aggrottando appena la fronte nello spingere ora la propria mente nei riguardi della sua versione più giovane, non di molto sia chiaro, ma comunque quei sette-otto anni che, obiettivamente, avrebbero potuto avere il proprio valore, soprattutto in accordo con un’integrità fisica per lei mai compromessa, non avendo avuto a dover lottare con la propria gemella Rín e, in questo, non essendosi mai vista sfregiare il volto, amputare il braccio o trapassare il ventre dalla sua furia vendicatrice « … immagino che lei, a differenza mia, possa considerarsi ancor fertile. Anche se, essendo comunque una Midda, probabilmente sarebbe meglio evitare di illudersi più di tanto in tal senso. » commentò con una nota di triste amarezza, in quella considerazione che non avrebbe potuto ovviare allora formulare in maniera trasversale addirittura all’idea stessa di multiverso, e a un multiverso nel quale, probabilmente, ben poche altre versioni di se stessa avrebbero potuto riservarsi il ruolo di madre.
venerdì 20 settembre 2019
3039
Avventura
059 - Il volto dietro la maschera
Dal punto di vista proprio dell’ex-equipaggio della Kasta Hamina, la fine di tutto era iniziata senza alcun genere di preavviso.
In viaggio attraverso lo spazio infinito, oltretutto in sfasamento quantistico, in termini nei quali non avrebbero potuto essere raggiunti da nulla, gli uomini e le donne al servizio di Lange Rolamo su erano visti raggiungere, in rapida sequenza, prima da un gruppo di viaggiatori provenienti dal pianeta natale di Midda Bontor e del suo compagno Be’Sihl Ahvn-Qa, loro amici sino a lì sopraggiunti in grazia del passaggio loro offerto da una versione alternativa della sorella della stessa donna guerriero, scopertasi in grado di viaggiare attraverso il multiverso; e, subito dopo, e ancor peggio, da una nave da guerra, non meglio identificata né nel proprio nome, né nella propria appartenenza, la quale, con quieta indifferenza nel merito del loro sfasamento quantistico, era riuscita a renderli bersaglio di una brutale sequenza di colpi di plasma, e colpi di plasma sempre più precisi, e sempre più intensi, che, troppo facilmente, avrebbero potuto distruggere l’esile nave mercantile. Così, per Lange e Duva, altra possibilità non era rimasta se non quella di ricorrere a una soluzione estrema, qual l’abbandono al proprio destino, e al proprio destino di morte, prima, del carico e, subito dopo, della stessa intera nave, separando dalla stessa una sezione preposta a tal scopo, a tal fine, e dirigendosi verso il più prossimo pianeta abitato, sperando lì di potersi salvare, e di poter incontrare il sostegno, il supporto, della popolazione locale, nel confronto con l’atto di pirateria, se non di guerra, che pur era stato loro imposto senza preavviso, o spiegazione, alcuna.
Il quarto pianeta del sistema Leica Merasch, così, era stato selezionato in maniera del tutto casuale qual, semplicemente, il miglior candidato in tal senso. E su quel grande pianeta, popolato soltanto da una piccola colonia facente riferimento alla Corporazione Thonx e, in particolare, alla persona di Fer-Ghas Reehm, Lange e Duva avevano ottenuto il permesso di precipitare, e di precipitare in maniera quanto più possibile controllata. Per quanto controllato possa essere concepito lo schiantarsi brutalmente nel bel mezzo di un vasto deserto, inseguiti da una nave da guerra sol desiderosa di estirparti da ogni piano di realtà.
