11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 11 marzo 2009

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H
arem: una parola semplice, forse anche troppo, per un concetto spesso tutt'altro che tale da comprendere, un'idea eccessivamente fraintendibile.

Agli occhi di un abitante del regno di Kofreya, così come per molte altre nazioni con simile carattere culturale, l'harem era inteso, semplicemente, quale una sorta di gineceo, forse l'unico spazio riservato alle donne all'interno di una cultura esageratamente maschilista, di una fede che non avrebbe previsto alcuna forma di libertà, alcuna possibilità di autodeterminazione per coloro che avessero avuto la sfortuna di appartenere al genere sessuale femminile. Simile percezione errata si spingeva al punto tale da far essere l'harem, al contempo, odiato e desiderato: se, infatti, nel profondo dell'animo, là dove nessun uomo avrebbe potuto mentire a se stesso, esso si poneva pari ad un sogno erotico proibito, nel desiderio, forse maniacale e sicuramente egocentrico, di poter essere dominatore su troppe donne, nel saperle votate unicamente alla soddisfazione dei propri desideri più intimi, delle proprie perversioni; all'esterno, nel confronto con la quotidianità e le proprie naturali ipocrisie, una larga parte del continente di Qahr non avrebbe mai fatto a evitato di condannare a furor di popolo l'immagine, il concetto offerto da quella parola, tacciandolo senza vergogna per tutte quelle colpe che in suo contrasto erano addotte, non in conseguenza di una reale consapevolezza, di una concreta esperienza, ma semplicemente della malizia celata ma presente nello sguardo dell'osservatore, ed inquisitore, di tale realtà.
Agli occhi di un abitante del regno di Y'Shalf, così come di molte altre nazioni contaminate dagli estremismi religiosi derivanti da Far’Ghar, dalle sue tradizioni, dalla sua cultura esportata attraverso le proprie carovane mercantili, l'harem sarebbe dovuto essere inteso, meno banalmente, quale un'area protetta riservata alle giovani figlie delle famiglie più nobili ed influenti del regno, le discendenti dei numerosi visir, nonché dello stesso sultano, allo scopo di mantenerle lontane da un mondo inadatto a loro, alla loro innocenza e fragilità. Senza il rischio di subire abusi e violenze da parte degli elementi peggiori del mondo maschile, esse sarebbero potute crescere in salute e serenità, venendo educate secondo i dettami della fede, quei principi quasi di legge che le avrebbero rese, un giorno, mogli perfette per gli aristocratici mariti alle quali sarebbero state destinate. In ciò, salvo un diverso approccio, una base di concetto diversa da quella altresì considerata dai propri vicini, molti giudizi negativi esprimibili a tal riguardo, non si sarebbero dimostrati del tutto gratuiti. Gli harem, purtroppo, finivano per essere realmente baluardi di un sistema di discriminazione sessuale, dell'imposizione di un potere patriarcale su tutte le donne, negando loro ogni diritto personale, persino quello a mostrare liberamente il proprio volto, la propria immagine al mondo intero: nei casi peggiori, addirittura, essi fungevano quali riserve per i giovani rampolli delle famiglie nobiliari, al fine di poter scegliere al loro interno mogli e concubine quasi fossero bestiame ad una fiera.
Agli occhi di un abitante del regno di Shar'Tiagh, così come a quelli di poche province ad esso prossime aventi in comune una medesima cultura e storia, l'harem avrebbe infine assunto un terzo valore, il solo che, effettivamente, sarebbe dovuto essere considerato quale reale, corretto, concreto essendo il primo, l'originale da cui ogni altro era stato poi ispirato, seppur in malo modo. In quelle terre, così prossime ai regni centrali, al deserto, tali istituzioni avevano avuto i propri natali: ideate, sì, per offrire protezione alle giovani figlie delle famiglie benestanti, esse si proponevano nel desiderio di farle crescere e formarle in un ambiente sicuro e confortevole, dove alcun impegno sarebbe stato loro richiesto se non quello posto nei propri studi, nella formazione di quella cultura che, un giorno, sarebbe stata indispensabile fuori da quei confini, per affrontare la vita in maniera autosufficiente, assumendosi i compiti e gli onori che sarebbero state capaci di riservarsi. Ancora una scuola riservata alle donne, pertanto, ma non allo scopo di indottrinarle nei principi di una fede sostanzialmente patriarcale, quanto nella volontà quasi esplicita di emanciparle, di permettere loro di non essere seconde ad alcun uomo e potersi rapportare, anche nel matrimonio, da pari: mai un marito shar'tiagho, pur di alto rango, del resto, avrebbe accettato l'idea di cercare quale moglie una serva, una schiava, una concubina priva di senno, senza un proprio animo, dove ciò avrebbe significato, per lui stesso, un disonore privo d'eguali, una dimostrazione della totale assenza di doti in sé, tali da guadagnare la stima e l'amore di una vera donna. I migliori insegnanti trovavano al loro interno impiego, così come molte guardie, artigiani e servitori, ad ogni livello, tale da rendere tutto ciò quale un motore fondamentale per l'economia locale: al fine di permettere il mantenimento di tali strutture, le famiglie shar'tiaghe più abbienti, quelle desiderose di poter concedere alla propria prole femminile un accesso alle medesime, non mancavano pertanto di investire in esse grandi somme, rendendo, in tale essenza cooperativa, gli stessi harem quali evidenti dimostrazioni pratiche dello stato sociale di una particolare area, di una provincia rispetto ad un'altra e creando, in ciò, anche un certo grado di competizione fra i diversi harem.

Definita una simile situazione, sicuramente comprensibile sarebbe stata la preferenza di Midda Bontor per una missione all'interno di un harem shar'tiagho piuttosto che di uno far’ghario, dove si sarebbe potuta sentire maggiormente a proprio agio per un contesto di emancipazione piuttosto di uno di discriminazione. Ma se, da un punto di vista puramente personale, relativo ai propri principi, alla propria formazione, ella non avrebbe potuto rimpiangere il fatto che Y'Shalf avesse visto la propria cultura essere influenzata dai commercianti di Far’Ghar, con uno sguardo più oggettivo, rivolto nel dettaglio alla missione in corso, alle sue esigenze per condurla a termine, non avrebbe potuto altresì essere lieta di tutto quello, dove esso le aveva permesso una più semplice possibilità di infiltrazione. Un burqa, a celare il suo aspetto, un accento diverso, a nascondere le sue origini, l'umiltà di una serva, a dissimulare il suo spirito guerriero, ed i giusti contatti le avevano, invero, dato facilmente accesso ad uno dei più importanti harem di tutta la provincia, permettendole di trovare impiego al suo interno quale servitrice.
Nell'area dell'harem, rispettando una cultura patriarcale, solo uomini avrebbero potuto rivestire ruoli di qualsivoglia importanza, nella protezione e nella formazione delle fanciulle, ma, al contempo, alcun maschio considerabile tale avrebbe mai dovuto porre a rischio la loro dote in attesa di coloro che soli si sarebbero riservarti tale privilegio: in conseguenza a tale paradossale richiesta, guardie eunuchi, private della propria virilità in età adolescenziale e, per questo, ancora in possesso di un fisico mascolino, si concedevano essere le sole ad avere il diritto ed il dovere di vegliare sulle giovani, mentre insegnanti eunuchi, al contrario evirati in età infantile e, in conseguenza di ciò, più femminei, sarebbero potuti essere i soli ad offrire dottrina lì dentro, formando quelle menti al rispetto delle tradizioni e dei propri mariti. Un ruolo diverso da quello di serva, pertanto, non sarebbe mai stato concesso ad una donna e dove la mercenaria si poneva decisamente lontana dalla fanciullezza necessaria per fingersi una giovane vergine lì rinchiusa dalla propria famiglia, la scelta offertale nell'assolvimento della propria missione si sarebbe proposta quale retorica.

« Sei in ritardo. » le fece notare una guardia, intercettandone il cammino di ritorno all'area protetta.

Fortunatamente per la Figlia di Marr’Mahew, molti burqa non avevano mancato di essere presenti all’interno del mucchio caotico di abiti a lei affidati, in quella mattina, per essere detersi nell’acqua del fiume. A parte quella del tempo, che l'eunuco immediatamente le aveva attribuito quale dolo, grazie a tale ovvia fortuna l’unica vera perdita subita nel corso del confronto con i guerriglieri, il suo burqa, era stata rimpiazzata senza eccessiva difficoltà, non rischiando di farle tradire la propria copertura, di vanificare le lunghe settimane che l’avevano vista all’opera entro i confini y’shalfichi, in quell'harem.

« Mi dispiace. » rispose prontamente la donna, chinando il capo in segno di quieta sottomissione « Purtroppo durante il ritorno sono inciampata, forse per il carico eccessivo, e per questo sono dovuta ritornare indietro a lavare nuovamente tutti i panni… »
« Mmm… » commentò l'altro, avvicinandosi alla cesta per vagliarne il contenuto « Sei stata maldestra, donna: cerca di non esserlo in futuro se desideri mantenere i tuoi incarichi. » le ricordò, con tono naturalmente arrogante verso di lei, costretto a simile comportamento dal proprio ruolo, ma, al tempo stesso, non negandole una sincera premura, non avendo ragioni in suo contrasto.

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