11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 17 marzo 2009

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L'
affermazione della donna guerriero, in merito alla malinconia del tempo trascorso dalla propria ultima partita, non si era proposta quale falsa, nonostante l'efficace trappola improvvisamente orchestrata: pur essendo esso uno fra i suoi giochi preferiti, da anni ella non si riusciva a concedere la possibilità di tornare a sedersi ad uno dei quattro lati della scacchiera, gettando i dadi ed intessendo più o meno complicate strategie per imporsi sui propri avversari. In un giusto rapporto fra sorte, dettata dal lancio stesso dei dadi, richiesto e necessario alla scelta di quale pezzo dover porre in movimento, volente o nolente, ed abilità, nella scelta di infinite combinazioni, utili a condurre ad una vittoria schiacciate o ad una triste sconfitta, il chaturaji si era sempre rivelato, per lei, quale un meraviglioso allenamento mentale, utile non meno rispetto agli esercizi fisici che quotidianamente era solita imporsi per mantenere in efficienza il proprio corpo: purtroppo, però, dove questi ultimi sarebbero potuti essere portati avanti anche in maniera del tutto personale, in intimità e senza la necessità di ulteriori presenze, il gioco non avrebbe mai potuto svilupparsi efficacemente in assenza di un avversario. A volte, in effetti, quando era ancora una fanciulla, per puro divertimento ella aveva anche provato a porsi in competizione con se stessa, rappresentando da sola tutti i quattro giocatori massimi di una partita di chaturaji: questo, però, pur impegnandola nel porsi in contrasto, nel cercare di dominare contro le proprie stesse strategie, non le aveva offerto la medesima soddisfazione derivante nella sfida in opposizione a reali avversari, nell'incognita rappresentata, spesso, non tanto da sagge tattiche, quanto piuttosto da movimenti tanto privi di apparente logica, in quanto effettivamente tali, da rischiare di lasciar inerme, nel loro confronto, anche la mente più esperta. In quanto trasposizione fedele di una battaglia, infatti, sbagliato sarebbe stato ritenere ogni avversario al proprio stesso livello o superiore ad esso, ma altrettanto errato sarebbe stato escludere un coefficiente di pericolosità da parte di coloro che, al contrario, fossero stati apparentemente ad un livello inferiore: una spada, maneggiata dal migliore schermidore del mondo, così come dall'ultimo degli sciocchi, avrebbe ugualmente potuto ferire ed uccidere se non fosse stata prestata attenzione ad essa ed, in ciò, quel gioco si poneva capace di offrire molti insegnamenti di vita per coloro che fossero stati in grado di accoglierli, di apprezzarli e farli propri.
Il confronto con la principessa Nass'Hya non richiese alla Figlia di Marr'Mahew di dissimulare la propria abilità: sbagliato, infatti, sarebbe stato lasciarla vincere, precludendosi in ciò qualsiasi possibilità di futuri relazioni con l'aristocratica, troppo piena di sé per poter considerare, altrimenti, una serva quale lei ora appariva. Ciò nonostante, nel voler essere sincera con se stessa, la mercenaria non avrebbe potuto evitare di ammettere come, nella partita che giocarono per lunghe ore, pose tutto il proprio impegno, senza mai riuscire ad imporsi realmente sulla controparte ed, anzi, mantenendo con non poca fatica il gioco in una situazione di sostanziale pareggio. Se in un confronto a quattro, l'entropia creata nella scacchiera inevitabilmente sarebbe riuscita a proporre un giocatore in vantaggio più o meno schiacciante sui propri compagni, in una sfida a due quale fu la loro anche il coefficiente di sorte, di fortuna rappresentato dal lancio dei dadi risultò essere quasi secondario nel computo del punteggio finale, dove la bravura della giovane si dimostrò essere tutt'altro che fittizia. E fino all'ultimo, al compimento dell'azione conclusiva con la quale anche il solo cavaliere avversario rimasto in gioco dovette cedere il passo contro i pochi superstiti dell'armata della mercenaria, impossibile sarebbe stato poter valutare chi avrebbe ottenuto la vittoria nel corso di quella partita, chi sarebbe uscito con fierezza da quello scontro.