L’ex-equipaggio della Kasta Hamina, i quattro amici di Midda Bontor provenienti dal suo pianeta natale, una sua versione alternativa di nome Maddie e la sorella di questa di nome Rín, erano stati così obbligati, dall’evolversi degli eventi, a creare un positivo sodalizio, e un sodalizio utile a concedere loro una qualche speranza di sopravvivenza in quel deserto, nel mentre in cui, avendo sempre meno speranza di poter essere soccorsi dalla Corporazione Thonx, si ritrovarono costretti a sperare di riuscire autonomamente a conquistare la via d’uscita da quel vasto deserto e, in ciò, il ritorno a una qualche forma di civiltà. Una conquista, la loro, in opposizione alla quale si ebbero quindi a schierare tre caccia, e tre caccia che non mancarono di riaprire il fuoco contro di loro. Ma tre caccia a bordo dei quali, camuffato dietro alle false sembianze di un tauriano, ebbero allora a ritrovare Pitra Zafral, accusatore dell’omni-governo di Loicare, e loro antico avversario, caduto in disgrazia o, quantomeno, in quei termini che, allor, avrebbero avuto a doversi intendere di disgrazia nel momento in cui una non meglio identificata creatura mutaforma si era sostituita a lui, e a lui si era sostituita non qual azione autonoma, qual conseguenza di una propria quieta iniziativa, quanto e piuttosto in ubbidienza al volere dello stesso omni-governo che tanto a lungo egli aveva servito, e un omni-governo ormai corrotto, purtroppo, dalla medesima storica nemesi per offrire caccia alla quale, cinque anni prima, Midda Bontor aveva lasciato il proprio mondo sulle ali della fenice.
Insomma: a ogni nuova svolta in quella vicenda, e in quella vicenda sulla quale nessuno di loro avrebbe potuto vantare il benché minimo controllo, o la benché minima possibilità di controllo, la questione avrebbe finito necessariamente con il complicarsi, e il complicarsi sempre di più, tirando in giuoco sempre nuovi attori, nessuno dei quali, purtroppo, avrebbe offerto evidenza di voler essere loro realmente d’aiuto.
Così, per quanto sopravvissuti a quei caccia, e, addirittura, in grazia all’intervento di Pitra Zafral, per quanto impossessatisi di quei caccia e utilizzatili per raggiungere la colonia della Corporazione Thonx, i membri di quella sempre più larga squadra non avevano avuto occasione di gioire per il proprio successo, per l’evidenza propria dell’essere sopravvissuti. Ma, al contrario, per così come gli eventi lì in corso avrebbero avuto a testimoniare, si erano ritrovati nuovamente a confronto con una svolta negativa… e una svolta negativa che, in catene, li aveva allor condotti al cospetto dei propri stessi inseguitori, trasferiti a bordo della nave da guerra responsabile della fine della Kasta Hamina.
Lange e Duva, capitano e primo ufficiale, nonché Rula, attuale moglie del primo; Midda, il capo della sicurezza, e la sua famiglia composta dal compagno Be’Sihl e dai figli adottivi Tagae e Liagu; Lys’sh e Ragazzo, il mozzo tuttofare della nave; e ancora Roro, il medico, Mars, il meccanico, e Thaare, la cuoca di bordo: tutti loro erano stati lì trascinati a schierarsi nell’hangar di carico dell’ignota nave, qual un dono offerto da Fer-Ghas Reehm ai propri ospiti, e a quegli ospiti che, evidentemente, non avrebbe avuto interesse alcuno a irritare… non laddove, in caso contrario, troppo facilmente avrebbero potuto cancellare la sua intera colonia, con tutti i propri abitanti.
E ad accoglierli, a rendere loro il giusto omaggio, non fu allora il capitano di quella nave, quanto e piuttosto colui a cui anche il capitano, allora, avrebbe avuto a dover rispondere: l’accusatore Pitra Zafral, dell’omni-governo di Loicare.
« Assolutamente no. » confermò quindi egli, per tutta risposta all’attenzione di Fer-Ghas, richiedendo, con un cenno della mano, agli uomini al proprio servizio, di tradurre quel prezioso carico di prigionieri in una collocazione più adeguata « Di loro, adesso, sarà nostra premura averne cura… non abbia a preoccuparsene, signor Reehm. »
« Direttore Reehm, per cortesia. » puntualizzò il feriniano, scuotendo appena il capo, nel richiedere il riconoscimento del proprio giusto credito, e del proprio ruolo di responsabile della colonia.
