11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

martedì 9 luglio 2013

1996


« “Noi, regina di Rogautt, sovrana d’ogni pirata, predone e tagliagole che vive, muore e razzia in questi mari, signora d’ogni terra al di fuori della terra, dominatrice di quanto è, di quanto è stato e di quanto sarà, in grazia alla benedizione d’ogni dio o dea che a noi offrono il proprio tributo e in totale indifferenza a ogni dio o dea che, a noi, rifuggono intimoriti, scagliando anatemi nella tragica consapevolezza dell’ineluttabilità della sorte e della loro sorte, nell’essersi a noi opposti; noi, Nissa Ronae Bontor, figlia di Nivre, figlio di Mase e Ronae Bontor, e di Mera, figlia di Lorea e Namile Gosena; condanniamo nostra sorella Midda Namile Bontor, figlia di Nivre e Mera Bontor, a essere scoiata, sventrata e smembrata ancor in vita, e in tal condizioni a essere esposta al pubblico ludibrio sino al calare delle tenebre, momento nel quale, ove la morte, per lei in ciò misericordiosa, non fosse ancor subentrata, sarà offerta in pasto alle fiamme della purificazione, arsa sino al proprio ultimo osso per le colpe a lei addotte.” »

Con tanto macabro annuncio, gridato in ogni angolo dell’isola di Rogautt, la capitale del regno instaurato dalla stessa Nissa Bontor, lì presentata correttamente con il suo nome integrale, e con tutta la propria corretta genealogia; la regina di quella terra, di quella landa di morte giustamente temuta da ogni altro regno, della terraferma così come del mare, volle proclamare la propria sentenza di morte a discapito della sua gemella, di colei lì ipoteticamente sopraggiunta per sovvertire l’ordine instaurato, nell’ucciderla, e che per questa ragione non sarebbe sopravvissuta al termine di quella stessa giornata. E se, in tal decisione, era stata concessa alla mercenaria dagli occhi color ghiaccio un’apparente, se pur minimo, arco di tempo utile a riflettere sul proprio fato o, addirittura, a sperare in un mutamento del medesimo, in una tanto inattesa quanto imprevedibile svolta a proprio favore in quegli eventi altresì palesemente tragici; tale apparente superficialità da parte del solo giudice che mai avrebbe potuto giudicarla e condannarla in termini sì severi quanto osceni, allorché imporle un’immediata morte, per decapitazione o quant’altro, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual solamente derivante dalla brama di appagare, in tal senso, anche un certo gusto di natura estetica, di ordine promozionale, che, innanzi a tutti i propri sudditi, a tutti gli uomini e le donne che a lei avevano giurato la propria fedeltà, nonché innanzi al mondo intero, avrebbe dovuto ribadire la propria più totale assenza di compassione, tale da riservare anche al sangue del proprio sangue, alla propria gemella, sua immagine, una fine tanto atroce, approfittando di ciò, oltretutto, per dimostrarne apertamente la più assoluta e incontrovertibile sconfitta, la fine di un mito durato per un tempo persino troppo lungo, più di quanto non avrebbe dovuto permettersi di perdonarle.
Quelle parole, scelte con straordinaria precisione nel definire in maniera estremamente puntuale la pena riservatale, non avrebbero potuto ovviare a trovar leva anche nell’animo più crudele, nel cuore più duro, al pensiero della sofferenza, terrificante e incomparabile, che sarebbe stata riservata a chi pur non apprezzata, pur non benvoluta e, ciò nonostante, neppur odiata a sufficienza per augurarle una tale sorte, tanto male quanto quello, in tal modo, destinatole. Perché, a dispetto di quanto i più avrebbero avuto occasione di definire, non tutte le morti avrebbero dovuto essere considerate equivalenti, non tutte le morti avrebbero potuto essere giudicate eguali, e fra una fine rapida e indolore, qual quella propria di una mera decapitazione, e un’atrocità pari a quella così pianificata, sarebbe indubbiamente intercorsa la differenza fra un semplice assassinio e una sadica rivalsa, una crudele vendetta per una colpa che neppure la morte sarebbe alfine stata capace di perdonare.

