11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

lunedì 25 ottobre 2021

3804

 

Quando il grido d’allarme ebbe alfine a levarsi, attirando l’attenzione della Progenie della Fenice sull’inattesa invasione di non morti che stavano allor subendo, Howe e Lys’sh avrebbero avuto a doversi riconoscere già a quieta distanza di sicurezza da quell’area, in silenziosa progressione discendente alla ricerca del proprio obiettivo, alla ricerca di Midda Bontor.
Al di là del potenzialmente letale fraintendimento occorso fra loro, e tale da proiettare il disgraziato mercenario dritto in una fossa colma di zombie; la tattica individuata dalla giovane ofidiana non avrebbe avuto a doversi condannare qual del tutto sbagliata. Al contrario. Nell’aver individuato quella possibilità di accesso al covo di quel gruppo di fanatici potenziali genocidi attraverso quella particolare via, quello specifico percorso, infatti, Har-Lys’sha aveva offerto loro anche quell’utile diversivo a confronto con il quale l’attenzione e l’interesse dei loro antagonisti avrebbe avuto a dover necessariamente essere rivolto in direzione degli zombie, e di quegli zombie che, malgrado tutto, non erano poi così indiscutibilmente asserviti loro o, in effetti, non vi sarebbe stata giustificazione utile a spiegare il perché di morti recenti frammischiati fra quelli più antichi.
Insomma: non tutto il male aveva finito per nuocere e, anzi, a conti fatti, quegli zombie sarebbero stati, in tal maniera, decisamente utili a distrarre i padroni di casa, vedendo così l’ago della bilancia pendere decisamente in favore di Lys’sh, con buona pace di ogni possibile recriminazione da parte di Howe.

« Chi ha dato l’allarme...?! » domandò una donna, correndo rapida a risalire le scale e incrociando, in tal maniera, un’altra coppia di uomini, provenienti da una diversa direzione e diretti, comunque, a risalire, alla ricerca del proprio obiettivo « Che cosa sta succedendo...?! »
« Non lo sappiamo... ma veniva dal livello superiore. » replicò uno degli stessi, indicando in tal senso la necessità di continuare a risalire.

L’unica attenzione che stava così venendo richiesta loro avrebbe avuto a dover essere riconosciuta quella atta a ovviare a incrociare il cammino delle guardie in fibrillazione nella necessità di comprendere cosa potesse essere accaduto. Ma tale impegno, in effetti, non avrebbe avuto a dover essere frainteso particolarmente oneroso, soprattutto a confronto con la soddisfazione derivante dalla consapevolezza di essere responsabili di tanto fermento, e, ciò non di meno, di star allor passando del tutto inosservati, quasi non avessero neppure a essere lì presenti.
Ben minimo, in fondo, avrebbe avuto a dover essere considerato lo sforzo loro necessario per ovviare a incrociare i loro avversari, soprattutto in grazia agli affinati sensi di Lys’sh che non avrebbero mancato di concedere loro amplio margine di manovra, in termini di tempo e, anche, di spazio, per selezionare gli angoli, gli anfratti, o, addirittura, le porte, dietro alle quali andare a infilarsi, senza, in tal senso, correre il benché minimo rischio...

“Su, su... salite a vedere che bello scherzetto vi abbiamo combinato.” sorrise Howe, trattenendosi a stento dal ridacchiare a confronto con tutta l’agitazione dei loro antagonisti “E, anzi, chiamate pure altri rinforzi, se lo riterrete utile... così che, alla fine, non abbia a restare alcuno a disturbarci, nel momento in cui vi porteremo via Midda da sotto al naso.”

Ritrovarsi impegnato in una simile missione accanto a una figura qual quella di Lys’sh, per il mercenario di origine shar’tiagha non avrebbe potuto che avere a doversi intendere qual una straordinaria pacchia, in termini tali per cui, obiettivamente, difficile sarebbe stato riuscire a ricordare come fosse stato possibile, in passato, avere a vivere e, soprattutto, ad affrontare quelle disfide, senza di lei al proprio fianco. A onor del vero, addirittura, ella stava persino rendendo troppo semplice il loro progresso all’interno dei quella struttura sconosciuta, in termini tali da rischiare di impigrirlo non poco, nel servirgli senza sforzo alcuno, almeno per lui, tutte le indicazioni utili a orientarsi al meglio e a difendersi da ogni pericolo che, ragionevolmente, avrebbe potuto celarsi all’interno di quell’ambiente per loro intrinsecamente ostile.

“Per Lohr... stiamo scendendo parecchio.” non poté fare a meno di osservare nel momento in cui Lys’sh ebbe a guidarlo a una nuova rampa di scale, e a una nuova rampa di scale ancora una volta discendente.

Se lo stile architettonico proprio della cripta nella quale, tre lustri addietro, Howe, suo fratello Be’Wahr, la splendida Carsa Anloch e la stessa Midda Bontor si erano andati a infilare, alla ricerca della via di accesso al percorso che li avrebbe condotti sino alla corona perduta della regina Anmel, avrebbe avuto a doversi riconoscere degno di un grande signore, con una ricercatezza nelle proprie forme e nei propri materiali decisamente rara; quel più amplio e strutturato sotterraneo nel quale, ora, lui e Lys’sh si stavano avventurando, non avrebbe avuto a poter essere minimamente posto in paragone con l’altro sotto un tale punto di vista, apparendo nulla di più di una scarna serie di corridoi e scalinate ricavati a livelli stratificati sotto il livello del suolo. Ciò non di meno, benché, per l’appunto, l’estetica di quella zona non avrebbe avuto a potersi riservar vanto alcuno; la concreta complessità di quel dedalo sotterraneo non avrebbe potuto mancare di suscitare qualche giusto motivo di apprezzamento da parte loro, spingendosi a porsi necessarie domande nel merito dell’effettiva origine di quel luogo e di quel luogo che, fatta eccezione per gli zombie che loro stessi avevano lì condotto, non avrebbe avuto ad apparire effettivamente qual un’area sepolcrale.
Possibile che anche tutta quella struttura, in origine, avesse a doversi considerare una tomba? Ma se così fosse effettivamente stata, e sottintendendo a margine di ciò un notevole lavoro di bonifica da parte della medesima Progenie della Fenice, per quale ragione sarebbe stato necessario scavare e creare tanto al di sotto della Citta della Pace? Perché per quel luogo non era stato sufficiente agire come nel resto di quella necropoli, limitando il proprio intervento a un solo sotterraneo, a un solo livello, allorché andare a impegnarsi in qualcosa di così monumentale...?!
Possibile, quindi, che, a differenza del resto della città, quella struttura sotterranea non avesse a doversi ricondurre all’idea di un’area cimiteriale? Ma se così fosse effettivamente stata, per quale ragione avere a scegliere proprio quel luogo maledetto per realizzare tanto? Forse, anche in questo caso, dietro a tutto ciò avrebbe avuto a doversi intendere l’impegno proprio della Progenie della Fenice, e un impegno, ovviamente, non attribuibile agli attuale occupanti di quell’area, quanto e piuttosto ai loro predecessori, e a predecessori vissuti in una qualche epoca lontana.

“Non so perché, ma ho l’impressione che faremmo meglio a restare qui sotto il meno possibile...” argomentò nell’intimo dei propri pensieri, desiderando avere a condividere tale riflessione con la propria compagna e, ciò non di meno, non azzardandosi a prendere voce, non tanto per non rischiare di essere scoperti, quanto e piuttosto per non avere a disturbarla nel proprio impegno, e in quell’impegno allor posto a permettere loro di attraversare tutto ciò nella maniera più rapida e discreta possibile “Qualunque ragione possa averli spinti a scavare tanto in profondità, certamente non deve avere a considerarsi nulla di buono per nessuno al mondo... e soprattutto per noi.”

Dovevano trovare Midda il prima possibile. E, in grazia agli dei tutti, la presenza di Lys’sh avrebbe semplificato loro parecchio tale compito, permettendo di giungere dritti a lei senza vagare inutilmente attraverso quell’infinità di corridoi e stanze, nelle quali troppo semplice sarebbe allor stato perdersi.

« Fermo! » sussurrò all’improvviso la giovane ofidiana, violando il silenzio nella quale si era chiusa sino ad allora, in termini tali per cui non poté ovviare a risultare equivalente a un vero e proprio grido d’allarme all’attenzione del suo compagno.

domenica 24 ottobre 2021

3803

 

A prima vista Orzloh Nevsit avrebbe potuto essere considerato un giovane ventenne come tanti altri. E, a conti fatti, Orzloh Nevsit era un giovane ventenne come tanti altri.
A rendere speciale Orzloh Nevsit anche innanzi al proprio stesso giudizio avrebbe avuto a dover essere intesa la sua appartenenza alla Progenie della Fenice. In un diritto, o forse un dovere, che tuttavia egli non aveva “meritato”, quanto e piuttosto “ereditato” dai propri genitori, così come loro lo avevano ereditato a propria volta dai loro genitori, in una lunga linea di sangue l’origine della quale avrebbe avuto a perdersi nella Storia.
Orzloh Nevsit era fiero di appartenente alla Progenie della Fenice. Non avrebbe potuto essere altrimenti, in verità. Sin da quando era nato, Orzloh Nevsit era stato cresciuto nel rispetto della dottrina della Progenie della Fenice, plasmando la propria visione del mondo su quella propria della Progenie della Fenice e null’altro ritrovando ragione di concepire al di fuori di ciò. Anche perché, se pur qualcuno l’avrebbe potuto considerare una sorta di fanatico religioso, Orzloh Nevsit era certo di non esserlo.
Così come lo erano stati i suoi genitori prima di lui, e i loro genitori ancor prima, e così come, alla fenice piacendo, un giorno lo sarebbero stati anche i suoi figli, e i figli dei suoi figli, quanto Orzloh Nevsit era altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non un combattente. E un combattente animato da una giusta causa. Giusta quanto avrebbe sol potuto esserlo la difesa dell’intero Creato dalla minaccia di Anmel Mal Toise, e di qualunque suo oscuro seguace.
Quanto, tuttavia, distingueva Orzloh Nevsit dai suoi genitori, e dei loro genitori ancor prima, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il contesto storico. E un contesto storico che proprio allo stesso Orzloh Nevsit aveva riservato la sventurata occasione di coesistere con Midda Namile Bontor... con colei che, nella propria incommensurabile stolidità, aveva reclamato il retaggio della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, diventando l’Erede di Anmel Mal Toise, la nuova Regina.
Pochi, pochissimi, prima di quella donna, e di quell’insopportabile donna, erano stati in grado di rintracciare il luogo ove la Progenie della Fenice aveva celato la corona di Anmel Mal Toise. E nessuno, prima di quella donna, e di quell’assurda donna, era stato in grado di superare le improbe prove atte a permettere di conquistare quel tesoro e il suo retaggio.
Indubbio, in tal senso, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quanto Midda Namile Bontor fosse stata in grado di cogliere in contropiede la Progenie della Fenice. Forse, se soltanto i secoli non avessero offerto l’erronea impressione che la questione con Anmel Mal Toise potesse essere stata del tutto archiviata, essi avrebbero avuto a riservarsi maggiore premura nel prevenire il sorgere di un Erede. Ma, obiettivamente, di tutta la sua linea di sangue, Orzloh Nevsit era stato il primo a essere effettivamente richiamato alle armi, dopo che, per secoli, millenni addirittura, la medesima appartenenza alla Progenie della Fenice era parsa divenire più una questione di effimera morale anziché di concreta pratica.
Midda Namile Bontor, tuttavia, aveva completamente rovesciato ogni equilibrio precedentemente venutosi a creare, ogni falso senso di sicurezza che il tempo aveva voluto imporre loro, imponendo alla Progenie della Fenice di ridestarsi prepotentemente dal proprio sonno, di riorganizzarsi, e di tornare, ancora una volta, a schierarsi per la difesa del Creato nel confronto con quella devastante minaccia.
Così era stato anche per Orzloh Nevsit. Il quale, ritrovatosi costretto ad abbandonare la bottega del falegname nel quale stava apprendendo abilmente un mestiere, e un mestiere che lo avrebbe portato un giorno a sperare di aprire una propria bottega, aveva dovuto imbracciare le armi tramandate di padre in figlio dalla notte dei tempi sino a lui, nel momento in cui sul lato sinistro del suo petto, in corrispondenza del suo cuore, era improvvisamente apparso il marchio della fenice, ed era apparso accompagnato da un dolore lancinante, e il dolore che avrebbe potuto essere per lui proprio nel momento in cui tale immagine gli fosse stata impressa a fuoco nelle carni, benché nessun ferro rovente gli fosse mai stato rivolto contro. Tale era il segnale. Tale era il richiamo utile a convocare alla guerra tutti i membri della Progenie della Fenice, ovunque sparsi nel mondo. E, ubbidendo a tal richiamo, Orzloh Nevsit aveva abbandonato la vita che pur stava cercando di costruirsi per rispondere a quel dovere, a quella missione voluta da una forza superiore persino a quella degli dei tutti.
In quei giorni, Orzloh Nevsit, come tutti i compagni e le compagne dei quali si era ritrovato a essere circondato, in una nuova, straordinaria famiglia, non avrebbe potuto che riconoscersi necessariamente confuso nel merito di quanto stesse succedendo. Perché se da un lato l’euforia non avrebbe potuto che contraddistinguere il successo da loro riportato nel catturare, alfine, l’Erede, e nel condurla sino a lì, dall’altro nessuno di loro avrebbe potuto comprendere le ragioni per le quali ella non stava venendo sigillata per i secoli a venire, per così come, in fondo, tutti loro erano certi sarebbe avvenuto, unica, giusta conclusione per quella già sufficientemente spiacevole vicenda.
Certo: Orzloh Nevsit non aveva mai avuto nulla a che fare, direttamente, con Midda Bontor, ragione per la quale difficile sarebbe stato presumere che ella potesse meritare la morte innanzi al suo giudizio.
Ma laddove ella era l’Erede, quale altro fato avrebbe mai potuto confarle?! Non erano forse sufficienti i danni che ella aveva già prodotto sino a quel momento, nel riversare nel mondo dei vivi una nuova schiera di non morti e di non morti quali mai si erano veduti in passato?! Non era forse sufficiente il controllo che ella aveva già assunto sulla città di Kriarya e, in parte, su quella di Lysiath, elevandosi a furor di popolo a quel ruolo di regina già proprio della sua predecessora?! Cos’altro avrebbe avuto a servire loro per decidere di condannarla...?
Eppure i loro capi avevano giudicato necessario attendere. Avevano voluto concedersi la possibilità di dialogare con lei, con l’Erede in persona. E a Orzloh Nevsit, così come a tutti i suoi compagni e compagne, null’altro avrebbe potuto essere allor concesso di fare se non dimostrare pazienza, attendendo l’evolversi di quella situazione.
Sperando che nulla, tuttavia, avesse a riservare loro ragione di pentimento per quella scelta...

