11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

mercoledì 6 maggio 2009

481


C
i ritrovammo, dopo un lungo e non agibile cammino, innanzi alle enormi porte in pietra. Osservate dal basso, esse apparvero in verità ancor più grandi di quanto inizialmente supposto, prive di una qualsivoglia possibilità di proporzione definibile “umana”. Se non da divinità, certamente esse dovevano essere state scolpite e innalzate su… in quella parete rocciosa da creature comunque non umane, forse giganti figli di dei: nessun mortale, infatti, avrebbe potuto abbisognare di simili soglie, avrebbe potuto ricavare una qualche utilità, un qualche profitto dall’erezione di tali portali, dove mai essi sarebbero potuti essere azionati, mai sarebbero potuti essere aperti dalla forza, comunque limitata, di un intero esercito. Per concedervi una chiara idea in merito a quanto colossali quelle forme ci apparvero una volta giunte a contatto con esse, basti pensare che lo zoccolo di un enorme cavallo, scolpito in bassorilievo su quella roccia, si proponeva essere pari alla mia stessa altezza, facendomi smarrire ogni speranza di comprendere l'immagine esatta lì raffigurata, per quanto ora non avrebbe dovuto più apparire mutevole, imperscrutabile.
Innanzi a simile spettacolo, pertanto, la domanda più ovvia non poté che risultare immancabile nell'essere proposta, ancora una volta dalla mia voce ormai affermatasi quale unico contrasto a quella situazione, all'intento nel quale stavamo comunque tutte e tre procedendo una accanto all'altra…

« A costo di apparire banale, come entriamo? » domandai, levando il capo verso l'alto a perscrutare l'opera, salvo poi riabbassarlo immediatamente, colta da un senso di vertigine.
« Uhm… » commentò la mercenaria, osservando con un certo interesse la situazione, nel dimostrarsi tutt'altro che smarrita di fronte ad essa « Seguitemi. » suggerì poi, avanzando con passo deciso.

La principessa ed io, dopo esserci scambiate uno sguardo interrogativo, decidemmo di seguire la donna guerriero, incuriosite dall'apparente fiducia da lei dimostrata nel proprio incedere, quasi le fosse concessa un'informazione a noi ignota nel merito di simile architettura. Muovendoci, accompagnate dal mulo, lungo quella porta per noi simile a immenso muro, raggiungemmo in breve tempo un solco tagliato con netta precisione all'interno della roccia piena di quella parete, apparentemente illimitato nella propria verticale e limitato in larghezza, tale comunque da permettere agevolmente l'ingresso a persone di stazza non eccessiva: un concreto ed inatteso varco posto proprio su quella che avrebbe dovuto essere un'impenetrabile porta, aperto verso l'oscuro interno di quella fortificazione inumana.

« Per gli dei! » esclamò Nass'Hya, sgranando gli occhi.
« L'asino non potrà seguirci, ma noi tre dovremmo riuscire a passare tranquillamente… » sorrise Midda, indicando il passaggio « Ora non ci sono più scuse per restare fuori. »
« Ma come lo sapevi? » richiesi, smarrita non meno rispetto alla mia compagna, per quella rivelazione sorprendente « Perché eri a conoscenza di questa apertura, o no? Sei giunta qui con evidente convinzione, certa di trovarla… »
Una domanda del tutto legittima, alla quale la risposta non tardò a giungere, proponendosi effettivamente prevedibile eppure non scontata: « Più che altro lo immaginavo… » corresse, con aria divertita in conseguenza delle espressioni dei nostri volti « Per quanto colossale, questa resta comunque una soglia… e come tale deve prevedere la possibilità di aprirsi… » tentò di spiegare, attendendo poi qualche reazione da parte nostra.
Alcun segno di intendimento, però, le venne offerto, lasciandole trovare in noi solo silente attesa per una descrizione più puntuale, un ragionamento più dettagliato che fossimo in grado di seguire.
« Le comuni porte, dove formate da due ante contrapposte ma, anche, da una singola parte, prevedono sempre nel lato della loro apertura uno spazio utile a concedere il movimento alla stessa, nel considerare il suo spessore. » proseguì allora lei, cercando di venirci in aiuto « Un'intercapedine normalmente tanto minimale da non essere considerata dal nostro punto di vista, ma attraverso la quale, ad esempio, insetti o piccoli rettili possono trovare possibilità di violare le barriere da noi erette a nostra ipotetica protezione. »

Solo allora, tanto io, quanto la principessa, potemmo comprendere il perché della presenza del varco individuato dalla mercenaria, spalancando nuovamente occhi e bocche per lo stupore derivante dall'ovvio, scoperto prima quale ignorato. Un ragionamento semplice, elementare quello che la Figlia di Marr'Mahew ci aveva offerto, che quale entrambe avremmo dovuto compiere autonomamente, senza il suo aiuto, senza quel chiaro indirizzamento ma al quale, altresì, probabilmente non saremmo giunte, non nei minimali tempi proposti da lei.

