11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 31 marzo 2010

810


S
econdo il mito, in origine erano il cielo, Ur, e il mare, Ut.
Fratello e sorella, marito e moglie, amanti, complici, forse antagonisti, da loro tutto aveva avuto origine: mortale e immortale, finito e infinito, umano o divino. Nulla sarebbe potuto mai essere prima di loro, e nulla sarebbe eventualmente potuto sopravvivere dopo di loro, quali principi esistenziali dell'intero Creato, pilastri fondamentali ancor prima della vita e della morte, della luce e dell'oscurità, del bene e del male. Il cielo e il mare, in comunione costante, in conflitto eterno, non avrebbero mai potuto divenire una cosa sola, e pur, mai avrebbero potuto neppure ipotizzare di separarsi, ignorarsi, nel loro naturale contatto, nella continua e reciproca ricerca l'uno dell'altro, con l'estro, la passionalità propria della giovinezza, di due ragazzi inesperti alla scoperta dei propri corpi e dei propri sentimenti, e, pur, con la quotidianità, la fedeltà altresì caratteristica della maturità, di una coppia sposata da anni, perfettamente conscia di ogni reciproca esigenza, di ogni rispettivo difetto.
Dall'unione, forse incestuosa, e pur obbligata, fra Ur, il cielo, e Ut, il mare, primi fra tutti a esser generati furono la terra, Tu, e il fuoco, Ru: una prossima alla madre, perennemente adagiata con dolcezza e serenità nel suo generoso grembo, mentre l’altro vicino al padre, costantemente appeso alle sue possenti spalle e impegnato, in ciò, sorvegliare la propria stessa sorella, colmo di gelosia verso di lei, così benedetta nell'abbraccio delle acque del mare in un'occasione che a lui, purtroppo, sarebbe sempre stata negata in conseguenza della sua stessa, intrinseca natura. A placare i propri sentimenti, tanto contrastanti verso il lato femminile della propria famiglia, fu allora Ru, il fuoco, che, in origine, diede vita alle divinità originali. Concepite quali semplici occasioni di ludo, come solo sarebbero potute essere nelle sue mani, e pur così maestose, così possente, nell'essere dotate di tutta la forza guerriera propria della natura stessa che li aveva plasmati, esse si dimostrarono, purtroppo e forse inevitabilmente, anche caratterizzate da un animo particolarmente caotico, votato non alla creazione, alla vita o alla pace, quale sarebbe dovuta essere prerogativa di un dio, quanto più alla distruzione, alla morte e alla guerra.
Lotta e reciproca prevaricazione, in quei tempi, agitarono pertanto gli animi di quegli dei primordiali, divertendo il fuoco e, pur, contrariando sinceramente non solo la madre e la sorella, spesso costretta a ospitare sulla propria essenza le guerre scatenate da quelle creature inferiori, ma anche lo stesso padre, il quale avrebbe preferito maggiore serenità nella propria famiglia, in quel sogno, dopotutto, proprio di qualsiasi genitore. Tuttavia, per quanta pazienza, per quanta mitezza avrebbe mai potuto esser propria di Tu, la terra, anch'ella, alfine, giunse allo stremo delle proprie possibilità di sopportazione e, in questo, decise di rispondere al fratello con gli stessi mezzi da lui allora adoperati in suo contrasto: agli dei del fuoco, in conseguenza di ciò, fu contrapposta una nuova stirpe di dei della terra, non meno rozzi, non meno selvaggi, in verità, rispetto ai propri avversari, là dove, in fondo, creati non dalla saggezza propria della maturità, ma dall'impeto dell'infanzia, incapaci, in questo, di saper misurare le proprie energie, di saper gestire le proprie forze.
Il conflitto fu inevitabile e, per secoli, millenni, ere intere, in una concezione del tempo esterna a ogni possibilità di comprensione, quella prima generazione di divinità promosse una guerra senza quartiere, fino a quando, per lo meno, non fu l'intervento del cielo e del mare a riportare la serenità, nella distruzione di quegli dei tanto inutili, quanto chiassosi. Consapevoli, però, di non poter arginare l'indole creativa propria dei figli adorati, Ur e Ut, si presero l'impegno di offrir vita a una seconda generazione di divinità, indicando, in tal modo, la giusta strada, il metodo migliore a Tu e Ru, allo scopo di non creare più esseri tanto imperfetti, quanto creature degne dell'occasione e dello stato loro riconosciuto. In tal modo, quindi, ebbero origine tutti gli dei conosciuti, quali Oh'Sihr-Is e Ih'Sihd-Et, Ah’Nuba-Is e Ba’Seht-Et, ai quali furono offerti incredibili capacità di controllo sugli elementi propri del cielo, del mare, della terra e del fuoco, poteri che, però, non furono più adoperati per cercar guerra, così come era stato nell’epoca dei proprie predecessori, quanto, piuttosto, al fine di onorare i propri stessi creatori, a dimostrarsi degni della loro fiducia. Dall'azione, dalla fantasia di queste divinità, così, tutto il Creato, per come conosciuto all'umanità, venne plasmato, generando montagne e laghi, fiumi e piante, pesci e uccelli, mammiferi e insetti, creature mitologiche e, ovviamente, lo stesso uomo. Proprio a quest'ultimo, all'essere più prossimo agli dei nelle proprie stesse fattezze, fu offerta allora la possibilità di far proprio l'intero mondo, colonizzando ogni terra e lì insidiandosi, nell’originare grandi civiltà e incredibili culture.
Fra tutte le nazioni, solo una, in particolare, riuscì a riservarsi consapevolezza sulla propria origine, sulla propria natura, mantenendo memoria dei propri creatori e definendosi, per questo, popolo eletto, benedetto dagli dei: Shar'Tiagh.

Gli shar'tiaghi, per quanto illuminati e generosamente ricompensati, in ogni loro singolo giorno, dagli dei per l'adorazione offerta, nella gioia, nella grazia di un regno prospero qual nessun altro sulla terra, tanto fertile da non rendere neppur necessaria alcuna attività umana per veder crescere gli alberi e maturare i frutti, dimostrarono, però e purtroppo, un difetto umano, e pur terribile e devastante, qual solo avrebbe potuto essere la superbia. E nella certezza di esser il popolo eletto, di esser assolutamente meritevoli della generosità loro offerta dagli dei, essi, nel corso dei secoli, dei millenni, commisero l’impudenza di scordare le proprie origini, dimenticando l'umiltà del proprio ruolo di creature e non di creatori, in questo offendendo gli stessi dei che, sino a quel giorno, avevano vegliato su di loro.
Anni oscuri, epoche buie, furono quelle che, inevitabilmente, seguirono a tal disastro, vedendo il territorio della nazione shar'tiagha esser improvvisamente privato di tutta la vitalità, di tutta l'energia che un tempo l'aveva benedetto: dove, prima, meravigliose e verdi distese d'erba avevano ricoperto le forme morbide di una realtà intrisa di grazia e generosità, costellata di piante e di fiori al punto tale da non aver mai fatto conoscere loro la necessità dell'agricoltura, ricca di animali al punto tale da non mai richiesto loro la necessità dell'allevamento, improvvisamente solo l'aridità della sabbia prese il sopravvento, imponendo morte in contrasto alla vita, desolazione in negazione alla ricchezza che aveva da sempre caratterizzato la vita della popolazione lì insediatasi. Il popolo shar'tiagho, un tempo eletto e, allora, così condannato in conseguenza della propria superbia, fu costretto da tanta violenza, dalla morte che sterminò intere città e quasi estinse la loro cultura, a comprendere l'errore commesso, ad accettare il peccato del quale si erano macchiati nell'aver creduto di poter esistere indipendentemente dalla volontà dei propri dei. E solo grazie a tal sincero pentimento, a simile presa di coscienza delle proprie colpe, essi poterono, inaspettatamente, esser salvati da un fato altresì certo, da una sentenza apparentemente irrevocabile, nella benevolenza che, per prima, fu loro riservata da Ha'Piih-Is, divinità della fertilità, creato dal volere della stessa madre di tutte le creature, Ut, il mare. Tale dio, mossosi a pietà per la triste sorte dei figli di Shar'Tiagh, decise pertanto di riservare loro una possibilità, una speranza di rinascita e di vita, imponendo la propria mano sull'arido deserto e lì dando vita al fiume e ai suoi tre maggiori affluenti, con lo scopo di concedere nuova ubertosità alla terra altrimenti sterile.
Grazie al fiume e ai suoi affluenti, nuova spina dorsale, colonna vertebrale di quel regno piagato, gli shar'tiaghi poterono, inaspettatamente, riservarsi una nuova occasione di futuro, ancora una volta in comunione con i propri dei, consapevoli della loro presenza e della loro importanza, ma ormai non più dominati dalla stessa presunzione che, in passato, li aveva quasi condotti all'estinzione. L'umiltà, al contrario, divenne un principio fondamentale nella loro stessa cultura, tanto da imporre a qualsiasi figlio di Shar'Tiagh, uomo o donna, ricco o povero, sovrano o servo, di mantenersi perennemente scalzo, di non proteggersi mai i piedi in alcun modo, né con calzari né con sandali, dove, il distacco dalla terra sotto ai propri piedi, l'eccessiva comodità nella vita quotidiana, avrebbe potuto spingere le loro menti, i loro cuori, a dimenticare l'importanza della modestia. E, ancora, a non concedere loro alcuna possibilità di considerare ogni proprio successo, ogni proprio risultato, qual semplice frutto del proprio lavoro e non della benevolenza divina, accanto alla povertà intrinseca di quei loro piedi nudi, venne affiancata la ricchezza propria di un particolare monile d'oro, non semplice gioiello, quanto ornamento consacrato a un dio o a una dea del loro pantheon, ai quali poter offrire sempre il giusto tributo per ogni giorno di vita, e di gioia, loro riservato.

Tale era il mito delle origini del popolo di Shar'Tiagh.
Una tradizione, in verità, purtroppo ignota a un'audace donna in cammino lungo il corso di uno dei tre affluenti del grande fiume, la quale, per quanto infedele nel confronto con tal religione, proprio a essa avrebbe dovuto riconoscere gratitudine, così come, senza possibilità di dubbio, avrebbe comunque testimoniato il bracciale dorato avviluppato al suo braccio sinistro, conformato nelle sembianze di un serpente e caro, in ciò, a dio Ah'Pho-Is, signore delle tenebre e nemico dell'ordine.

Nessun commento: