11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

giovedì 5 marzo 2009

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D
a oltre un mese, Midda Bontor era impegnata in missione all’interno dei confini y’shalfichi, proponendo le proprie compiacenti forme quali celate allo sguardo del mondo nella protezione di un burqa di colore blu scuro, estremamente prossimo al nero. Per quanto simile abbigliamento non l’avesse trovata entusiasta all’inizio e tutt’oggi non la soddisfacesse ancora pienamente, ella non avrebbe ormai potuto negare di essersi abituata perfettamente alla sua presenza quotidiana, né avrebbe potuto contestare gli indubbi benefici che le aveva concesso nell’infiltrazione all’interno di una nazione che sicuramente non avrebbe gradito la sua presenza se solo avesse avuto modo di identificarla, se solo avesse saputo che ella era giunta all’interno della propria giurisdizione. Ritrovando svelati unicamente i propri occhi e, altresì, negando alla vista di chiunque ogni altro dettaglio, incluso quello delle mani e, in particolare della sua mano destra, in metallo nero, sotto le forme di quella lunga e larga veste, studiata esattamente allo scopo di celare l’essenza stessa della natura femminile, ella non avrebbe potuto correre il rischio di essere individuata, almeno fino a quando fosse stata in grado di celare il proprio accento in favore di quello y’shalfico.
L’origine di simile abbigliamento, storicamente, si sarebbe dovuto ricercare nel litham delle popolazioni nomadi, nei regni del deserto. Esso, un copricapo costituito da un lungo velo necessario allo scopo di proteggere il viso dalla sabbia trasportata dal vento e ad offrire una certa termoregolazione naturale a difesa del caldo del giorno e del freddo della notte, era stato secoli prima trasmesso alla cultura far’gharia per la vicinanza geografica e culturale di tale regno a quelli centrali: da allora aveva vissuto una lenta trasformazione, integrandosi nelle lunghe vesti tanto maschili quanto femminili lì già dominanti, e finendo per venir imposto, con il nome di burqa, alle donne in virtù di alcuni estremismi religiosi, atti a mantenere un controllo patriarcale nella società. Per quanto la tradizione propria di Y’Shalf si proponesse decisamente lontana da quella dei regni del deserto o di Far’Ghar, l’uso del burqa era riuscito comunque a giungere fino a quella terra, inizialmente nel soddisfare i desideri di alcune sette più integraliste formatesi con la contaminazione culturale derivante dagli stretti commerci con tali regni, e successivamente riscontrando il favore di una società comunque improntata ad un deciso maschilismo, come nella maggior del continente, la tanto odiata Kofreya inclusa. In Y’Shalf, nonostante tutto, non esisteva ancora alcuna legge ad imporre tale abbigliamento all’interno dei confini della nazione e, al contrario, molti culti religiosi, lontani da quelli importati, non solo rinnegavano simile costume, ma arrivavano a ritenerlo addirittura quale blasfema dimostrazione di una fede diversa dalla propria e, per questo, da combattere ad ogni costo. Fra i dissidenti nei confronti del burqa, poi, erano anche i guerriglieri della provincia di Y’Lohaf, i quali, nell’opporsi a quella veste, ritrovavano l’ennesima ragione per contestare lo stato contro il quale avevano votato la propria vita, nel sentirsi traditi da esso.
La scelta di offesa, per quel gruppo di sette elementi, nei confronti della mercenaria in incognito si propose pertanto pressoché naturale, quasi scontata, benché assolutamente ingiusta ed arbitraria.
Ma in conseguenza a tale errore, per colpa la propria insana violenza, avrebbero presto avuto ragioni di pentimento…

« Fermati, schiava di indegni padroni. » richiese il primo fra essi, nel rivelarsi senza alcuna precauzione innanzi alla propria vittima, non avendo del resto apparentemente ragioni per le quali offrire prudenza.

La donna guerriero, nell’avvertire quella voce, nel cogliere la figura ora proposta davanti a sé, rallentò appena il proprio passo, solo successivamente obbligandosi anche ad arrestare completamente il cammino nella volontà di non tradire la propria copertura. Benché, probabilmente, non vi dovessero essere sguardi indiscreti che avrebbero potuto riportare la notizia, ponendosi sufficientemente lontana dall’harem tanto da essere potenziale vittima di un gruppo di guerriglieri, e sebbene sinceramente desiderasse l’occasione di venire alle mani, per concedersi uno sfogo dopo troppe settimane di inattività, ella preferì continuare ad agire con discrezione, riservandosi comunque, e semplicemente, la possibilità di posticipare la questione. Mantenendo fra le braccia la cesta con gli abiti che stava trasportando al fiume, per la loro pulizia, la mercenaria conosciuta anche con il nome di Figlia di Marr’Mahew restò pertanto in silenzio, immobile, simile ad uno spettro dagli occhi di ghiaccio, gemme lucenti, brillanti sotto l’azione del tiepido sole autunnale.
Nel cogliere la naturale arrendevolezza della propria preda, ed alcun apparente pericolo di imboscata per se stessi, anche gli altri guerriglieri emersero dall’erba della pianura lì circostante, dimostrando di essersi riservati, a loro volta, un comportamento assennato. Comparendo attorno alla donna, offrirono immediata chiarezza sulla natura della propria missione, del proprio ruolo nella società y’shalfica, nel concedersi vestiti nei propri tipici abiti di bianca lana grezza, così simili a quelle dei propri corrispettivi a ponente dei vicini monti Rou’Farth, a quelle dei briganti operanti nelle province orientali del regno di Kofreya, diversi da essi solo per il colore di quegli stessi indumenti.