« Un'intercapedine che, nelle dimensioni paradossali di queste porte, assume proporzionalmente ed incredibilmente una misura fuori dal comune, tale da concederci una via d'accesso alla fortezza, altrimenti inespugnabile… » sussurrai, completando il processo mentale avviato dalla donna guerriero, meravigliata da simile conclusione.
Purtroppo, però, ben lontano dal considerarsi terminata si sarebbe dovuta considerare quella constatazione, come dimostrò Nass'Hya ritrovando voce dopo di me: « Ciò, purtroppo, significa che nel confronto con coloro che hanno realizzato questa soglia, noi potremmo essere considerate semplici insetti o, eventualmente, piccoli rettili… » commentò, riproponendo le parole appena ascoltate.
« In effetti. » annuì la donna guerriero, non potendo assolutamente negare l'evidenza derivante da ciò « Se fossero state concepite quale forma di contrasto da normali esseri umani, probabilmente non avrebbero dimostrato un errore tanto palese. »

E benché quell'ultima nota, condivisa dalle due principali voci a favore dell'esplorazione del maniero, avrebbe potuto essere considerata utile a dissuaderci dal proseguire in quel proposito, imperterrite e, probabilmente, stolide per simile scelta, cercammo un punto entro il quale offrire maggiore riparo e protezione al nostro compagno quadrupede, prima di avventurarci oltre quel varco.
Personalmente non avrei potuto negare una certa affezione nei confronti dell'asinello, fedele complice nel corso di quel lungo viaggio, di quella fuga da Y'Shalf e da tutto il passato di tradizioni, usi, costumi e religioni che essa rappresentava con il proprio stesso nome. Per questo vissi con una certa negatività quel distacco, la separazione a cui fummo obbligate: mio timore, naturalmente, era il freddo, nemico giurato dal quale stavamo cercando evasione, difesa, protezione, avrebbe potuto prevalere nei confronti dell'unico compagno lasciato alle nostre spalle nell'impossibilità per esso di superare quel pertugio al nostro fianco. Simile malinconia, comunque, venne presto superata da un momento quasi grottesco del quale mi ritrovai ad essere spettatrice, tragicomico dove, quasi, esso sembrò rendere impossibile anche un'altra importante presenza al nostro fianco.

« Thyres! » sbuffò a gran voce Midda, storcendo le labbra « Odio l'imbarazzo di queste situazioni… »

Come non essere poste in soggezione, del resto, nel momento in cui la dimensione dei propri seni sembra impedire un movimento per altri assolutamente naturale?
Sì… forse non ho avuto modo di sottolinearlo prima d'ora, ma una caratteristica fisica fondamentale di quella donna, accanto agli occhi color azzurro chiaro, simile al ghiaccio, allo sfregio sul suo volto, ad un braccio destro di nero metallo dai rossi riflessi e ad un braccio sinistro completamente ricoperto da tatuaggi in tonalità ancor celesti, era data da proporzioni decisamente generose, in conseguenza delle quali, inizialmente, ella temette di non riuscire ad attraversare il passaggio trovato, pur ponendosi di profilo innanzi al medesimo.

« No… per carità. » insistette, sollevando le mani per stringere i seni contro il proprio petto, a cercare di soffocarne la mole « Non fatemi invidiare le amazzoni tal’harthiane, per favore… »

martedì 5 maggio 2009

480


A
vete mai avuto occasione di notare come, innanzi ad una scelta praticamente ovvia, fra un'alternativa sicura, priva di pericoli, ed una del tutto incerta, all'interno della quale impossibile sarebbe stato prevedere un qualche risultato e, ancor peggio, un qualche risultato positivo, raramente un singolo o un gruppo preferiscano la prima opportunità alla seconda? Nelle leggende, nelle ballate, nelle fiabe, tale situazione si pone estremamente abusata, una via conformistica dalla quale, comunque, difficilmente anche il più originale degli autori potrebbe esimersi, dove solo attraverso essa un'avventura potrebbe trovare corpo, motivo di essere: se, infatti, un audace cavaliere, un impavido eroe, posto innanzi al bivio fra un bosco tenebroso ed una via soleggiata imboccasse la seconda, di quali gesta varrebbe la pena di narrare?
Al di là di contesti obbligati quali quelli della fantasia o dei miti, comunque, nella vita reale, nella quotidianità di tutti i giorni, dei comuni mortali quali tutti noi siamo non dovrebbero preferire l'oscurità alla luce, l'ignoto al noto. Ciò nonostante, però, forse in conseguenza di un'istintiva ricerca di completezza, di realizzazione attraverso le proprie opere, le proprie azioni, tale da guadagnarsi la stessa immortalità di una leggenda, raramente il raziocinio riesce a prevalere, la strada più tranquilla ad essere imboccata. Una condanna, quella di noi mortali, dalla quale sembriamo non poter e non voler rifuggire, non riuscendo e non tentando neanche di accettare il nostro stato, di maturare la consapevolezza necessaria per mantenerci quietamente all'interno dei nostri limiti, godendo in essi delle comunque illimitate possibilità concesseci dalla vita.
Del resto, in quale altro modo avrei potuto giustificare, altresì, la mia permanenza all'interno di quel piccolo gruppo, di quella ridotta compagnia dalla quale non avrei potuto trarre alcun beneficio, nella quale non avrei potuto trovare alcun futuro, se non proprio in virtù di tali considerazioni, folli, insane, ma pur sempre umane, caratteristiche della nostra stessa natura e dalle quale impossibile sarebbe per noi alienarci?
Giunta a quel punto, del resto, non avrei potuto più indicare nella mercenaria la causa dei miei mali, la ragione della mia permanenza all'interno di quel gruppo, dove ella, che pur aveva incarnato l'impulso iniziale per generare una simile realtà, da lungo tempo non era sembrava volersi più assumere alcuna responsabilità in merito alla mia autodeterminazione, alla mia libertà personale, trattandomi non più da ostaggio ma, a tutti gli effetti, da compagna di viaggio. Se solo avessi voluto, se solo avessi desiderato allontanarmi da quella coppia, alcun ostacolo si sarebbe frapposto fra me e la realizzazione di tale scelta. Ma io non volevo, io non desideravo abbandonare Midda e Nass'Hya… non ancora, per lo meno.
Inutile sottolineare, a questo punto, quale fu la risposta che, dopo un lungo momento di indecisione, venne offerta nei confronti della mia domanda, del mio dubbio.

« Entriamo. » propose, con un certi grado di sicurezza nella propria voce, la principessa, avendo già praticamente stabilito una propria decisione, una propria esplicita volontà a tal riguardo.
« … perché?! » replicai, attendendomi sì simile voce ma, al tempo stesso, non potendo evitare, per un istante, di contrastarla, paventando l'idea di inoltrarmi in simile complesso.
« Perché no? » sorrise la giovane aristocratica, sollevando e riabbassando le spalle come se nulla fosse.
« Innanzitutto non noto possibilità d'accesso… a meno di non accrescere in dimensioni fino ad assomigliare e dei giganti. » risposi, inarcando un sopracciglio nel replicare un gesto, una mimica facciale che avevo colto più volte adoperata dalla mercenaria, quale nota di sarcasmo.
« A questa distanza sarebbe difficile distinguere un varco utile alle nostre attuali stature anche se esso ci fosse innanzi agli occhi. » controbatté l'altra.
« E poi non abbiamo alcuna idea di cosa ci possa attendere entro quelle mura, erette sicuramente per ospitare qualcosa di diverso da noi, semplici mortali. » aggiunsi, storcendo le labbra verso il basso « Suppongo che l'andare ad irritare una divinità all'interno della propria dimora potrebbe comportare gravi rischi per il mantenimento della nostra salute… non credi? »
« Dubito che un dio si porrebbe tanto facilmente raggiungibile dai suoi fedeli. E, poi, se davvero qui risiedesse una divinità, per quale ragione non circolerebbero notizie di sorta a tal riguardo? Se anche fosse malvagia, vi sarebbero chiari avvertimenti in tutta Y'Shalf e Kofreya a tal riguardo. »
« Sempre ammesso che mai qualcuno possa essere sopravvissuto al pericolo per poter fare ritorno ed avvertire di simile presenza. » sottolineai, quasi iniziando ad apprezzare il sapore offerto da quel dialogo, quel confronto di opinione e pensiero con Nass'Hya.

Come ormai divenuta sua abitudine, fu Midda ad interrompere quel dibattito, intervenendo con il proprio voto all'interno del nostro piccolo concilio, ago della bilancia fra di noi per non concedere mai ad una questione di restare senza una definita soluzione, senza una chiara conclusione.
Moderatrice ancor prima che impositiva, avevo avuto già modo di comprendere come ella raramente concedeva alle proprie scelte, anche dove apparentemente azzardate, di essere compiute senza una solida analisi preventiva, senza una serie di ragioni, più o meno discutibili, ovviamente, che rendessero dal suo punto di vista non solo fattibile ma, addirittura, necessaria una data scelta. Ciò, naturalmente, avvenne anche in quell'occasione.

« Fra poco farà buio e la temperatura calerà di moto. » commentò, con tono serio, pensieroso « Inoltre i venti, la pioggia o, se non peggio ancora, la neve potrebbero sorprenderci con il loro gelo nel cuore della notte, assiderandoci e lasciandoci morire senza neppure avere percezione di tale triste fato. »
« Concordi con l'entrare? » domandò la principessa, quasi soddisfatta da simile intervento volto a darle ragione, dove comunque il tutto sarebbe potuto essere considerabile quasi retorico.
« Ammetto una certa curiosità per quell'edificio e per i tesori che potrebbe contenere, e che potrebbero offrirmi una qualche ricompensa nel corso di questa missione altrimenti priva di ogni introito… del resto anche io devo campare in qualche modo. » riprese lei, aggrottando la fronte con aria incerta « Anche se non mi sento di contrastare completamente le opinioni di Fath'Ma a tal riguardo: potrebbe essere estremamente pericoloso, al punto tale da non concedere ad alcuno una possibilità, anche minima, di sopravvivenza. »
« Concordi con il proseguire, allora? » intervenni io, in un gioco che potrebbe essere considerato quasi infantile, derivante dal confronto con l'aristocratica.
« Un pericolo probabile contro uno certo: un'oscura divinità contro il gelo della notte invernale fra i monti Rou'Farth. » soppesò verbalmente lei, nel porci innanzi alla sintesi di ogni dubbio proposto « Dovendo scegliere, propendo verso la vita, per quanto pericolosa essa possa rivelarsi: preferisco ritrovarmi a combattere contro un nemico reale, concreto, a cui io possa offrire la mia mano e la mia spada, invece che contro l'infido freddo, capace di risucchiarmi la vita dalle ossa senza colpo ferire. »

Un ragionamento non privo di una sua logica, quello proposto, per quanto ovviamente molte sarebbero potute essere le obiezioni in suo contrasto, parecchie sarebbero potute apparire le note da sottolineare in merito ad alcune delle ipotesi assunte alla base di quella tesi. Avrei, infatti, potuto sottolineare come avessimo già affrontato delle notti all'aperto fra quelle cime e che, sicuramente, altre ci sarebbero state richieste prima di poter superare tale naturale linea di confine. Avrei, anche, potuto denotare come di fronte al gelo parecchie sarebbero potute essere le armi in nostro possesso, al contrario rispetto ad un'eventuale divinità o a qualunque altra temibile creatura ci avesse atteso dietro quelle porte di straordinarie dimensioni.
Avrei… sì… avrei potuto fare e dire molte cose, ma non feci e non dissi nulla. Non espressi alcun commento in contrasto a quella scelta. Perché, dopotutto, per quanto da sempre semplice serva, non potevo comunque negare curiosità innanzi a tale spettacolo, offerta inequivocabile proposta innanzi a me ed a Nass'Hya per concederci di vivere un'avventura come quelle di cui da sempre avevamo solo sentito parlare e che mai avremmo osato pensare di poter sperimentare in prima persona.
Purtroppo, però, la saggezza popolare raramente offre vani consigli, inutili propositi, e dove fin troppi si propongono essere i proverbi volti a sottolineare la pericolosità e le spesso fatali conseguenze della curiosità, avremmo dovuto concederci maggiore prudenza prima di gettarci a capo chino verso quell'imperscrutabile avvenire.

