11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 27 gennaio 2011

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D
i ciò, loro malgrado, alcuno fra gli stessi ebbe occasione di maturare coscienza se non quand'ormai troppo tardi: dirompente come la vita, irrefrenabile come la morte, la donna guerriero non volle loro perdonare l’ingenuità in tal modo purtroppo dimostrata dopo un pur lodevole impegno nel proporsi quali veri guerrieri e non semplici bruti animati sospinti unicamente dal proprio istinto, dalla propria rabbia, così come, tuttavia, alfine non riuscirono a evitare di apparire, riservando loro la fermezza dei propri colpi, la freddezza del proprio animo, e, in ciò, abbattendoli uno dopo l’altro, senza alcuna reale avversione a loro discapito e, ciò nonostante, non risparmiando loro nulla della propria forza, del proprio vigore e di ciò che essi, probabilmente, non poterono evitare di giudicare qual sua brutalità.
Sotto lo sguardo inerme di Amagi, giovane energica, combattiva, dimostratasi capace nella propria vita di tenere testa al destino e alle sue numerose prove, e purtroppo, nonostante tutto ciò, priva di ogni possibilità di paragone, di confronto, con la Figlia di Marr’Mahew lì presentatale nelle vesti di nemica, il primo a cadere fu proprio Dofer, colui nel quale aveva confidato per la propria salvezza, per la propria liberazione a seguito dell’iniziale e umiliante insuccesso conseguito all’ingresso in scena della stessa donna guerriero. Gettatosi in opposizione alla loro avversaria con la follia nello sguardo e l’ira sulle labbra, così come espresso da un alto grido, l’uomo ricercò con le proprie grosse e tozze dita il collo della propria controparte, in un gesto sì privo di ogni eleganza, di ogni armonia, e pur animato da una furia che avrebbe atterrito qualsiasi malcapitato, o malcapitata, reso oggetto di tante negative emozioni, impedendo, in ciò, qualsiasi possibilità di rivolta, di opposizione di fronte a un fato in tal modo apparentemente inciso a caratteri di fuoco in roccia solida come quella dei monti Rou’Farth. Non quale una qualsiasi interlocutrice, tuttavia, avrebbe dovuto essere giudicata la donna dagli occhi di ghiaccio, nel cui freddo sguardo alcuna ansia, alcun timore poté essere individuato nel confronto con tanto impeto, lasciandola apparire quanto di più lontano ipotizzabile, immaginabile, dall’umanità stessa e, in ciò, ampiamente giustificando il nome attribuitole: ella, resa protagonista di simile attacco, di tale offensiva, restò, incredibilmente e irrazionalmente, immobile innanzi al proprio nemico, attendendone la venuta quasi con indifferenza, così come se egli non potesse rappresentare per sé la benché minima ragione di preoccupazione, non più pericoloso, nel proprio gesto, rispetto a un fastidioso moscerino, incapace di poterle promettere qualsiasi ragione di danno. E quando Dofer fu prossimo a chiudere le proprie forti dita attorno a quella gola, nella volontà di intrappolarla e, in simile modo, privarla di ogni possibilità di respiro, costringendola allo svenimento, ella limitò ogni proprio movimento, ogni propria reazione a una semplice e fuggevole genuflessione, contraendo in tal modo i propri muscoli al massimo al solo scopo di poterli, dopo un istante, estenderli, investendo dell’energia così richiamata a sé il proprio pugno mancino e, con esso, andando a colpire, con un sconvolgente montante, il mento del proprio avversario, del proprio antagonista, con vigore tale non solo da arrestarne l’avanzata, la foga contro di sé da lui definita, ma, ancor più, da respingerlo all’indietro, sbalzandolo, in ciò, addirittura in aria, quasi, ancor simile a insetto, fosse stato da lei scrollato dal proprio corpo, dalle proprie vesti, senza impegno alcuno, né possibilità, per lui, di opposizione a ciò.

« Dei… » sussurrò Amagi, sconvolta da simile immagine, da un quadro allora rappresentativo di una possanza apparentemente impropria per una figura quale quella della loro nemica, e pur, necessariamente, innegabile, là dove sì chiaro, trasparente, incontrovertibile, al pari dell’alba che, in quel momento, stava tingendo il cielo di incredibili tonalità rosate « … che razza di donna è costei?! »
« Una di gran classe. » replicò Midda a quelle parole, evidentemente cogliendole nonostante non si fossero proposte con maggiore enfasi di un sussurro, sorridendo nel confronto con le medesime e con l’implicita lode in esse neppur particolarmente celata « Non ne fanno più molte come me, oggigiorno… » aggiunse poi, sottolineando, nel contempo di quella stessa asserzione, il valore della medesima, la sua veridicità, con una seconda, rapida e perfettamente mirata azione, tale da escluderla da nuove bramosie a lei avverse e da sospingere un altro fra i propri antagonisti nel regno del loro corrispettivo dio del sonno, qualsiasi nome lo caratterizzasse all’attenzione dei medesimi.

Nel mentre in cui ella stava similmente rivolgendosi all’attenzione della giovane predona, infatti, la sua compagna all’interno di quel gruppo di sei unità, già ridotto a cinque, tentò di sorprenderla, cercando di raggiungerne il capo con l’unione di entrambi i propri pugni, nel desiderio di colpirla in un punto sì delicato e, in ciò, poterla privare di sensi non diversamente da come ella aveva appena compiuto a discapito del loro compare. Purtroppo per lei, però, formata da una vita intera in un numero di difficile censimento di campi da battaglia, la donna guerriero aveva maturato la capacità di riuscire a intuire un attacco a proprio discapito ancor prima di poterlo realmente percepire, là dove, in caso contrario, mai sarebbe riuscita a sopravvivere tanto a lungo: in ciò, per quanto la posizione occupata dall’avversaria avrebbe potuto giocare a suo svantaggio, la Figlia di Marr’Mahew non ebbe difficoltà alcun a cogliere quel movimento in proprio contrasto e, soprattutto, a reagire al medesimo, contemporaneamente evadendo con un elegante piroletta, simile a un passo di danza, dalla traiettoria di quei pugni e rispondendo a quel comunque vano tentativo in propria opposizione levando, ora, la propria gamba destra e, con il proprio piede, andando a colpire l’addome della controparte all’altezza del diaframma, provocandole forte dolore e negandole, per un lungo istante, occasione di respiro. Tempo ampiamente sufficiente, quello in tal modo riservatosi, per poter non solo tornare a rialzare nuovamente la gamba destra ma, anche, per calarla con controllata forza alla base del collo dell’ormai piegata avversaria, andando a impattare nello stesso punto da lei prima ricercato su di sé, in una conclusione estremamente ironica per quel malriuscito attacco e per colei che in tal modo lo aveva audacemente condotto.

« Cagna! » gridò un altro fra i presenti, precipitandosi contro di lei senza alcuna particolare strategia, senza alcuna reale tattica, semplicemente desiderando travolgerla con il proprio peso, con la propria massa, e nulla più.

Un gesto, una presa di posizione necessariamente considerabile tale anche in assenza di un’esplicita definizione conscia da parte del proprio stesso protagonista a tal riguardo, che, se solo avesse avuto qualche seppur vaga speranza di riuscita, avrebbe forse potuto anche essere considerata quale apprezzabile, ma che, non diversamente da ogni tentativo precedente, si ritrovò a essere condannato nel momento stesso della propria concezione, del primo accenno mosso in direzione della mercenaria dagli occhi color ghiaccio. Colei nuovamente insultata in tale asserzione, pur breve e priva di fantasia nel ricorrere a uno degli insulti abitualmente a lei riservati dalla maggior parte dei propri avversari, infatti, non offrì alcuna illusione all’uomo, o ai suoi compagni ancora coscienti, nel ricorrere, per la prima volta dall’inizio di quel confronto, alla propria mano destra, in nero metallo, al fine di imporre innanzi al petto di quello sfortunato sprovveduto la solidità del surrogato al proprio arto perduto, lì non dissimile da un tronco d’albero, un ariete disteso innanzi a lui, contro il quale non poter ottenere successo migliore rispetto a quello di lì infrangersi con violenza disarmante, rimbalzando all’indietro e, obbligatoriamente, svuotando i propri polmoni di tutta l’aria lì precedentemente contenuta, ritrovando cieco il proprio sguardo in conseguenza al dolore provato e, senza particolare dimostrazione d’orgoglio, ricadendo al suolo gemendo non diversamente da un bambino al proprio primo spiacevole incontro con gli aspetti meno gradevoli della realtà quotidiana.

« A costo di apparire eccessivamente pignola, vorrei porre in evidenza come hai fatto tutto da solo… » denotò la donna guerriero, scuotendo il capo nell’osservare il terzo fra i propri sei primi avversari posto in tal modo al di fuori da ogni possibilità di competizione « … io mi sono solamente limitata a stendere il braccio. Per il resto sei stato tu ad andare a sbatterci contro con così tanta forza da farti male da solo. » sorrise, non risparmiandosi quell’occasione di facile ironia, sebbene in quelle stesse parole avrebbe dovuto essere riconosciuta un’importante verità in paradossale favore degli stessi predoni a lei nemici.

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