11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

giovedì 6 giugno 2019

2933


Fu così che, se anche quella sera Hugh e i suoi amici giunsero al pub, francamente, non me ne accorsi, né, parimenti, ne venni informata. E, comunque, alla fine non mi andò poi così male. Non dal momento che iniziai la mia cena, facente funzione di pranzo, con un’ottima zuppa di ostriche bollite, servite con vellutata di pesce e purea di acciughe, il tutto abbondantemente condito con succo di limone, e la proseguii con uno squisito piatto di carne di canguro alla griglia, con contorno di funghi saltati in padella, per poi concluderla con una pavlova alle fragole, sostanzialmente meringa ricoperta da panna e, nel mio caso, da fragole. Insomma… non potei proprio lamentarmi.
E se, al termine di quella serata utile fondamentalmente soltanto a nutrirmi, ma non ad altri scopi, per tornare al bed & breakfast avrei potuto anche riservarmi una passeggiata, forte della stanchezza accumulata in una giornata praticamente interminabile mi concessi l’occasione di un piccolo lusso, domandando al mio nuovo amico esperto in volti e nomi di volermi chiamare un taxi, non tanto per una qualche eventuale ragione di sfiducia nei riguardi dell’idea propria di una camminata di mezzanotte per una sicuramente appariscente turista straniera, quanto e piuttosto per semplice stanchezza fisica e mentale, in termini tali per cui, a malapena, fui in grado di riuscire a ricordare l’indirizzo al quale richiedere di essere accompagnata, dietro a quel velo sempre più denso che ormai obnubilava i miei pensieri…
… sì, ero decisamente stanca. E stanca al punto tale che, tornata nella mia camera, tutto ciò che potei fare fu lasciarmi ricadere sul letto, esattamente così come ero vestita, per lì crollare addormentata, prona e con il volto affondato nel cuscino, smarrendomi irrimediabilmente nei miei sogni per non meno di nove ore filate.

Forse qualcuno, a questo punto, potrebbe domandarsi, con fare curioso, qual genere di sogni avrebbe mai potuto caratterizzarmi all’epoca, in un momento tanto rivoluzionario per la mia stessa quotidianità. E, in effetti, tale domanda credo possa considerarsi quietamente legittima, e legittima nella misura in cui, in fondo, in quelle ultime settimane, in particolare, e in quegli ultimi mesi, se non anni, più in generale, la mia vita era stata rivoluzionata completamente, sin dall’ingresso in scena della prima Midda Bontor, quella che ebbe ad assumere il ruolo di mentore di mia sorella Maddie e che, successivamente, per sua mano ebbe a incontrare la morte, nel momento in cui il morbo cnidariano l’aveva trasformata in un mostro osceno, e in un mostro osceno al solo servizio di Anmel Mal Toise.
A dispetto, tuttavia, di quanto chiunque avrebbe potuto attendersi, i miei sogni, in quel periodo, non avrebbero avuto a doversi riconoscere particolarmente agitati. O, quantomeno, non in misura maggiore rispetto a quanto non avrebbero avuto a dover essere da sempre riconosciuti. E quella notte in particolare, forse complice anche la pinta di birra, ebbi occasione di dormire un lungo sonno costellato da sogni assolutamente inoffensivi e, anzi, a tratti persino piacevoli, nel prevedere la partecipazione di una coppia di tanto affascinanti, quanto sconosciuti, corteggiatori, impegnati in una sorta di competizione al solo scopo di conquistarsi le mie attenzioni. Attenzioni che, per la cronaca, avrei concesso indistintamente a entrambi anche in assenza di tanto impegno, e che pur, nell’occasione, non ebbi a elargire con tanta generosità, divertita dall’idea di quella cavalleresca disfida per la conquista della fanciulla… ossia per la mia conquista.
Banale? Forse.
Ma partendo dal fondamentale presupposto di quanto, mio malgrado, in più di sette lustri di vita, non avessi mai avuto occasione di sperimentare una relazione duratura, e una relazione in grado di superare, quantomeno, il primo appuntamento, nel confronto con il fondamentale disagio psicologico di coloro con i quali, nel corso degli anni, ho avuto occasione di tentare di uscire; sufficientemente comprensibile e giustificabile può essere considerato quanto, da parte mia, la lusinga propria di non uno, ma ben due bei ragazzoni interessati alla sottoscritta, non avrebbe potuto mancare di recare seco un certo fascino… e un fascino innanzi al quale non sarei riuscita a restare del tutto indifferente, neppure a livello onirico.
Quando, tuttavia, al mattino successivo ebbi occasione di risvegliarmi, e di scoprirmi ovviamente, e fortunatamente nella specifica situazione propria di quel frangente, sola nel mio letto, non potei mancare di rimproverarmi per essere stata così vanitosa, in quel sogno, da non essermi concessa maggiore occasione di divertimento con almeno uno dei miei due corteggiatori, in termini tali per cui, alla fine, tutto quel loro impegno, tutta quella loro devozione nei miei riguardi, non aveva avuto neppure la possibilità di concretizzarsi in un semplice bacio… che spreco!

