11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

martedì 19 ottobre 2021

3798


Non fu immediato per la giovane ofidiana riuscire a individuare il giusto percorso.
L’aspro odore della morte, lì imperante, predominava al di sopra di ogni altro, in una variegata miscela fra cadaveri ormai mummificati, se non direttamente scheletri, e vittime recenti, atte a dimostrare quanto, probabilmente, anche all’interno delle schiere della Progenie della Fenice non avesse a doversi fraintendere un controllo assoluto sulla Città della Pace e sui suoi non morti. In effetti, per quanto le era stato spiegato anche dalla stessa Midda Bontor nei racconti delle sue innumerevoli gesta, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto esistente un solco importante fra la negromanzia e la stregoneria, e un solco abitualmente atto a far erroneamente credere che la negromanzia fosse una branca minore della stregoneria, benché, in verità, avessero a dover essere riconosciute quali due ramificazioni fra loro estranee. E il fatto che, sino a quel momento, la Progenie della Fenice avesse dato riprova di risorse stregonesche, e, in particolare, di abilità di evocazione, atte a richiamare diversi generi di terrificanti creature; non avrebbe avuto necessariamente a sottintendere quanto da parte loro potesse esservi qualche controllo sui non morti, controllo sì magico, ma di una magia di natura estremamente diversa dalla loro.
Dietro a una tanto varietà di odori, poi, aveva a celarsi anche la ricca miscela offerta dai viventi, e una miscela all’interno della quale ella non avrebbe potuto ovviare a tentare di discernere la fragranza propria della sua amica sororale, in un’impresa difficile, certo, e tutto sommato non impossibile. Improbabile, in tal senso, sarebbe stato per Howe o per qualunque altro essere umano riuscire a comprendere la peculiare visione del mondo offerta a Lys’sh dal proprio olfatto: volendo sforzarsi in tal senso, tanto per comprendere, quanto e ancor più per spiegare quella situazione, avrebbe potuto valere l’immagine metaforica di una serie di nuvolette colorate sparse per tutto il territorio attorno a loro, nuvolette a volte caratterizzate da colori simili, altre da colori fra loro totalmente estranei, e pur, ognuna, contraddistinta da una propria, peculiare sfumatura, e una sfumatura nel ricco arcobaleno delle quali alla giovane ofidiana era richiesto di tentare di individuare quella riconducibile alla Figlia di Marr’Mahew.
Ovviamente l’olfatto non avrebbe avuto a dover essere inteso qual l’unico senso in giuoco in quel momento, seppur riservandosi un grande ruolo. Accanto a esso, infatti, anche il suo finissimo udito le concedeva possibilità di meglio discernere la situazione, distinguendo, innanzitutto, la presenza dei battiti cardiaci così come l’assenza degli stessi, oppure la presenza di una respirazione in contrapposizione all’assenza della stessa, in termini utili a riservarsi la possibilità di un’importante divisione fra i viventi e i non viventi. Una prima distinzione alla quale avere ad aggiungere ogni altro possibile indizio utile a meglio mappare quel luogo e le attività in esso svolte, primi fra tutti eventuali giri di ronda da parte di varie coppie di guardie, fra le quali avrebbero avuto a dover essere anche censiti almeno due dei tre elementi incrociati in precedenza, e dei quali avevano avuto occasione di ascoltare parte del dialogo occorso. Distinguendo, quindi, in tal maniera, le coppie di guardie impegnate nella propria attività di sorveglianza da tutti gli altri, e da coloro i quali, quindi, avrebbero potuto essere intesi fare riferimento ad altro genere di occupazioni, forse concernenti, in maniera diretta o indiretta, la stessa donna guerriero oggetto del loro interesse.
A completare simile quadro d’insieme, accanto agli odori e ai suoni, non avrebbero potuto mancare di essere prese in considerazione dalla donna rettile anche le vibrazioni, e quelle vibrazioni a lei riservate principalmente dal terreno sotto ai suoi piedi, vibrazioni utili, per esempio, a rendersi conto della presenza, nel sottosuolo, di aree cave, utili a indicare in tal senso dei sotterranei, e dei sotterranei non dissimili, all’occorrenza, da quello verso cui Howe aveva diretto con sicurezza i propri passi, nella memoria di quanto già vissuto anni addietro. Sotterranei, quelli, sicuramente per lo più aventi a considerarsi alla stregua di trappole mortali, popolati da non morti magari dormienti e in sola attesa di un’ignara vittima per avere a risvegliarsi e a pretenderne la vita qual letale tributo di sangue. Ma, anche, sotterranei fra i quali doveva essere celato, per logico raziocinio, almeno un accesso sicuro, e un accesso sicuro presidiato non dai morti quanto e piuttosto dai vivi, e dai membri della medesima Progenie della Fenice.
Sommando e, soprattutto, interpolando insieme tali informazioni sensoriali, di natura differente, a volte complementare a volte supplementare, Har-Lys’sha avrebbe potuto quindi ottenere una mappa, e una mappa tridimensionale dell’area a lei circostante, entro i limiti, comunque ampli, propri della copertura dei suoi sensi. Una mappa a confronto con la quale avere possibilità di orientarsi, non soltanto per ovviare allo sgradevole incontro con la Progenie della Fenice, ma anche, e soprattutto, per ricercare all’interno della città quell’accesso e quell’accesso che, in verità, non avrebbe avuto ragion alcuna d’essere lì particolarmente celato in quel momento, nel presidio altresì imposto a quell’intera area. Un accesso che, quindi, riuscì alfine a individuare in grazia a un piccolo assembramento di persone, e un piccolo assembramento che ebbe così a tradire la presenza di un importante luogo di interesse, come, per l’appunto, l’ingresso a qualunque cosa fosse lì sotto celata.
Fu così che, pertanto, Lys’sh ebbe a guidare Howe fino a ritrovarsi innanzi a una mezza dozzina di persone, e mezza dozzina di persone impegnate a consumare un piccolo pasto insieme, chiacchierando di argomenti di varia natura, principalmente faceti. Argomenti innanzi ai quali, in effetti, tutt’altro che terribili fanatici genocidi avrebbero avuto a poter essere considerati, quanto e piuttosto normali persone, e persone intente a vivere la propria vita inseguendo i propri scopi in termini non poi particolarmente dissimili da quanto stavano allor tentando di fare loro due, pur lì schierati in qualità di avversari.