« Ti domando scusa, mia signora. » affermò Midda, rompendo per la prima volta l'interminabile silenzio in cui entrambe si erano rinchiuse per tutto il corso della sfida « Purtroppo temo di aver vinto. »
« Non mi trattare con accondiscendenza, quasi fossi una sciocca ragazzina viziata. » replicò l'altra, scuotendo il capo senza però ricorrere ad alcun tono irritato, senza per questo dimostrarsi arrabbiata con lei come sarebbe potuta essere a seguito di quella sconfitta.
« Non era mio desiderio sottintendere nulla del genere… » negò la mercenaria, mentendo.
« Lo stai facendo ancora. » rispose la principessa, ora dimostrandosi quasi divertita dalla situazione.
« Non è vero. »
« Oh… sì che è vero. » annuì convinta, subito aggiungendo « Se poi desideri che lo ammetta… d'accordo, lo faccio subito: prima mi sono comportata in maniera sciocca e viziata, nell'offrirti un pregiudizio che non ti sarebbe dovuto essere offerto. Fortunatamente il tuo valore in gioco mi ha permesso di aprire gli occhi ed osservarti sotto uno sguardo diverso. »
« Mia signora… »
« Immagino che le regole di questo posto gravino su di te come su di me e, sinceramente, ignoro come si rivolgano le altre alle proprie ancelle… » proseguì, imperterrita, cocciuta in questo cambiamento non diversamente da come prima si era dimostrata testarda nell'indugiare sui propri errori « Dimmi: è previsto che tu mi possa chiamare per nome? »

Celata nella complicità del proprio burqa, la donna guerriero si poté concedere un amplio sorriso, simile probabilmente alla soddisfazione offerta da un gatto di fronte ad un topolino ormai posto in trappola e prossimo ad una fine certa. L'idea aveva avuto successo e, attraverso quella semplice partita, era riuscita a infrangere il muro eretto dalla controparte nei confronti del mondo, almeno per quanto potesse riguardare loro due: nell'essere battuta a chaturaji da colei che fino a poche ore prima aveva semplicemente definito quale una "stupida zotica", alla principessa era stata impartita una severa lezione di vita, un insegnamento sicuramente molto più utile di tutti quelli che mai entro i confini dell'harem avrebbe potuto ricevere dai propri ipotetici educatori ed, in questo, ora si proponeva già più matura, desiderosa non più di proporle i propri capricci quanto, apparentemente, di approfondire la reciproca conoscenza.

« Io… non so… » tentennò volutamente, prima di risponderle.
« Lo sai di certo. » insistette l'altra « Ti ho già chiesto implicitamente scusa, poc'anzi, per il mio comportamento: desideri forse vedermi umiliata innanzi a te prima di concedermi una qualche fiducia? »
« No, mia signora… assolutamente no. » scosse il capo la mercenaria, per poi decidere di accontentarla nella propria curiosità « In effetti, sebbene le regole lo sanzionerebbero, molte altre tue pari preferiscono che le proprie serve, almeno nella sfera privata, si rivolgano a loro utilizzando semplicemente il nome. »

In ciò, Midda, non stava mentendo: in virtù dei medesimi vincoli di affetto che legavano le giovani nobili alle proprie ancelle al punto tale da violare ogni protocollo per poterle avere al proprio fianco anche al di fuori di quel confine, anche dopo il matrimonio utile a svincolarle finalmente dall'harem e dalla vita in esso, molte di loro non riuscivano a tollerare neppure l'idea di considerare quelle sole sincere amiche quali poste su un piano di disparità dal proprio, in un servilismo coatto e privo di qualsiasi utilità. E, per questo, sebbene al di fuori delle loro tende non lasciassero trapelare nulla, onde evitare le severe punizioni che sarebbero loro derivate in conseguenza di tanto ardire, nell'intimità offerta dalle medesime esse cedevano all'umana socievolezza, al naturale bisogno di fraternizzare con qualcuno, abbattendo in ciò ogni divisione sociale o culturale.

« Così sia, allora. » sentenziò la principessa « Se non desideri recarmi offesa, all'interno di questa tenda ed in assenza di sguardi ed orecchie indiscrete, non dovrai mai più rivolgerti a me chiamandomi "mia signora". Il mio nome è Nass'Hya e preferisco di gran lunga che sia la tua voce a pronunciarlo, dove hai dato prova di una vivace intelligenza, piuttosto che quell'accozzaglia di eunuchi privi di spina dorsale. »
« Se questa è la tua volontà, non posso che umilmente accoglierla e sentirmi onorata da essa… Nass'Hya. » si limitò ad accettare, simulando un leggero disagio all'idea, nel pronunciare il suo nome, quasi non fosse ancora pienamente convinta di ciò.
« E… tu? » domandò la giovane, incerta, in evidente imbarazzo nel dare prova di non aver neppure offerto importanza, prima di quel momento, al nome dell'unica serva che le avevano affiancato.
« M'Aydah. » le rispose, non desiderando costringerla a nuove e superflue mortificazioni nei propri confronti.
« Bene… M'Aydah. » concluse a quel punto, iniziando a risistemare i pezzi sulla scacchiera « Cosa ne penseresti, ora, se ti chiedessi di concedermi una possibilità di rivincita? »

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