11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

lunedì 27 novembre 2017

2382


L’esplosione di violenza che ebbe a seguire di lì a pochi istanti fu così improvvisa e dirompente che, benché avrebbe dovuto sconvolgere i due pargoli, non poté da parte loro essere neppure realmente presa in considerazione. Non, quantomeno, nell’immediato.
Sebbene, infatti, dopo il consapevole assassinio del proprio supposto alleato, altresì rivelatosi mero traditore, Midda parve voler offrire, per un fugace istante, l’impressione di una propria resa, in tal maniera sicuramente incentivata dal terribile e temibile schieramento di uomini e armi dispiegato in propria potenziale offesa, e ancora peggio in potenziale offesa ai due bambini, addirittura levando la propria destra verso il cielo a dimostrare tale capitolazione; simile eventualità avrebbe avuto a dover essere considerata obiettivamente estranea non soltanto alla sua personalità, al suo carattere e, allora, alla sua stessa mente, ma anche, e ancor più, a tutti coloro che, lì presenti, stavano venendo trascurati, nella propria esistenza, né più, né meno, come in ogni altro giorno, in ogni altro momento della propria esistenza. Quegli uomini e quelle donne, umani e non che fossero, che, per alterne vicende, erano nati o caduti in disgrazia, e, in ciò, erano finiti a trascorrere la propria quotidianità per le strade di quella grande città, tuttavia, non avrebbero avuto a dover essere ignorati come esseri umani, non avrebbero avuto a dover essere trascurati nella propria individualità né, tantomeno, nella propria collettività, giacché, per quanto emarginati, per quanto relegati ai margini della società civile e, sovente, lì dimenticati, tutti loro erano e sempre sarebbero rimasti delle persone, con dei propri sentimenti, delle proprie emozioni e, ancor più, una propria dignità: un orgoglio, il loro, forse abitualmente sottomesso alla sventura della propria condizione, e che, ciò nonostante, e indubbiamente in misura maggiore rispetto a chiunque altro in quella città o in quell’intero pianeta, mai avrebbe permesso a chicchessia di invadere la loro casa, minacciare i loro amici e, soprattutto, spianare delle armi in direzione di due bambini, di due pargoli troppo giovani, troppo piccoli per poter essere colpevoli di qualunque crimine, e che, a prescindere da qualsivoglia idea di colpa, mai avrebbero potuto meritare una simile, devastante espressione di violenza.
E se pur, allora, in tal frangente, probabilmente nessuno degli uomini in nero, nell’abituale indifferenza dimostrata verso tali persone, da troppo tempo, da sempre, abituati a passare loro accanto senza neppur rendersi conto della loro presenza lungo le strade della città, avrebbe potuto cogliere il sentimento di ribellione che, nel profondo dei petti di quegli uomini e donne stava gonfiando i loro cuori, facendoli battere con un incedere sempre maggiore, sempre più incalzante; Midda Bontor non avrebbe potuto commettere il medesimo errore, non avrebbe potuto trascurare il profondo rifiuto che, in tutte quelle persone, stava crescendo a dismisura, pronto a esplodere, pronto a deflagrare di lì a pochi istanti, se solo vi fosse stato il giusto innesco. E benché, una parte di lei, non avrebbe mai voluto permettere a quell’organizzazione di rimettere le mani sui due bambini, su quella coppia che a lei si era affidata e che, in ciò, mai avrebbe smesso di proteggere, di custodire, sino a quando ve ne fosse stata necessità, in tal senso dimostrandosi pronta a compiere qualunque azione, e a servirsi di chiunque, per raggiungere il proprio scopo, non esitando, pertanto, a fungere ella stessa da scintilla per dare il via a quella battaglia; un’altra parte del suo cuore, del suo animo, non avrebbe mai voluto coinvolgere quegli uomini e quelle donne, già sufficiente colmi di propri problemi, di proprie sofferenze, in una sfida l’esito della quale, purtroppo, facile sarebbe stato a immaginarsi, a prevedere, non avrebbe volto in favore di tale ribellione, di simile resistenza, non, laddove, a degli uomini e delle donne pur animati da sincero furore e desiderio di autodeterminazione, ma, purtroppo, privi di qualunque formazione o arma, si sarebbero contrapposti uomini e donne sicuramente più controllati, più freddi, in grazia del proprio addestramento, e, soprattutto, coadiuvati, nelle proprie azioni, da armi laser e armi al plasma, a fronte delle quali, ineluttabilmente, quella possibile idea di scontro, di battaglia, sarebbe presto stata ridotta alle dimensioni di una vera e propria mattanza.
Purtroppo, per quanto la donna guerriero non avrebbe mai potuto allor desiderare l’occorrere di quella strage, in quanto qualcuno, probabilmente, avrebbe avuto a ritenere quantomeno ipocrita laddove, ella stessa, poche ore prima, durante il periodo di allontanamento forzato da Tagae e Liagu, si era letteralmente sporcata non soltanto le mani, ma il viso e gran parte del proprio corpo nel sangue dei propri avversari, altri uomini in nero che non aveva avuto la benché minima esitazione ad affrontare, e ad affrontare alle porte del medesimo grande edificio dalle pareti bianche dal quale i due bambini, qualche ora prima, erano fuggiti; nulla ella poté essere in grado di compiere per contenere quella furia nel momento in cui essa fu portata a raggiungere i propri massimi vertici, i propri limiti più estremi… evento che ebbe a coincidere, non a caso, con una nuova presa di posizione, arrogante e ipoteticamente vittoriosa, da parte di quella voce sconosciuta già elevatasi dalle retrovie del gruppo di uomini in nero, a sentenziare, indirettamente, la morte del signor Bannihil.

« Sono lieto di constatare che abbia accettato di ridursi a più mite consiglio, signora Bontor… » dichiarò, con supponente condiscendenza, forse neppur realmente consapevole di quanto, in quel frangente, tutto ciò che stava lì trattenendo la destinataria di tali parole a non riprendere la stessa carneficina della quale già si era resa protagonista, avrebbe avuto a dover essere considerato non il loro numero, non le loro armi, quanto e semplicemente la presenza dei due bambini e, ancora, di tutti coloro che, lì attorno, sarebbero rimasti potenzialmente coinvolti quali vittime innocenti di una guerra non loro.

Una guerra, in verità, che obiettivamente non avrebbe avuto a doversi considerare neppur propria della stessa donna guerriero, e che, ciò non di meno, ella aveva reso tale, abbracciandola, accogliendola, e, forse, persino scatenandola, nel nome della difesa di quei pargoli, quei bambini che, in un momento qualunque della propria vita, aveva veduto rifuggire correndo inseguiti, braccati, quasi fossero semplici prede, da quegli uomini in nero, e che, per tal ragione, non aveva potuto ignorare, non aveva potuto trascurare al pari di quanto, attorno a loro, stava compiendo pressoché chiunque in quella pur affollata città.
Una guerra che, per tale, identica ragione, allora, ella non avrebbe potuto impedire di abbracciare anche a chiunque altro, lì presente, si fosse voluto opporre a quell’ingiustizia, a quella violenza, a quei criminali travestiti da militari che, senza alcun riguardo neppure per la morte di un loro alleato, del traditore appena ucciso dalla donna, lì erano sopraggiunti per imporre la propria forza e, in grazia della stessa, riappropriarsi, quasi fossero semplici oggetti inanimati, di Diciannove-Cinquantadue e Diciannove-Cinquantotto, per ricondurli al cupo destino dal quale, con tutte le proprie forze, quei due bambini avevano cercato di scappare, metaforicamente e fisicamente.
Una guerra che ebbe a esplodere in diretta conseguenza all’ordine che, allora, la medesima, arrogante voce ebbe lì a impartire…

« Incatenateli. » ordinò, in direzione dei propri compagni, forse degli uomini al suo servizio, al suo comando, in riferimento, ovvio, ai tre al centro delle loro attenzioni, riferimento che, per quanto evidente, volle da lui essere sottolineato, forse a meglio enfatizzare il successo di quella missione di recupero « Sia i bambini, sia la donna: non voglio che, al momento meno opportuno, possano nuovamente decidere di opporsi e di tentare nuovamente di fuggire… o, questa volta, per quanto tutto ciò sarebbe economicamente sconveniente, saremo costretti a sbarazzarci di questa merce difettosa. »

Merce difettosa: con tali termini le esistenze di Tagae e Liagu erano state, in tal maniera, minimizzate e banalizzate a quelle di meri oggetti, meri possedimenti verso i quali, oltretutto, non volgere neppur un qualche reale interesse, un qualche reale apprezzamento, se non per il valore di mercato che, ai loro occhi, essi possedevano.
E se, a fronte di ciò, già per la donna guerriero fu difficile trattenersi, per tutti gli altri lì presenti, per tutti coloro che pur, a stento, stavano trattenendo la propria crescente rabbia, quelle parole furono troppo. Furono la scintilla utile a far esplodere la loro ribellione.

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