Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
lunedì 16 febbraio 2009
403
Avventura
010 - Il collezionista di sassi
Il mare: l’ultima grande frontiera dell’umanità.
Molte volte ho avuto modo di ascoltare descrizioni in merito ad esso con simili parole, con tali termini. Mai, però ed ovviamente, avevo avuto occasione di confrontarmi personalmente con esso prima del giorno in cui, accanto a Midda, raggiunsi le sue sponde nei confini della penisola maggiore del regno di Tranith e per simile ragione difficile sarebbe descrivere quali potessero essere le mie sensazioni nei suoi riguardi, il pregiudizio rivolto umanamente verso tale sensazionale entità prima di allora, in un tempo antecedente a quello in cui mi venne offerto innanzi allo sguardo. Ogni uomo e donna, per quanto ipocritamente possa velare tali emozioni dietro ad una razionale assenza di ogni preconcetto, non potrà mai sfuggire alla propria intrinseca natura, a quell’umana malizia tale per cui, anche e soprattutto nel non conoscere qualcosa, troppe idee, troppe sentenze vengano in merito addotte basandosi unicamente su ciò che viene riferito da terze fonti. Il problema con un fenomeno pari a quello in questione, però, in me nasceva in conseguenza di una decisa moltitudine di opinioni fra loro contrapposte, per quanto raggruppabili in due nette e distinte fazioni.
Ascoltando le parole dei figli del mare, di coloro nati e cresciuti a contatto con le sue sponde, capaci di nuotare ancor prima di camminare, esso si proponeva innanzi all’umanità come una vera divinità, una concreta dimostrazione di sacro come poche altre sarebbero mai state offerte ai mortali: misericordioso e generoso con i suoi fedeli, con la sua prole, capace di offrire loro vita, sostegno e rifugio, si sarebbe altresì concesso impietoso e tremendo verso tutti coloro che ad esso si fossero avvicinati con blasfemia, non onorando il suo potere, la sua maestosità. Ideali positivi, colmi di speranza, quelli che avrebbero animato in ciò gli animi nei riguardi dell’infinita distesa d’acqua, inesplorata e forse inesplorabile nella propria vastità: ma tale opinione si concedeva quale il giudizio di pochi, il pensiero di una minoranza, di coloro che, appunto, con il mare erano in grado di dialogare, di rapportarsi a livello emotivo, psicologico, spirituale e fisico in virtù di un diritto di nascita, una prerogativa negata persino ai più grandi sovrani laddove essi fossero nati sulla terraferma.
Innanzi allo sguardo del resto dell’umanità, di tutti quelli che, miei pari, erano nati e cresciuti a contatto con la solidità della terra, esso appariva altresì quale un mostro mitologico, padre di innumerevoli e terribili creature, la cui sola prerogativa, il cui unico scopo di immortale esistenza, sarebbe stata quella di annientare qualsiasi stolto che entro i suoi confini si fosse avventurato. Un dio, forse, ma ben lontano dall’essere buono e giusto, quanto piuttosto oscuro ed empio, da temere e dal quale cercare maggiore distacco possibile, con il quale non tentare mai alcun rapporto, alcuna conoscenza: spingersi in nave all’interno del suo regno maledetto sarebbe equivalso ad un suicidio, al condannarsi ad una morte orrenda che, in infiniti modi diversi, avrebbe comunque avuto modo di prevalere sulla carne umana, sull’esistenza mortale. Draghi ed ippocampi, sirene e serpenti, gorghi e calamari giganti, ed ancora pesci tanto smisurati nelle proprie dimensioni da poter inghiottire in un solo boccone un uomo intero… tremende, inimmaginabili ed indescrivibili erano le creature che avrebbero in esso atteso il momento proficuo per pretendere il proprio tributo di sangue e dolore. E queste voci, per quanto sicuramente più superstiziose, più enfatiche e meno realistiche rispetto ai racconti offerti da coloro che del mare avevano fatto la propria vita, non avrebbero potuto evitare di far leva sulle corde più profonde e sensibili dell’animo umano, sugli atavici terrori per l’ignoto, per una dimensione incomprensibile, imperscrutabile e, peggio, incontrollabile. Troppo saldi alla terraferma, troppo legati alla possibilità di dominare il territorio in cui viviamo e plasmarlo a nostro piacere: questo è ciò che tutti noi siamo sempre stati, ciò per cui non ci è concesso di comprendere ed apprezzare pienamente il mare, una realtà da noi non modificabile.
Ed io?