In grazia alla lunga veglia del giorno precedente e al non meno esteso periodo di riposo proprio di quella notte, riuscii, alfine, a superare il devastante impatto del cambio di fuso orario con minore disagio rispetto a quanto non avrei mai potuto temere. E, complice la confidenza ormai maturata con l’ambiente proprio dell’università, con i suoi edifici e i suoi spazi, almeno nei limiti del mio interesse personale; quel mio terzo giorno australiano riuscì allora a proporsi qual il primo nel quale, finalmente, ebbi occasione di poter vantare un certo, e poi neppur così tardivo, acclimatamento alla nuovo mondo a me circostante, in termini tali da non apparire più qual una persona lì capitata per puro caso, qual pur avrei avuto a dovermi considerare, quanto e piuttosto qual qualcuno effettivamente consapevole di quanto stesse facendo e, soprattutto, di come farlo.
Quasi a compensare, quindi, l’assenza di un mio personale pregresso universitario, ebbi lì, agli antipodi rispetto a casa mia, a trascorrere una nuova e piena giornata rimbalzando fra un’aula e l’altra, alla ricerca della lezione giusta a cura del docente giusto. Ciò non di meno, per quanto un simile approccio avrebbe potuto, idealmente, portare i propri frutti, il confronto con la realtà ebbe a essere decisamente più impietoso di rispetto a quanto non avrei potuto avere fiducia fosse, rifiutandomi, ancora una volta, le informazioni da me desiderate e, in tal senso, semplicemente ponendomi allora a confronto soltanto con innumerevoli informazioni sicuramente interessati da un punto di vista di cultura personale, e, ciò non di meno, totalmente inutili nel confronto con quanto, allora, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto mio interesse apprendere.
Certamente, e ne ero consapevole, avrei anche potuto pensare di mutare il mio approccio, e di mutarlo in direzione utile, allora, a tentare una ricerca meno passiva, approfittando dei consueti intervalli accademici, fra un corso e l’altro, per cercare un contatto diretto con un insegnante e, in tal senso, tentare di risolvere la questione alla radice, domandando esplicitamente informazioni nel merito del tempo del sogno senza troppi giri di parole o troppi sotterfugi. Ciò non di meno, a frenare il mio agire, avrebbe avuto a dover essere giudicato un certo timore di poter, in tal maniera, esporre la mia presenza in quel luogo, e in quel luogo ove, a conti fatti, non avrei avuto a dover essere riconosciuta qual nulla di più di un’intrusa, un’intrufolata, priva d’ogni qual genere di credito utile a essere, altresì, lì presente, ad assistere a quelle lezioni o, peggio ancora, a interrogare i docenti nel merito delle mie curiosità personali. Certo: alla fine, al confronto diretto, sarei necessariamente giunta, nel momento in cui avessi individuato il professore giusto e nel momento in cui, a meno di non voler ritornare a casa senza alcun risultato, mi fossi ritrovata a dovergli esprimere le mie domande, i miei quesiti, le mie curiosità. Ma, fino al momento in cui non fossi stata effettivamente certa di ritrovarmi a confronto con il professore giusto, avrei continuato a preferire un approccio più discreto, e un approccio che pur, in verità, non avrebbe neppure avuto a doversi fraintendere qual necessariamente errato, nell’avermi allora concesso, in solo tre giorni, di riuscire a maturare una certa confidenza con quell’ambiente, e con una buona parte delle sue regole e convenzioni, scritte e non scritte.
Di conseguenza, forse prevedibile, quasi ineluttabile, anche il mio secondo giorno in università ebbe a trascorrere in modi non poi così dissimili dal primo, senza condurmi a nulla di fatto e vedendomi, immancabilmente, peregrinare di aula in aula sino al momento in cui, la mia ultima tappa, non avrebbe potuto ovviare a essere il pub, e quel pub dove, con il sorriso proprio di chi consapevole di essersi appena conquistato una nuova cliente abituale, il mio interlocutore della sera precedente ebbe lì ad accogliermi, ovviamente storpiando ancora una volta la pronuncia del mio nome…

« Reen! »

mercoledì 5 giugno 2019

2932


La vita allora a me circostante avrebbe avuto, per l’appunto, a presentarsi come quella propria di un qualunque pub, e di un qualunque pub frequentato da studenti. Tanti tavoli, a volte in posizione ordinata, a volte un po’ meno, con ancor più persone attorno a essi, a volte in posizione ordinata, a volte un po’ meno, intenti a ridere, a scherzare, a tratti a schiamazzare: ragazzi e ragazze, mescolati in maniera indistinta, con maggiore predominanza dei secondi in orbita alle prime, a conferma di quanto, anche agli antipodi rispetto al mio Paese natale, certe consuetudini non avrebbero avuto a mutare. In molti, in troppi, poi, allorché dedicare attenzione al proprio vicino o vicina, al proprio dirimpettaio o dirimpettaia, sembravano altresì concentrati solo ed esclusivamente sulla propria vita “social”, nel paradosso proprio della nostra epoca: tanti, troppi mezzi di comunicazione, ideati per avvicinare le persone, destinati a essere utilizzati, piuttosto, per allontanarle, e per costringerle a essere distanti anche quando, altresì, fisicamente vicini.
Sia chiaro: non che io sia una sorta di luddista. In effetti, al contrario, ho anche io sovente usato, e forse abusato, di applicazioni e siti “social” al solo scopo di superare quelle situazioni di imbarazzo psicologico di cui parlavo prima, e di imbarazzo psicologico non tanto mio, quanto e piuttosto dei miei possibili interlocutori, i quali, avendo soltanto la possibilità di osservare il mio volto e di leggere le mie parole, senza finire per concentrare tutto il proprio interesse sulla mia sedia a rotelle, si potevano in tal maniera porre a confronto con me come a una persona “normale”. Ciò non di meno, un contro può essere l’uso a distanza, un altro, e necessariamente abuso ancor più che uso, non può che essere quello in prima personale, e quell’uso, e quell’abuso, volti a spingere, all’interno di una compagnia intenta a ridere e scherzare, taluni elementi, se non addirittura la maggior parte degli stessi, a concentrarsi maggiormente sul piccolo schermo del proprio smartphone ancor prima che sui volti e sulle voci delle persone a loro lì circostanti.
Tanti tavoli, tante compagnie: quale scegliere? Avrei potuto avvicinarmi a un gruppo a caso, e, in tal modo, puntare tutto alla fortuna. Ma, francamente, non avrei avuto a potermi riconoscere così riposata per poter abbracciare una tale, e potenzialmente infruttuosa, tattica… anzi.
Nel mentre della mia valutazione sulle persone lì presenti, in ciò, mi ritrovai a sorseggiare un po’ della mia “pinta di benvenuto”, quando, improvvisamente, il mio cervello decise di scuotersi dall’evidente intorpidimento che lo stava iniziando a predominare, e a predominare in maniera più che giustificata, al solo scopo di riportare la mia attenzione al mio ultimo interlocutore, e a colui che, allora, mi aveva offerto quel boccale di birra…

« Molto buona, grazie! » lo ringraziai pertanto, voltandomi nuovamente verso di lui e sfoggiando, in ciò, la mia più sorridente espressione di gratitudine, salvo poi immediatamente riprendere voce e dar corpo al pensiero che, in quel frangente, mi aveva appena colto « Per non andare in rovina, con questa tradizione della “pinta di benvenuto”, immagino che tu abbia una memoria eccezionale per i volti e le persone… »
« Puoi ben dirlo, Reen! » annuì egli, ancora una volta storpiando involontariamente la pronuncia del mio nome « Immagino che tu stia cercando qualcuno in particolare. » soggiunse poi, offrendo evidenza di quanto, comunque, il mio quieto scrutare all’interno del locale in immediata precedenza rispetto a quella domanda non fosse passato poi inosservato « Mettimi alla prova… non sia mai che non riesca a esserti d’aiuto! » mi invitò pertanto, incrociando le braccia innanzi a sé soltanto per avere un supporto sul quale appoggiarsi nello spingersi verso il bancone.
« In effetti non è che abbia proprio un nome di riferimento… » non potei fare a meno di precisare, scuotendo appena il capo « Diciamo che mi piacerebbe poter scambiare quattro chiacchiere con qualche studente, o studentessa, della facoltà di antropologia. » sorrisi, esprimendo, senza particolari giri di parole quel mio semplice desiderio « Sto facendo una ricerca… e sono sufficientemente sicura che qualcuno di loro potrebbe aiutarmi in tal senso. » giustificai tale mio interesse, in quella che, comunque, non avrebbe avuto a dover essere tacciata di falsità, nell’aver obiettivamente dichiarato le mie ragioni, senza scendere eccessivamente in inutili particolari.

Il mio gentile ospite, allora, sollevò lo sguardo e si osservò un attimo attorno, a prendere a sua volta al vaglio la propria clientela della serata e, in particolare, a tentare di filtrarla mentalmente sulla base delle mie indicazioni.
Pur non potendo vantare, probabilmente, conoscenza approfondita con alcuno dei propri clienti, quell’uomo, al parti di chiunque avesse a trovarsi, abitualmente, al di là del bancone proprio di un locale, e di un bar o di un pub in particolare, avrebbe potuto sicuramente comunque vantare una certa confidenza con tutti gli avventori del proprio locale, fosse anche e soltanto nel nome di quel minimo di pubbliche relazioni utile a permettere, a un semplice cliente, di sentirsi, prima, un po’ come un ospite benvenuto, e, successivamente, addirittura come un vecchio amico di famiglia. Perché, in fondo, tale avrebbe avuto a dover essere identificata la chiave del successo, o del fallimento, di simili luoghi: la capacità di creare quella base di affezionati avventori che, se non ogni sera, comunque almeno una, due o tre volte alla settimana, sarebbero lì passati a ritrovarsi, a trascorrere in amicizia e divertimento le proprie serate e, soprattutto, a contribuire, magari con spese modeste, ma continuative, al flusso di entrate proprie del pub.

« Ehy… Colleen! » apostrofò la ragazza a cui pocanzi aveva consegnato le due pinte antecedenti alle mie, e che, in quel frangente, si stava muovendo da un tavolo all’altro ad accumulare boccali vuoti su un vassoio, per condurli, evidentemente, a essere lavati « Questa sera Hugh e i suoi amici non si sono ancora visti…?! »
« Chi…?!. » esitò ella, arrestandosi per un istante incerta nei termini di quella richiesta, evidentemente meno confidente, rispetto al collega, con i nomi dei propri avventori.
« Il capellone… » lo appellò pertanto, per concedere a Colleen occasione, attraverso quella definizione, di meglio comprendere il soggetto in questione.
« Ah…! » annuì la ragazza, gettando per un istante lo sguardo attorno a sé nel locale, per poi tornare all’interlocutore e scuotere il capo « Non mi pare. »
« Grazie! » sorride il giovane, prima di riportare la sua attenzione alla sottoscritta « Mi sa che dovrai aspettare un po’… o, forse, fare ritorno domani sera. » mi informò, con un lieve sorriso « Purtroppo, per quanto ai nostri affari non potrebbe che fare piacere, non tutti vengono qui tutte le sere. »
« Non ti preoccupare… » minimizzai pertanto, stringendomi appena fra le spalle « Non ho fretta… e, anzi, già che ci sono, magari potrei accompagnare questa birra con qualche da mangiare… » suggerii pertanto, allietando sicuramente il mio interlocutore il quale, in caso contrario, non avrebbe visto adeguatamente fruttare, in termini squisitamente economici, la mia presenza all’interno del locale.

In effetti, complice il cambio di fuso orario e colpevole il mio continuo e inarrestabile rimbalzare fra un’aula e l’altra nel corso di tutta la giornata, solo in quel momento potei rendermi conto di quanto, sin dalla colazione del mattino, non avessi più obiettivamente toccato cibo. E, a confronto con tutti gli immancabili e stuzzicanti profumi propri di un pub, il mio stomaco non avrebbe potuto ovviare a considerarsi quantomeno tentato, per non dire entusiasta, all’idea di poter lì avere occasione di cenare con qualcosa di un po’ più sostanzioso rispetto a una semplice birra.
Fu così che, nell’attesa dell’arrivo di questo fantomatico Hugh il capellone, mi accomodai in un tavolinetto e consumai una piacevole cena, ovviando a lasciarmi coinvolgere dall’entusiasmo proprio del resto del locale non per una qualche particolare mancanza di interesse nei confronti di quel clima cordiale e amichevole, quanto e piuttosto per quella semplice e giustificabile stanchezza che, con l’aiuto di quella pinta di mild ale, iniziò a dominare in misura sempre maggiore sulla mia coscienza, ponendomi a confronto con quel mondo rumoroso, allegro e colorato quasi come da dietro un sottile velo, utile a lasciarmi percepire tutto quello come più distante di quanto, in realtà, non avesse a essere, e, in ciò, da escludermi, senza intento alcuno in tal senso, da ogni opportunità di socializzazione, benché, in fondo, proprio in nome di tale scopo mi fossi sin lì sospinta.

martedì 4 giugno 2019

2931


« Già! » replicai per tutta risposta, sorridendo verso il mio interlocutore, annuendo e lasciando riecheggiare, in ciò, il mio accento assolutamente non australiano, utile a confermare quanto, in tal senso, il mio avesse a doversi considerare realmente un volto nuovo.
« Studentessa in viaggio di studio…?! » ipotizzò egli, consegnando il primo boccale che stava finendo di riempire un attimo prima, insieme a un secondo che, nel contempo di quello breve scambio di battute aveva già colmato, a una ragazza, lì in attesa degli stessi.
« Magari! » ridacchiai, ora scuotendo il capo ed escludendo, mio malgrado, tale opportunità « Ti ringrazio per la tua cortese galanteria, ma ho passato già da qualche anno l’età propria di una studentessa! » negai gentilmente, accostandomi al bancone e studiando la variegata offerta di birra, a scegliere quale ordinare.
« Mah… sai come si dice, no?! Non si finisce mai di imparare… » si strinse egli fra le spalle, a voler insistere, malgrado tutto, nella posizione precedente, e, in ciò, a volermi riconoscere implicitamente una fanciullezza che, ormai, ero ben consapevole non essermi più propria « Cosa ti spillo, misteriosa ragazza senza nome dai capelli color del fuoco e dagli occhi color del ghiaccio…?! »
« Andiamo su una mild ale… » richiesi, indicando nel contempo una marca mai sentita prima, probabilmente locale, e sperando, in tal senso, di non avere a sbagliarmi nella scelta, non desiderando certamente, stanca qual ero, ritrovarmi a bere qualcosa di disgustoso che potesse rischiare di darmi alla testa senza neppure piacermi « … e, comunque, il mio nome è Rín. »
« Vada per la mild ale… » confermò egli, iniziando immediatamente a spillare una pinta, evidentemente non prevedendo di poter avere a servire un formato più piccolo rispetto a quello « … e felice di fare la tua conoscenza, Reen. » soggiunse poi, pronunciando il mio nome con un po’ troppa cadenza australiana, e in ciò storpiandolo appena, in un errore che, comunque, non ebbi a volergli correggere, nel non desiderare risultare antipatica a chi, comunque, sino a quel momento, sicuramente complice il proprio lavoro, mi aveva accolta con tanta gentilezza.

Sorrisi, pertanto, alla consegna del boccale, e feci per porgere una banconota da dieci dollari australiani, non conoscendo il prezzo della birra e pur, ipotizzando allora, che potesse essere comunque sufficiente.
Ma, da parte del mio anfitrione, ebbi a vedermi rifiutato il gesto, con un amplio sorriso e un cenno di diniego della mano…

« A posto così, Reen. » puntualizzò, a ribadire ulteriormente il concetto « E’ tradizione che la prima bevuta di un volto nuovo venga sempre offerto dalla casa! » precisò, a giustificare il perché di quella gentilezza nei miei riguardi « Considerala una “pinta di benvenuto”, nella speranza che tu possa avere a pagarne molte altre! » ammiccò poi, con fare complice nei miei riguardi, ovviamente, dal proprio punto di vista, non potendo ovviare a voler fidelizzare una possibile nuova cliente, e a volerlo fare nell’immediato, per assicurarsi, in tal maniera, un sufficiente introito di denaro.

Non senza un certo imbarazzo accolsi quell’offerta, tutt’altro che abituata a vedermi rivolgere tanta cortesia in un luogo pubblico. E difficile, in quel momento, sarebbe stato per me riuscire a discriminare se, a definire la differenza rispetto al passato, avrebbe avuto a doversi considerare la persona con cui mi stavo lì interfacciando, in particolare, piuttosto che la città e la nazione stessa, piuttosto che, eventualmente e meno piacevolmente, la mia nuova condizione fisica.
Non desidero ora rischiare di risultare vittimistica nel mio discorso, ma, ciò non di meno, permettetemi un breve momento di dissertazione a tal riguardo. Giacché, dopo aver passato cinque lustri su poco più di sette della mia vita bloccata su una sedia a rotelle, intrappolata in metà del mio stesso corpo, non potrei fare a meno di notare, neppure volendo, la differenza di considerazione rivoltami dalle persone con le quali mi capita di interagire. Non ho le competenze per poter discriminare, in realtà, le ragioni alla base di un tale comportamento, di un simile approccio psicologico. Forse, alla base di tutto ciò, ha da considerarsi una certa ragione di imbarazzo, nel confronto con qualcuno meno fortunato. Forse, altresì, ha da intendersi un incontrollato timore, e timore superstizioso, quasi, ad avere troppo a che fare con una persona a cui è stata imposta una qualche disabilità, tale disabilità possa risultare… che ne so?!... contagiosa?! O forse, e peggio, ha da riconoscersi qual mera arroganza, e arroganza tale da non potersi concedere occasione di avere a che fare con qualcuno psicologicamente riconosciuto qual a sé inferiore. Quanto è certo, comunque, a prescindere dalle motivazioni dietro a tutto ciò, è come difficilmente, nel rapportarsi con una persona bloccata su una sedia a rotelle, da parte di una buona maggioranza delle persone vi sia una profonda difficoltà di interazione, in misura tale per cui, quasi, il malcapitato, o la malcapitata nel mio caso specifico, abbia a risultare pressoché invisibile allo sguardo. E, in tal caso, non importa di qual colore abbiano a poter essere i tuoi capelli, di che colore abbiano a poter essere i tuoi occhi, o quanto amplia abbia a potersi riconoscere la tua circonferenza toracica: quella sedia a rotelle, a prescindere, resterà la prima cosa che tutti, o comunque i più, avranno comunque a notare… e che, in ciò, ti pregiudicherà e ti pregiudicherà confidandoti in una sorta di ghetto psicologico, e in un ghetto psicologico nel quale tu non sarai mai considerato come una semplice persona, con i suoi pregi e, sicuramente, anche tutti i suoi difetti, ma come qualcosa di diverso.
Quante volte, entrando in un locale, ovviamente accompagnata dalla mia gemella, mi sono ritrovata a dovermi confrontare con lo sguardo quasi infastidito proprio dei camerieri, o peggio ancora del direttore di sala, innanzi all’attenzione dei quali non avrei avuto a dovermi considerare qual una semplice cliente, quanto e piuttosto una sgradevole rogna, una complicazione che li avrebbe obbligati a spostare sedie, ad arrangiare tavoli, solo per ovviare a complicazioni d’immagine, in quello che sarebbe risultato un altresì, dal loro punto di vista, più comodo e gradito rifiuto a persone come me? Per non parlare, poi, del momento in cui, sciaguratamente, mi sono ritrovata a domandare la possibilità di recarmi in bagno, scoperchiando il mitologico vaso di Pandora e, in conseguenza a ciò, scatenando una variegata pletora di sconfortanti alternative, fra l’inesistenza di bagni accessibili a disabili, sovente addirittura collocati in fondo a ripide e strette scale a chiocciola che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo anche per una persona pienamente padrona del proprio corpo, e l’esistenza di bagni ipoteticamente dedicati ai disabili e, ciò non di meno, adibiti, all’occorrenza, come magazzini per scatoloni vuoti, vecchie sedie inutilizzate, scope e quant’altro, in termini tali da renderli egualmente e tristemente inaccessibili.
Ripeto… non desidero risultare vittimistica nel mio discorso. Ma avendo avuto sfortunata, o fortunata, a seconda dei punti di vista, occasione di aver vissuto entrambe le situazioni, difficile sarebbe per me non rendermi conto di ciò.
E se, nel mio caso specifico, comunque, tale percorso ha avuto uno sviluppo anomalo, vedendomi ritornare dalla sedia a rotelle all’uso delle mie gambe; quanto non può ovviare a essere decisamente spiacevole, per qualcuno, il ritrovarsi posto a confronto con un tale, differente, approccio da parte delle persone a lui circostanti nel momento in cui, magari e al contrario rispetto a me, costui o costei ha avuto occasione di trascorrere diversi anni, se non lustri, della propria vita in condizioni “normali”, salvo poi, per una malattia, o per un incidente, o per semplice anzianità, ritrovarsi a scoprirsi “anormale”…?!
Dannazione! E’ una regola aurea che ci ripetiamo un’infinità di volte sin da bambini, salvo poi, purtroppo, dimenticare di applicarla nella maggior parte della nostra vita adulta: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.

« Ti ringrazio, allora… » replicai quindi verso il mio ospite, chinando appena il capo in segno di gratitudine, prima di sollevare la pinta e voltarmi nuovamente verso il locale, a riprendere a osservarmi attorno per comprendere in quale direzione poter avere a muovere i miei passi.