lunedì 4 maggio 2009

479


P
rovate a focalizzare la vostra mente sul profilo dei monti Rou’Farth.
Cime scoscese, vette talvolta irraggiungibili modellate nella roccia più forte, più solida, che si ergono verso il cielo in una parete quasi verticale, tale per cui anche il più agile degli stambecchi non potrebbe trovare alcuna possibilità di sfida nel confronto con la medesima, arrendendosi all'evidenza del proprio limite, della propria impossibilità a raggiungere quanto gli dei, evidentemente, hanno deciso debba restare inviolato.
Provate, ora, a immaginare come su tale superficie si possa improvvisamente presentare la facciata di un edificio, scavato all'interno del cuore stesso delle montagne.
Dimensioni colossali, superiori a quelle cui mai un mortale, fosse esso anche il più folle ed egocentrico mai vissuto su questa terra, avrebbe potuto desiderare: una gigantesca, ciclopica edificazione ricavata dalla stessa roccia immortale di quelle montagne, contro la quale alcun esercito, per quanto possente, per quanto imperioso, avrebbe mai potuto osare nulla. Impossibile supporre chi avrebbe mai potuto essere autore di una siffatta opera, una meraviglia priva di eguali e dimenticata dalla storia stessa dell'umanità, forse per errore, come inizialmente avevano supposto, ma più probabilmente per orrore, come successivamente potemmo purtroppo constatare direttamente.
Riprendendo uno stile a metà strada fra quello kofreyota ed il nostro y'shalfico, quanto visibile in quel prospetto presentò quattro incredibili pilastri svettanti verso l'alto, tendenti alla volta celeste con un'altezza impossibile da poter stimare, valutare, e fondati su basi esagonale, ognuna di oltre trenta piedi per lato. Spingendo il proprio sguardo a levarsi dal suolo, sfidando quello spettacolo, in un miscuglio quasi naturale con la stessa montagna da cui quelle pareti avevano avuto origine sarebbe emerso chiaramente agli occhi di un osservatore, così come risultò ai nostri, nella presenza di quattro enormi cupole elaborate forse al solo scopo di fungere da ornamento di quelle stesse paradossali colonne, un accenno di eleganza, di ricercatezza in un'apparenza altrimenti fin troppo marziale. Nel delimitare le estremità di incredibili pareti, ognuna di simili torri si mostrò distanziata nello spazio per una estensione superiore sicuramente al miglio in ogni singolo intervallo, se non oltre ancora ad esso: solo a distanza elevata, quale quella da noi occupata nel primo istante in cui il nostro sguardo si offrì in tale direzione, si sarebbe potuta percepire con precisione l'esatta portata dell'edificio, in un pur approssimativo quadro d'insieme sul medesimo. E nell'offrire il proprio interesse a quelle sterminate pareti, alcuno avrebbe potuto ignorare la presenza in esse, centrati rispetto alle estremità, di tre portali, ricavati in proporzione curata con l'enormità di simile contesto: attraverso essi, probabilmente, gli stessi dei avrebbero potuto cavalcare nel giungere fra i mortali, oltrepassato quello che senza difficoltà sarebbe apparso essere agli occhi di chiunque un limite divino posto a delimitazione del nostro mondo rispetto al loro piano di realtà.
A sbarramento di tali portali, non usci di legno, ovviamente, sarebbero mai potuti proporsi all'attenzione di eventuali osservatori, quanto ancora enormi soglie di pietra, non più liscia, ora, non più semplicemente spianata a dimostrarsi quale parete, seppur straordinaria, quanto piuttosto elaborata in dozzine e dozzine di incredibili motivi ornamentali, grandiosi bassorilievi scolpiti forse a voler raccontare una storia popolata non tanto di uomini e donne quanto di creature superiori, signori di questo mondo prima della nostra creazione, della nostra ascesa, figli forse diretti di dei e dee al cui confronto la nostra esistenza sarebbe probabilmente apparsa quale quella di miseri insetti privi di ogni valore. Ma più il nostro sguardo sembrava impegnarsi a cercare di identificare con chiarezza le scene lì ritratte per l'eternità, più esso risultava fallire, quasi ci fosse proibita una tale eventualità, la conoscenza di questioni superiori alla nostra natura limitata: dove un istante prima qualcosa simile ad un cavallo a otto zampe veniva intuito in quelle forme, un attimo dopo solo confusione si concedeva ad intrecciare i nostri occhi, lasciandoci sempre dubbiosi, incerti su cosa avessimo osservato; dove in un fuggevole momento ci ponevamo convinte di aver distinto colossali guerrieri armati e pronti alla guerra nei confronti di temibili avversari, subito a seguire quella roccia risultava assolutamente non intelligibile, come un testo scritto in un linguaggio straniero nell'ammettere di saper pur leggere la propria lingua, il proprio alfabeto. Osservare quelle porte colossali, in verità, offriva le medesime sensazioni derivanti dall'osservare un mare quieto, il quale pur apparendo immobile ed immutabile, continua a cambiare la propria superficie, i propri riflessi, assumendo infiniti volti diversi e non concedendosi mai pienamente ad alcuno.

« Thyres… »

Un'invocazione, quella offerta da Midda Bontor innanzi a tale spettacolo, che pur richiamando una divinità a me estranea, non conosciuta, si propose ugualmente trasparente delle emozioni che in sé voleva racchiudere, alla vista di un inatteso paesaggio, qualcosa del quale non si aveva avuto alcuna notizia per quanto, evidentemente, non sarebbe stato tanto difficile da identificare fra le vette dei monti Rou'Farth. E dove neppure la mercenaria, con il proprio carico di esperienze, avrebbe potuto dirsi confidente con tale meraviglia, un naturale e reverenziale timore non poté evitare di impossessarsi tanto di me quanto della mia compagna d'avventura, nel confronto con l'imperscrutabile ignoto.

« Avremmo dovuto attenderci questa… cosa? » domandò con una forte ed evidente intonazione retorica la principessa, nel volgere la propria attenzione alla donna guerriero, nel concederle, come fino a quel momento, tutta la propria fiducia nella speranza di una qualche spiegazione pur dove difficilmente offribile.
« Preferisci la cruda verità o una pietosa menzogna? » replicò con tono ugualmente retorico la Figlia di Marr'Mahew, sottintendendo in quel commento la risposta negativa ovvia per la questione propostale.
« Ma… cosa è? » intervenni io, non volendo risultare stereotipata in simile richiesta, ma non potendo fare a meno di offrire voce a tale curiosità per la quale dentro di me sapevo di non poter ottenere risposta dalle mie interlocutrici.
« Potrei dirti cosa sembra… ma non cosa sia in verità. » commentò Midda, scuotendo il capo « Una roccaforte… una fortezza… dimenticata all'interno delle nevi dei monti Rou'Farth. »
« Dimenticata?! » esclamò divertita Nass'Hya, per una simile minimizzazione « Per Gau’Rol… ed io che mi rimprovero ancora di aver perso anni fa un braccialettino, non riuscendo a ricordarmi dove l'ho lasciato appoggiato. In confronto con… questo… anche smarrissi la dimora dei miei avi potrei considerarla come una venialità. »
« Non posso darti torto… » ammise l'altra, scuotendo il capo ed arricciando le labbra nel dimostrare evidente incertezza.

Il dubbio che in quel momento dominava la mercenaria, in fondo, assillava anche me stessa e, probabilmente, la principessa, nonostante ancora nessuna avesse avuto volontà di offrire voce a tale emozione. Di fronte a determinati eventi, in fondo, è proprio degli elementi della razza umana dimostrare ritrosia nell'esprimersi, quasi il prendere posizione verso simile fatto, fosse anche solo nel riconoscerlo quale avvenuto con una domanda in tal merito, potesse sottintendere già una possibilità di errore, uno sbaglio a cui nono poter successivamente rimediare in alcun modo. Forse, in simile comportamento, andrebbe letta la speranza di essere all'interno di un bizzarro sogno, una realtà onirica che pur si distacca da quella appartenente alla propria quotidianità e che non può trovare in alcun modo un punto di contatto con essa almeno fino a quando non la si consideri effettivamente tale, in maniera esplicita.
Purtroppo, però, in tali situazioni l'attesa non si propone mai essere quale risolutiva, utile a liberare il titubante dalle proprie ragioni di perplessità. E, così, prima o poi una questione lampante non avrebbe potuto essere evitata alla nostra attenzione…

« Ed ora? Che si fa? » espressi, accollandomi l'onere di tale ingrato compito.