11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

domenica 21 luglio 2013

2008


Tale, del resto, era sempre stata, e per sempre sarebbe stata, Midda Bontor, colei che tanti straordinari e altisonanti appellativi era stata in grado di conquistare, e di conquistare con la forza delle proprie azioni, con l’audacia delle proprie scelte e con la fermezza del proprio spirito: una donna guerriero. E in quanto tale, in quanto ciò che di più vicino avrebbe mai potuto esistere a un’incarnazione in umane proporzioni della Guerra, quale principio assoluto ancor prima che semplice e distruttivo evento; ella non avrebbe mai potuto concedersi di restare in balia delle proprie emozioni, dei propri sentimenti, in misura tale da vederla offerta in sciocco sacrificio alla sconfitta. Al contrario, in lei, per lei, anche le emozioni peggiori, anche gli orrori più intimi e desolanti, non avrebbero potuto fare altro che spronarla a combattere, e a combattere con ancor maggiore energia rispetto a quanto non avesse eventualmente compiuto sino a quel momento, traducendo tanto la propria paura, quanto la propria ira, la propria depressione così come la propria isteria, non in semplici pianti o grida, quanto e piuttosto in urla di battaglia, e in gesti concreti, reali e assoluti nel confronto con i quali alcuno, né uomo, né donna, né mortale, né immortale, avrebbe potuto pur vagamente rendere propria l’illusione di una qualche possibilità di salvezza, di trionfo, di imposizione al di sopra della morte che, altresì, ineluttabile, sarebbe sopraggiunta, spazzandoli senza pietà, senza permettere loro maggiore prospettiva di futuro di quanto non avrebbe potuto essere offerta dall’infuriare della più terrificante tempesta che mai angolo di mare avesse conosciuto.
Che ella non fosse, in quel momento, in quel particolare frangente, lieta di quanto scoperto; che ella non fosse soddisfatta alla rivelazione offerta da Be’Sihl, e tale non soltanto da annunciare quanto la morte del proprio sposo non fosse effettivamente sopraggiunta, così come inizialmente creduto e pur, successivamente, già non più concretamente sperata qual tale, quanto e ancor peggio che questi fosse sopravvissuto in lui, in modi e dinamiche ancor da chiarire, e pur tali da comprovare un’omertosa omissione da parte del proprio amato nei suoi riguardi, uno sgradevole silenzio da parte sua, sicuramente derivante dalla consapevolezza di quanto tutto ciò non l’avrebbe mai appagata; che ella avrebbe preferito poter rinnegare troppi punti fermi della propria esistenza in quegli ultimi anni, in maniera tale da potersi permettere, impassibilmente, di riscriverla a proprio piacimento; avrebbe dovuto essere considerato tragicamente vero, irosamente vero, tristemente vero. Ma che, malgrado tutto ciò, ella non avrebbe, ancora una volta, dovuto essere considerata qual già sconfitta, già vinta, già abbattuta, non dal fato, non tantomeno dalle proprie emozioni, dai propri sentimenti, per quanto forti e disorientanti; avrebbe dovuto essere considerato altrettanto vero, altrettanto concreto e concreto almeno quanto sarebbe risultato il suo desio, allora, di porre quanto prima la parola fine a quel folle conflitto, a quella battaglia nella quale ogni pur minimo senso di raziocinio sembrava, istante dopo istante, sempre più smarrito, sempre più perduto.
E soltanto folle, del resto, non avrebbe che potuto essere considerata quella situazione: non soltanto al suo sguardo, quanto e ancor più allo sguardo di chiunque a lei circostante, di chiunque fosse lì, in quel frangente, realmente consapevole di quanto stesse accadendo, e di chi avessero a doversi riconoscere, alla luce anche di quell’ultima evoluzione, i principali soggetti protagonisti di quel conflitto. Perché se pur, in apparenza, lo scontro null’altri era che fra due sorelle gemelle, qual conclusione di una vita intera spesa in un’orrenda faida che le aveva viste poste l’una qual avversaria dell’altra; al di là della mera evidenza, di una tanto superficiale analisi, non di meno immediato sarebbe stato cogliere quanto, allora, in lotta, fossero anche l’empio spirito di una sovrana defunta da secoli e un mostro osceno da lei evocato, in contrasto al figlio semidivino di questa e alla sua non voluta sposa. E il fatto che una delle due gemelle fosse anche la suddetta regina, suocera dell’altra; nonché il fatto che il semidio fosse anche l’amante della propria stessa sposa; non avrebbe certamente contribuito a rendere il tutto più lineare, più comprensibile e più apprezzabile. Al contrario.

« Fratellone… » sussurrò Be’Wahr verso il proprio amico di sempre, al suo fianco anche in quel momento, in quella che avrebbe potuto essere la loro ultima ora, così come erano stati, l’uno per l’altro, nel corso di una vita intera, in tante, forse troppe battaglie, per poter essere elencate in maniera esaustiva « Mi canzonerai per il resto della mia esistenza se ora ammetto di essere leggermente confuso…? »
« Ti sorprenderò… ma no. Per questa volta non credo proprio… » negò Howe, scuotendo appena il capo ornato da lunghe e sottili trecce, identiche a quelle di ogni altro shar’tiagho lì nelle circostanze, a partire da uno dei tre protagonisti principali di quella faccenda, di quella questione per così come alfine evolutasi.

Proprio questi, Be’Sihl Ahvn-Qa, nel mentre di quelle stesse parole, di quel commento a margine scambiato fra i due fratelli mercenari, era appena intervenuto nella necessità di arginare l’attacco proposto dal vicario nel contempo in cui Nissa aveva scagliato, a discapito della propria amata, quel nuovo, potenzialmente letale, flusso di nera energia che, tuttavia e fortunatamente, non aveva avuto occasione di giungere a segno, di colpire il proprio obiettivo per così come, sicuramente, desiderato.
E sebbene, in grazia alla propria immunità di sangue, al proprio vincolo di parentela con la propria mai amata genitrice, Desmair non avrebbe mai potuto essere ferito o, tantomeno, ucciso in conseguenza a una qualche offensiva di primo-fra-tre; questi non parve minimamente interessato alla vanità dei propri attacchi, alla futilità dei propri sforzi, laddove, invero, non vennero mai indirizzati direttamente verso il locandiere, quanto e piuttosto verso gli altri nove della Jol’Ange, in difesa ai quali, puntualmente, egli intervenne, scudo umano fra loro e il potere che avrebbe potuto distruggerli, annichilirli sino alla propria più profonda e intima essenza…

« Be’S… » esitò la Campionessa di Kriarya, incerta persino con che nome potersi rivolgere effettivamente a lui, avvertendolo ancora quale il proprio compagno, il proprio amante e, ciò non di meno, non potendo ignorare quanto palese innanzi al proprio sguardo, la destrezza e la sicurezza con la quale egli stava vanificando ogni sforzo del vicario, in termini che non avrebbero mai potuto essere propri dello stesso uomo del quale si era innamorata, e che di lei si era innamorato, attendendo da lei una qualche decisione per quindici lunghi anni.
« Non preoccuparti per noi… » replicò l’uomo, lasciando temere, per un fugace istante, che l’utilizzo di quella particolare declinazione al plurale avesse a doversi intendere nella stessa misura in cui era a considerarsi la follia di Nissa e delle sue alleate, salvo intendere, un attimo dopo, come invece avesse a doversi considerare in riferimento all’intero gruppo dei propri primi dieci alleati, di coloro che, accanto a lei, si erano schierati nel lungo tragitto che aveva visto la Jol’Ange giungere, alfine, a Rogautt « Grazie a… tuo marito, posso fronteggiare senza problemi quella testa volante. Tu preoccupati soltanto di Nissa! »