« Uhm...?! »

Ad attrarre l’attenzione di Orzloh Nevsit, in quella giornata come altre, fu un suono sordo, simile alla caduta di qualcosa di pesante su un suolo morbido, qual del resto era, in molti punti, il pavimento in terra battuta sotto i loro piedi, in quel complesso sotterraneo.
Egli non avrebbe potuto considerarsi certo di aver udito effettivamente quel suono. Ciò non di meno, e nell’assenza di alternative migliori con le quali avere a occupare il proprio tempo, decise di indagare nel merito di ciò, muovendosi quindi con attenzione a comprendere cosa mai potesse aver generato un simile tonfo. E se nei corridoi nulla apparve evidente, là dove, fra l’altro, i pavimenti in pietra difficilmente avrebbero potuto giustificare quanto da lui allor udito; più probabile avrebbe avuto a dover essere intesa l’origine di tale suono da una delle varie stanzette laterali, per lo più, a quel livello superiore, lasciate comunque vuote o adibite a estemporanei magazzini, per il parcheggio di quanto, pur, destinato a essere stoccato più in basso.
Fu proprio nel muovere il proprio interesse verso tali zone che, allora, egli ebbe occasione di cogliere una più che corretta ragione per gridare l’allarme. E di coglierla nella presenza tutt’altro che piacevole, di un branco di non morti, e di un branco di non morti spuntati da chissà dove ma, improvvisamente, presenti all’interno della loro area, e di quell’area che già tanto sforzo aveva valso loro in passato per essere bonificata da simile, negromantica, piaga.

« Alle armi! Alle armi! » urlò pertanto, per richiamare l’attenzione di chiunque potesse udirlo, nel mentre in cui, senza indugio alcuno, ebbe a sfoderare la propria spada « Fratelli e sorelle della Progenie... a me! »

sabato 23 ottobre 2021

3802

 

Har-Lys’sha non avrebbe potuto asserire di possedere, in fede, alcuna particolare motivazione per porsi in antagonismo a quei non morti. Ella non aveva avuto con loro alcun rapporto quando erano in vita, né mai avrebbe potuto averne nel considerare le diverse epoche nel corso delle quali erano vissuti. Ed ella non avrebbe potuto neppure disapprovarne l’esistenza allo stato attuale delle cose, avendo, a buon titolo, persino a trovare gradevole la loro quieta presenza, rispetto alla maggior parte delle altre creature e, più in generale, alla maggior parte delle civiltà.
Per chi dotata come lei di un sensibilissimo udito, in fondo, qualunque genere di aggregazione civilizzata non avrebbe potuto ovviare a sottoporla a una difficile prova di sopportazione, e una prova di sopportazione che, in fondo, ella si era abituata ad affrontare sin dalla propria più tenera età, al pari di qualunque ofidiano, o feriniano, o canissiano... o altro esponente di diversa specie contraddistinta da un eguale sensibilità uditiva. E se già abbandonare i mondo fra le stelle, nei quali era nata e cresciuta, in favore di quella realtà così primitiva era stato indubbiamente utile a rimuovere da quell’assordante equazione molto frastuono, anche in quel mondo, anche nelle sue città, non avrebbe potuto mancare ragione di che scoprirsi stanca e provata. Ma in quella necropoli, e in quella necropoli predominata dalla morte e, soprattutto, dai non morti, ella non avrebbe potuto che scoprirsi piacevolmente rasserenata, e rasserenata dal silenzio a lei circostante, e quel silenzio finalmente realmente riconoscibile in quanto tale. In ciò, quindi, ella non avrebbe avuto a poter muovere alcuna personale accusa a discapito di quelle presenze, e di quelle presenze che, sotto molteplici aspetti, avrebbero avuto quindi a doversi intendere persino più gradite rispetto agli uomini e alle donne della Progenie della Fenice.
Proprio malgrado, però, in quel particolare momento, in quel particolare contesto, anch’ella non avrebbe potuto ovviare a muovere le proprie armi in contrasto a quegli zombie, riversando contro tutta la propria più genuina violenza nella necessità di aprire la via innanzi a sé. Una sfida, comunque, impari, quella in siffatta maniera formulata, a confronto con la quale ella non avrebbe mai potuto avere a concedersi possibilità di sconfitta, a meno di qualche improbabile errore, fosse anche e soltanto per la differenza di velocità fra gli uni e l’altra. Una lentezza, quella intrinsecamente propria degli zombie, che già avrebbe potuto facilitare la vita di qualunque antagonista umano e che, innanzi a un’ofidiana non avrebbe potuto che risultare a dir poco intollerabile. E a ben vedere, anzi, se soltanto ella non avesse avuto a doversi preoccupare anche allo scopo di liberare la via al proprio amato Howe, forse avrebbe potuto anche pensare di scivolare impunemente fra quelle creature, sospingendosi al proprio obiettivo senza colpo ferire.
La propria premura verso il proprio compagno d’armi, comunque, non avrebbe avuto a doversi riconoscere sol limitata al non risparmiare allora i propri colpi a discapito dei loro estemporanei antagonisti, quanto e piuttosto a premurarsi costantemente di non averlo a lasciare troppo indietro rispetto a sé, là dove, in quell’oscurità, ella ne era consapevole, egli non avrebbe più potuto avere alcuna possibilità di orientarsi. E così, allorché raggiungere nel minor tempo possibile la propria metà, ella non mancò di accertarsi, costantemente, che Howe fosse dietro di lei, rallentando quando necessario in termini utili da ridurre la propria efficacia ed efficienza combattiva a livelli adeguati a quelli dell’uomo da lei comunque amato, impegnandosi, in ciò, a non lasciarlo trasparire, per così come era certa che, altrimenti, avrebbe rappresentato un duro colpo per il di lui amor proprio.

