11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 1 luglio 2013

1988


Quella fra Midda e Nissa Bontor, sorelle e gemelle, era un’inimicizia, poi divenuta apertamente rivalità in misura tale da pretendere non semplicemente la morte, quanto e peggio la dannazione l’una dell’altra, o per lo meno tale di una fra loro, che aveva avuto inizio molti anni addietro. E, a differenza di altre storie, di altre vicende potenzialmente simili alla loro e pur mai, inevitabilmente, uguali, in quel loro comune passato, avrebbe potuto essere identificato perfettamente l’anno, il mese e, addirittura, il giorno e l’ora in cui quella destinata a divenire una faida insanabile aveva avuto origine, in una frattura sì violenta e dolorosa, qual quella imposta da colei successivamente divenuta conosciuta qual la Figlia di Marr’Mahew, a discapito di chi, nel contempo, avrebbe acquisito, per giusti meriti, il titolo di regina di Rogautt, sovrana di tutti i pirati dei mari del sud.
Tanta, straordinaria possibilità di precisione, di dettaglio, avrebbe dovuto invero riconoscere il proprio merito solamente nella colpevolezza, piena, assoluta, affermata e, addirittura, pubblicamente confessata, in una ballata che ella stessa aveva voluto commissionare per promuovere il complesso rapporto esistente fra lei e la sua gemella, della stessa Campionessa di Kriarya; la quale, ancora bambina, si era resa per tre volte spergiura nel promettere, nel ribadire e nell’insistere a sottolineare quanto, da parte sua, non vi sarebbe mai stata alcuna possibilità di abbandono della sorella che a lei era più che legata, che l’amava oltremodo, e che, proprio per questa ragione, non aveva potuto che avvertire qualcosa, nel profondo del proprio cuore, infrangersi severamente, nel momento in cui tale amore le venne negato, nell’istante stesso in cui simile rapporto le fu sottratto nel silenzio e nelle tenebre del cuore della notte, lasciandola derubata di quello che, oggettivamente, avrebbe potuto riconoscere essere quale il proprio tesoro più prezioso. Un tradimento, quello che aveva enormemente pesato su di lei, sulla piccola Nissa ancor più bambina che fanciulla, che, ove possibile, era stato reso ancor più angosciante, ancor più temibile e sconvolgente, dagli eventi che, di lì a meno di un anno erano occorsi, vedendo venir meno, allora sottratta dall’inappellabile abbraccio della morte, anche la loro genitrice, loro madre Mera, privandola, in ciò, in troppo breve tempo, dei due più solidi e forti riferimenti che avrebbe mai potuto vantare nella propria vita, nella propria esistenza. Ma se loro madre era stata una vittima, falciata proprio malgrado da chi non avrebbe mai rivolto riguardo ad alcuno, fosse questi uomo o donna, giovane o vecchio, sano o malato, ricco o povero; Midda non avrebbe mai potuto essere definita null’altro che una colpevole, e colpevole di aver, in maniera tanto brutale, non soltanto spezzato il suo cuore, ma di esser anche venuta meno a rivolgere l’estremo saluto, l’ultimo addio, a chi pur tanto le aveva amate e a cui pur tanto, la vita, entrambe dovevano.
Così, nella stessa misura in cui, un tempo, il cuore di Nissa si sarebbe dimostrato traboccante d’amore per la propria gemella, a seguito di quegli eventi, e di quell’infausto giorno in cui Midda decise di venir meno al proprio giuramento, ai propri tre giuramenti, esso si dimostrò ricolmo d’odio per lei, in un sentimento così ricco e pulsante che, obiettivamente, neppure la morte avrebbe potuto soddisfarla, avrebbe potuto appagarla. Fu in tal modo che anch’ella decise di abbandonare la casa del padre, lasciando solo l’unico genitore rimasto loro, per abbracciare la via del mare. Ma non la stessa via nella quale si era impegnata sua sorella, quanto una via diversa, una via antitetica e che, ella era sicura, le avrebbe permesso, un giorno non lontano, di raggiungere la vendetta tanto desiderata, sì bramata. Una vendetta che, ancora una volta, ebbe possibilità di trovare compimento non in un momento imprecisato del loro passato, non in un periodo non meglio definito, quanto e piuttosto in un anno, in un mese, in un giorno e, addirittura, in un’ora ben precisa. Quella in cui a colei che alla propria famiglia aveva rinunciato per il mare, tutto venne sottratto: il proprio volto, sfregiato; il proprio uomo, condannato a morire se soltanto non avesse a lui rinunciato; il proprio mare, dal quale avrebbe dovuto considerarsi esiliata per il resto della sua vita; e, addirittura, una parte della propria femminilità, del proprio essere donna, nella speranza di poter, un giorno, divenire madre. Un obiettivo quest’ultimo che, se pur non avrebbe potuto essere riconosciuto qual primo impegno al quale ella avrebbe mai rivolto la propria attenzione, al tempo stesso non l’avrebbe mai vista accogliere con particolare entusiasmo, con alcuna gioia, la condanna su di lei in tal modo impostale.
Ma se già straordinariamente crudele avrebbe potuto essere considerato tutto ciò, soltanto malato avrebbe dovuto essere riconosciuto il gesto con il quale, la regina dei pirati, volle sancire in maniera inconfutabile la propria vittoria sulla gemella. Perché non paga di averla privata del proprio volto, del proprio uomo, del proprio mare e della propria femminilità, o di una parte di essa, Nissa si era spinta addirittura oltre, arrivando meschinamente a giacere, con l’inganno, con Salge Tresand, e a lui, in tal modo, a sottrarre quel figlio che mai la sua stessa gemella avrebbe potuto più sperare di veder crescere in sé, nel proprio ventre divenuto soltanto arida culla di morte. E Leas, tale il nome scelto per lui, era nato ed era stato cresciuto e educato, solo nell’odio per un padre che, in quanto a lui narrato, lo aveva concepito nella violenza più brutale, portando in ciò a termine un ordine a lui impartito dalla sua compagna, e quella medesima zia mai conosciuta, che tanta sofferenza aveva imposto sulla vita della sua sola e amata genitrice.
Ove in un simile pregresso, in un tale passato, non soltanto deprecabile avrebbe dovuto essere considerato il comportamento della signora di tutti i pirati dei mari del sud, nonché conquistatrice della piccola e inerme isola di Rogautt, all’interno della quale aveva eretto la propria capitale, il centro del proprio nuovo regno, quanto piuttosto ed esplicitamente condannabile, espressione di una crudeltà alfine ingiustificabile, malgrado tutte le colpe delle quali la sua gemella potesse essersi macchiata; nulla di tutto ciò, comunque, avrebbe mai giustificato il coinvolgimento emotivo degli undici della Jol’Ange in quel giorno, in quel frangente di definitiva risoluzione, preoccupandoli, seriamente e sinceramente, per quanto sarebbe potuto occorrere non tanto nel confronto con le forse migliaia di pirati lì radunati ma, ancor più, con quell’unica donna, quella sola, sì straordinaria, e pur semplice mortale che, malgrado tutte le proprie conquiste, tutti i propri successi, ella avrebbe dovuto essere considerata ancor essere. A risultare, altresì e piuttosto, per loro fonte d’agitazione, di preoccupazione, non avrebbe potuto che essere una ben diversa consapevolezza, e una consapevolezza derivante non tanto da ciò che Nissa poteva, o no, aver compiuto in passato, quanto e peggio di ciò che ella avrebbe potuto, o no, compiere in futuro, e, più precisamente, dalle vie nelle quali ella avrebbe potuto permettersi di operare in grazia al potere concessole dall’empia alleanza stipulata con un’oscura entità, a sua volta legata a un ancor più cupo principio di morte, di annichilimento: la regina Anmel Mal Toise e, sopra a entrambe, l’Oscura Mietitrice.
Non poetico, ma soltanto paradossale, purtroppo, avrebbe dovuto essere considerata l’evidenza di come, alla base di tutto quello, di quell’infausta piega presa dagli eventi in favore alla feroce Nissa e in aperto discapito alla sua gemella, Midda Bontor; altro non avrebbe dovuto essere riconosciuto che l’intervento stesso della Figlia di Marr’Mahew, la quale, proprio malgrado, avrebbe potuto testimoniare la propria presenza in ogni momento fondamentale utile a permettere quell’oscena comunione. Sua, difatti, era la responsabilità della liberazione dello spirito di Anmel, e con esso dell’Oscura Mietitrice, dal luogo entro il quale era rimasto protetto per secoli, forse millenni, imprigionato all’interno di una corona, di un diadema, che proprio lei era stata incaricata di recuperare per il sollazzo di una nobildonna di Kofreya, lady Lavero di Kirsnya. Sua, non di meno, era stata la responsabilità di un’estemporanea unione fra tali oscure figure e la già provata mente della splendida Carsa Anloch che, quotidianamente combattuta fra troppe identità diverse, era stata condotta maggiormente, ove possibile, alla pazzia, dietro lo sprone derivante da un complesso rapporto con poteri tanto antichi e tanto forti. Suo, infine, era stata la responsabilità, allora condannabile direttamente qual imperdonabile colpa, dell’aver riunito, alfine, tutte quelle figure a lei avverse, pur per diverse ragioni, in un unico corpo, in una sola entità che, non solamente avrebbe desiderato estendere il proprio dominio sull’intero mondo conosciuto, in un intento, forse, non dissimile da quello che già aveva contraddistinto la sua gemella prima d’allora, ma, ancor più; ma, ancor peggio, avrebbe ricercato, definitivamente, la sua rovina, onde evitare proprio quello per cui, alfine, la Jol’Ange si era spinta sino a lì: un’aperta, e definitiva, battaglia fra colei scelta e dominata dal potere dell’Oscura Mietitrice, e colei, altresì, scelta e alleata, pur senza possessioni di sorta, con la Portatrice di Luce, un’entità opposta, e protettrice della vita, che quasi dieci anni prima ella aveva conosciuto entro le già pur stupefacenti spoglie di un’y’shalfica fenice.


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