11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 26 marzo 2009

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N
ass'Hya trovava ancora difficile ritenere che M'Aydah potesse averla abbandonata in un modo tanto plateale, così esplicito, addirittura ponendo in pericolo la sua stessa esistenza. Sicuramente non si conoscevano da anni, forse non avevano condiviso incredibili esperienze di vita insieme, ma era pur convinta di aver compreso che genere di donna fosse, quale animo si celasse in lei, sotto ad ogni apparenza, dietro ad ogni discriminazione conseguente a ceto o professione: la pavidità, in ciò, non era mai apparsa ai suoi occhi quale una caratteristica fondamentale, un fattore tanto predominante in lei da spingerla nella via che aveva altresì seguito proprio in quel momento, sotto ai suoi stessi occhi.
Considerando tutt’altro che chiusa la questione ma non avendo del resto modo di procedere altrimenti, ella distolse la propria attenzione dal pensiero della serva fuggiasca per riportarla all’ambiente a sé circostante, quella situazione tutt’altro che gradevole o piacevole, nella quale avrebbe potuto anche ritrovare il proprio destino, incontrare la propria morte. A seguito dei primi annunci offerti ai propri ostaggi, i guerriglieri non avevano aggiunto ulteriori parole, non avevano proposto altre dichiarazioni, dove del resto nessuno fra i giovani e gli eunuchi lì presenti aveva tentato nuove fughe, alcuno fra essi aveva dato prova di voler sfidare il fato certo rappresentato dalle affilate lame di quei folli disposti evidentemente a tutto per imporre all’attenzione pubblica le proprie rivendicazioni. E che simili ideologie, che quei valori potessero essere considerati giusti o errati, in quel frangente alcun reale interesse avrebbe potuto suscitare in chiunque fra i presenti: nella situazione in cui si erano ritrovati ad essere, la loro intera esistenza sarebbe dipesa da ciò che i loro rapitori, i loro aguzzini ritenevano fondamentale, trasformando improvvisamente simile realtà nella sola che mai avrebbero avuto senso di conoscere, nell'unica che avrebbe mai avuto ragione d'essere.

« Non pensiate di essere qui in virtù di qualche evidente colpa… » enunciò improvvisamente il loro comandante, riprendendo parola, offrendo nuovamente la propria voce nella vasta sala « Non considerate che vi sia qualcosa di personale nella morte imposta su ognuno di voi: è solo una questione politica. »
« La politica: meravigliosa invenzione… » continuò poi, sorridendo ed offrendo qualche passo fra loro, senza alcun timore per la propria persona, non più di quanti ne avrebbe potuti avere un pastore a passeggiare fra le pecore del proprio gregge « Per merito di essa chiunque può permettersi di compiere qualsiasi genere di azione, rimanendo assolutamente impunito; chiunque può giostrare con le vite di propri simili senza preoccuparsi delle conseguenze, laddove anche se nefaste non lo riguarderanno, non lo coinvolgeranno… »
« Se io litigassi con qualcuno fra voi al mercato, per un capo di abbigliamento che piace ad entrambi, e da questo litigio giungessimo alle spade e alla morte di questo qualcuno, ciò che ne conseguirebbe sarebbe definito "omicidio": mi sarebbero di certo riconosciute alcune attenuanti, ma non riuscirei assolutamente a cavarmela senza una pena, senza incorrere in una punizione per questo... » proseguì nel proprio monologo, rivolgendosi a tutti gli astanti o, forse, a nessuno di essi « Eppure… eppure se nel mio ruolo di politico, sovrano o governatore di questo illuminato Paese, io decretassi guerra ad un'intera nazione dal giorno alla notte, nessuno mi offrirebbe alcuna colpa, nessuno mi rivolgerebbe un rancore di sorta. »
« Non siate stupiti di queste mie parole, non mostratevi scioccati da queste considerazioni, vi prego… » richiese loro, scuotendo appena il capo « Non credo di star offrendovi una prospettiva nuova sulla vita e sul mondo, dove ognuno di voi si propone di certo essere qui riunito, in questa sera, per una sola, semplice, banale ragione: il potere. »
« Tutti voi, nessuno escluso, ricercate potere, ne avete una necessità quasi primordiale per sentirvi realizzati… » continuò, ora assumendo toni più accusatori, più forti in simile giudizio « Non vi importa di alcun altro al di fuori di voi, non avete interessi estranei al banale egoismo: non può esistere alcun "tu" al di fuori dell'"io", non può esistere alcun sogno, alcun desiderio, alcuna volontà al di fuori della vostra. E nel vostro futuro, ammesso ma assolutamente non concesso che ne potrete avere uno, in virtù di simile bramosia, la politica sarà l'unica fede nella quale riporrete speranze… »