Sicuramente, in un momento futuro, ammettendone l’esistenza, Midda e Be’Sihl avrebbero avuto molto di cui parlare nel merito del terzo incomodo rappresentato da Desmair e, soprattutto, del rapporto che questi aveva instaurato con lui.
Ciò non di meno, in quel momento, egli aveva ragione. E lasciarsi dominare da emozioni adolescenziali di tradimento e di sfiducia, in un tanto pericoloso frangente, non soltanto avrebbe dimostrato da parte sua una totale assenza di professionalità ma, ciò non di meno, avrebbe potuto quietamente compromettere l’esito di quel conflitto, di quella battaglia che, nella presenza alleata di un potere inatteso quale quello del crudele sposo, nemico della propria nemica, avrebbe potuto rendere propria una svolta indubbiamente più positiva, e, speranzosamente, volta a un numero inferiore di perdite, sul loro fronte, rispetto a quanto non fosse stata tristemente costretta a porre in preventivo.
Così, sforzandosi per offrire il proprio miglior volto al peggior giuoco al quale, proprio malgrado, avrebbe potuto rammentarsi di aver mai partecipato, la Figlia di Marr’Mahew si costrinse allora a rialzarsi dal suolo, là dove si era proiettata per sfuggire all’aggressione della propria gemella, e a tornare a prendere in esame il contesto a sé circostante con occhio tattico, nella volontà di trovare il modo per ribaltare la situazione e costringere la propri antagonista a impegnarsi in termini difensivi non di meno di quanto, sino ad allora, non si fosse impegnata in quelli offensivi.


sabato 20 luglio 2013

2007


« … non tu… non lui… » scosse il capo Midda Bontor, per un istante dimentica di tutto e di tutti attorno a sé, non soltanto della propria gemella o del suo vicario, ma anche dell’intera Rogautt e delle ragioni per le quali sino a lì si fosse sospinta, nel concentrare il proprio sguardo, e tutto il proprio interesse, unicamente verso il suo amato Be’Sihl, nella mano del quale il potere di primo-fra-tre era stato annientato con una banalità sensazionale e, soprattutto, ingiustificabile…

… o, quantomeno, ingiustificabile nel non voler ammettere, coscientemente, l’unica giustificazione valida, la sola, odiata, ragione per la quale egli avrebbe potuto vantare una tale, altresì assurda, capacità.

« … mi dispiace… » chinò appena lo sguardo egli, quasi incapace a scandire, anche fosse solo sussurrando, quelle medesime parole, tanto l’imbarazzo dominante in lui, tanto il timore di poter incontrare, negli occhi di lei, un sentimento di delusione con il quale, era certo, non sarebbe mai riuscito a scendere a patti, in alcun modo « … avrei voluto dirtelo, ma non sapevo come... » soggiunse, in parole che, in maniera purtroppo estremamente effimera, a dir poco evanescente, tentarono di argomentare quanto pur comprendeva essere privo di ogni possibile difesa o, tantomeno, arringa.

Erano trascorsi quasi cinque anni da quando, per la prima volta, le vite del buon locandiere shar’tiagho, all’epoca appena accolto dopo tre lunghi lustri qual proprio amante, e di suo marito Desmair, del quale aveva cercato di rendersi vedova, senza troppo successo, si erano incrociate. E, in tale occasione, quest’ultimo, sfruttando un’oscena influenza che, in grazia alla loro unione innanzi agli dei, avrebbe potuto vantare, era riuscito a entrarle dentro la testa in misura tale da spingerla, quasi, ad ammazzare il primo, nel ritenerlo un orrido mostro necrofago.
Un potere, quello in tal modo palesato da parte del semidio, nel merito della possibile occorrenza del quale, ella non avrebbe potuto rendere propria alcuna possibilità di immaginazione, conoscendo, fondamentalmente, ben poco del semidio al quale si era legata in matrimonio, al solo scopo di preservare, da tale disgrazia, una sua cara amica, Nass’Hya, destinata a divenire sposa del suo più affidabile mecenate, lord Brote, al quale, negli anni, si era ritrovata unita, ineluttabilmente e a propria volta, da un vincolo di complicità che in molti avrebbero definito con estrema semplicità qual amicizia. Del resto, nel periodo di tempo indefinito, forse solo pochi giorni, forse interi mesi, impossibile a stabilirsi, che ella aveva trascorso ospite del proprio futuro sposo, obiettivamente poche erano state le informazioni che era stata in grado di mettere insieme, al di là di qualche dettaglio genealogico del quale egli si era vantato, e dell’evidenza di una macabra impossibilità a essere ucciso, anche laddove eventualmente fatto letteralmente a pezzi, così come non aveva mancato di tentare di compiere sin da subito. Quando, tuttavia, la negativa capacità di influenzare i suoi pensieri, finanche di traviarli, era apparsa chiara, anche grazie al quasi sacrificio dello stesso Be’Sihl; immediata era stata la reazione di viscerale odio che era subentrata in sostituzione a un mero fastidio, qual inizialmente avrebbe potuto accusare nei confronti del proprio indesiderato sposo.
Ma proprio laddove, ancora una volta per merito dello stesso locandiere shar’tiagho, ella era stata in grado di isolarsi dal potere di Desmair, attraverso la benevola influenza di un bracciale dorato che, da allora, non aveva mai abbandonato il suo bicipite mancino; a dir poco paradossale avrebbe dovuto essere considerata la scoperta, alcuni anni dopo, di quanto nei mesi seguenti a quei drammatici eventi, persino tragici nella morte di due innocenti cugini del proprio amato, un’insana alleanza fosse stata stipulata fra il marito e l’amante. Un’alleanza che, in un primo momento, era valsa a Be’Sihl la possibilità di salvarsi da un destino di schiavitù in quel di Far'Ghar; e che, di lì a qualche stagione, sarebbe valsa a lei stessa per essere salvata dalla prigionia alla quale, sgradevolmente, l’aveva sottoposta la stessa Nissa Bontor a bordo della propria nave ammiraglia, la Mera Namile. Perché per quanto, obiettivamente, gli interessi di entrambi potessero aver allora coinciso, nel desiderio di Be’Sihl di poter vivere la propria esistenza al suo fianco, e in quello di Desmair di non rinunciare all’unica, compresa arma utile nell’eterna lotta con la stessa madre che lo aveva esiliato dal proprio medesimo piano di realtà, relegandolo in una dimensione estranea per l’eternità; all’attenzione di Midda Bontor tutto ciò non avrebbe potuto essere comunque considerato salubre, non avrebbe potuto essere comunque accettato qual corretto. Non più di quanto avrebbe potuto esserlo un masochistico sentimento di autolesionismo.
E benché, nel corso dell’anno precedente, quando Desmair era caduto vittima della folle violenza di suo padre, il dio minore Kah, lo stesso che poi ella aveva ucciso, da parte sua non fosse pur mancato un certo dispiacere di fondo all’evidenza del sacrificio che pur, egli, aveva compiuto prendendo parte a quella sua guerra, nata da una faida familiare e finita con il divenire addirittura rilevante per il futuro stesso della vita, e della vita libera, così come sino a quel momento conosciuta in ogni angolo di Qahr e del mondo intero; parimenti ella non avrebbe potuto che considerarsi soddisfatta all’idea di quanto, finalmente, quel suo sgradevole matrimonio fosse concluso e di come, al più, ella avrebbe potuto essere ricordata quale la Vedova di Desmair, finalmente libera da ogni pericolosa ombra su di lei stagliata dall’ingombrante figura del proprio sposo.
Un’ombra, un pericolo, che, palesemente, aveva considerato troppo avventatamente qual ormai svanito, non prendendo in esame ogni pezzo ancora presente sulla scacchiera di quell’assurda partita a chaturaji…

« Come è successo…?! » tentò di domandare la Figlia di Marr’Mahew, ancora disinteressata al resto del mondo attorno a sé, malgrado ciò avrebbe potuto significare, troppo stolidamente, la prematura conclusione della sua avventura in quel di Rogautt.