« “Che le sue ceneri, siano poi disperse al vento, diffondendo nel mondo un solo, chiaro e trasparente messaggio, per ogni nazione, per ogni popolo o sovrano. Arrendetevi. Arrendetevi o questo fato sarà quanto di più generoso a cui potrete mai ambire.” »

Tale postilla, simile nota a margine, a conclusione del proclama, non si negò possibilità di sottolineare quanto tutto quello altro non avrebbe dovuto essere riconosciuto che l’impegno, da parte della sovrana, a far coincidere piacere e dovere, necessità e sollazzo, nel godere della lunga agonia della propria storica avversaria, e, al contempo, nel sancire, nel confronto con l’intero mondo conosciuto, con ogni terra emersa, a partire dalla prossima Qahr, la propria richiesta di resa. Una resa che, in tutto quello, avrebbe dovuto raggiungere ogni terra e ogni gente, raccontando, accanto al mito della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, dell’Ucciditrice di Dei, quello di una straordinaria donna uccisa in maniera egualmente straordinaria, e tale da imporre un terrificante epilogo alla sua storia, alla lunga e complessa saga della sua esistenza. Un’esistenza che, prima del calare del sole, avrebbe definitivamente terminato il proprio corso, non offrendole alcuna ulteriore possibilità di riscossa, alcuna pur vaga speranza di ripresa, a dispetto di tutto il suo passato valore, di tutte le sue più gloriose imprese, la cui memoria, in tutto ciò, in tale martirio, sarebbe ineluttabilmente stata affidata alla Storia.
E se qual martirio avrebbe avuto a riconoscersi, legittimamente, tutto ciò, in assenza di una migliore definizione utile a tratteggiarne i limiti e le sfumature; difficilmente Midda Bontor avrebbe potuto essere egualmente considerata una martire, non tanto nel confronto con il fato promessole, con la sorte assegnatale, quanto e ancor più con il proprio atteggiamento, il proprio stato d’animo, per così come, trasparentemente, dimostrato in ogni proprio più semplice gesto. Perché anche nel percorrere l’ultimo miglio della propria esistenza, dal palazzo della gemella ove era rimasta imprigionata e controllata a vista, sino al patibolo eletto qual luogo per la sua straziante morte, ella non ebbe a dimostrare la benché minima preoccupazione, non ebbe a rendere propria la più semplice evidenza di sconfitta, qual pur, ormai e indubbiamente, avrebbe avuto a considerarsi quella in tal modo descritta, camminando, al contrario, con incedere fiero, schiena perfettamente eretta, testa alta e sguardo sereno rivolto innanzi a sé, quasi, in quegli ultimi passi, suo avesse a doversi riconoscere uno straordinario trionfo, sua avesse a doversi considerare una strabiliante rivalsa, che, di lì a breve, l’avrebbe vista ergersi al di sopra di una folla acclamante, e non, piuttosto e così come sarebbe stato, essere condannata a cospetto di una folla inneggiate il suo dolore e la sua morte.
Ma se tale, a confronto con la ferma certezza della propria morte, avrebbe dovuto essere riconosciuto il comportamento di Midda Bontor; difficile sarebbe stato, per chiunque, non presumere parimenti per lei, a suo discapito, un fondamento di follia, un forse inevitabile cedimento alla pazzia. Perché, oggettivamente, in alcun altro modo, in alcun altro termine, avrebbe potuto essere considerata la sua indubbia tranquillità, la sua quasi inconsapevole calma, che alcuno pur straordinario coraggio, alcuna pur mirabile audacia, avrebbe potuto giustificare, avrebbe potuto perdonare. A prescindere da quanto ella potesse aver mai affrontato, a prescindere dalle prove che poteva aver superato nel corso della propria vita, dei mostri, e degli dei, che potesse aver sconfitto, la prospettiva di morte certa rappresentata da quell’esecuzione, e da quella lunga e dolorosa esecuzione, non avrebbe mai potuto lasciarla del tutto indifferente così come, altresì, si ostinava ad apparire. E neppure avrebbe potuto giustificare, da parte sua, una pur perfetta recita in tal senso, ove anche fosse ella stata la migliore fra tutte le attrici, una perfetta giocatrice d’azzardo, qual pur non si era riuscita a dimostrare completamente innanzi alla propria gemella, non riuscendo a celare, in termini assoluti, le proprie emozioni, le proprie passioni più profonde, qual pur, da sempre, avrebbe potuto vantarsi di essere capace dietro ai propri occhi azzurri color ghiaccio. Poiché, allora, in quel momento, in quel contesto, non indifferenza, non distacco, non disinteresse, falso e forzato, avrebbe potuto essere colto in quello sguardo, quanto e piuttosto nulla di più e nulla di meno di placida tranquillità, pacatezza, calma, come mai, anche nei più sereni momenti della sua esistenza, ella era stata forse effettivamente capace di provare o, comunque, di dimostrare di star provando.
Avrebbe dovuto essere considerato tuttavia davvero possibile che ella avesse, in ciò, perso completamente il senno, la ragione, in misura tale, addirittura, da non poter neppure immaginare di opporsi a quanto stesse accadendo? Sarebbe realmente morta in quel modo la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, condannata con un’espressione quasi ebete a dominare il suo volto, qual mai, in quegli ultimi quarant’anni di vita, o quasi tali, le era stata propria?



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