« Due occhi chiari… » commentò una seconda voce, meno autoritaria rispetto ai toni della prima, rivelante al contrario una nota di disprezzo, di derisione verso di lei « … ed un ampio bacino: una schiava sicuramente ricca di fascino, proveniente da un harem importante… »

Midda restò ancora in silenzio, statuaria nella posizione assunta.
Da un alto la mercenaria comprendeva perfettamente come quell’insulto fosse stato scelto non a caso nei propri termini, in quelle espressioni ripetute da coloro che avevano espresso verbo fin a quel momento. Chiunque fra i presenti, infatti, non avrebbe potuto ignorare come ella si stesse concedendo loro non nel ruolo di schiava ma in quello di semplice serva: il termine adoperato dai suoi antagonisti, in ciò, si sarebbe voluto riferire ad una condizione psicologica ancor prima che fisica e, probabilmente, alla sua presunta sottomissione al sistema che loro avevano rinnegato e per colpa del quale le si sarebbero offerti quali aggressori. D’altro canto ella, al di là della correttezza teorica di simile riflessione, altrettanto facilmente era in grado di avere chiara percezione di un’altra realtà celata dietro ad un ideale politico, nelle parole adoperate. Attraverso quell’attacco, in virtù la giustificazione morale offerta dalla propria guerriglia, si poneva essere mascherata una diversa arroganza, una meschina prepotenza, resa assolutamente esplicita dal quello stesso attacco: sette uomini contro una donna sola ed, ipoteticamente, indifesa. Non alti valori, quelli ad animare gli animi di quel gruppo, ma piuttosto istinti decisamente più bassi… tanto bassi da collocarsi all’altezza dei loro inguini.
Innanzi al giudizio di Midda, poi, probabilmente anche in conseguenza del periodo da lei trascorso entro quelle lande, la guerriglia y’shalficha trovava decisamente meno giustificazione, ragion d’essere, rispetto alla propria controparte, dal brigantaggio kofreyota. Nonostante fosse ben lontana dal potersi considerare perfetta, ammesso che al mondo sarebbe mai potuto essere raggiunto tale concetto, nella provincia di Y’Lohaf la società non si era mai spinta allo stesso degrado, alla medesima incuranza presente in province come Kriarya o Krezya, sue corrispettive in Kofreya. Al di là dei monti, infatti, l’incuranza del potere sovrano e dei feudatari, aveva permesso ad ogni forma di civiltà di essere negata nelle zone più prossime al conflitto, non tanto in conseguenza delle azioni di truppe nemiche quanto di quelle delle stesse schiere che sarebbero dovute essere considerate amiche, preposte a propria difesa, a garanzia della pace e della libertà. In Y’Shalf, al contrario e fortunatamente per gli abitanti di quelle terre, il sultano ed i suoi visir erano riusciti a mantenere il controllo, a garantire alla quasi totalità della popolazione, anche nelle proprie fasce minori, il proseguimento della vita quotidiana, delle proprie attività giornaliere, imponendo certamente tasse allo scopo di finanziare la guerra ed arruolando, a volte in modi fin troppo forzati, nuovi elementi a rafforzare le proprie schiere, ma senza permettere all’anarchia di prendere il sopravvento, ai militari di abusare del proprio ruolo, del proprio potere a discapito di contadini, allevatori ed artigiani. Da ciò, pertanto, al giudizio di colei che proveniva da Kriarya, dalla città del peccato, provincia a dir poco devastata dall’inettitudine dei propri governanti e dell’esercito, ridicole non potevano che apparire le rivendicazioni proposte dalla guerriglia y’shalficha, da coloro che, con la scusa di contestare la guerra e le sue ragioni, avevano deciso di rinnegare la propria nazione ed, in conseguenza di questo, si erano riservati il diritto di infrangere ogni legge, di violare ogni principio, arrivando a macchiarsi di efferati crimini contro poveri innocenti, come sarebbe potuta essere anche lei in quel momento se solo fosse stata chi quel gruppo di disgraziati aveva creduto di aver incontrato.

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