Tuttavia, al di là di quanto ella avrebbe potuto essersi lì repentinamente scordata di quanto era presente attorno a lei, e dei nemici che avrebbero allora potuto aggredirla, a incominciare dalla sua gemella o dal suo vicario; questi ultimi non commisero neppure per un fugace istante, per un effimero momento, l’errore di obliare al pensiero della medesima, al ricordo di chi, a dispetto di ogni possibile, ipotetica superiorità, avrebbero dovuto comunque impegnarsi ad abbattere il prima possibile, nella mai ignorata coscienza di quanto, se solo ella avesse maturato piena e completa consapevolezza su quanto lì avrebbe potuto rappresentare, in quel particolare momento, in quel preciso confronto, le sorti dello stesso sarebbero state irrimediabilmente rovesciate in suo favore, in una misura tale per cui non sarebbe stata concessa loro alcuna benché minima possibilità di predominio, di vittoria.
Ragione per la quale, del tutto indifferenti ai sentimenti che, nel confronto con il ritorno del proprio sposo per mezzo di quello specifico tramite, di colui che mai ella avrebbe voluto veder coinvolto in un tal disgraziato ruolo; non il vicario, e non di meno la sua sovrana, scelsero di agire, nella speranza di poter approfittare di tutto ciò per condurre a segno un colpo sicuro a suo discapito, se non decisivo, quantomeno utile a sfiduciarla sulle proprie già non particolarmente evidenti possibilità di vittoria...

« A terra, Midda! » gridò, quindi, il locandiere che, dal proprio particolare punto di vista, frontale rispetto a lei e frontale rispetto ai loro avversari, non avrebbe mai potuto lasciarsi sorprendere da quanto stava lì accadendo, dal nero getto di energia ancora una volta fuoriuscito dal tridente di Nissa, e diretto verso il centro della schiena della propria amata, così come da una nuova sfera di potere gettata da primo-fra-tre a loro discapito, probabilmente più nella volontà di distrarre la sua attenzione che perché realmente speranzoso di poterlo abbattere, là dove già dimostrata l’evidenza di tale impossibilità.

E per quanto soltanto estremamente seria avrebbe dovuto essere riconosciuta la reazione di attonita perdita d’orientamento da parte della Figlia di Marr’Mahew innanzi a quell’ultima, inattesa rivelazione; il suo spirito di sopravvivenza, i suoi sensi allenati in centinaia, in migliaia di battaglie differenti, non le permisero alcuna ingenuità, offrendo completo ascolto alle parole di Be’Sihl e proiettando il suo intero corpo al suolo un istante prima che, da parte della sua antagonista, potesse essere condotto a segno il proprio letale attacco, la propria mortale aggressione.


venerdì 19 luglio 2013

2006


No. Una risposta tanto semplice, incredibilmente concisa e, pur, terribilmente concreta qual quella avrebbe dovuto essere la sola a dominare nella mente della donna guerriero. Avrebbe potuto essere la sola a imperare sul suo cuore e, con esso, su ogni sua reazione emotiva.
Perché, obiettivamente, concretamente, trasparentemente, soltanto qual devastante, terrificante e ineluttabile avrebbe dovuto essere giudicato il potere della creatura già nota con il nome di primo-fra-tre e con l’appellativo di vicario, vicario della regina Anmel o, forse e addirittura, della stessa Oscura Mietitrice. Un potere in grado di scindere l’essenza stessa della materia, annichilire l’esistenza stessa nella propria più intima essenza, e, ciò non di meno, nel confronto con il quale ella, in grazia a un matrimonio pur da sempre sgradito, aveva ottenuto qual proprio diritto, una straordinaria, miracolosa immunità, tale da averle concesso la possibilità, da averle garantito l’opportunità, di sopravvivere già a ben due scontri diretti con quello stesso osceno mostro, quel principio incorporeo di desolazione e morte dal quale, altrimenti, non avrebbe né potuto, né dovuto sperare in alcuna pur effimera ipotesi di salvezza. E se pur, in conseguenza, diretta, al proprio legame con Desmair, suo marito, ovunque egli fosse, ritenuto prematuramente qual trapassato, e in conseguenza, indiretta, al proprio legame con la stessa Anmel, sua suocera, in un giuoco delle parti fra lei e Nissa se non imbarazzante, quantomeno complicato, ella avrebbe potuto considerarsi ancor protetta da qualunque minaccia da parte di chi non avrebbe mai potuto levare la propria mano, metaforicamente in assenza di corpo o arti, in contrasto a colei di cui era vicario né alla sua famiglia, per estensione; di tanto benevola garanzia non avrebbero mai potuto sperare di godere né Be’Sihl, suo amato, né Seem, suo scudiero, né alcun altro fra i dieci della Jol’Ange. O, ancor meno, El’Abeb, Shu-La o tutti gli uomini e le donne della loro colonna, che, obiettivamente, ella non avrebbe neppure potuto onestamente vantare di conoscere fosse anche, e soltanto, di vista.
Una tanto solida, e purtroppo inappellabile, motivazione, unita alla consapevolezza di non essere mai riuscita a condurre a segno, realmente, un qualche tentativo di offesa a discapito di quello stesso mostro, avrebbero obbligato, proprio malgrado, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, l’Ucciditrice di Dei, a potersi riservare soltanto una ferma e netta negazione qual oggettiva replica alla provocazione della propria interlocutrice. Una negazione che, tuttavia, ella si sarebbe ben guardata dal condividere, e dal condividere apertamente con lei, non desiderando in alcun modo, in alcuna misura, concederle l’opportunità di un qualche vantaggio psicologico su di lei, utile a permetterle di essere certa della propria supremazia, della propria vittoria e, in ciò, a non offrirle ragione alcuna per temere quanto, da parte sua, avrebbe ancora potuto essere risposto, avrebbe ancora potuto essere replicato.

« Non farlo, Nissa… non mettermi alla prova in questo modo. » replicò pertanto e alfine, rendendo proprio un tono di prudente minaccia, per non lasciare trasparire quanto, allora, necessariamente insicura e timorosa avrebbe dovuto essere riconosciuta essere, all’idea di dover essere costretta, nel duplice confronto con la propria gemella e il suo vicario ad assistere inerme alla morte di tutti i propri compagni, di tutti i propri amici, di quei fratelli e di quelle sorelle che per lei, accanto a lei, sarebbero stati sicuramente disposti a dare la vita, in una pretesa di sacrificio che pur ella non avrebbe mai potuto voler rendere propria.
« L’ho già fatto… » sorrise la sovrana, nel mentre in cui, innanzi a tutti loro, da quella stella malata, nacque ancora una volta il volto privo d’età, e pur così trasparentemente antico, di primo-fra-tre.

Fu in quel momento, fu in quel preciso istante, che, forse per la prima volta nella propria impavida esistenza, in quella lunga vita spesa ad affrontare ogni qual genere di orrori, a superare ogni limite le fosse mai stato posto innanzi, Midda Bontor ebbe paura. Ed ella ebbe paura non in termini tali da permetterle, semplicemente, di rendere propria quella prudenza necessaria a garantirsi un’occasione di sopravvivenza, come, obiettivamente, avrebbe potuto vantare di aver avuto in molte, troppe sfide passate, del resto donna umana e mortale, e, propria disgrazia o propria fortuna, ancora distante da quell’immagine di straordinaria eroina dietro la quale un numero sempre più elevato di canzoni sembravano desiderosa di celarla, esaltandola; quanto, e peggio, quella paura viscerale, intima, incontrollata e incontrollabile, a confronto con la quale alcuna particolare occasione di raziocinio, alcuna reale possibilità di controllo su di sé e sulla propria mente, sul proprio cuore e sul proprio colpa, avrebbero potuto esserle concesse, al di fuori dell’isteria.
Ma se pur, la sua, fu allora una reazione sì umana e sì, certamente, giustificabile, in una misura tale per cui, alcuno avrebbe mai potuto muoverle accusa o rimprovero; e se pur, ciò non di meno, perdurò per l’intervallo proprio di un flebile battito di ciglia, del fremito delle vene dei suoi polsi in conseguenza a un fugace aumento di pressione sanguigna, utile allora a compensare tale stato d’animo con un afflusso straordinario di adrenalina; simile esitazione, tale arresto, avrebbe ciò non di meno potuto sancire la prematura conclusione della vita di uno fra i suoi compagni, amici, fratelli e sorelle, dacché, non eguale, incertezza ebbe a contraddistinguere l’incedere del vicario, il quale, senza riservarsi alcuna possibilità di perdere tempo in futili e altisonanti chiacchiere, qual sua abitudine, aggredì in maniera diretta e decisa il gruppo dei dieci, vomitando verso di loro una sfera pulsante di energia, gli effetti della quale avrebbero incluso, tragicamente, la prematura conclusione di almeno una fra le loro esistenze, senza che alla sventurata vittima fosse allora concessa quantomeno la possibilità di  intuire il proprio triste fato, la propria terribile sorte.

« … Thyres! » gemette la Figlia di Marr’Mahew, non in un alito soffocato quanto, e piuttosto, spendendo in ciò tutto il fiato contenuto nei propri polmoni.

E se quella parve necessariamente simile a un’imprecazione, a una bestemmia a discapito della sua dea prediletta, ciò non di meno quella fu, al contrario, la più viva e sincera preghiera la donna guerriero avesse mai avuto trascorsa occasione di scandire: una supplica elevata verso l’alto dei cieli con un grido, con un urlo, quasi, nel quale tutta la passione, tutto il dolore caratteristico della sua tragica figura, resa tale non da un atteggiamento mentale, quanto e peggio dal mero ordine degli eventi che, proprio in quella sventurata occasione, non sembravano in grado di piegarsi ai suoi desideri, alle sue necessità, alle sue brame.
Che Thyres, o chi per lei, fosse tuttavia lì attenta alle esigenze della sua più famosa fedele, della più gloriosa incarnazione dei valori propri del suo regno, dell’immensità indomabile dei mari; non venne offerta occasione di consapevolezza agli occhi color ghiaccio della mercenaria dai capelli corvini. Ma che, comunque, qualcuno fosse lì in suo ascolto, e fosse, addirittura, pronto a intervenire per schierarsi al suo fianco, in quella battaglia conclusiva, in quel capitolo finale di una storia durata quasi trent’anni, ebbe occasione di dimostrarsi, e di dimostrarsi al di là di ogni eventuale supposizione, nell’evidenza dei fatti, e di fatti concreti quali quelli che, nel mentre in cui ella si ritrovò in balia delle proprie più incontrollate emozioni, occorsero in tutela, in difesa, dei dieci della Jol’Ange, non limitandosi a ergere, innanzi a loro, uno scudo a negazione degli effetti dirompenti di quell’offensiva; ma, addirittura, arrestandone la folle corsa entro il palmo di una mano. Una mano lì sollevatasi non quale reazione istintiva a quell’impeto distruttivo, quanto e piuttosto a ferma e consapevole risposta a tale gesto, nella certezza di quanto, così agendo, null’altro sarebbe stato necessario a contenere quel potere pur devastante, all’antitesi del concetto stesso di Creato, finanche a soffocarlo, completamente, senza subire, in conseguenza di tutto ciò, alcun danno, neppure superficiale.

« Thyres… » sussurrò, nuovamente, la Campionessa di Kriarya, se possibile, in tal frangente di obbligata gioia, al confronto con la tragedia scampata, ancor più spaventata di quanto non avrebbe avuto a dichiararsi un istante prima, posta qual si ritrovò a essere, come tutti, con l’identità di chi, in quel momento, fu in grado di compiere tale tanto miracoloso, quant’allora estremo, intervento.
« … non esattamente. » sospirò il responsabile di ciò, storcendo appena le labbra verso il basso, a palesare una certa insoddisfazione di fondo nell’essere stato costretto a intervenire in tal senso « Anche se, forse, riguardando lei, la questione sarebbe un poco più semplice da spiegare… »