« Direttore… certamente! » annuì l’accusatore, accennando un lieve sorriso « E, mi permetta, non posso che essere lieto del fatto che la Corporazione Thonx, che lei rappresenta, abbia spontaneamente deciso di collaborare con l’omni-governo di Loicare, benché i trascorsi non siano sempre stati tanto edificanti fra coloro che oggi, qui, rappresentiamo. » puntualizzò, sgradevolmente mellifluo nei propri toni, nell’essere ben consapevole di quanto, all’atto pratico, non vi sarebbe stata particolare possibilità di alternativa per gli abitanti di quella colonia, al di fuori della cooperazione.
La nave da guerra a comando della quale l’accusatore si ritrovava lì a essere, la Rad Dak-Wosh, pur potendo contare un equipaggio di meno di un migliaio di persone, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual equipaggiata con i più avanzati sistemi propri della tecnologia bellica esistente, per così come la stessa, ormai distrutta, Kasta Hamina aveva avuto occasione di sperimentare a proprie spese.
Tecnologia bellica in grazia alla quale, allora, troppo facile sarebbe stato sterminare senza particolare impegno l’intera popolazione della colonia, sì censibile in meno di un milione di persone, e, ciò nonostante, tutt’altro che preparata per sostenere un simile sconto e, soprattutto, a differenza di quell’intero equipaggio di soldati professionisti, costituita da persone comune, pacifici lavoratori che, in quell’angolo sperduto di universo, non avrebbero desiderato rogna alcuna… non, soprattutto, con il potente e aggressivo omni-governo di Loicare.
« Non che avremmo potuto fare diversamente… » non poté fare a meno di commentare, sottovoce e quasi fra sé e sé, il direttore Reehm, evidentemente tutt’altro che a proprio agio in quella situazione e in quella situazione di costretta sudditanza di fronte all’accusatore.
« No. Certamente no. » scosse il capo Pitra, ancora sorridendo con fare quieto, nella pura e semplice consapevolezza della propria forza, e, in tal senso, della possibilità di concedersi tutta quell’arroganza della quale, allora, stava facendo sfoggio per pura gratificazione personale « Grazie ancora, signor Reehm. »
giovedì 19 settembre 2019
3038
Avventura
059 - Il volto dietro la maschera
A dispetto di quanto qualunque civiltà avrebbe potuto credere sino al giorno in cui il proprio progresso tecnologico non le avesse concesso l’opportunità propria di superare i confini dell’atmosfera del proprio pianeta natale, prima, e i limiti del proprio sistema solare, poi; nessuna specie avrebbe potuto considerarsi unica e irripetibile all’interno dell’infinita e meravigliosa varietà propria dell’universo. E questo, poi, senza ancor prendere in esame l’idea stessa di multiverso, a confronto con il quale, non soltanto la specie, ma anche il singolo individuo avrebbe avuto a vedersi posto in dubbio nella propria unicità.
In una vastità costantemente crescente, e in un numero inconcepibile di lune, di pianeti, di sistemi solari e di galassie, l’universo avrebbe necessariamente avuto a doversi considerare troppo amplio per potersi idealizzare in sola e diretta conseguenza di una singola civiltà, in un singolo pianeta, in un singolo sistema solare, in una singola galassia: infinite civiltà, così, avrebbero avuto a doversi riconoscere esistenti nell’universo, con infinite caratteristiche, con infinite culture, con infiniti credo, ognuno dei quali, generalmente, volta a porle al centro di tutto… almeno sino a quando, nel confronto con l’evidenza di tanta mirabile ricchezza a esse circostanti, soltanto i più stolidi avrebbero potuto ancora perseguire ideali di centralismo e di chiusura mentale verso la realtà a sé circostante, continuando a promuovere l’unicità della propria specie, della propria cultura, a discapito di qualunque altra. Ma se pochi avrebbero fortunatamente potuto essere giudicati coloro tanto stolidi da credere in simili pensieri, pur vero avrebbe avuto a doversi commisurare quella minima percentuale su un numero esorbitante di individui, tal da rendere, altresì e purtroppo, anche quel “pochi” qual “troppi”: troppi razzismi, troppi pregiudizi, troppa xenofobia, alimentata nel grande secondo quegli stessi meccanismi esistenti nel piccolo, ma, nel grande, portando necessariamente a risultati ben più devastanti.