« Dicono che presto dovrebbe piovere… » stava suggerendo qualcuno, sgranocchiando un pezzetto di mela prima tagliato in grazia a un coltello a serramanico, poco più di un temperino, probabilmente tenuto abitualmente in tasca « … speriamo che questo non abbia a complicarci troppo la vita con questi maledetti zombie. »
« In che senso…?! » questionò per tutta risposta un altro, dopo aver finito di bere qualcosa, vino per la precisione, come ebbe a essere colto dall’olfatto di Lys’sh, da un piccolo otre.
« Non sei mai stato qui in passato, dopo qualche acquazzone…? » intervenne un terzo, a evidente sostegno delle posizioni espresse dal primo « Quando l’acqua inzuppa il terreno, rende molto più semplice ai non morti risalire sino alla superficie… oltre a creare spiacevolissime trappole in corrispondenza di pozzi abitualmente non accessibili. »
« Come quello dove è caduto Bohr l’altro giorno… » ribadì il primo, annuendo alle parole così appena scandite « Questa dannata città è più complessa al di sotto della superficie rispetto a quanto non lo appaia al di sopra… e molti di questi passaggi, generalmente, restano cementificati soltanto in grazia alla secchezza stessa del terreno, traducendosi in terribili trappole non appena l’acqua ha a concedere loro la possibilità. »
« … meraviglioso. » commentò ironicamente il secondo ad aver parlato, e quello evidentemente meno avvezzo con le caratteristiche proprie di quel peculiare luogo.

Che la Città della Pace avesse a dover essere riconosciuta tanto complessa sotto la superficie quant’anche al di sopra di essa, a Lys’sh era stata offerta immediata cognizione di causa, e un’immediata cognizione di causa lì quindi soltanto confermata per mezzo di tale dialogo.
Una complessità che, nella fattispecie, avrebbe avuto anche a presentare, proprio alle spalle di quel gruppetto variegato, composto in quasi egual misura da uomini e da donne di diverse etnie, una scalinata, e una scalinata discendente accanto alla quale avere a identificare i resti di un’altra scalinata, e una scalinata allor ascendente, per quanto, ovviamente, allor verso il nulla, nell’assenza di un qualsivoglia livello superiore al quale poter sospingere la propria attenzione, nel rispetto delle generiche condizioni proprie di quel luogo.
Purtroppo, però, per quanto pur allor chiaramente distinguibile nella propria presenza, e distinguibile persino a confronto con l’attenzione visiva propria di Howe, quella scalinata non avrebbe lì potuto essere fraintesa egualmente accessibile. Non, quantomeno, senza avere a voler dichiarare guerra a coloro i quali lì innanzi disposti a in quel contesto semi-conviviale.

