Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
News & Comunicazioni
E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
mercoledì 18 marzo 2009
433
Avventura
011 - La sposa del sultano
Solo a notte ormai inoltrata, quando su tutti, nobili e servi che essi potessero essere, il sonno avrebbe dovuto imperare, il secondo scontro, non meno combattuto rispetto al precedente, trovò conclusione. Nel mezzo dello stesso, ovviamente, non erano mancate diverse e necessarie pause, quale quella che aveva richiamato entrambe le contendenti verso la cena, servita collettivamente come usanza dell'harem, ma in ciò il gioco non aveva subito alcun danno, non si era ritrovato leso nel proprio sviluppo, ritrovandosi al contrario ad essere anche più combattuto laddove nel corso di ognuna di quelle soste obbligatorie entrambe non mancarono di riflettere intimamente su molteplici possibili sviluppi alternativi delle situazioni rimaste in sospeso, prendendo nota mentale di ogni schema a loro disposizione allo scopo di tentare di anticipare le mosse dell'avversaria, costringendola all'interno di complicate trappole per ottenere la vittoria.
A lume di una lampada ad olio, la cui luce si premurarono non avrebbe dovuto sfuggire oltre il perimetro della tenda, fu la vittoria finale della Figlia di Marr'Mahew, impostasi nuovamente sulla propria avversaria divenuta compagna, sull'antagonista ormai camerata.
« Non avrei mai immaginato che dietro alle sembianze di una serva potesse celarsi tale bravura, soprattutto in un gioco tanto complesso… » commentò la giovane, mantenendo un tono contenuto per evitare di poter attirare attenzioni indiscrete da parte delle ronde notturne.
« Spero che tale sia stata una piacevole sorpresa. » replicò con tono sornione la donna guerriero, iniziando a ridisporre con cura i pezzi all'interno della scacchiera, per evitare che qualcuno fra essi potesse andare inavvertitamente perduto.
« Assolutamente… M'Aydah. » rispose annuendo e ripetendo con particolare enfasi il nome dell'interlocutrice, a voler sottolineare, forse inconsciamente, l'importanza di una tale confidenza espressiva « Credi che io possa essere onesta, confidando nella tua discrezione? »
« La mia vita è posta al tuo servizio, mia signora… Nass'Hya. » si corresse, simulando una difficoltà a violare il protocollo esistente fra loro, soprattutto al termine della partita, quasi essa avesse precedentemente eliminato la distanza sociale pur esistente fra loro e che difficilmente sarebbe potuta essere ignorata con naturalezza « Anche laddove tu decidessi di pormi al corrente di gravi offese agli dei, ancor peggiore sarebbe la punizione che mi attenderebbe se io mai violassi il vincolo di fedeltà che a te mi lega. Probabilmente morrei ancor prima che qualsiasi punizione potesse a te giungere in tal senso… »
« Non era questo che desideravo sapere. » sottolineò la principessa, scuotendo il capo « Però lo considererò sufficiente, almeno per ora. »
Midda restò in silenzio, ora attendendo l'inevitabile proseguo: proprio in dialoghi quali quello in corso, si poneva per lei una difficoltà superiore a quanto mai il chaturaji avrebbe altrimenti potuto concederle, nel dover riuscire a mantenere coerenza con il proprio ruolo, con la maschera posta ancor più metaforicamente che fisicamente a coprirne la vera natura.
« Giungendo in questo harem mi ero rassegnata all'inevitabile fato di non poter trovare alcuna occasione per sfuggire al tedio, nella sua concezione più pura ed assoluta. » continuò l'altra, con tranquillità « Non sento di aver nulla a che fare con questa realtà, con le ambizioni che probabilmente contraddistinguono tutte le altre mie coetanee qui richiuse. Ciò nonostante, nella tua presenza, non posso evitare di considerare come gli dei mi abbiano voluto concedere una possibilità di evasione, una speranza di superare tutto questo… »
Alla prima partita, così, molte furono quelle che seguirono, non solo nel corso della giornata successiva, ma anche in quelle ancora seguenti, impegnando le settimane che ancora le dividevano dall'inverno sempre più prossimo. Il gioco fu, per la mercenaria, la chiave utile e necessaria per entrare in confidenza con la principessa, superando quotidianamente, nel corso di quell'esperienza, di quel conflitto ludico, ogni diversità esistente fra loro, nel ceto, nel ruolo, nel carattere, e ponendole, semplicemente, quali due donne. Ed anche Nass'Hya, nonostante il proprio pessimo esordio offerto, benché inizialmente non avesse proposto un'immagine positiva di sé, confermò ad ogni occasione di essere una giocatrice impeccabile, capace di vincere e, soprattutto, di perdere con correttezza e lealtà, senza incedere nell'ira laddove sconfitta o nell'esaltazione personale in caso contrario: una dote tutt'altro che scontata, decisamente non banale e non consueta, che rese oggettivamente piacevole, per la donna guerriero, il confronto con la stessa dove altrimenti sarebbe potuto essere comunque avvilente.
L'impressione di equilibrio emersa nel corso della loro prima partita, dal loro scontro d'esordio, sembrò trovare conferma ad ogni nuova sfida: la giovane e la donna, in verità, si rivelarono essere, l'una nei confronti dell'altra, in una situazione di incredibile parità, tale da rendere ogni nuova occasione di gioco sempre coinvolgente, appassionante, mai prevedibile nella propria conclusione. Una sfida intensa, quella che Midda poté ottenere in quei giorni, tale da permetterle di superare il tedio accumulato fino ad allora: quel genere di missioni non erano sicuramente da considerarsi quali consone al suo carattere, ed il ritrovare la possibilità di mettere alla prova la propria abilità strategica, il proprio intelletto, con un'avversaria degna di lei, non avrebbe potuto che essere considerato quale un beneficio inatteso. Così, come già per la principessa, nelle parole da lei stessa pronunciate durate la notte della loro prima partita, fu grazie a quell'inattendibile occasione di gioco che anch'ella ebbe occasione, modo, di non considerare quel tempo quale assolutamente sprecato, quelle settimane come gettate al vento nell'attesa, troppo lunga, del momento propizio a portare a termine la propria missione, guadagnandosi la possibilità di fare ritorno a incarichi a lei più consoni.
« Nass'Hya… » esordì, sottovoce, durante lo svolgimento di una partita, interrompendo il proprio stesso turno di gioco nella volontà di rivolgerle parola, pur proponendosi apparentemente incerta sulla possibilità di farlo, del diritto a procedere in tal senso.
« Esprimiti. » commentò la principessa, levando il proprio intenso sguardo di tenebra verso quello di ghiaccio della propria serva, tutt'altro che deplorandola per quell'iniziativa.
« Una curiosità si è posta nella mia mente fin dai nostri primi confronti… » riprese, così spronata, la mercenaria, desiderosa di meglio sondare il terreno per pianificare le proprie future possibilità di movimento, e non in riferimento al gioco « Una frase da te pronunciata, simile ad un seme, ha trovato in me fertile terreno nel quale radicarsi e con il passare del tempo ormai la pianta da esso nata è cresciuta al punto tale da non permettermi più di trattenere la mia sete di conoscenza… nella speranza che non ti sia sgradita. »
« Non tergiversare vanamente in questo modo, M'Aydah. » la rimproverò con tono quasi dolce verso di lei, sempre intenerita di fronte all'imbarazzo che Midda non mancava di offrirle nel proprio ruolo di serva per tutto ciò che da esso avesse esulato « Non vedo ragioni per le quali una curiosità meriti tanto patimento. »
« Perché… sei qui? » domandò la mercenaria, pertanto, proponendo la propria domanda in maniera diretta nel dimostrare la volontà di non indugiare ulteriormente, laddove in alternativa forse non sarebbe più stata in grado di proseguire nel proprio intento.
« Se non ti fosse chiaro, mi diverte giocare con te. » le ripeté, con serenità « Preferisco in ciò trascorrere il mio tempo libero impegnando il mio intelletto nel chaturaji piuttosto che nelle conversazioni prive di ogni contenuto che mi potrebbero essere offerte altrove… »
Midda annui in silenzio, indugiando poi nel tornare con la propria attenzione al piano di gioco, quasi come se la questione non si fosse ancora conclusa. Dove la controparte fosse giunta da sola a comprendere il reale significato della questione offerta, avrebbe avuto spontanea risposta ed, in ciò, avrebbe avuto occasione di comprendere in quali vie poter proseguire: altrimenti, nel non voler forzare gli eventi, non avrebbe potuto fare altro che, semplicemente, rimandare al futuro il chiarimento a tal riguardo.
« Aspetta… » la bloccò la principessa, ponendo la propria mano sulla sua prima che un'ulteriore mossa potesse essere portata a termine sulla scacchiera « La tua curiosità volgeva a ben altro scopo, termine… non è forse vero? »
martedì 17 marzo 2009
432
Avventura
011 - La sposa del sultano
L'affermazione della donna guerriero, in merito alla malinconia del tempo trascorso dalla propria ultima partita, non si era proposta quale falsa, nonostante l'efficace trappola improvvisamente orchestrata: pur essendo esso uno fra i suoi giochi preferiti, da anni ella non si riusciva a concedere la possibilità di tornare a sedersi ad uno dei quattro lati della scacchiera, gettando i dadi ed intessendo più o meno complicate strategie per imporsi sui propri avversari. In un giusto rapporto fra sorte, dettata dal lancio stesso dei dadi, richiesto e necessario alla scelta di quale pezzo dover porre in movimento, volente o nolente, ed abilità, nella scelta di infinite combinazioni, utili a condurre ad una vittoria schiacciate o ad una triste sconfitta, il chaturaji si era sempre rivelato, per lei, quale un meraviglioso allenamento mentale, utile non meno rispetto agli esercizi fisici che quotidianamente era solita imporsi per mantenere in efficienza il proprio corpo: purtroppo, però, dove questi ultimi sarebbero potuti essere portati avanti anche in maniera del tutto personale, in intimità e senza la necessità di ulteriori presenze, il gioco non avrebbe mai potuto svilupparsi efficacemente in assenza di un avversario. A volte, in effetti, quando era ancora una fanciulla, per puro divertimento ella aveva anche provato a porsi in competizione con se stessa, rappresentando da sola tutti i quattro giocatori massimi di una partita di chaturaji: questo, però, pur impegnandola nel porsi in contrasto, nel cercare di dominare contro le proprie stesse strategie, non le aveva offerto la medesima soddisfazione derivante nella sfida in opposizione a reali avversari, nell'incognita rappresentata, spesso, non tanto da sagge tattiche, quanto piuttosto da movimenti tanto privi di apparente logica, in quanto effettivamente tali, da rischiare di lasciar inerme, nel loro confronto, anche la mente più esperta. In quanto trasposizione fedele di una battaglia, infatti, sbagliato sarebbe stato ritenere ogni avversario al proprio stesso livello o superiore ad esso, ma altrettanto errato sarebbe stato escludere un coefficiente di pericolosità da parte di coloro che, al contrario, fossero stati apparentemente ad un livello inferiore: una spada, maneggiata dal migliore schermidore del mondo, così come dall'ultimo degli sciocchi, avrebbe ugualmente potuto ferire ed uccidere se non fosse stata prestata attenzione ad essa ed, in ciò, quel gioco si poneva capace di offrire molti insegnamenti di vita per coloro che fossero stati in grado di accoglierli, di apprezzarli e farli propri.