Una lunga pausa di riflessione, seguì quella prima parte del monologo: riflessione non tanto per l'oratore, quanto piuttosto per coloro che ad esso erano obbligato ad offrire ascolto, volenti o nolenti. A tutti loro, egli volle concedere la possibilità di accettare le sue parole, accogliere quel suo pensiero e trarre delle prime valutazioni, sicuramente negandogli ogni possibilità di raziocinio, di correttezza, ma non potendo altrettanto sicuramente negare un coinvolgimento personale in quello.
Anche Nass'Hya, principessa per diritto di nascita, non si sentì, onestamente, di offrire torto a quell'uomo, il cui discorso si concedeva tale da far emergere concetti sicuramente retorici, assolutamente noti, eppur così normalmente celati dietro a una barriera di perbenismo difficilmente penetrabile, superabile, aggirabile: abituati alla politica ed alle sue distorte concezioni sulla realtà quotidiana, difficile sarebbe stato, altrettanto oggettivamente, estraniarsi al punto tale da riconoscere l'enorme disequilibrio derivante dalla politica, l'enorme ingiustizia, sociale e personale, che solo nel suo nome poteva ed avrebbe mai potuto esistere.

« Oggi, però, per la prima volta la politica non si proporrà in vostro sostegno, in vostra difesa, a tutela dei vostri diritti sopra a quelli di chiunque altro… » riprese poi l'uomo, tornando a parlare e ad osservare i propri ascoltatori, con interesse e curiosità « Anzi: solo in nome della politica i vostri assassinii potranno ritrovare una chiara ragion d'essere, una seria motivazione… »
« Voi tutti morirete per una scelta politica. » affermò, con freddezza, con tono tanto lapidario da sembrar bloccare il tempo attorno a sé, insieme ai battiti dei cuori di tutte le sue potenziali vittime « La vostra vita, immolata sull'altare della libertà e dell'uguaglianza, si presenterà agli occhi dell'intera provincia se non dell'intero regno, quale una dimostrazione evidente delle ragioni che offrono possibilità di esistenza al nostro movimento, alla nostra guerra civile che pur tanto vi impegnate ad osteggiare, a non riconoscere tale. »
« Ciò che spinge la nostra mano non è il capriccio di un momento, non è il desiderio di acquistare potere, forza per noi stessi: anzi… » sorrise, quasi malinconicamente nel lasciare per un istante in sospeso quella frase « … molto probabilmente anche noi tutti moriremo con voi a conclusione di quanto compiremo, condannati a morte qual contrappasso per la vostra morte, uccisi in difesa della politica del vostro regno così come voi ora sarete uccisi in difesa della politica di quello che noi desideriamo essere il nostro regno. »
« La politica è un enorme circolo vizioso… e tutti noi, nessuno escluso, ne diveniamo prima o poi vittime… » sembrò avviarsi a conclusione, con un sospiro di spossatezza « Questa sera, però, alcune vittime abituali hanno deciso di negarsi ai propri carnefici, hanno deciso di ricordare l'esistenza e gli umani diritti che dovrebbero essere propri anche delle nostre famiglie: siamo stanchi di essere vittime, siamo stanchi di subire politiche che non ci appartengono, alle quali non siamo evidentemente in grado d trovare soluzioni più pacifiche… »

E nella freddezza oggettiva di quell'ultima affermazione, per quanto velata dietro un'apparenza umana, nella facciata offerta da pietà propria di un cuore aperto, tutti i presenti compresero perfettamente che alcuna speranza avrebbe mai potuto offrire salvezza, che alcuna possibilità di comunicare con i propri aguzzini sarebbe miseramente fallita.
E Nass'Hya si sentì in parte perduta, condividendo le emozioni dei propri compagni, di coloro che ne avrebbero comunque condiviso il destino, per quanto breve esso sarebbe potuto essere: avrebbe mai potuto trovare salvezza? Sarebbe mai riuscita a raggiungere evasione, come già aveva avuto successo M'Aydah nel fare? Oppure, nell'allontanamento della propria serva avrebbe dovuto essere interpretato quale una fine imminente?

« Dei… » sussurrò fra labbra serrate, ormai impossibilitate ad aprirsi o anche solo a dischiudersi, non desiderando spingersi a tenere compagnia a coloro che già erano morti dove comunque, forse, proprio questi ultimi, coloro già tanto rapidamente caduti sotto i colpi avversari, avrebbero dovuto essere considerati quali i più fortunati.

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