Così, laddove all’interno di quell’angolo di universo, una bizzarra maggioranza di specie umane e ofidiane avrebbero avuto a doversi riconoscere presenti rispetto a ogni altra, forse ineluttabili, nel corso della storia, avevano avuto a presentarsi diversi conflitti, e conflitti su scala planetaria e interplanetaria, fra umani e ofidiani, fra uomini e rettili, con milioni, miliardi di perdite su ambo i fronti, almeno sino al giorno in cui una fragile tregua era stata sancita fra le due specie, nella consapevolezza di quanto, proseguire in tal senso, non avrebbe decretato, alfine, alcun vincitore e alcun vinto… ma, soltanto, morte su entrambi i fronti. Ovviamente una tregua politica non avrebbe mai potuto decretare, a tavolino, il superamento di quegli avversi sentimenti insidiatisi nei cuori delle controparti, e, purtroppo, ancora a lungo quei “pochi” ma pur “troppi” avrebbero continuato a esistere, e a diffondere il germe dell’odio.
A margine dei problemi fra umani e ofidiani, poi, non avrebbe comunque dovuto essere dimenticata tutta l’altra e amplia porzione di specie non umane e non ofidiane che pur, in percentuale inferiore, avrebbero avuto a dover essere riconosciute presenti nell’universo, molte delle quali, invero, ancora sconosciute, e molte delle quali, altresì, già a propria volta diffuse fra gli infiniti spazi siderali. E così ecco presenti i canissiani, i feriniani, i tauriani, gli equidaeani, gli avesiani, i flegetauni e molti, molti altri: alcuni prosperi nella propria diffusione, seppur in misura inferiore a umani e ofidiani, altri praticamente sull’orlo dell’estinzione, ognuno contraddistinto da caratteristiche proprie, da una propria storia, una propria cultura, una propria civiltà, e una civiltà che, a modo proprio, cercava di sopravvivere anche a confronto con l’ineluttabile omologazione conseguente al confronto con l’universo a sé circostante, e quell’universo nel quale, altri, in misura maggiore rispetto a loro, avevano stabilito regole e modi.
Al di là, comunque e tuttavia, di non facili esempi di integrazione, e di reale integrazione tale per cui a nessuno avrebbe potuto importare se qualcuno fosse stato uomo o donna, umano o ofidiano o di qualunque altra specie; nella maggior parte dei casi, gli equipaggi delle navi, così come gli abitanti dei mondi, avrebbero avuto a doversi riconoscere, invero, ancor contraddistinti da un’impronta maggioritaria in favore di una specie piuttosto che dell’altra, avendo a trovare al proprio interno soltanto pochi, rari esemplari di diversa specie, spesso più sopportati che tollerati nell’ipocrisia propria dei loro vicini.
Così anche all’interno di quello che un tempo avrebbe avuto a doversi riconoscere qual l’equipaggio della nave mercantile Kasta Hamina, ormai distrutta, avrebbe avuto purtroppo a valere tale regola, mostrando si un equipaggio mirabilmente eterogeneo nelle umane etnie dei propri componenti, ma, al tempo stesso, spiacevolmente omologato proprio sulla specie umana. E non per chissà quale particolare e ipocrita fatalità, quanto e piuttosto per un’esplicita decisione, in tal senso, di colui che un tempo ne era stato capitano, Lange Rolamo, il quale, per buona parte della propria esistenza, aveva avuto in odio qualunque specie non umana, chimere come avrebbero avuto a definirsi volgarmente nel linguaggio comune, ritenendole responsabili, nella propria generalità, per le colpe di pochi esponenti fra loro, e di quei pochi esponenti, pirati stellari, che, molti anni addietro, lo avevano privato della propria amata sposa, della propria prima moglie, Kasta, e del figlio mai nato. La colpa di pochi, allora, riflessa su miliardi e miliardi di individui unici nell’universo, non aveva permesso a nessun non umano di giungere a bordo della Kasta Hamina per lungo tempo, fino a quando, per lo meno, Duva Nebiria, comproprietaria della nave nonché primo ufficiale, aveva condotto seco, all’interno dell’equipaggio, due nuovi elementi: l’umana Midda Bontor e l’ofidiana Har-Lys’sha.
Ma se già, nei confronti di Midda, Lange non aveva potuto esprimere alcun particolare entusiasmo, pregiudicandola nella propria stessa origine, e in quell’origine che l’avrebbe vista provenire da un mondo lontano nell’universo, e un mondo ancor troppo primitivo per poter avere a confrontarsi con l’infinità propria dello spazio siderale; nei riguardi di Lys’sh, obbligatoriamente, il capitano non avrebbe potuto ovviare a dimostrarsi quantomeno avverso, sebbene ipocritamente moderato nei propri modi, nel proprio operato. Un’ipocrisia, un perbenismo, che, fortunatamente, dopo giorni, settimane, mesi, anni addirittura, di convivenza, aveva altresì veduto l’uomo superare i limiti della propria ristretta mentalità, nulla ritrovando di che colpevolizzare nella cara Lys’sh, e in quella giovane donna che tanto si era sempre impegnata per il bene di tutti a bordo della Kasta Hamina e non solo.
Purtroppo taluni vecchi vizi, certe vecchie abitudini, avrebbero avuto a doversi riconoscere dure a scomparire. Ragione per la quale, invero, non semplice, ma ancor più, fu per lo stesso Lange Rolamo precipitare nuovamente in tutto il proprio più profondo pregiudizio nel momento in cui, a causa dei feriniani della Corporazione Thonx, vide se stesso, e tutto il proprio equipaggio traditi… e consegnati agli stessi nemici che, nei giorni precedenti, avevano offerto loro la caccia, finanche a condurre alla distruzione della stessa Kasta Hamina, nonché, nel suo caso particolare, alla perdita immediata del proprio arto superiore mancino, e anche e purtroppo, dopo qualche giorno, del proprio occhio destro.
« Luridi schifosi figli di un gatto tignoso… » sbraitò Lange, sputando metaforicamente rabbia e veleno insieme a quelle parole, in termini tali per cui, se soltanto la sua voce avrebbe potuto uccidere, certamente lì sarebbe stata commessa una vera e propria strage, e una strage a discapito di quei maledetti incroci fra uomini e felini che, allora, li stavano in tal modo tradendo, e consegnando, in catene, ai propri antagonisti, e a un fato che, certamente, non avrebbe avuto a fraintendersi in loro favore « … le vostre madri avrebbero dovuto strozzarvi con i vostri stessi cordoni ombelicali appena siete nati, allorché permettere alla vostra schifosa specie di melliflui traditori di sopravvivere ancora un giorno! » insistette, vomitando tutta quell’ira funesta, e pur, purtroppo, forse e persino giustificata in quel momento, seppur non nella propria generalizzazione, quantomeno nell’individualità dei loro traditori « Maledetti, maledetti voi e tutta la vostra dannata progenie! Animali… animali sembrate, e animali siete… e come dei maledetti gatti tignosi infestate gli angoli più oscuri di questa galassia, nutrendovi degli scarti della nostra società! Fate le fusa, quando vi conviene… salvo poi voltare lo sguardo stizziti e graffiare la stessa mano sino a un attimo prima tesa ad aiutarvi! » continuò, giuocando attorno all’ovvio paragone fra i feriniani e i gatti per cercare occasione di offenderli, nulla avendoli a voler considerare più di semplici bestie randagie « Che voi siate tutti maledetti… avete tradito coloro che vi avevano chiesto asilo! E nessuna colpa più grande di questa potrebbe ma… »
« Dobbiamo veramente tollerare ancora a lungo tutto questo?! » domandò, non senza una certa irritazione, Fer-Ghas Reehm, arricciando appena le labbra, o quanto corrispondente alle labbra su quel volto felino, a dimostrare tutta propria mal sopportazione nei riguardi di quelle sgradevoli parole.
Iscriviti a:
Post (Atom)