Il confronto con la principessa Nass'Hya non richiese alla Figlia di Marr'Mahew di dissimulare la propria abilità: sbagliato, infatti, sarebbe stato lasciarla vincere, precludendosi in ciò qualsiasi possibilità di futuri relazioni con l'aristocratica, troppo piena di sé per poter considerare, altrimenti, una serva quale lei ora appariva. Ciò nonostante, nel voler essere sincera con se stessa, la mercenaria non avrebbe potuto evitare di ammettere come, nella partita che giocarono per lunghe ore, pose tutto il proprio impegno, senza mai riuscire ad imporsi realmente sulla controparte ed, anzi, mantenendo con non poca fatica il gioco in una situazione di sostanziale pareggio. Se in un confronto a quattro, l'entropia creata nella scacchiera inevitabilmente sarebbe riuscita a proporre un giocatore in vantaggio più o meno schiacciante sui propri compagni, in una sfida a due quale fu la loro anche il coefficiente di sorte, di fortuna rappresentato dal lancio dei dadi risultò essere quasi secondario nel computo del punteggio finale, dove la bravura della giovane si dimostrò essere tutt'altro che fittizia. E fino all'ultimo, al compimento dell'azione conclusiva con la quale anche il solo cavaliere avversario rimasto in gioco dovette cedere il passo contro i pochi superstiti dell'armata della mercenaria, impossibile sarebbe stato poter valutare chi avrebbe ottenuto la vittoria nel corso di quella partita, chi sarebbe uscito con fierezza da quello scontro.
« Ti domando scusa, mia signora. » affermò Midda, rompendo per la prima volta l'interminabile silenzio in cui entrambe si erano rinchiuse per tutto il corso della sfida « Purtroppo temo di aver vinto. »
« Non mi trattare con accondiscendenza, quasi fossi una sciocca ragazzina viziata. » replicò l'altra, scuotendo il capo senza però ricorrere ad alcun tono irritato, senza per questo dimostrarsi arrabbiata con lei come sarebbe potuta essere a seguito di quella sconfitta.
« Non era mio desiderio sottintendere nulla del genere… » negò la mercenaria, mentendo.
« Lo stai facendo ancora. » rispose la principessa, ora dimostrandosi quasi divertita dalla situazione.
« Non è vero. »
« Oh… sì che è vero. » annuì convinta, subito aggiungendo « Se poi desideri che lo ammetta… d'accordo, lo faccio subito: prima mi sono comportata in maniera sciocca e viziata, nell'offrirti un pregiudizio che non ti sarebbe dovuto essere offerto. Fortunatamente il tuo valore in gioco mi ha permesso di aprire gli occhi ed osservarti sotto uno sguardo diverso. »
« Mia signora… »
« Immagino che le regole di questo posto gravino su di te come su di me e, sinceramente, ignoro come si rivolgano le altre alle proprie ancelle… » proseguì, imperterrita, cocciuta in questo cambiamento non diversamente da come prima si era dimostrata testarda nell'indugiare sui propri errori « Dimmi: è previsto che tu mi possa chiamare per nome? »
Celata nella complicità del proprio burqa, la donna guerriero si poté concedere un amplio sorriso, simile probabilmente alla soddisfazione offerta da un gatto di fronte ad un topolino ormai posto in trappola e prossimo ad una fine certa. L'idea aveva avuto successo e, attraverso quella semplice partita, era riuscita a infrangere il muro eretto dalla controparte nei confronti del mondo, almeno per quanto potesse riguardare loro due: nell'essere battuta a chaturaji da colei che fino a poche ore prima aveva semplicemente definito quale una "stupida zotica", alla principessa era stata impartita una severa lezione di vita, un insegnamento sicuramente molto più utile di tutti quelli che mai entro i confini dell'harem avrebbe potuto ricevere dai propri ipotetici educatori ed, in questo, ora si proponeva già più matura, desiderosa non più di proporle i propri capricci quanto, apparentemente, di approfondire la reciproca conoscenza.
« Io… non so… » tentennò volutamente, prima di risponderle.
« Lo sai di certo. » insistette l'altra « Ti ho già chiesto implicitamente scusa, poc'anzi, per il mio comportamento: desideri forse vedermi umiliata innanzi a te prima di concedermi una qualche fiducia? »
« No, mia signora… assolutamente no. » scosse il capo la mercenaria, per poi decidere di accontentarla nella propria curiosità « In effetti, sebbene le regole lo sanzionerebbero, molte altre tue pari preferiscono che le proprie serve, almeno nella sfera privata, si rivolgano a loro utilizzando semplicemente il nome. »
In ciò, Midda, non stava mentendo: in virtù dei medesimi vincoli di affetto che legavano le giovani nobili alle proprie ancelle al punto tale da violare ogni protocollo per poterle avere al proprio fianco anche al di fuori di quel confine, anche dopo il matrimonio utile a svincolarle finalmente dall'harem e dalla vita in esso, molte di loro non riuscivano a tollerare neppure l'idea di considerare quelle sole sincere amiche quali poste su un piano di disparità dal proprio, in un servilismo coatto e privo di qualsiasi utilità. E, per questo, sebbene al di fuori delle loro tende non lasciassero trapelare nulla, onde evitare le severe punizioni che sarebbero loro derivate in conseguenza di tanto ardire, nell'intimità offerta dalle medesime esse cedevano all'umana socievolezza, al naturale bisogno di fraternizzare con qualcuno, abbattendo in ciò ogni divisione sociale o culturale.
« Così sia, allora. » sentenziò la principessa « Se non desideri recarmi offesa, all'interno di questa tenda ed in assenza di sguardi ed orecchie indiscrete, non dovrai mai più rivolgerti a me chiamandomi "mia signora". Il mio nome è Nass'Hya e preferisco di gran lunga che sia la tua voce a pronunciarlo, dove hai dato prova di una vivace intelligenza, piuttosto che quell'accozzaglia di eunuchi privi di spina dorsale. »
« Se questa è la tua volontà, non posso che umilmente accoglierla e sentirmi onorata da essa… Nass'Hya. » si limitò ad accettare, simulando un leggero disagio all'idea, nel pronunciare il suo nome, quasi non fosse ancora pienamente convinta di ciò.
« E… tu? » domandò la giovane, incerta, in evidente imbarazzo nel dare prova di non aver neppure offerto importanza, prima di quel momento, al nome dell'unica serva che le avevano affiancato.
« M'Aydah. » le rispose, non desiderando costringerla a nuove e superflue mortificazioni nei propri confronti.
« Bene… M'Aydah. » concluse a quel punto, iniziando a risistemare i pezzi sulla scacchiera « Cosa ne penseresti, ora, se ti chiedessi di concedermi una possibilità di rivincita? »
lunedì 16 marzo 2009
431
Avventura
011 - La sposa del sultano
La principessa Nass'Hya giunse nell’harem solo una settimana più tardi, ed il suo primo incontro con Midda sembrò tradire ogni speranza riposta da Fath’Ma per un futuro radioso.
Ella si presentò con pelle chiara e occhi scuri, soli dettagli emergenti dal proprio burqa in prezioso tessuto rosso: due perle nere, quelle incastonate al centro del suo volto, all’interno delle quali praticamente indistinguibile si concedeva essere la pupilla rispetto all’iride, creando contemporaneamente fascino ed inquietudine verso l’abisso oscuro, le tenebre imperscrutabili che sembravano essere racchiuse nel suo animo, nel profondo del suo cuore. Secondo le informazioni note, i pettegolezzi rapidamente diffusisi in tutto il campo, quale figlia di una delle più nobili famiglie di Y’Lohaf, era nata meno di vent’anni prima ed stata cresciuta, fino ad allora, in un clima ben lontano dall’austerità di quel luogo, fra genitori ben distanti dall’integralismo lì dominante. Nel doversi però preparare ad una possibile ascesa al ruolo di sultana, inevitabile sarebbe stato per lei dover trascorrere almeno un semestre se non addirittura un intero anno all’interno dell’harem, per prendere confidenza con la realtà per lei altrimenti ignota, con quelle regole, quelle tradizioni da lei tanto lontane ma che sarebbero state inevitabilmente necessarie per favorirla al potere, non escludendola dalla rosa delle candidate dove ogni sua altra concorrente non avrebbe mancato in tal senso. Una scelta assolutamente politica, pertanto, la sua o, più probabilmente, quella dei suoi genitori, sufficiente a rendere il suo arrivo nell’harem sì necessario ma, contemporaneamente, insopportabile e a renderla a sua volta, in conseguenza di ciò, intrattabile non solo nei confronti delle serve ma, anche, di ogni altra compagna.
La principessa, però, doveva aver, evidentemente e purtroppo per lei, fatto male i propri calcoli, nel ritenere di poter sfidare le regole di un ordine imposto in quel sistema da secoli remoti, nel cogliere troppo alla leggera la prova che l’avrebbe attesa: forse aveva pensato di poter far buon viso a cattivo gioco semplicemente indossando un burqa e rimboccandosi le maniche per qualche giorno, ma gli educatori e le guardie dell’harem le fecero presto comprendere il proprio madornale errore. Ai loro occhi, così come sotto lo sguardo di chiunque avesse abbracciato la fede da loro fatta propria, ella non sarebbe mai stata innanzitutto una nobile quanto, più semplicemente, una donna e, come tale, inevitabilmente un gradino sotto anche al più umile dei servi laddove fosse egli stato uomo. Non era dovuta al caso, del resto, la scelta compiuta nell’impiegare solo donne quale servitù all’interno di quell’istituzione: le fanciulle lì inviate dalle proprie famiglie per completare un percorso di formazione, infatti, avrebbero dovuto abituarsi a non contraddire mai un uomo, a non prendere mai parola in sua presenza senza essere interpellata, a non proporsi in alcun modo quale dominante nei suoi confronti e, in ciò, l’impiego di servi eunuchi sarebbe stato comunque traviante, psicologicamente negativo.
All’alba del terzo giorno di servizio presso di lei, in conseguenza di simili premesse, la Figlia di Marr’Mahew avrebbe volentieri costretto alla quiete la sua signora facendole provare una carezza della propria mano destra, del nero metallo posto a costituirne la natura in vece della carne negatale anni prima, se solo questo non fosse stato controproducente per la propria missione: non si era mai considerata una persona dotata di grande pazienza e, nel ritrovarsi a dover essere sottomessa alle continue arroganze di una ragazzina viziata, che solo su di lei avrebbe potuto ritrovare sfogo a tutte le proprie frustrazioni, la sua minima capacità di tolleranza, di sopportazione, era già posta ampiamente a dura prova. A livello razionale, ovviamente, la mercenaria era sicuramente la persona migliore per comprendere le emozioni che ribollivano nell’animo della giovane, essendo a sua volta tutt’altro che entusiasta per il maschilismo lì imperante, per il patriarcato lì dominante, per la prigionia, psicologica ancor prima che fisica, a cui le donne si trovavano loro discapito costrette o, peggio, arrivando addirittura ad illudersi che ciò potesse essere una loro libera scelta, conseguenza della propria autodeterminazione laddove simile termine non aveva, né avrebbe, mai assunto un reale significato nelle loro esistenze. A livello umano, però, ritrovarsi a fronteggiare, oltre ai propri problemi per tutta quella situazione paradossale, anche quelli di quella fanciulla poco più che bambina non si concedeva semplice: in meno di quarantotto ore gli improperi accumulati in conseguenza del nervosismo della principessa avevano raggiunto un numero tanto elevato da farle pregare Thyres affinché le offrisse quanto prima fra le mani un altro gruppo di guerriglieri da sbudellare, onde evitare di finire per squartare proprio il ventre della sua “padrona”.
Fortunatamente per lei e, soprattutto, per la principessa Nass'Hya, però, nel mentre in cui un nuovo carico di bagagli appartenenti a quest’ultima stava venendo sistemato nella sua tenda personale, dove anche Midda era stata inevitabilmente trasferita per vivere e dormire vicino a lei, in qualità di sua ancella personale, una sorpresa creò inaspettatamente occasione di distensione fra le due.
« Oh… » commentò con sincero stupore la mercenaria, nel ritrovarsi fra le mani un manufatto in legno che non ebbe difficoltà a riconoscere.
Chiuso a metà, a formare una comoda scatola di un piede di lunghezza per mezzo piede di larghezza, si poneva innanzi a lei una scacchiera, frutto del pregiato lavoro di un artigiano di evidente bravura: allo sguardo meno esperto di altre serve, probabilmente, essa sarebbe potuta essere scambiata per uno strano portagioie, decorato sulle due superfici principali con un motivo geometrico, in un’alternanza regolare di tasselli di avorio e di ebano, e sui bordi esterni con un complicato intarsio, a raffigurare immagini di una cruenta battaglia, ricca di cavalieri, fanti, sovrani ed addirittura alte torri. Ma non un semplice cofanetto esso sarebbe altresì risultato, agli occhi di chi avesse saputo comprendere la natura di tali decorazioni, e non gioielli avrebbe mostrato, a chiunque, laddove aperto, quanto piuttosto quattro serie di figure, intagliate nel legno, nell’avorio e nella pietra, a rappresentare i pezzi del gioco del chaturaji.
« Stai attenta, serva! » la rimproverò preventivamente la principessa, strappandole dalle mani l’oggetto prima che da lei potesse venire maldestramente danneggiato « Stupida zotica… non sai neanche cosa ti ritrovi fra le mani. Limita la tua azione agli abiti e lascia stare il resto! »
Midda inspirò ed espirò profondamente, spingendo per un momento il proprio pensiero a prendere in esame una lunga lista di possibili cruente torture da imporre sopra la fanciulla per farle pagare tanta insolenza nei propri riguardi: di certo conosceva almeno una dozzina di modi che avrebbero concesso istantanea morte alla medesima, ma in quel momento non sarebbe stato suo desiderio donarle tanta grazia, quanto piuttosto vederla soffrire aspramente, supplicando un tardivo perdono. Ricordandosi dell’impegno preso con il proprio mecenate, riuscì nuovamente a ritrovare il controllo sulle proprie emozioni, quasi perduto, prima che fosse troppo tardi.
« Ti domando perdono, mia signora, se ho indugiato nell’ammirare la pregiata fattura della tua scacchiera… » rispose, cercando di ridurre al minimo indispensabile l’ironia inevitabile nel proprio tono di voce, per non tradire il ruolo che avrebbe dovuto ricoprire « Mi sono perduta nel pensare malinconicamente a quanti anni siano trascorsi dall’ultima volta in cui ho potuto prendere parte ad una partita di chaturaji. »
Quelle parole colsero completamente in contropiede la ragazza, che arrestò la propria ira e pose i propri occhi neri con chiaro stupore verso l’interlocutrice: « Cosa hai detto? » le domandò, meno altera del solito.
« Nulla… ti domando perdono. » tagliò corto la donna guerriero, simulando assenza di interesse a proseguire in quel discorso dove, al contrario, aveva appena intuito come proprio attraverso esso avrebbe potuto meglio avvicinarsi alla principessa, forse addirittura entrare in confidenza con lei.
« Non è vero. » le negò l’altra, abboccando all'amo offertole quale pesce innocente, privo di ogni malizia in merito al pericolo incombente « Hai parlato di questo gioco… tu lo conosci. » sentenziò, in un’affermazione del tutto priva del sapore di una domanda, non volendosi porre quale tale.
« D'accordo. » ammise a quel punto Midda, giudicando sufficientemente tesa la lenza invisibile posta fra loro, annuendo verso di lei « Conosco il gioco del chaturaji, ma… »
« Non dire altro. » la arrestò, levando una mano per imporle il silenzio « Per mia natura non mi accontento mai di semplici parole, preferendo ad essere pretendere i fatti… » aggiunse poi, spostandosi verso il centro della tenda e, nel mentre di ciò, iniziando ad aprire la scacchiera, rimuovendo il blocco di metallo che la tratteneva serrata « Vieni e dimostrami quello che sai fare… »
Iscriviti a:
Post (Atom)