« Siamo arrivati. » comunicò alfine, raggiungendo il muro da lei individuato come potenziale via di accesso ai sotterranei controllati dalla Progenie della Fenice.
« Dove... di grazia?! » domandò Howe, non riuscendo a comprendere quanto ella desiderasse allor intendere e non desiderando neppure avere più a consentire troppi sottintesi fra loro, a confronto con l’evidenza del risultato degli ultimi.
« Dobbiamo abbattere la parete davanti a noi. » spiegò quindi, sempre e soltanto in un alito di voce « Non potremo evitare di fare rumore, ma una volta aperto il passaggio, anche gli zombie si riverseranno lì dentro e la Progenie della Fenice sarà troppo impegnata con loro per avere a interessarsi di noi, non sapendo neppure della nostra esistenza. »

Una tattica sicuramente ardita, quella così elaborata dalla giovane donna rettile, a confronto con la quale, certamente, sarebbe stato ormai tardi ipotizzare di ritirarsi. Tuttavia, in assenza di alternative migliori, anche quell’idea ardita avrebbe avuto il proprio indubbio valore innanzi al giudizio di Howe, il quale, dopotutto, qual vecchi compagno d’armi di Midda Namile Bontor non avrebbe potuto certamente negare di essersi dovuto impegnare in molte, altre, egualmente ardite tattiche, e tattiche in grazia alle quali non aveva mai mancato di riportare a casa la propria pellaccia brunita.
Per questa ragione, quindi, egli non ebbe a sollevare alcuna obiezione innanzi a tutto ciò, benché, a conti fatti, la via individuata da Lys’sh avesse a doversi intendere tutt’altro che diretta per conseguire i propri scopi. E con buona pace di ogni prudenza, ebbe a schierarsi accanto all’amata, pronto a compiere quanto sarebbe stato necessario.

« Vado...?! » domandò egli, appoggiando il palmo della propria sinistra sulla parete innanzi a loro.

E Lys’sh, che ben conosceva le potenzialità dell’amato e, soprattutto, ben aveva compreso lo spessore di quella parete e la resistenza che essa avrebbe potuto offrire alla di lui sollecitazione, tenendone accuratamente conto in quella che non avrebbe avuto di certo a doversi fraintendere qual una scelta potenzialmente suicida a loro discapito; si limitò inizialmente soltanto ad annuire, salvo poi rendersi conto di quanto quel suo gesto non avrebbe potuto che passare inosservato alla di lui attenzione, spingendola a una soluzione decisamente più diretta...

« Vai! » confermò verbalmente.

Il braccio sinistro di Howe, o, per lo meno, quello con il quale egli era nato e cresciuto, gli era stato negato diversi anni prima a opera della crudeltà di Nissa. Ciò non di meno, chiunque in quel momento avesse avuto occasione di osservarlo, non avrebbe avuto possibilità di comprendere quanto accaduto, di cogliere l’evidenza di quella mutilazione, là dove, se qualcosa di buono egli aveva riportato dal proprio breve viaggio nelle vastità siderali, tale avrebbe avuto a dover essere intesa una protesi di ultima generazione: non un braccio da lavoro, come quello che, al contrario, Midda Bontor aveva preferito mantenere, dopo esserselo visto impiantare all’interno di un carcere come strumento utile a garantire la sua efficienza ai lavori forzati; quanto e piuttosto una fedele replica meccanica dell’arto perduto, il movimento della quale era sì garantito da piccoli servomotori alimentati da un nucleo all’idrargirio al pari di quelli della Figlia di Marr’Mahew, ma che, nella propria superficie esterna era stata ricoperta di un tessuto artificiale in tutto e per tutto assimilabile alla pelle umana, tanto da un punto di vista passivo, quanto e ancor più da un punto di vista attivo. Un surrogato perfetto del suo perduto arto, quindi, che gli aveva restituito la propria piena indipendenza, oltre che tutta la propria integrità fisica, in termini incontrovertibilmente piacevoli e, per l’appunto, addirittura migliori a confronto con quelli ricercati dalla propria vecchia amica per se stessa. Ovviamente, la differenza fra il suo arto e quello di Midda, avrebbe avuto a dover essere inteso anche dal punto di vista delle prestazioni e delle prestazioni in termini di forza: forza, quella della donna guerriero, che in grazia a tale protesi era cresciuta in maniera smisurata, ma che, al contrario, per lui era rimasta quasi normale...
... quasi laddove, comunque, in momenti di necessità, egli avrebbe potuto concedersi occasione di sollecitare in maniera maggiore i propri servomotori, per garantirgli quella spinta in più necessaria, a esempio, a far crollare un antico muro di pietra.