11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

venerdì 19 luglio 2013

2006


No. Una risposta tanto semplice, incredibilmente concisa e, pur, terribilmente concreta qual quella avrebbe dovuto essere la sola a dominare nella mente della donna guerriero. Avrebbe potuto essere la sola a imperare sul suo cuore e, con esso, su ogni sua reazione emotiva.
Perché, obiettivamente, concretamente, trasparentemente, soltanto qual devastante, terrificante e ineluttabile avrebbe dovuto essere giudicato il potere della creatura già nota con il nome di primo-fra-tre e con l’appellativo di vicario, vicario della regina Anmel o, forse e addirittura, della stessa Oscura Mietitrice. Un potere in grado di scindere l’essenza stessa della materia, annichilire l’esistenza stessa nella propria più intima essenza, e, ciò non di meno, nel confronto con il quale ella, in grazia a un matrimonio pur da sempre sgradito, aveva ottenuto qual proprio diritto, una straordinaria, miracolosa immunità, tale da averle concesso la possibilità, da averle garantito l’opportunità, di sopravvivere già a ben due scontri diretti con quello stesso osceno mostro, quel principio incorporeo di desolazione e morte dal quale, altrimenti, non avrebbe né potuto, né dovuto sperare in alcuna pur effimera ipotesi di salvezza. E se pur, in conseguenza, diretta, al proprio legame con Desmair, suo marito, ovunque egli fosse, ritenuto prematuramente qual trapassato, e in conseguenza, indiretta, al proprio legame con la stessa Anmel, sua suocera, in un giuoco delle parti fra lei e Nissa se non imbarazzante, quantomeno complicato, ella avrebbe potuto considerarsi ancor protetta da qualunque minaccia da parte di chi non avrebbe mai potuto levare la propria mano, metaforicamente in assenza di corpo o arti, in contrasto a colei di cui era vicario né alla sua famiglia, per estensione; di tanto benevola garanzia non avrebbero mai potuto sperare di godere né Be’Sihl, suo amato, né Seem, suo scudiero, né alcun altro fra i dieci della Jol’Ange. O, ancor meno, El’Abeb, Shu-La o tutti gli uomini e le donne della loro colonna, che, obiettivamente, ella non avrebbe neppure potuto onestamente vantare di conoscere fosse anche, e soltanto, di vista.
Una tanto solida, e purtroppo inappellabile, motivazione, unita alla consapevolezza di non essere mai riuscita a condurre a segno, realmente, un qualche tentativo di offesa a discapito di quello stesso mostro, avrebbero obbligato, proprio malgrado, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, l’Ucciditrice di Dei, a potersi riservare soltanto una ferma e netta negazione qual oggettiva replica alla provocazione della propria interlocutrice. Una negazione che, tuttavia, ella si sarebbe ben guardata dal condividere, e dal condividere apertamente con lei, non desiderando in alcun modo, in alcuna misura, concederle l’opportunità di un qualche vantaggio psicologico su di lei, utile a permetterle di essere certa della propria supremazia, della propria vittoria e, in ciò, a non offrirle ragione alcuna per temere quanto, da parte sua, avrebbe ancora potuto essere risposto, avrebbe ancora potuto essere replicato.

« Non farlo, Nissa… non mettermi alla prova in questo modo. » replicò pertanto e alfine, rendendo proprio un tono di prudente minaccia, per non lasciare trasparire quanto, allora, necessariamente insicura e timorosa avrebbe dovuto essere riconosciuta essere, all’idea di dover essere costretta, nel duplice confronto con la propria gemella e il suo vicario ad assistere inerme alla morte di tutti i propri compagni, di tutti i propri amici, di quei fratelli e di quelle sorelle che per lei, accanto a lei, sarebbero stati sicuramente disposti a dare la vita, in una pretesa di sacrificio che pur ella non avrebbe mai potuto voler rendere propria.
« L’ho già fatto… » sorrise la sovrana, nel mentre in cui, innanzi a tutti loro, da quella stella malata, nacque ancora una volta il volto privo d’età, e pur così trasparentemente antico, di primo-fra-tre.

Fu in quel momento, fu in quel preciso istante, che, forse per la prima volta nella propria impavida esistenza, in quella lunga vita spesa ad affrontare ogni qual genere di orrori, a superare ogni limite le fosse mai stato posto innanzi, Midda Bontor ebbe paura. Ed ella ebbe paura non in termini tali da permetterle, semplicemente, di rendere propria quella prudenza necessaria a garantirsi un’occasione di sopravvivenza, come, obiettivamente, avrebbe potuto vantare di aver avuto in molte, troppe sfide passate, del resto donna umana e mortale, e, propria disgrazia o propria fortuna, ancora distante da quell’immagine di straordinaria eroina dietro la quale un numero sempre più elevato di canzoni sembravano desiderosa di celarla, esaltandola; quanto, e peggio, quella paura viscerale, intima, incontrollata e incontrollabile, a confronto con la quale alcuna particolare occasione di raziocinio, alcuna reale possibilità di controllo su di sé e sulla propria mente, sul proprio cuore e sul proprio colpa, avrebbero potuto esserle concesse, al di fuori dell’isteria.
Ma se pur, la sua, fu allora una reazione sì umana e sì, certamente, giustificabile, in una misura tale per cui, alcuno avrebbe mai potuto muoverle accusa o rimprovero; e se pur, ciò non di meno, perdurò per l’intervallo proprio di un flebile battito di ciglia, del fremito delle vene dei suoi polsi in conseguenza a un fugace aumento di pressione sanguigna, utile allora a compensare tale stato d’animo con un afflusso straordinario di adrenalina; simile esitazione, tale arresto, avrebbe ciò non di meno potuto sancire la prematura conclusione della vita di uno fra i suoi compagni, amici, fratelli e sorelle, dacché, non eguale, incertezza ebbe a contraddistinguere l’incedere del vicario, il quale, senza riservarsi alcuna possibilità di perdere tempo in futili e altisonanti chiacchiere, qual sua abitudine, aggredì in maniera diretta e decisa il gruppo dei dieci, vomitando verso di loro una sfera pulsante di energia, gli effetti della quale avrebbero incluso, tragicamente, la prematura conclusione di almeno una fra le loro esistenze, senza che alla sventurata vittima fosse allora concessa quantomeno la possibilità di  intuire il proprio triste fato, la propria terribile sorte.

« … Thyres! » gemette la Figlia di Marr’Mahew, non in un alito soffocato quanto, e piuttosto, spendendo in ciò tutto il fiato contenuto nei propri polmoni.

E se quella parve necessariamente simile a un’imprecazione, a una bestemmia a discapito della sua dea prediletta, ciò non di meno quella fu, al contrario, la più viva e sincera preghiera la donna guerriero avesse mai avuto trascorsa occasione di scandire: una supplica elevata verso l’alto dei cieli con un grido, con un urlo, quasi, nel quale tutta la passione, tutto il dolore caratteristico della sua tragica figura, resa tale non da un atteggiamento mentale, quanto e peggio dal mero ordine degli eventi che, proprio in quella sventurata occasione, non sembravano in grado di piegarsi ai suoi desideri, alle sue necessità, alle sue brame.
Che Thyres, o chi per lei, fosse tuttavia lì attenta alle esigenze della sua più famosa fedele, della più gloriosa incarnazione dei valori propri del suo regno, dell’immensità indomabile dei mari; non venne offerta occasione di consapevolezza agli occhi color ghiaccio della mercenaria dai capelli corvini. Ma che, comunque, qualcuno fosse lì in suo ascolto, e fosse, addirittura, pronto a intervenire per schierarsi al suo fianco, in quella battaglia conclusiva, in quel capitolo finale di una storia durata quasi trent’anni, ebbe occasione di dimostrarsi, e di dimostrarsi al di là di ogni eventuale supposizione, nell’evidenza dei fatti, e di fatti concreti quali quelli che, nel mentre in cui ella si ritrovò in balia delle proprie più incontrollate emozioni, occorsero in tutela, in difesa, dei dieci della Jol’Ange, non limitandosi a ergere, innanzi a loro, uno scudo a negazione degli effetti dirompenti di quell’offensiva; ma, addirittura, arrestandone la folle corsa entro il palmo di una mano. Una mano lì sollevatasi non quale reazione istintiva a quell’impeto distruttivo, quanto e piuttosto a ferma e consapevole risposta a tale gesto, nella certezza di quanto, così agendo, null’altro sarebbe stato necessario a contenere quel potere pur devastante, all’antitesi del concetto stesso di Creato, finanche a soffocarlo, completamente, senza subire, in conseguenza di tutto ciò, alcun danno, neppure superficiale.

« Thyres… » sussurrò, nuovamente, la Campionessa di Kriarya, se possibile, in tal frangente di obbligata gioia, al confronto con la tragedia scampata, ancor più spaventata di quanto non avrebbe avuto a dichiararsi un istante prima, posta qual si ritrovò a essere, come tutti, con l’identità di chi, in quel momento, fu in grado di compiere tale tanto miracoloso, quant’allora estremo, intervento.
« … non esattamente. » sospirò il responsabile di ciò, storcendo appena le labbra verso il basso, a palesare una certa insoddisfazione di fondo nell’essere stato costretto a intervenire in tal senso « Anche se, forse, riguardando lei, la questione sarebbe un poco più semplice da spiegare… »


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