Analisi del comportamento umano. Prima lezione.
Scenario: prendete un giovane che ha fatto dei sassi una ragione di vita, che ha cercato nel cuore stesso della terra il fondamento per la propria esistenza, per tutto ciò che lo rappresenta nel mondo in virtù della loro solidità, della loro immutabilità, della loro concreta certezza, e ponetelo innanzi ad un orizzonte sconfinato quale quello del mare, in un momento in cui tutti i suoi dei sembrano aver deciso di scatenare in esso la propria furia, chiedendo in ciò ai padroni dei cieli di collaborare con una tempesta assordante, cupa, impenetrabile al punto di trasformare il giorno in notte.
Domanda: quale reazione può derivare logicamente da tale confronto?
« Q-q-quello… è… il m-m-m-m… » balbettai, fossilizzato innanzi allo spettacolo che, dall’alto del passo a nord di Seviath, mi fu offerto al termine del lungo viaggio verso la capitale stessa.
« Se intendi dire “mare”… la risposta è sì. » sorrise la mia compagna di viaggio, il mio cavaliere, evidentemente divertita dalla reazione che offrii « Allora non scherzavi quando hai detto di non averlo mai visto prima… quasi credevo volessi prendermi in giro. »
Ero determinato, ero deciso, ero convinto a portare a termine la mia missione al suo fianco.
Midda aveva domandato della mia presenza al suo fianco per un lungo viaggio in nave, un percorso attraverso il mare e le sue insidie diretti a sud, alle isole più lontane dell’arcipelago tranitha ed ancora più in basso, agli estremi meridionali del mondo noto, al di fuori di ogni giurisdizione. Là, in una delle tante piccole zolle di terra affioranti dall’infinità azzurra di quel territorio sconosciuto, quasi piccole efelidi su una pelle altrimenti incontaminata, ci attendeva la meta finale della nostra missione, se così si fosse potuta definire: mantenuti prigionieri, almeno secondo le informazioni che ella aveva ottenuto da lady Lavero come compenso per il recupero della corona della regina Anmel, erano i compagni che la mercenaria aveva perduto più di un anno prima a seguito di un naufragio, l’equipaggio, gli amici da cui era stata costretta a separarsi per i voleri del fato e che più non aveva avuto occasione di rincontrare. Ed ora, in mia compagnia, ella desiderava raggiungere quell’isola, riscattare la libertà di quelle donne e di quegli uomini e concludere, in tal modo, una questione rimasta in sospeso per troppo tempo, per la quale troppo a lungo aveva atteso.
Ma innanzi a quello spettacolo terrificante, tutta la mia buona volontà, tutta la mia fiducia nel fato, venne annientata di colpo… come avrei mai potuto confrontarmi con qualcosa di quel genere? Con un avversario temibile come il mare? Alcuno fra i miei addestramenti, alcuno fra gli sforzi che in quelle settimane avevo compiuto per prepararmi al mio ruolo da scudiero avevano mai preso in considerazione una tale situazione, avevano vagliano una simile eventualità: ero un abitante del continente, nato e cresciuto all’interno di solide mura di pietra, a contatto quotidiano con la certezza offerta dalla madre terra... in virtù di quale assurda ragione ella aveva supposto di potermi trascinare in tale impresa? In conseguenza di quale folle raziocinio poteva aver confidato che io le potessi essere d’aiuto proprio in tale frangente?
Purtroppo ormai era troppo tardi. Era troppo tardi per tirarsi indietro. Rinunciare a quel punto non solo avrebbe significato rinnegare il mio impegno ma, peggio, sarebbe stato chiara espressione del desiderio di disonorare tutta la fiducia che Midda stessa aveva riposto in me, per la quale aveva addirittura coinvolto Degan, promettendogli un adeguato compenso in cambio della mia formazione come solo per caso avevo avuto modo di scoprire nel corso del viaggio fra Kriarya e Seviath, impegnando in tal modo risorse ed energie per qualcuno che, in verità, nulla aveva mai fatto per guadagnarsi tanto onore, una simile attenzione.
Il mio maestro mi aveva ripetuto molte volte l’insegnamento, il principio in base al quale la forza di un avversario si misura in primo luogo sulla propria stessa debolezza e solo allora, paradossalmente, mi fu concessa occasione di iniziare a comprendere molti aspetti di una simile filosofia, di un tale pensiero, che prima non avevo avuto modo di capire, non avevo voluto apprezzare: un vero guerriero non si sarebbe mai distinto per la semplice consapevolezza sui propri limiti, quanto per la capacità di comprendere quando porli in discussione, quando decidere di tentare di superarli, lottando contro se stesso ancor prima che contro un nemico concreto o fittizio. Per simile ragione una donna come la Figlia di Marr’Mahew, capace di spingersi là dove nessun altro avrebbe avuto successo, non era in grado di trovare requie, non si poteva concedere possibilità di riposo, osando sempre di andare oltre, di negare le proprie debolezze… e per simile ragione un giovane come me, legato più di molti altri alla terra, avrebbe dovuto tentare in quell’impresa, nell’affrontare il mare a costo di trovare in esso il proprio tragico destino.
domenica 15 febbraio 2009
402
Avventura
010 - Il collezionista di sassi
… inutile sottolineare come votai a favore della prima alternativa.
Nessuno, al mio posto, avrebbe preferito restare in attesa di una nuova occasione, più proficua rispetto a quella appena offerta e così non fu per me: avrei accettato quelle condizioni al pari di imposizioni ben peggiori rispetto ad esse pur di poter partire quanto prima da Kriarya, di lasciare quelle mura all’interno delle quali ero nato e cresciuto e mai mi ero osato avventurare se non per tragitti di poche miglia, conclusi nell’arco della stessa giornata. Naturalmente innanzi a simile pensiero, all’idea di un intero mondo a me sconosciuto là fuori, non avrebbe potuto essere evitato un sentimento di timore, di ansia, ma in confronto all’assenza di vita che avvertivo nell’essere stato fino a quel giorno lì rinchiuso, ogni altro sentimento venne posto a tacere.
Chiarita, pertanto, nella proposta di Midda e nella mia decisione conseguente, la situazione con Degan e l’addestramento, ben poco restò ancora da definire prima della necessaria ripartenza, nonostante questa non sarebbe mai potuta essere orchestrata in maniera tanto subitanea come mi ero illuso sarebbe potuta essere. Per un viaggio del genere, infatti, sarebbe stato più consono, più prudente, aggregarsi ad una delle innumerevoli carovane mercantili che dalla città del peccato non sarebbero mancate di partire alla volta della provincia tranitha nei giorni successivi, in un’eventuale attesa di una o due settimane nei casi peggiori: unirsi ad un gruppo più numeroso, meglio organizzato, avrebbe offerto una serie di indubbi vantaggi che anche una donna guerriero esperta come la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto negare, non avrebbe potuto rifiutare come infatti non fece. Nel tempo concessomi ed impostomi in attesa per l’inizio del viaggio, rare furono le occasioni che ebbi per trascorrere del tempo in compagnia del mio cavaliere: dove avrei supposto che, complice il mio nuovo stato, mi sarebbe stata concessa massima presenza al fianco di Midda anche in quei giorni di quiete, di preparazione alla nuova impresa, ebbi altresì modo di restarle vicino solo in rare occasioni serali, alla locanda, trascorrendo il resto delle mie giornate nel riprendere e proseguire i miei addestramenti in compagnia di Degan.
Il mio maestro, consapevole quale ormai era della mia prossima partenza, non mi concesse in virtù di tale ragione un minore impegno ed, anzi, richiese da me energie superiori a quanto mai prima domandatomi, imponendo un regime di allenamento dal quale, in diverse occasioni, temetti di non uscire con tutte le ossa intere.
« Spero che comprenderai come, il fatto che tu ti senta già sufficientemente preparato da affrontare il mondo là fuori, mi autorizzi a affermare su di te il massimo rigore. » sottolineò ripetutamente in quei giorni, ad ogni colpo che segnò contro la mia carne.
Era chiaro come fosse suo desiderio farmi precipitare, psicologicamente, di nuovo ai primi giorni della mia formazione con lui: una scelta forse discutibile ma, indubbiamente, efficace per farmi comprendere, per ricordarmi, come la volontà espressa dalla mercenaria nel richiedermi già al proprio fianco non dovesse essere da me interpretata come un riconoscimento ad un ruolo per il quale ancora non avevo sufficiente diritto. Il dolore, strettamente fisico, fu enorme in quel periodo, lasciandomi trascorrere notti agitate, prive di reale riposo: in ciò, però, non riesco ad offrir alcuna colpa al mio mentore, il cui impegno, dopotutto, si rivolgeva chiaramente ad incrementare le mie possibilità di sopravvivenza nei riguardi del mondo esterno.
