11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

sabato 20 luglio 2013

2007


« … non tu… non lui… » scosse il capo Midda Bontor, per un istante dimentica di tutto e di tutti attorno a sé, non soltanto della propria gemella o del suo vicario, ma anche dell’intera Rogautt e delle ragioni per le quali sino a lì si fosse sospinta, nel concentrare il proprio sguardo, e tutto il proprio interesse, unicamente verso il suo amato Be’Sihl, nella mano del quale il potere di primo-fra-tre era stato annientato con una banalità sensazionale e, soprattutto, ingiustificabile…

… o, quantomeno, ingiustificabile nel non voler ammettere, coscientemente, l’unica giustificazione valida, la sola, odiata, ragione per la quale egli avrebbe potuto vantare una tale, altresì assurda, capacità.

« … mi dispiace… » chinò appena lo sguardo egli, quasi incapace a scandire, anche fosse solo sussurrando, quelle medesime parole, tanto l’imbarazzo dominante in lui, tanto il timore di poter incontrare, negli occhi di lei, un sentimento di delusione con il quale, era certo, non sarebbe mai riuscito a scendere a patti, in alcun modo « … avrei voluto dirtelo, ma non sapevo come... » soggiunse, in parole che, in maniera purtroppo estremamente effimera, a dir poco evanescente, tentarono di argomentare quanto pur comprendeva essere privo di ogni possibile difesa o, tantomeno, arringa.

Erano trascorsi quasi cinque anni da quando, per la prima volta, le vite del buon locandiere shar’tiagho, all’epoca appena accolto dopo tre lunghi lustri qual proprio amante, e di suo marito Desmair, del quale aveva cercato di rendersi vedova, senza troppo successo, si erano incrociate. E, in tale occasione, quest’ultimo, sfruttando un’oscena influenza che, in grazia alla loro unione innanzi agli dei, avrebbe potuto vantare, era riuscito a entrarle dentro la testa in misura tale da spingerla, quasi, ad ammazzare il primo, nel ritenerlo un orrido mostro necrofago.
Un potere, quello in tal modo palesato da parte del semidio, nel merito della possibile occorrenza del quale, ella non avrebbe potuto rendere propria alcuna possibilità di immaginazione, conoscendo, fondamentalmente, ben poco del semidio al quale si era legata in matrimonio, al solo scopo di preservare, da tale disgrazia, una sua cara amica, Nass’Hya, destinata a divenire sposa del suo più affidabile mecenate, lord Brote, al quale, negli anni, si era ritrovata unita, ineluttabilmente e a propria volta, da un vincolo di complicità che in molti avrebbero definito con estrema semplicità qual amicizia. Del resto, nel periodo di tempo indefinito, forse solo pochi giorni, forse interi mesi, impossibile a stabilirsi, che ella aveva trascorso ospite del proprio futuro sposo, obiettivamente poche erano state le informazioni che era stata in grado di mettere insieme, al di là di qualche dettaglio genealogico del quale egli si era vantato, e dell’evidenza di una macabra impossibilità a essere ucciso, anche laddove eventualmente fatto letteralmente a pezzi, così come non aveva mancato di tentare di compiere sin da subito. Quando, tuttavia, la negativa capacità di influenzare i suoi pensieri, finanche di traviarli, era apparsa chiara, anche grazie al quasi sacrificio dello stesso Be’Sihl; immediata era stata la reazione di viscerale odio che era subentrata in sostituzione a un mero fastidio, qual inizialmente avrebbe potuto accusare nei confronti del proprio indesiderato sposo.
Ma proprio laddove, ancora una volta per merito dello stesso locandiere shar’tiagho, ella era stata in grado di isolarsi dal potere di Desmair, attraverso la benevola influenza di un bracciale dorato che, da allora, non aveva mai abbandonato il suo bicipite mancino; a dir poco paradossale avrebbe dovuto essere considerata la scoperta, alcuni anni dopo, di quanto nei mesi seguenti a quei drammatici eventi, persino tragici nella morte di due innocenti cugini del proprio amato, un’insana alleanza fosse stata stipulata fra il marito e l’amante. Un’alleanza che, in un primo momento, era valsa a Be’Sihl la possibilità di salvarsi da un destino di schiavitù in quel di Far'Ghar; e che, di lì a qualche stagione, sarebbe valsa a lei stessa per essere salvata dalla prigionia alla quale, sgradevolmente, l’aveva sottoposta la stessa Nissa Bontor a bordo della propria nave ammiraglia, la Mera Namile. Perché per quanto, obiettivamente, gli interessi di entrambi potessero aver allora coinciso, nel desiderio di Be’Sihl di poter vivere la propria esistenza al suo fianco, e in quello di Desmair di non rinunciare all’unica, compresa arma utile nell’eterna lotta con la stessa madre che lo aveva esiliato dal proprio medesimo piano di realtà, relegandolo in una dimensione estranea per l’eternità; all’attenzione di Midda Bontor tutto ciò non avrebbe potuto essere comunque considerato salubre, non avrebbe potuto essere comunque accettato qual corretto. Non più di quanto avrebbe potuto esserlo un masochistico sentimento di autolesionismo.
E benché, nel corso dell’anno precedente, quando Desmair era caduto vittima della folle violenza di suo padre, il dio minore Kah, lo stesso che poi ella aveva ucciso, da parte sua non fosse pur mancato un certo dispiacere di fondo all’evidenza del sacrificio che pur, egli, aveva compiuto prendendo parte a quella sua guerra, nata da una faida familiare e finita con il divenire addirittura rilevante per il futuro stesso della vita, e della vita libera, così come sino a quel momento conosciuta in ogni angolo di Qahr e del mondo intero; parimenti ella non avrebbe potuto che considerarsi soddisfatta all’idea di quanto, finalmente, quel suo sgradevole matrimonio fosse concluso e di come, al più, ella avrebbe potuto essere ricordata quale la Vedova di Desmair, finalmente libera da ogni pericolosa ombra su di lei stagliata dall’ingombrante figura del proprio sposo.
Un’ombra, un pericolo, che, palesemente, aveva considerato troppo avventatamente qual ormai svanito, non prendendo in esame ogni pezzo ancora presente sulla scacchiera di quell’assurda partita a chaturaji…

