11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 25 marzo 2010

804


I
l quadro che, allora, venne riservato all'attenzione della Figlia di Marr'Mahew, nel momento stesso in cui ella varcò l'ingresso a quel tugurio, apparve, effettivamente, tutt'altro che piacevole, e in questo più che giustificativo a riguardo delle grida continue e, a tal breve distanza, quasi assordanti, proposte dalla giovanissima figura di Ri'Amsed. In uno spazio sufficientemente largo da poter apparire qual quello proprio di un piccolo magazzino, numerose gabbie metalliche di diverse misure erano state disposte in maniera disordinata, alcune semplicemente adagiate al suolo, altre impilate reciprocamente, e altre ancora, persino, appese al soffitto e lì, macabramente, ciondolanti, quasi fossero carcasse di bestie soppresse e macellate, triste presagio del fato che avrebbe atteso eventuali prigionieri di quell’orrida razza. Proprio all'interno di una di tali gabbie, estremamente piccola e posizionata nel fronte opposto rispetto alla soglia sulla quale era giunta la donna guerriero, l'indifeso e terrorizzato protetto della mercenaria era stato rinchiuso e lì lasciato, però, tutt'altro che solo, tutt'altro che abbandonato, nell'essere, altresì, circondato da tre mostri, nuove orride presenze che, per un fuggevole istante, non mancarono di sorprendere neppure la stessa mercenaria, nell'originalità del loro apparire rispetto agli umanoidi dalla pelle nera e raggrinzita già noti e disprezzati.
Simili creature, in effetti, non avrebbero neppure potuto essere vagamente assimilate a una figura umana, nel proporsi quali grandi quadrupedi, approssimativamente delle dimensioni di un cavallo, e pur ben distanti anche dal poter risultare quali equine. All'attenzione della loro nuova avversaria, quei mostri proposero, quindi, un corpo di forma ovoidale, apparentemente abbondante per quanto, sostanzialmente scheletrico, ornato da una pelle ancora praticamente nera e, a propria volta, ricoperta da un folto strato di corto pelo ugualmente color delle tenebre. Da tale torso, quattro grosse e pesanti zampe immancabilmente artigliate, sproporzionate per risultare armoniche con un simile aspetto, si imponevano con un aspetto idealmente prossimo a quelle proprie di un plantigrado, un grosso orso delle montagne. Una corta coda, poi, si mostrava in terminazione a tale aspetto, risultando, forse, addirittura mozzata nel concedersi più quale un moncherino conseguente a un intervento esterno, ancor prima che una estremità naturale in quella pur innaturale forma. Una piccola testa, infine, era posta in terminazione a un collo particolarmente lungo, mostrandosi apparentemente priva, persino, di occhi, orecchie o altre caratteristiche per lei potenzialmente riconoscibili qual proprie di un capo, umano o animale, nella sola, e inquietante, eccezione rappresentata allora da una smisurata bocca rotonda, completamente circondata da lunghi e sottili denti artigliati, analoga più a quella di un mostruoso verme, che a quella di un qualsiasi altro animale o creatura mitologica, nei limiti della conoscenza propria della stessa mercenaria.

« Thyres! » esclamò la donna dai capelli corvini e dagli occhi color ghiaccio, nel proporsi, in conseguenza di simile spettacolo, non turbata, ma sicuramente sorpresa, dal momento in cui tutto quello avrebbe dovuto essere giudicato estremamente originale persino nel confronto con quanto da lei affrontato fino a quel giorno, fino a quel momento, in una singolarità certamente apprezzabile per un’avventuriera quale ella, pur, era « E voi cosa dovreste rappresentare? »
« Midda… Midda! Aiutami… aiutami! » la richiamò il bambino, in tal modo, dimostrando immediatamente di averla riconosciuta, al di là di ogni comprensibile terrore potesse star dominando il suo cuore « Salvami… salvami! Non mi lasciare nelle loro mani… non permettere che mi uccidano. Ti prego… ti prego! »

Improvvisamente rasserenata nel ritrovare il piccolo ancora vivo e quasi illeso, la mercenaria non poté allora evitare di elevare un intimo inno di ringraziamento alla volta della propria dea, la quale, per quanto silente e lontana, non aveva evidentemente ignorato le sue preghiere e le aveva donato l'occasione utile a rimediare alla propria precedente mancanza, al proprio ignobile errore, nel permetterle di raggiungere il bambino prima che il destino del medesimo potesse essere tragicamente segnato. Così, nel confronto con quell'immagine, nell'accogliere quello scenario certamente inquietante e macabro, ma per lei, in quel frangente, anche estremamente felice, illuminato da un'inattesa luce di speranza, tutta la rabbia che, fino ad un istante prima, le aveva avvelenato il sangue, la mente e il cuore, ebbe finalmente occasione di poter essere contenuta, arginata, riservandole, addirittura, la possibilità di sorridere, sincera e, forse, anche divertita da tutto quello.

« E voi cosa dovreste essere?! » ridacchiò, nel rivolgersi con trasparente insolenza, alla volta dei suoi nuovi avversari, immancabilmente voltatisi verso di lei al suo ingresso in quello stesso edificio « Non temere, piccolo mio. Non temere più nulla: questa sera torneremo a riposare ben lontani a queste mura… e tutto quello che ora ti terrorizza, apparirà, alla tua memoria, quale un ricordo lontano, effimero come un solo potrebbe essere un brutto sogno. »
« Uccidili… uccidili tutti. Ti prego! » incalzò il bambino, aggrappandosi con le proprie manine alle sbarre della gabbia, nell'agitarsi oltremodo in quell'invito, in quella, dopotutto, legittima richiesta di sangue, qual necessaria vendetta per il patimento da lui stesso subito.

Ma prima ancora che ella potesse levare la propria spada e balzare in contrasto a quelle assurde creature, certa di poterle sopraffare senza eccessivo impegno, senza particolare fatica, dal momento in cui, nonostante il loro terribile aspetto, esse si stavano dimostrando particolarmente indolenti nel maturare una qualsiasi decisione in sua opposizione, l'idea di una qualche offensiva utile a respingere quel nemico e invasore, una voce rantolante, e, ciò nonostante, immediatamente riconosciuta, bloccò il suo ardire. E così implicitamente invitata a voltarsi nuovamente verso l'esterno, verso il resto del mondo, per un istante, dimenticato nell’emozione conseguente al nuovo incontro con il bambino e alla positiva aspettativa ora donata al suo animo, alla sua mente, nel confronto con l'immediato futuro, la donna si ritrovò, in tal gesto, in simile scelta, ancora una volta a confronto con l'oscena sagoma del mostro Be'Sihl, lì giunto, evidentemente, sospinto solo dalla propria forza di volontà, dalla propria ferrea determinazione, dove, a malapena, capace di sorreggersi in piedi e, peggio ancora, dolosamente impegnato nel tentativo di contenere il danno proprio della ferita infertagli premendo con la mancina contro il fianco opposto, da lei appena squarciato senza esitazione, senza pietà alcuna.

« Midda… » sussurrò egli, parlando a fatica, quasi tossendo a ogni parola, e, ciò nonostante, ugualmente insistendo nella folle volontà di seguirla, di raggiungerla e di tendere, in tutto quello, verso di lei il serpente striato, ancora guizzante nella sua destra così come, già prima, era stato da lei stessa violentemente rifiutato « Devi… indossare… questo bracciale. Devi… farlo… prima che sia… tardi. Troppo… tardi. »
« Uccidilo! Uccidi il mostro… uccidilo, ti prego! » gridò, quasi isterico nell'incredibile trasporto proprio di quelle parole, di quelle urla, il piccolo shar'tiagho, agitandosi nella propria gabbia, quasi come se da quella sua incitazione potesse dipendere il proprio stesso fato, sebbene, chiaramente, l'orrido umanoide lì sopraggiunto, ormai, non avrebbe potuto più rappresentare pericolo per alcuno « Uccidilo! Uccidilo! »

Alle spalle di Be'Sihl comparvero, nel mentre di quelle ultime parole, le nere e oscene sagome di molti altri suoi simili, i suoi parenti appartenenti alla stessa disumana progenie, lì accorsi in suo aiuto, in suo soccorso, per offrire una fiera opposizione alla loro crudele avversaria, non appena presa coscienza di quanto avvenuto, non appena superata l'inevitabile e iniziale incredulità conseguente all'incomprensibile e feroce offesa imposta sul locandiere nonostante la sua evidente inoffensività, e, ancor più, conseguente all'incredibile tenacia da lui stesso dimostrata, nel riuscire rialzarsi da terra nonostante le proprie ferite e nel seguire la propria carnefice, quasi non fosse ancora contento, non fosse già sufficientemente soddisfatto di essere stato, in tal modo, da lei sospinto a sì breve distanza dai propri dei, dal proprio oltretomba.
Il soggetto stesso di tanta preoccupazione, di tanta premura, intervenne, però, prontamente allo scopo di frenare i propri soccorritori, richiedendo loro, in un breve ordine scandito in un idioma che la mercenaria non fu in grado di comprendere, di apprezzare in quel momento, di mantenersi a debita distanza e di non intromettersi in quell’ultimo gesto di un uomo morente, nel desiderio, legittimo, di non ritrovar qual del tutto vano il sacrificio di cui si stava rendendo, dopotutto, tragico protagonista.

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