lunedì 18 ottobre 2021

3797

 

Logica conclusione, quella propria di Lys’sh, a confronto con la mera evidenza di quanto, semplicemente, quella via sotterranea non avrebbe potuto consentire il passaggio di alcun essere vivente, in termini tali per cui, necessariamente, i membri della Progenie della Fenice avrebbero avuto a dover rendere propria un’altra via, un altro passaggio, e un passaggio da loro ancor ignorato, e che pur doveva esistere. E che, soprattutto, avrebbe avuto a dover essere da loro identificato e utilizzato, per poter sperare di raggiungere effettivamente Midda Bontor, ovunque fosse stata allor condotta.
Howe comprese il senso di quell’invito. E, in misura ancor maggiore rispetto alla mera comprensione, non si concesse meno che fiducia nei riguardi del giudizio della propria amata. Per tale ragione, alla giovane ofidiana non fu richiesto di aggiungere null’altro a quelle poche parole. E, in effetti, forse non sarebbe neppure stato richiesto di aggiungere la seconda parte, il proprio secondo intervento, là dove il primo avrebbe avuto a essere giudicato più che trasparente di tutto il resto.
Senza arrischiarsi, pertanto, ad aggiungere altro a quanto già detto, e a quanto da lei detto in un alito così flebile da risultare necessariamente inudibile a qualunque possibile ascoltatore, anche nell’eventualità in cui fosse stato a meno di tre piedi di distanza da loro, egli si limitò ad annuire e a invitarla, con lo sguardo, e con uno sguardo carico di fiducia, a prendere ella il controllo della situazione. Perché se anche nulla era stato definito a tal riguardo, certo in tal frangente avrebbe avuto a dover essere inteso quanto, in tale ricerca, i di lei sensi sovrumani avrebbero sicuramente potuto offrire un contributo migliore alla ricerca della Figlia di Marr’Mahew, o, comunque, di quel secondo accesso a qualsiasi genere di altro sotterraneo potesse essere celato nella Città della Pace, rispetto a quanto egli non avrebbe mai potuto sperare di riservarsi occasione di rendere proprio, neppur con tutta la più sincera buona volontà.
E se di ciò egli non avrebbe potuto che esserne consapevole, a maggior ragione egualmente conscia non avrebbe potuto che essere anch’ella, in termini tali per cui quel passaggio di testimone, di consegne, non ebbe a riservar loro alcuna opportunità di fraintendimento di sorta, vedendola, anzi, subito avere occasione di impegnarsi al massimo in tale ricerca, espandendo il più possibile i propri sensi e, diversamente rispetto a quanto non era solita dover fare a confronto con un eccessivo quantitativo di riscontri sensoriali, non filtrando più nulla, ma lasciando che ogni minimo suono, ogni più flebile odore e ogni pur impercettibile vibrazione potesse giungere a lei, per aiutarla a generare una vera e propria mappa mentale di quel luogo, non tanto dal punto di vista di ciò che sarebbe potuto essere visto, quanto e piuttosto di tutto ciò che avrebbe potuto essere percepito dall’udito, dall’olfatto e dal tatto, sensi che, in quel particolare frangente, avrebbero avuto sicuramente a potersi intendere più importanti rispetto alla vista, e a quella vista, in effetti, neppur particolarmente eccezionale per lei, soprattutto nel confronto con la capacità visiva propria di un umano.
Ovviamente mappare un’area tanto grande quanto quella della Città della Pace, praticamente equivalente a quella della stessa Kriarya, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa un’operazione né semplice, né immediata, e, ancora, neppure interamente conducibile da una posizione di immobile stallo, per così come, in quel primo istante, ovviamente, ella aveva reso propria. Con quei primi rilievi, in effetti, ella non avrebbe avuto a illudersi di giungere immediatamente al risultato sperato, quanto e piuttosto di riuscire a indentificare, quantomeno, la migliore direzione entro la quale muoversi. E così, dopo qualche istante, in effetti fu... vedendola quindi scattare in avanti, diretta da un lato della città diverso da quello nel quale si erano sospinti e, anche, da quello dal quale erano pocanzi arrivati.

“Certo che se qualche anno fa mi avessero detto che, un giorno, mi sarei ritrovato di nuovo in questo posto maledetto, alla ricerca di una scomparsa Midda Bontor, e al seguito di una donna rettile... e di una donna rettile della quale, obiettivamente, sono decisamente cotto, non ci avrei minimamente creduto.” si ritrovò a riflettere in cuor suo Howe, elaborando i multipli paradossi propri di quella situazione, in una versione per lo più ridotta della realtà e in una versione, allora, neppur atta a prendere in considerazione il fatto che Midda Bontor fosse divenuta, nel contempo, erede del potere di Anmel Mal Toise, o che fosse stata lì condotta dalla Progenie della Fenice dopo un nuovo, e decisamente antipatico, tentativo d’attacco a Kriarya.

Già: egli non avrebbe mai potuto credere a una simile realtà. Così come non avrebbe potuto credere all’idea di aver viaggiato nello spazio, o di essere divenuto amico e compagno d’armi di due donne provenienti da un diverso piano di realtà, o, tantomeno, di essersi quasi perduto in una dimensione primigenia come il tempo del sogno, lì sospintosi in lotta contro una sorta di dio comprensibilmente furibondo per il genocidio della sua intera specie a opera della medesima Midda Bontor. Insomma: egli non avrebbe mai potuto credere a nulla di quanto, comunque, il fato aveva finito per presentargli innanzi, con verità così complesse che non soltanto non avrebbero mai potuto essere riportate a un qualche pubblico, sicuramente incapace di comprenderle, ma che, a stento, si sarebbe potuto dire capace di comprendere egli stesso, pur avendole affrontate e affrontate in prima persona.
Che folle vita era divenuta la sua vita. Lui... figlio di circensi che già era stato ritenuto non meno pazzo rispetto al suo amico fraterno Be’Wahr soltanto perché votatosi a una professione diversa da quella che era stata propria dei suoi genitori, e di tutta la sua famiglia. Lui... avventuriero e mercenario sovente più fortunato che abile, al punto da essere riuscito ad attirare, in un certo momento della propria vita, l’interesse di lady Lavero di Kirsnya, colei che aveva allor riunito insieme, per la prima volta, lui e suo fratello Be’Wahr con Midda Bontor e con Carsa Anloch, ponendoli alla folle ricerca di quell’assurda corona perduta, e di quella corona perduta che, sicuramente, sarebbe stato meglio fosse rimasta tale per i secoli a venire.
E alla luce di tanta follia, Howe non avrebbe potuto negare di comprendere le motivazioni che chiaramente stavano spingendo quei non meno folli ed esaltati fanatici religiosi della Progenie della Fenice nella loro guerra santa contro Anmel Mal Toise e contro, ora, la sua nuova incarnazione, e quell’incarnazione rappresentata da Midda Bontor. Probabilmente, non avesse egli avuto a vivere sin dall’inizio quegli eventi dal proprio fronte di quell’assurda storia, non avrebbe avuto a pensarla poi in maniera troppo diversa da loro, augurandosi la morte della stessa Figlia di Marr’Mahew, e di quella donna che, chiaramente, avrebbe avuto a dover essere ormai intesa più simile a una negromante, a una strega, se non addirittura a un mostro, che non a una semplice avventuriera. Eppure egli aveva iniziato quel cammino, oltre quindici anni prima, accanto a Midda Bontor: e in quei tre lustri, pur a volte senza neppure realmente comprendere cosa stesse accadendo, non aveva mai trovato ragione utile a rimpiangere la propria scelta, neppure nello sventurato giorno in cui Nissa Bontor gli aveva violentemente sottratto il braccio sinistro. Anche in quel momento, anche a confronto con quella mutilazione dolorosa e terrificante, egli non aveva mai avuto ragione di rimettere in dubbio i propri passi, le proprie scelte, e, soprattutto, la propria amicizia con Midda Namile Bontor. Una donna che, certamente, egli amava, per così come anche suo fratello Be’Wahr amava, e pure la stessa Lys’sh amava, e amava chiunque avesse avuto occasione di esserle stato vicino e di essere stato da lei accolto nella propria vita come amico: un amore certamente diverso, quello da lui provato verso Midda, rispetto a quello scoperto recentemente in compagnia di Lys’sh, e pur sempre un amore, e un amore che alcuna razionalità avrebbe avuto a poter porre in dubbio.
Così, per quanto egli non avrebbe potuto mancare di riconoscere la follia della propria vita presente, e non avrebbe potuto mancare di riconoscere una qualche ragionevolezza nelle intenzioni dei loro avversari, al tempo stesso non avrebbe potuto riservarsi alcuna esitazione nel rinnovare la propria professione di totale fedeltà nei riguardi di Midda Bontor, e di una donna che avrebbe seguito sino in capo al mondo e persino oltre... così come, non a caso, era già accaduto.

“Non temere, vecchia mia... stiamo arrivando.” sorrise quindi, all’ideale indirizzo della stessa Midda, e di quella donna guerriero dai rossi capelli color del fuoco e dagli azzurri occhi color del ghiaccio che, certamente, non sarebbe stata lieta di sentirsi appellare qual “vecchia”.

domenica 17 ottobre 2021

3796


E sebbene Lys’sh, ancora, avesse la propria mancina delicatamente adagiata sopra al destro dell’amato, a invocare da lui occasione di calma a confronto con le parole di quei tre, e, in particolare, a confronto con le parole di critica mosse a discapito di Kriarya e di tutti i suoi abitanti; fu allora proprio il turno dell’ofidiana di aver a spazientirsi, ad arrabbiarsi, e a bramare un’occasione di violenta rivalsa a confronto con quella donna, e con quella donna che, in un discorso per loro pur non completamente trasparente, stava lì proclamando apertamente la propria volontà di morte a discapito della Figlia di Marr’Mahew, da loro indicata con il termine di “Erede”, in probabile riferimento alla stessa Anmel Mal Toise, del retaggio della quale, in effetti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta corrente destinataria, per così come tutti loro avevano ben dimostrato di essere al corrente nel muovere il proprio impetuoso attacco a discapito della medesima città del peccato. Una rabbia, quella propria della giovane donna rettile, che ebbe a manifestarsi in una stretta violenta e improvvisa attorno a quel medesimo braccio da lei pocanzi sol sfiorato, e nella carne del quale, quasi, ella ebbe ora ad affondare le proprie dita.

« … » si lamentò, in maniera muta, lo shar’tiagho, sgranando gli occhi per quella stretta improvvisa, e quella stretta che, per poco, non ebbe effettivamente a suscitare un’esclamazione dal profondo della sua gola, esclamazione che soltanto in grazia a un encomiabile autocontrollo egli riuscì a tacere.

Malgrado il silenzio allor imperante, e obbligatoriamente imperante, sulla coppia di avventurieri e amici fraterni di Midda Bontor, più che evidente non poté mancare di risuonare all’attenzione di Howe la lunga e colorita serie di improperi che, certamente, Lys’sh non si sarebbe negata occasione di scandire in direzione della donna della Progenie della Fenice che in quel momento si era concessa simile uscita, e simile uscita che, d’altro canto, non aveva assolutamente incontrato un riscontro negativo da parte dei suoi due degni compari, i quali, semplicemente, si erano allor impegnati in una sonora risata di approvazione per tale mozione, plauso di acclamazione a confronto con una tanto violenta risoluzione.

« Comunque sia, speriamo che non abbia a esservi per i nostri capi occasione di rimpiangere la scelta compiuta nell’accettare una simile collaborazione… » sottolineò dopo poco la seconda voce maschile, a sostegno di quanto da lei così dichiarato.
« La cosa migliore da fare credo sia continuare a fidarci del loro giudizio… » suggerì quindi il primo uomo, con tono caratterizzato da una certa rassegnazione innanzi all’evolversi per lui incontrollabile di quegli stessi eventi « Senza abbassare la guardia, ovviamente. Ma, comunque, avendo fiducia nel fatto che quanto da loro deciso abbia a essere il meglio per questo mondo. »

Dopo tale frase, le chiacchiere fra i tre ebbero a continuare ma, in breve, divennero decisamente poco interessanti per Howe e Lys’sh, in termini tali da sospingere i due a riprendere il proprio cammino, e riprendere il proprio cammino, se possibile, con più domande che risposte rispetto a prima di quel piccolo momento di necessaria interruzione. Troppo vaghi, in fondo, erano stati quei tre nel loro dialogo, in termini tali da non concedere loro reale opportunità di comprendere che cosa stesse accadendo e, in particolare, che cosa stesse accadendo con la stessa donna guerriero oggetto della loro ricerca, di quella loro missione di soccorso.
A dar retta alle loro parole, in effetti, Midda avrebbe avuto a dover essere sì, e fortunatamente, riconosciuta ancora in vita, benché, tuttavia, anche riconosciuta qual impegnata in un improbabile sodalizio con la Progenie della Fenice stessa, in termini tali, addirittura, da lasciare insoddisfatti quei tre esponenti, e quei tre esponenti che, chiaramente, avrebbero preferito agire in modi decisamente più radicali rispetto a quelli allor abbracciati da coloro al vertice della loro catena di comando.
Possibile che avessero inteso in maniera corretta i fatti…? Possibile che Midda, pur sostanzialmente rapita da quei folli fanatici religiosi, quegli integralisti genocidi che alcuno scrupolo avrebbero avuto a riservarsi all’idea di cancellare un’intera città dalle mappe, avesse poi trovato occasione di collaborare con essi…? E collaborare a qual fine, soprattutto…?!
Dubbi. Perplessità. Interrogativi di difficile esplicazione, i loro, a confronto con i quali non avrebbero potuto, comunque, far molto di più rispetto a proseguire nel proprio cammino, e a proseguire rinvigoriti, psicologicamente, in esso, dal confronto con l’evidenza di aver avuto ragione nel muovere i propri passi sino a lì. E sebbene, mai come in quel momento, a Howe e Lys’sh sarebbe stato utile avere a concedersi un’opportunità di reciproco confronto, i due restarono allor fedeli al silenzio nel quale si erano costretti per non rischiare inutilmente di compromettere l’esito della loro missione, e un esito quantomai promettente come in quel particolare momento.
E sol quando il loro cammino sembrò giungere in direzione d’arrivo, avendo Howe occasione di riconoscere la loro destinazione, nel resti di quell’edificazione nei sotterranei della quale si avrebbe avuto accesso all’origine del letale percorso che li avrebbe condotti sino al luogo ove per secoli, millenni forse, era stata custodita la corona perduta; Lys’sh si ritrovò costretta a frenare l’incedere del proprio amato, balzandogli repentinamente innanzi e schierandosi a frenare il suo cammino, e un cammino che ella, allora, avrebbe potuto essere certa non avrebbe mancato di condurlo a morte sicura.

“… non di qui!” parve volergli comunicare, e comunicare con fermezza assoluta, nello scuotere vigorosamente il capo innanzi a lui e, così facendo, nel respingere categoricamente ogni possibile ipotesi di progresso in tal direzione.

Howe non avrebbe potuto in alcuna maniera fraintendere il senso di quel suo blocco, del freno da lei in tal maniera imposto al cammino da lui allor tracciato. Ma, ciò nonostante, tale avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuto l’unico percorso a lui noto per accedere al loro obiettivo finale, ragione per la quale, aggrottando la fronte, ebbe a indicare con l’indice nella destra la necessità per loro di aver ad avanzare in quella specifica direzione.
Lys’sh, ancora una volta, scosse fermamente il capo e, tirandolo appena a sé, avvicinò la propria bocca al di lui orecchio sinistro, per aver lì a sussurrare, quasi al limite della soglia dell’udibilità umana, l’argomentazione a sostegno della posizione così promossa.

« E’ colmo di non morti. » scandì, senza ammettere possibilità di replica.

In effetti, in occasione della loro precedente visita, circa tre lustri addietro, quel medesimo sotterraneo si era presto saturato di zombie, zombie fuoriusciti praticamente da ogni parete, oltre che dagli stessi pavimenti: pareti e pavimenti che, lì sotto, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual luoghi di sepoltura per i trapassati, e per dei trapassati che lì, allora, erano stati posti a guardia di quel passaggio, dell’inizio di quel percorso.
Tutt’altro che improbabile, nella propria veridicità, avrebbe quindi avuto a dover essere inteso l’ammonimento allor proposto da Lys’sh, e volto a suggerire quanto, pur a distanza di tanti anni, nulla fosse mutato lì sotto e che, se soltanto essi avessero proseguito in quella direzione, altro non avrebbero avuto che a calarsi nel corrispettivo zombie di un nido di serpenti, condannandosi a un fato tutt’altro che esaltante nella propria stessa formulazione.

« Deve esserci un’altra via. » soggiunse quindi, esprimendo ora non un dato di fatto, quanto e piuttosto una logica conclusione.