« Come è successo…?! » tentò di domandare la Figlia di Marr’Mahew, ancora disinteressata al resto del mondo attorno a sé, malgrado ciò avrebbe potuto significare, troppo stolidamente, la prematura conclusione della sua avventura in quel di Rogautt.

Tuttavia, al di là di quanto ella avrebbe potuto essersi lì repentinamente scordata di quanto era presente attorno a lei, e dei nemici che avrebbero allora potuto aggredirla, a incominciare dalla sua gemella o dal suo vicario; questi ultimi non commisero neppure per un fugace istante, per un effimero momento, l’errore di obliare al pensiero della medesima, al ricordo di chi, a dispetto di ogni possibile, ipotetica superiorità, avrebbero dovuto comunque impegnarsi ad abbattere il prima possibile, nella mai ignorata coscienza di quanto, se solo ella avesse maturato piena e completa consapevolezza su quanto lì avrebbe potuto rappresentare, in quel particolare momento, in quel preciso confronto, le sorti dello stesso sarebbero state irrimediabilmente rovesciate in suo favore, in una misura tale per cui non sarebbe stata concessa loro alcuna benché minima possibilità di predominio, di vittoria.
Ragione per la quale, del tutto indifferenti ai sentimenti che, nel confronto con il ritorno del proprio sposo per mezzo di quello specifico tramite, di colui che mai ella avrebbe voluto veder coinvolto in un tal disgraziato ruolo; non il vicario, e non di meno la sua sovrana, scelsero di agire, nella speranza di poter approfittare di tutto ciò per condurre a segno un colpo sicuro a suo discapito, se non decisivo, quantomeno utile a sfiduciarla sulle proprie già non particolarmente evidenti possibilità di vittoria...

« A terra, Midda! » gridò, quindi, il locandiere che, dal proprio particolare punto di vista, frontale rispetto a lei e frontale rispetto ai loro avversari, non avrebbe mai potuto lasciarsi sorprendere da quanto stava lì accadendo, dal nero getto di energia ancora una volta fuoriuscito dal tridente di Nissa, e diretto verso il centro della schiena della propria amata, così come da una nuova sfera di potere gettata da primo-fra-tre a loro discapito, probabilmente più nella volontà di distrarre la sua attenzione che perché realmente speranzoso di poterlo abbattere, là dove già dimostrata l’evidenza di tale impossibilità.

E per quanto soltanto estremamente seria avrebbe dovuto essere riconosciuta la reazione di attonita perdita d’orientamento da parte della Figlia di Marr’Mahew innanzi a quell’ultima, inattesa rivelazione; il suo spirito di sopravvivenza, i suoi sensi allenati in centinaia, in migliaia di battaglie differenti, non le permisero alcuna ingenuità, offrendo completo ascolto alle parole di Be’Sihl e proiettando il suo intero corpo al suolo un istante prima che, da parte della sua antagonista, potesse essere condotto a segno il proprio letale attacco, la propria mortale aggressione.


Nessun commento: