11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 5 luglio 2013

1992


« A tal punto ami il dolore, dal richiedermi di colpirti nuovamente…?! » suggerì Leas, aggrottando la fronte in sola risposta a quell’intervento, a quell’ennesima presa di posizione in contrasto non soltanto a se stesso ma, ancor più, alla propria genitrice, il cui nome, il cui onore, non avrebbe potuto ovviare a intervenire a difendere in quel momento, in quel contesto, deciso, allora, a non permettere alla propria parente, alla propria unica zia, di soggiungere altro, di proseguire ulteriormente in un percorso dal quale non avrebbe potuto ottenere altro che sofferenza e, forse e persino, morte.

Una morte, allora, che sarebbe sopraggiunta qual sola, giusta e legittima replica a tanta mancanza di prudenza da parte sua nell’esprimere giudizi ineluttabilmente lontani dal potersi considerare quali ben accetti, quali apprezzati, se non tanto da lui, certamente ancor più da coloro che, accanto a lui, in quel momento, si erano schierati per essere pronti a intervenire al minimo segno di pericolo, alla più effimera evidenza di un’anche soltanto ipotetica minaccia, nella sola, unica e forte certezza di non voler concedere a quella tanto pericolosa donna la più semplice, effimera possibilità di azione, volta a mutare la propria sorte e, con essa, la sorte di coloro a lei prossimi, di coloro che, accanto a lei, nulla di meno avrebbero dovuto essere giudicati che pronti allo scontro, alla battaglia, finanche volta soltanto alla morte, al martirio, animati, in tal senso, dalla sola brama di porre fine al dominio di colei che essi riconoscevano, altresì, quale propria regina, propria sola signora e padrona.
Una morte, tante morti, tuttavia, che il figlio della stessa sovrana sembrava essere fermamente intenzionato a ovviare, forse nella consapevolezza di quanto tutto ciò non avrebbe in alcuna misura compiaciuto sua madre, non avrebbe in alcun modo posto in essere i suoi desideri, la sua volontà, così come, invece, tutti sembravano essere certi sarebbe necessariamente stato, in una convinzione certamente priva di fondamento ma, non per questo, nulla di meno che trasparente di un fondamentalismo, di un integralismo, di una furia nel confronto con la quale, spiacevolmente, non vi sarebbe mai potuta essere la benché minima speranza di dialogo, di confronto. Non in quel contesto né, probabilmente, in alcun altro.
E laddove tale, comunque, avrebbe dovuto essere considerata la volontà di Nissa Bontor, benché conseguente a inintelligibili motivazioni nel confronto con le quali non semplicemente improbabile, ma addirittura impossibile sarebbe stato sciogliere il nodo rappresentato da un tanto disturbante paradosso, dal desio di mantenerla in vita anche nel momento in cui, non di meno, soltanto avrebbe dovuto bramare di ucciderla, e di ucciderla al più presto, al fine di arginare la minaccia rappresentata da ogni suo più flebile respiro, da ogni suo più tenue fremito di ciglia o battito di cuore, per il futuro del proprio empio impero; soltanto gratitudine avrebbe dovuto essere votata, da parte della stessa Figlia di Marr’Mahew e dei suoi dieci compari agli dei tutti che, in tal modo, stavano loro garantendo una possibilità di sopravvivenza, un’opportunità utile a illudersi, malgrado tutto, di avere ancora un futuro, di avere ancora se non qualche anno, almeno qualche mese, o settimana, di vita innanzi a sé, da vivere e da vivere con tutte le proprie forze, con tutte le proprie energie, fino alla fine.
Conscia di ciò, laddove malgrado tutto ben lontana dal potersi ritenere stolida, dal potersi ritenere sciocca e impulsiva, la Campionessa di Kriarya tacque a quell’ennesima intimidazione. E tacque non soltanto per non sfidare ancora e gratuitamente la sorte, ma, ancor più, per potersi concedere occasione di elaborare quietamente quell’intera situazione, quel complesso contesto, cercando di cogliere quanto pur non evidente, quanto pur non palese e, ciò non di meno, egualmente e obbligatoriamente presente a definire le regole di quello strano giuoco, di quella giostra di tradimenti e di strenue difese, nel confronto con la quale, desiderosa o meno che si sarebbe potuta definire, avrebbe dovuto scendere al più presto a patti. O, quantomeno, avrebbe dovuto scendere presto a patti nella volontà di non restare, in tutto ciò, semplice vittima della sorte, qual mai aveva accettato di essere in tutta la propria vita; ma di poter prendere in mano il proprio fato, il proprio destino, ancora una volta scrivendolo con la forza di ogni singola membra del suo corpo, l’energia del suo cuore e, soprattutto, la ferma determinazione della sua mente e del suo spirito, che mai, mai, avrebbero accettato di piegarsi, che mai avrebbero potuto elaborare, in fede, il concetto proprio di resa… non allora, né mai.

« Molto bene… » annuì il giovane, ora sorridendo con soddisfazione e, nuovamente, invitando la zia a levarsi in piedi, nel ritornare ad appoggiare la spada sotto il suo collo e, con la parte piatta, sospingerla verso l’alto, in un non sì implicito suggerimento « Spero che fra noi non ci saranno ulteriori ragioni di incomprensione… zia. »

Nel riconoscersi, proprio malgrado, ancora vittima delle proprie emozioni, dei sentimenti che il nipote era riuscito, abilmente, a suscitare in lei, illudendola crudelmente di un cambio di prospettiva, di posizione da parte propria, addirittura in misura tale da spingerlo a rinnegare colei che, da sempre, gli era stata madre e, probabilmente, anche padre, unico genitore mai conosciuto e che mai aveva avuto desiderio di conoscere; Midda Bontor non poté evitare di constatare quanto, spiacevolmente, alle proprie orecchie, succubi del proprio stesso cuore ancor prima che della propria mente, quelle parole e, soprattutto, quel termine che la inquadrava qual sua parente, sorella di sua madre, stessero suonando, sulle labbra del medesimo, quali stranamente forzose, molto più, persino, di quelle con le quali, pur tradendola, pur ponendola colpendola e ponendola sotto la minaccia della propria stessa spada, egli l’aveva piuttosto riconosciuta qual propria madre, in quel ruolo che, purtroppo, non avrebbe mai potuto esserle realmente attribuito, in quella parentela che, drammaticamente, non sarebbe stata mai in grado di conquistare  o pretendere, non in quel momento, né, tantomeno, a seguito dell’eventuale, sperata e pur non scontata vittoria sulla signora di tutti i pirati dei mari del sud. E se pur, per lei, per lei che, ancor fanciulla, aveva visto sottrarsi ogni speranza di poter, un giorno, godere della compagnia di un figlio, della presenza di un erede fra le proprie braccia o, divenuto adulto, al proprio fianco, credere in quell’illusione, in quel terrificante abbaglio conseguente a quanto avrebbe voluto credere qual reale, ancor prima di quanto avrebbe dovuto riconoscere qual reale, avrebbe rappresentato il concretizzarsi di un sogno sì straordinario qual solo le avrebbe sottratto qualunque brama di risveglio; non di meno che obbligata avrebbe dovuto essere giudicata la necessità di indurire il proprio cuore, rendendolo simile a pietra, o al ghiaccio caratteristico del suo sguardo, per non concedersi opportunità di essere perdere contatto con l’effettiva realtà e, accanto a essa, con il proprio compito, il proprio incarico, quella missione che, per quanto non accolta qual un incarico mercenario, qual una delle proprie numerose prestazioni professionali, avrebbe dovuto essere condotto a termine con non meno serietà di quanto fosse sempre stata abituata a imporsi, non per amore dell’oro, non per la brama di ricchezze, pur mai disdegnate, quanto e piuttosto per dimostrare, a se stessa e al mondo a lei circostante, tutto il proprio valore.

« Di loro… cosa facciamo, quindi…? » domandò un altro fra i pirati accorsi sulla coperta della Jol’Ange, in riferimento ai dieci che, ancora armi in pugno, stavano attendendo come tutti l’evoluzione degli eventi, sebbene ormai placati, nella propria enfasi guerriera, dalle parole loro rivolte dalla comune compagna, da colei che, lì alfine sopraggiunti, sarebbe stata riconosciuta qual la sola autorità, il solo riferimento a cui offrire ascolto, in attesa di un necessario coordinamento.
E Leas, che pur non fraintese le ragioni alla base di quell’interrogativo, volto non tanto a ottenere una qualche riconferma di quanto già udito, quanto e piuttosto a sperare in un cambio di rotta da parte sua, non concesse allo stesso alcuna possibilità di soddisfazione, negandogli quanto allora atteso, quanto allora desiderato, per una mera e puntuale replica di quanto già dichiarato, seppur, ora, senza spendere una sola, singola sillaba in più del dovuto: « Vuoi forse costringermi a incidere nelle tue carni i miei ordini, maledetto figlio d’un cane rognoso…?! Perché, ti assicuro, che non esiterei assolutamente a farlo, al fine di aiutarti a meglio comprendere i miei desideri… »


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