« Ricordati sempre il primo insegnamento che ti ho trasmesso… » mi redarguiva « Ricordati in cosa si fonda la forza di un guerriero. »
« Nella consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti. » risposi ogni volta, prontamente.
« Così come maledettamente errato sarebbe fondare mai la tua sopravvivenza sulla debolezza di un tuo avversario, anche laddove apparentemente palese, nel medesimo modo ora non dovrai dare per scontato che questa missione si concluderà vittoriosamente per te, per quanto apparentemente semplice, tranquilla, non impegnativa… »
Ed in simili parole mi fu concesso modo di comprendere come in ognuno dei violenti colpi imposti su di me volesse essermi offerta ragione fisica di memoria ed attenzione a tale semplice principio, a tale massima ormai divenuta parte della mia vita ma comunemente ignorata dalla maggior parte delle persone, di coloro che si definivano uomini d’arme, combattenti, militi, avventurieri: un concetto che, se solo mi fossi fatto prendere troppo la mano dall’entusiasmo, avrebbe potuto facilmente essere scordato ed in ciò costarmi troppo caro.
Caro maestro… eri forse già, in quei momenti, conscio che per me non ci sarebbe stato ritorno? Era innanzi al tuo sguardo già noto il mio destino? Eppure, nonostante tutto, la mia vita non sta trovando conclusione per mano di un avversario o in conseguenza di una mia leggerezza…
Una delle rare occasioni, unica nel suo genere, che mi vennero offerte nel restare accanto a Midda nei giorni antecedenti alla nostra partenza, fu in concomitanza ad un mio ritorno alla locanda, accompagnato da Degan, a seguito di una delle nostre sessioni di allenamento: pur essendo particolarmente provato da un violento colpo alla base dello sterno, che ancora si imponeva alla mia attenzione ad ogni respiro eccessivamente profondo, ogni mio personale problema venne prontamente dimenticato nel momento in cui la mercenaria espresse il desiderio di parlarmi in privato, nelle proprie stanze, per offrirmi un minimo di chiarezza in merito alla missione a cui avevo accettato di prendere parte. Gaudio nell’idea di ricoprire per la prima volta, in quella piccola riunione, il mio ruolo di scudiero al suo servizio, quasi mi sentii rinascere e senza incertezze di sorta la seguii in quell’alloggio che conoscevo fin troppo bene, bramoso di potermi deliziare con la sua presenza, nell’ascoltare le sue parole e nell’offrirle prova, timidezza permettendo, di aver guadagnato in effetti maggiore coraggio rispetto al nostro precedente incontro in quello stesso ambiente.
« Accomodati pure… » mi invitò, facendomi strada nella propria stanza e dirigendosi, come la volta passata, a sedersi alla propria scrivania, offrendomi pertanto possibilità di prendere posizione sul bordo del letto « Non sarà una cosa lunga, ma sarebbe decisamente scomodo restare in piedi a parlare, non trovi? »
Annuii, fallendo forse nella prima occasione concessami per proporle una risposta, possibilmente scherzosa come tale era stato il tono di quella domanda retorica: rimproverandomi per il mio silenzio, mi sedetti dove indicatomi implicitamente, rivolgendo a lei tutta la mia attenzione.
« Come ho già sottolineato, il viaggio che ci attende non dovrebbe prevedere particolari pericoli… » riprese ella, guardandomi con aria decisamente incuriosita « Non paragonabili a quelli a cui, solitamente, vado incontro. »
« Sì… » annuii nuovamente, questa volta riuscendo anche ad offrire vita alla mia voce ma non trovando particolari sentenze intelligenti a cui concedere spazio in quel momento, innanzi a lei.
« Visto che comunque ci conosciamo ben poco o, meglio, io conosco ben poco te, ritengo che scambiare quattro chiacchiere in merito a quanto hai deciso di affrontare sia più che corretto… » sorrise, con aria leggermente sorniona, scatenando in me un lieve senso di irrequietezza simile, forse, a quello provato da un topino di campagna posto innanzi ad un gatto « Dimmi…cosa sai della nostra prima meta? Di Seviath, intendo… »
« Ammetto la mia ignoranza, mia signora. » risposi, dopo un istante di riflessione « Ogni mia conoscenza in merito al mondo trova i propri confini entro queste mura ed il nome di questa località, per quanto non mi sia completamente estraneo, non mi propone molte informazioni. Credo si tratti di un porto… o comunque un insediamento vicino al mare… »
« Mmm… in effetti non ti sbagli… anche se questa tua rivelazione, questi dettagli in merito al tuo rapporto con il mondo “esterno”, se mi concedi il termine, mi offrono un dubbio spontaneo che spero mi vorrai perdonare. » commentò la mercenaria, aggrottando la fronte con aria decisamente preoccupata in conseguenza di quanto da me appena pronunciato « Correggimi se necessario… ma tu non hai mai visto il mare, vero? »
sabato 14 febbraio 2009
401
Avventura
010 - Il collezionista di sassi
La ricomparsa di Midda in Kriarya e nella mia vita non fu fine a se stessa: al contrario da tale evento ebbe origine una rapida sequenza di reazioni che, in breve, videro la mia esistenza totalmente riscritta per la seconda volta in un arco temporale umanamente troppo breve.
Nonostante fossi ancora ben lontano dal poter considerare concluso il mio addestramento con Degan, l’unione fra la mia foga, nel volermi offrire al fianco della mercenaria, e l’esigenza della medesima in favore di una rapida ripartenza verso sud, alla volta di Seviath, si propose quale combinazione pericolosa e vincente, imponendo prepotentemente una mia prematura entrata in servizio. E se ora non posso, da un lato, evitare di domandarmi cosa sarebbe accaduto se solo mi fossi concesso maggiore preparazione, rimandando al futuro il momento dell’esordio nel mio ruolo di scudiero, non posso comunque, dall’altro lato, negare come qualsiasi grado di addestramento non sarebbe valso ad evitare la spiacevole conclusione nella attualmente mi ritrovo ad essere coinvolto.
« Il ragazzo non è ancora pronto… »
Poche, semplici e lapidarie parole quelle che, impietose, vennero proposte dal mio maestro, dal mio mentore, innanzi alla richiesta espressa dalla mercenaria nei riguardi del mio impiego nella missione che l’avrebbe attesa: prestando fede al suo carattere schietto, incapace di indicare bianco e nero con nomi diversi dai propri, di mentire o abbellire la realtà per renderla più gradevole, egli non volle neppure in quell’occasione giudicare il mio stato, la mia preparazione, con generosità non dovutami ed, al contrario, altresì pericolosa nel frangente di ciò che una missione avrebbe potuto, ipoteticamente, attendermi. E nel compiere questo, nell’esprimersi in tal modo, non volle neppure allontanarmi da sé o dalla destinataria di simile osservazione, non volle celarsi ipocritamente dietro ad un labile velo di perbenismo: preferì, al contrario, esprimersi direttamente innanzi a me, richiedendo in maniera esplicita che anche io fossi presente ad ascoltare tale giustizio.
« Eppure, da ciò che ho avuto modo di vedere, mi sembra sia maturato nelle ultime settimane più di quanto non avesse avuto modo di fare nel corso di un intero anno, in precedenza… » sottolineò la mercenaria, strizzando complice l’occhio verso di me, dando prova di voler sostenere la mia causa e riconoscere i miei meriti per quanto essi non mi avessero ancora condotto al traguardo finale precedentemente accordato.
« Il fatto che egli ora sia in grado di formulare diverse frasi di senso compiuto anche in situazioni di stress emotivo o psicologico e che sia stato in grado di battere una coppia di poco di buono, non dimostra assolutamente nulla. » scosse il capo Degan, serio e severo nei confronti della sua migliore allieva non meno di quanto non lo fosse nei miei riguardi, forse il suo peggior discepolo « Richiedere la sua presenza sul campo, interrompendo così la sua formazione, il suo addestramento, sarebbe quanto di peggio tu potresti fare… per lui e per te stessa. »
La Figlia di Marr’Mahew mi guardò intensamente per un secondo, quasi incerta sul pronunciare le parole che seguirono tale momento: « Quello che mi attende è un viaggio tranquillo, una gita di piacere ancor prima di una vera e propria impresa: dovendo scegliere in quale occasione esaudire il suo desiderio di restare al mio fianco, in qualità di scudiero, per almeno una missione non vedo occasione migliore di questa. » spiegò, proponendosi non meno trasparente nelle proprie opinioni, nelle proprie idee, i quanto non avesse dato già prova il suo interlocutore.
« Non avertela a male… » aggiunse poi, rivolgendosi nella mia direzione « Non lo dico per cattiveria nei tuoi riguardi, ma quanto normalmente si pone sul mio cammino è del tutto inadatto per qualsiasi possibile compagno di ventura, per quanto nobili e sincere siano le intenzioni che animano il suo cuore. »
Invero, in quel particolare momento, ella avrebbe potuto offrirmi i peggiori improperi ed io mai avrei avuto ragione di dolermene: completamente ammaliato dal suo carisma, dal suo naturale fascino, avrei accettato qualsiasi giudizio pronunciato dalle sue labbra, se attraverso esso avessi potuto giungere ad esserle al fianco. Probabilmente tale pensiero, simile logica, si sarebbe dovuta considerare in totale contrasto con lo sprone per il quale inizialmente mi ero spinto ad intraprendere quel cammino, ma assolutamente falso sarebbe ora non ammettere come, in tale frangente, fossero stati i miei lombi a prevalere su ogni raziocinio: ero assolutamente incantato da lei, da ciò che ella era e che rappresentava per me, per il mio presente ed il mio avvenire, e negarlo equivarrebbe, ora più che mai, a rinnegare la mia stessa natura umana.
« Ciò che tu affermi non depone assolutamente a tuo favore, figliola… » denotò il mio mentore, ancora scuotendo il capo « Desideri concedere al ragazzo la possibilità di accompagnarti in questa missione conscia del fatto che essa non vi riserverà sorprese di sorta, pericoli alcuni, per accontentare il suo desiderio di avventura e non essere responsabile per un’avversa sorte… »
« … e non ti rendi conto di quanto questo potrà compromettere il suo destino. » riprese, dopo aver lasciato volontariamente in sospeso la frase precedente « Scaraventato nel mezzo di una missione priva di pericolo, non potrà raggiungere alcuna percezione verso lo stesso, non potrà avere riprova di quel poco che mi hai concesso il tempo di insegnargli, di trasmetterti, e se in un futuro vorrà proseguire per questo cammino la sua vita sarà segnata dalla tua irresponsabilità. »
« Non avevo interpretato la questione da questo punto di vista… » ammise ella, accarezzandosi il collo con la mancina e chinando lo sguardo, ora quasi remissiva nei confronti dell’opinione di colui che anche per lei era una figura di rispetto, un maestro d’arme e, forse, ancor più di vita.
« Però credo che la soluzione al problema sia molto meno complicata di quello che si possa temere. » soggiunse poi, rialzando gli occhi color ghiaccio verso Degan e verso di me « In fondo nessuno, probabilmente nemmeno lui stesso, può ora sapere quali scelte maturerà in futuro… se davvero desidererà proseguire in questo cammino o se, al contrario, preferirà ritornare a quello che ora sembra aver abbandonato. »
« Permettiamogli di seguirmi, come già gli avevo offerto promessa… lasciamolo libero di essermi scudiero in questo viaggio tranquillo, dove la sua vita non potrà essere posta in discussione. » continuò, esprimendosi in parole quiete, serene, prive di qualsiasi enfasi, in positivo o in negativo « A patto che egli, però, si impegni a riprendere l’addestramento con te al termine del percorso in mia compagnia, laddove si dimostrerà essere ancora suo desiderio proseguire nella propria carriera da scudiero dopo questa occasione. »
Degan mi osservò, con la sua solita freddezza, con il suo consueto ed assoluto controllo della realtà e del mio animo, cercando di vagliare entro quali limiti le parole pronunciate da Midda avrebbero potuto effettivamente ritrovare concretezza o essere, al contrario, negate. Da tale analisi, da quel nuovo giudizio addotto nei miei confronti, non diverso da quello già concessomi al nostro primo incontro, egli dovette trarre un esito positivo, laddove l’unica sua reazione si propose, inizialmente, in un cenno affermativo del capo, a dichiararsi a favore della proposta.
« Ovviamente tutto questo avrà ripercussioni sul conteggio finale… » volle poi precisare l’uomo, esprimendo un concetto che allora non riuscii a cogliere, non mi fu concesso di comprendere pienamente, ignorando diversi retroscena in merito a tutto ciò che stava accadendo.
A me, a quel punto, restò l’ultima parola, l’ultimo potere decisionale innanzi al mio futuro.
Se avessi anche io accettato le condizioni imposte dalla mercenaria, avrei potuto accompagnarla nell’avventura che l’avrebbe attesa, che l’avrebbe coinvolta nei giorni seguenti, concretizzando il mio sogno di divenire scudiero e potendo, in ciò, essere anche sicuro di non correre particolari rischi di sorta: in caso contrario, la mia vita sarebbe nuovamente stata posta in discussione, in attesa di comprendere quale strada le sarebbe stata più consona…
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